martedì 15 marzo 2011

COSI' GIOVANE BELLO E CORAGGIOSO


L’epica del Far West ritorna in Minnesota

«Non vorrei deludervi, ma grandi problemi non ne ho, almeno come scrittore (...) Non dispongo del classico armamentario da parata: non sono né indigente, né geniale né orfano (...) Godo di buona salute, ho una moglie risoluta, un figliolo bravo e promettente. Non sono neanche un incompreso! ».


Così di presenta Leif Enger all’inizio del suo secondo romnzo.
Nato nel 1961 a Osakis in Minnesota, dove vive con la moglie e i due figli, Enger già sette anni fa si era fatto notare in tutto il mondo con il romanzo d’esordio, "La pace come un fiume", che aveva fatto gridare al miracolo uno scrittore del calibro di Frank McCourt, un miracolo che sembra ripetersi con questo secondo libro, "Così giovane, bello e coraggioso"  (Roma, Fazi, 2009, pagine 413, euro 19,50).

Se il primo raccontava di un viaggio oltre la frontiera tra gli Stati Uniti e il Canada, il secondo si sposta nel tempo, il 1915, e nello spazio, questa volta a sud, ma c’è sempre un viaggio e una frontiera, questa volta quella tra gli Stati Uniti e il Messico. È uno dei grandi temi della letteratura americana, che ancora conserva il gusto dell’epica confermando la battuta di Jorge Louis Borges ”anche se per motivi commerciali, Hollywood ha salvato l’epica”.

Il punto di partenza è sempre il Minnesota, luogo d’origine di Enger ma anche del protagonista di questo secondo romanzo, Monte Becket, uno scrittore che ha realizzato un primo libro di grande successo ma non riesce a fare il bis. In pieno stallo, un po’ come il Guido-Marcello Mastroianni alias Fellini di Otto e mezzo, Becket più che andare si lascia andare in un’avventura sul fiume salendo sulla barca a remi che passa proprio davanti casa sua guidata da Glendon Hale, il più celebre e temuto rapinatore di treni dello Stato, ricercato (e mai catturato) ormai da anni. I due, pur opposti, diventeranno amici e se ne andranno fino in California dove Glendon deve arrivare per chiedere perdono all’unica donna che ha amato ma poi lasciato. Il viaggio assume presto i tratti di una fuga rocambolesca perché sulle tracce di Glendon c’è il detective Charles Siringo, anche lui come Becket autore di romanzi western. Alla fine del viaggio, ricco di colpi di scena, Monte potrà tornare a casa, con un libro pronto per la stampa ma, soprattutto, un cuore nuovo.

È d’accordo con la scrittrice americana Flannery O’Connor per cui ogni romanziere descrive l’azione della grazia in un territorio per lo più nelle mani del diavolo?

Che splendida immagine! La narrativa come racconto della riconquista del terreno perso al momento della Caduta! Ammiro molto una scrittrice come O’Connor, insieme a Cormac McCarthy uno degli autori che più conosco e amo. In particolare ammiro O’Connor il cui rifiuto di ogni sentimentalismo dà una credibilità che a volte sembra mancare nelle opere dei credenti. Niente nei suoi libri sembra forzato o frutto di un’intenzione “di propaganda”, è tutto così intransigente, a volte così duro da assorbire, ma forse proprio per questo così decisivo.

Nel romanzo ci sono molte citazioni tratte dalla Bibbia, dirette o indirette. Ci sono perché il romanzo è ambientato nel Far West e i personaggi non possono non citare la Bibbia, o perché è proprio lei che non può non citare il “Grande Codice” della letteratura occidentale?

Probabilmente uso la Bibbia senza pensarci, nel modo in cui usiamo le mani per bere un po’ d’acqua, o gesticoliamo mentre parliamo. Perché la Scrittura sta alla base della cultura sin dagli inizi dell’America; i suoi precetti, la sua poesia, erano probabilmente conosciuti in modo più diffuso ai tempi di Monte Becket quanto lo siano oggi, tuttavia sono ancora alla base delle nostre idee intorno alla gentilezza e all’umanità, alla giustizia e alla grazia, e si intrecciano con le arti e la letteratura. Cercare di escluderla sarebbe disonesto e inoltre guasterebbe ogni risultato. La cosa notevole è che la Bibbia è sia fondante che vivente, una caratteristica che solo i testi sacri possiedono; cambia forma di lettura in lettura, di lettore in lettore, ma al tempo stesso resta un fondamento stabile e la cosa più vera che possediamo.

Il suo romanzo è sulla fine del Far West, la fine del leggendario mondo della frontiera. Scrivere un libro è un esorcismo contro la morte? Significa immortalare la bellezza del mondo prima che svanisca per sempre?

Una persona può discutere sul fatto che l’atto dello scrivere sia esso stesso un atto di fede – perché ognuno crede in qualcosa, si affida a un qualche vangelo, quello di Dio o il proprio – e la scrittura è un’espressione di quella fede, ma in fondo alla strada giace la teologia, che è un territorio che mi confonde. Per dirla più onestamente possibile, io scrivo perché amo il linguaggio e le storie e voglio vedere come le cose si sviluppano. Il mio primo obiettivo quando lavoro a un romanzo è scoprire cosa succederà e far girare la storia in un modo tale che il lettore possa salire a bordo, godersi il viaggio, e lasciarlo soddisfatto. Per quanto riguarda il fatto di eternare la bellezza, sicuramente un libro è un modo per provarci, ma ce ne sono migliaia altrettanto buoni o migliori, come allevare figli, costruire navi, riparare tetti, coltivare giardini. Io sto provando a fare qualsiasi lavoro che mi è a portata di mano, e lascio decidere a Dio cosa mantenere e cosa buttare via.

Il fiume è uno dei grandi personaggi della storia, quel luogo dove “nessuno è un fallito”. Il suo fiume rivela dei significati simbolici nascosti?


A parte il ruolo metaforico che i fiumi così spesso ricoprono – lo Stige, il Giordano, il passaggio verso il mondo selvatico, il battesimo e rinascita in una nuova vita e così via – un fiume o una corrente d’acqua è sempre un luogo che ha a che fare con la trascendenza. Metti una canoa nell’acqua che fluisce e sei subito spinto rapidamente dalla corrente con nessun impegno da parte tua; diventi così una creatura differente, una creatura del fiume, capace di odorare strane cose, vedere creature viventi al di sotto del livello dell’acqua, sentire il gracidio di invisibili uccelli acquatici. Anche il tempo cambia sul fiume. Non c’è altra esperienza che così rapidamente rimuove la pressione dalle tue spalle, la vita sul fiume si percepisce come un dono forse più che in altre situazioni. Mark Twain ha scritto che “la vita è potentemente libera, tranquilla e comoda su una zattera” e aveva ragione.

Il protagonista del romanzo è uno scrittore, così come Charlie Siringo, personaggio realmente esistito, cowboy, detective e autore di romanzi western. Il suo è un romanzo sulla vita o sulla scrittura?

Una cosa che amo delle storie è come riescano a comprimere, reinventare e dare senso al tempo e agli eventi. Un anno di confusione, esaltazione e depressione, può diventare un paragrafo di notevole chiarezza. Uno dei tratti vincenti di Charlie Siringo, per molti versi un uomo terribile, è la sua determinazione che la vita abbia un’arcata drammatica, come una risposta dell’ordine sul caos. È ciò che Monte, all’inizio del racconto, ha perduto: il suo posto nella storia. S’imbarca con Glendon al fine di ritrovarlo. Un personaggio del mio primo romanzo, Swede, si chiede se sia una hybris credere che tutti viviamo in un’epica perché lei pensa che noi siamo nati dentro le storie e abbiamo tutti una piccola parte come attori d’un grande racconto. Io sono d’accordo con lei, e amo la radicale tensione tra il fatto e il suo racconto.

di Andrea Monda

tratto da: L’OSSERVATORE ROMANO

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