martedì 29 novembre 2011

LA SPERANZA È PIÙ FORTE DELLA CRISI

Gianluigi Da Rold
lunedì 28 novembre 2011


Faceva freddo a Milano e in Lombardia sabato, l'ultimo sabato di novembre, Giornata della Colletta alimentare. E c'è pure la crisi. È una crisi mondiale, finanziaria ed economica, di cui nessuno sembra avere la ricetta giusta per venirne fuori. In tempi come questi, l'ultima settimana del mese è dedicata da tutti a fare bene i conti nelle proprie tasche, con grande scrupolo, per arrivare indenni al prossimo stipendio. Eppure la Giornata della Colletta alimentare è andata ancora una volta bene.




In Lombardia sono state raccolte oltre 2.200 tonnellate di cibo da distribuire a gente che i conti con la fame li deve fare tutti i giorni. Il dato di Milano città è di 376 tonnellate raccolte, superiore a quello dell'anno scorso. I termini crudi da un punto di vista economico, di recupero di valore e di aiuto agli indigenti, è di nuovo in positivo. Alla fine, il titolo di questa Colletta è sintetizzabile in modo inequivocabile: la carità batte la crisi.
Ma il successo di questa raccolta, che turba molto gli intelletuali e i prevenuti di ogni tipo che discutono sulla rete in dibattiti surreali, non si può misurare con i numeri e con le percentuali. Questi paragoni di incremento vanno bene per l'andamento dei mercati, delle Borse e del famoso spread. Qui, nella Giornata della Colletta alimentare, quello che contano sono i volti delle persone, dei volontari che la Colletta l'hanno preparata e vi hanno lavorato, tutti insieme, per un'intera giornata. Sono i volti delle persone che con tutta tranquillità sono andati a fare la spesa per i poveri.

Se parli con Gianluigi Valerin, uno degli organizzatori della Colletta, ti colpisce che i numeri li ricordi alla fine, quasi con pudore, mentre subito si sofferma nella memoria degli sguardi delle persone che sfilavano nei supermercati e partecipavano alla Colletta. Oppure su quello che dicevano i volontari al termine di una giornata faticosa, ma allo stesso tempo esaltante. Il semplice gesto della carità ha il potere di mandare in soffitta tutti i luoghi comuni e di spiazzare ogni convenzione sociale.
Partecipando alla Colletta si capisce che le distinzioni di classi e di ceti sociali sono convenzioni quasi artificiose. Ci sono solo uomini, donne, bambini che partecipano per fare il semplice gesto della carità e vogliono donare qualche cosa a una persona che ne ha bisogno. Dove sta la distinzione di classe o di ceto? Se per i bambini di Niguarda questo diventa quasi un bel gioco, che poi tramutano in'un'esperienza da ricordare, inalberando un cartello: “Io c'ero”, per altri è una riflessione sulla loro stessa vita.

In uno dei grandi magazzini di raccolta, Milano-Fiera, ti capita di vedere due detenuti, due carcerati in permesso, che lavorano per tutta la giornata e poi commentano con soddisfazione: «Non riusciamo neppure a contare tutte le azioni negative che abbiamo fatto nella nostra vita, ma oggi possiamo dire che abbiamo fatto una buona azione». Non c'è enfasi, nessuna richiesta di perdono, nessuna rivendicazione di riscatto, ma semplicemente la constatazione intima di essere anche capaci di aver fatto del bene. Puoi vedere l'azzeramento dei contrasti politici in una zona di Milano, con consiglieri di zona, berlusconiani o di sinistra, che insieme fanno la stessa cosa: fanno la spesa per i poveri. Che rilasciano dichirazioni che sono identiche nella sostanza e anche nella forma. La rissa politica? La mancanza di coesione? Ecco, di fronte ai supermercati nella Giornata della Colletta alimentare, tutto questo non c'è più. C'è addirittura entusiasmo tra i volontari che hanno lavorato per tutto il sabato e devono ancora sistemare gli ultimi bancali carichi di merce: «Che cosa facciamo? Continuiamo subito per finire? Ma no, prima mangiamo un piatto di pasta tutti insieme, poi finiremo il lavoro».



C'è un volontario infreddolito, che è pure un assistito dalla raccolta. Cammina nella sera con un volantino in mano. È quello che al termine della spesa per i poveri, contiene parole di ringraziamento. Lo stringe in mano come un ricordo, come un il documento che attesta un fatto che non riesce a dimenticare.
Domani ricominceremo a parlare dei rendimenti dei Bbt, della politica di Angela Merkel e della ricapitalizzazione delle banche. Oggi godiamoci il gesto semplice della carità. Si tratta di poesia, non di algoritmi incomprensibili.

venerdì 25 novembre 2011

VIRTÙ, GRATUITÀ E AMICIZIA. COSÌ RINASCE LA VITA CIVICA

Intervista al Cardinale Angelo Scola

di Marco Tarquinio e Francesco Ognibene

Tratto da Avvenire del 21 novembre 2011

Da tempo ormai non si vedeva a Milano una nebbia come quella che sveglia la città al mattino e la avvolge al tramonto in queste intirizzite giornate di novembre. È una coltre leggera che sfuma i contorni, rende labile la fisionomia delle cose. Quasi una metafora dei tempi che attraversiamo, e che osservando la città dalle finestre della sede ar-civescovile su piazza Fontana richiama un’immagine ambientale cui il cardinale Angelo Scola ha fatto ricorso da patriarca di Venezia: il malfermo incedere sull’acqua di una società incerta e confusa. Nebbia e acqua: cambia la scenografia, non l’inquietudine e la sfida. Nell’ora e mezza di colloquio che il cardinale concede ad Avvenire – la prima intervista da quando è tornato nella 'sua' terra ambrosiana, il 25 settembre – sfide e impegni per la Chiesa, i credenti, la città si intrecciano in una tra¬ma e in una visione nella quale siamo tutti presenti.

Eminenza, lasciata Venezia, in questi due mesi che Chiesa ha trovato a Milano?

Circostanze provvidenziali hanno fatto sì che, la scorsa settimana, io abbia potuto compiere un breve pellegrinaggio in Terra Santa con 700 veneziani a conclusione della Visita pastorale. Perché andiamo in Terra Santa? Per calcare le orme di Gesù. Quando sosti davanti al Sepolcro, quando metti la faccia nella cavità dove venne piantata la sua Croce, o vai alla fontana dove sai che Maria e probabilmente Gesù stesso hanno attinto acqua, percepisci la presenza imponente e reale di Cristo. Una presenza che vince la storia. Di questo la Chiesa è sicura. Il tarlo che rode oggi tanta cultura e anche molti battezzati è l’obiezione per la quale Cristo sarebbe un fatto del passato. Invece Cristo ci è contemporaneo. Per venire alla domanda, nel popolo ambrosiano ho potuto cogliere la presenza attuale del Signore.

Come essere all’altezza di questo compito?

Il punto è questo: prendere coscienza che noi siamo, per dono dello Spirito, il 'segno' e lo 'strumento', come si legge in Lumen Gentium, della contemporaneità di Cristo. Perché, come Kierkegaard ha acutamente affermato, solo chi mi è contemporaneo mi può salvare. Il non esserne sempre coscienti genera un 'fare' carico di generosità, ma spesso frammentato e, quindi, difficilmente comunicabile. Se si perde la consapevolezza di questo punto originario che garantisce l’unità dell’io e della comunità, l’azione ecclesiale rischia di ridursi a erogare 'servizi'. La frammentarietà è un’insidia molto pericolosa.

Vede un eccesso di attivismo?

Il problema è dove poniamo il baricentro del 'fare': sull’organizzazione o sull’esperienza di un rapporto – quotidianamente rinnovato – con Gesù e con i fratelli? A volte è come se ci fosse una strana reticenza a comunicare Colui che ci muove, che è il Signore. La testimonianza dev’essere umile, ma è inesorabile. Non si può essere tiepidi. Ci sono però fronti del 'fare' in cui la novità dell’io cristiano è prorompente. Penso, soprattutto, alla condivisione delle fragilità e del dolore. Lì il cuore dell’esperienza cristiana s’impone quasi da sé, perché in quelle condizioni si sperimenta la forza della fraternità tra gli uomini che Gesù ha suscitato nella storia.

Che cosa rende convincenti i cristiani oggi?

La via della testimonianza che scaturisce dall’esperienza di relazioni profonde, co-stitutive, che esaltano la libertà e passa attraverso un modo di raccontarsi nel quotidiano quasi incontenibile e aperto a tutti. Qui sta il movente reale dal quale partire ogni mattina. Siamo appassionati alla missione, cioè al comunicarsi pieno di gratitudine di ciò che gratuitamente ci è stato dato. Non cerchiamo l’egemonia sulla società: i cristiani non sono gli agit-prop di un’azienda che devono vendere un marchio. Siamo gente che – per grazia di Dio e al di là di limiti, fragilità e peccati – ha scoperto il gusto della vita. E questo inesorabilmente tende a comunicarsi.

AUGURI A DON LUIGI NEGRI. SETTANT'ANNI AL COSPETTO DELLA «RAGIONE PROFONDA» DELLA VITA

"Diceva Sant’Agostino che la cosa più stupida che si può fare è festeggiare i compleanni perché il tempo passa lo stesso. Comunque vi ringrazio». Don Luigi Negri non rinuncia mai alla battuta. Oggi il vescovo di San Marino-Montefeltro compie 70 anni.
Settant'anni sono un traguardo importante e don Negri ci tiene a condividere due riflessioni: «Primo: ho sempre più chiaro che il sì che porta all’altare è la ragione profonda della mia vita. Sin da ragazzino ho avuto l’intuizione che non si potesse vivere se non per la gloria di Dio e che qualunque circostanza vada vissuta perché Lui diventi, sempre di più, il rapporto totalizzante dell’esistenza. Essere per Cristo e lavorare per Lui rende liberi dall’esito perché appassionati del merito e non schiavi del successo, in qualunque cosa lo si identifichi». Anche perché «il paradiso è una grazia ma è necessario che ciascuno di noi se la meriti».

«La seconda intuizione – ha detto il vescovo – è il senso della storia che non mi ha mai abbandonato. Ho sempre imparato dalle persone che ho incontrato. Non ho mai finito una giornata senza avere imparato qualcosa e incrementato la mia consapevolezza della presenza del Signore. Questo è il lascito più grande che ho ricevuto da monsignor Luigi Giussani. E valeva quando facevo lezione ai ragazzi come vale oggi che mi reco nelle case degli anziani a cui faccio visita pastorale portando la presenza del Signore e ricevendo ricchezza al di là di ogni immaginazione».
«Il binomio Fede-Cultura – spiega Negri – rappresenta la grande sfida che la Chiesa riceve dal Signore e che ogni generazione deve vivere». «La fede costituisce l’ermeneutica realistica della realtà perché è il modo per andare in profondità come nessun altro nelle circostanze e nelle problematiche che l’uomo incontra nella società. La sfida che ho percepito sin dai primi incontri con don Giussani è stata proprio che la fede mi avrebbe affinato la capacità di leggere la realtà e amare le persone. Ricordo con gratitudine il contributo di monsignor Bontadini che mi ha potenziato questa intuizione, fortificando in me la convinzione che la fede non sia diminuzione di senso critico ma al contrario il senso critico rappresenti l’espressione più acuta di una fede integralmente accolta e vissuta».

martedì 22 novembre 2011

I PROFESSIONISTI DELL’ODIO

È da un pezzo che viviamo immersi in un fetido intruglio di ferocia e stupidità, crudeltà e buonismo, perfidia e melensaggine. È possibile assistere, oggi, a uno spettacolo ancor più ributtante: una nauseabonda genia di vanitosi, velenosi e bugiardi, che si crede la crème spirituale del paese, se non del mondo, dopo aver cercato di sfregiare per anni l’immagine stessa del nostro Paese con un odio inestinguibile, adesso aggredisce gli avversari politici offendendo la loro coscienza, la loro onestà, la loro azione politica



Non c’è limite al peggio. Sono, infatti, orribili le insinuazioni contenute nell’articolo «Sacconi, metamorfosi di un craxiano che volle farsi servo di Dio» scritto da Francesco Merlo e pubblicato sull’ultimo numero de ‘Il Venerdì di Repubblica’ (con una copertina vergognosa dove Sacconi è effigiato insieme a Nicole Minetti e a Tarantini). Il fatto che l’ex ministro abbia riscoperto la fede, in seguito ad una grave malattia, e che pratichi i riti della Chiesa cattolica, alla stregua di ogni fedele, diventa, nell’articolo, oggetto di dileggio e di caricatura.


Scrive Giuliano Cazzola: “Essere stati ‘craxiani’, agli occhi di Merlo, è un segno di colpevolezza al pari dell’’essere servo di Dio’. Come se Sacconi, secondo l’autore, sbagliasse linea di condotta quando chiede dove sta la chiesa più vicina per andare a messa come quando non si piega ai diktat della Cgil (di solito fanno così i ministri del Lavoro dei governi di centro sinistra, incluso – lo vedremo presto – il paludato esecutivo dei professori). “Sacconi – scrive Merlo – è il neomilitante di un Cristo intrufolato nella ricerca biogenetica, contro la libertà di sesso, contro la decisione di abortire, di divorziare, convertito ad un Gesù che scende in piazza contro i gay, il Dio infernale delle processioni, il Dio delle peggiori democrazie cristiane”. E conclude l’articolo, in cui, in modo del tutto gratuito, la fede è mischiata alla politica, scrivendo: “Ecco dunque Sacconi, un caso di conversione all’italiana nella quale l’ostentazione della fede fa da sfondo all’ambizione personale”.


Questo dissennato accanimento mediatico, finalizzato a mantenere l’odio per impedire un confronto politico “normale”, esprime la cultura dell’intolleranza, della negazione del confronto, della ghettizzazione, dell’insulto e dell’odio, in nome di un antifascismo che non è l’opposto del fascismo, ma che è un fascismo di segno opposto . Cosa pensare di questo dissennato accanimento? Non basta parlare d’invidia. Non basta parlare di rabbia. Non basta parlare di rancore e di volontà di vendetta. Occorre parlare anche di disperazione e di empietà. In questo odio anticristiano è racchiuso forse tutto il sugo di quella micidiale ideologia, sopravvissuta al crollo delle sue sorelle e cuginette comuniste e nazifasciste, che è l’ideologia laicista.


“In sostanza, conclude Cazzola, gli adepti del partito di Repubblica, di cui Merlo è attivo militante, non hanno solo la pretesa di distribuire, in via esclusiva, le patenti di onestà, di competenza e di capacità politica. Ma pretendono anche di entrare nelle coscienze per valutare quale sia il rapporto con la Divinità. Si vede che per loro è inconcepibile che il Dio «che atterra e suscita, che affanna e che consola» possa accogliere nella sua comunità anche le pecorelle che si sono smarrite al seguito del Cavaliere. I «berluscones» saranno reietti nell’Aldilà come lo sono stati sulla Terra”.

lunedì 21 novembre 2011

IL PASSAGGIO DI CONSEGNE



Il Corriere della Sera, con una campagna accanita e quotidiana, ha contribuito in modo decisivo alla distruzione dell’immagine personale di Berlusconi, e insieme alla caduta del suo governo.
E infatti adesso, fra editorialisti e banchieri proprietari, gran parte del governo “tecnico” è di area Corriere, a partire dal premier. Ha quindi bisogno, il Corriere, di far vedere che non è poi così vorace, e oggi ha pubblicato una lettera di protesta da parte di un gruppo di persone. Nient’altro che uno specchietto per le allodole, sia chiaro, ma sempre meglio di niente.


Il testo della lettera è ottimo, ed io ho scritto al Corriere per aderire.
Facciamolo tutti: facciamo circolare la lettera e raccogliamo le adesioni!
Scriviamo a lettere@corriere.it, sromano@corriere.it

Ecco il testo:
Governo: il passaggio di consegne (da Il Corriere della Sera 20.11.2011)




Quello che è successo e succede in Italia sembra paradossalmente ricalcare quello che è accaduto in Libia.
Un Paese extraeuropeo, con un dittatore intollerante e spregiudicato, in seguito ad alcuni disordini che, a paragone di quelli avvenuti in Siria, facevano ridere, è stato spietatamente bombardato e invaso dalle “forze democratiche Nato” alla conquista di petrolio e gas.
L’intervento è stato accoratamente invocato dal presidente Napolitano che non poteva rimanere sordo al grido di dolore. Non potremo mai dimenticare le immagini della fine orrenda di Gheddafi, bombardato fino all’ultimo da Usa e Francia e poi volutamente lasciato nelle mani di quei macellai.

Nello stesso modo, non potendo l’Italia essere bombardata dalla UE e dagli Usa (anche perché non abbiamo petrolio o gas), lo spauracchio dello spread (ma perché non lo chiamiamo differenziale?) sui Btp è stato usato dalla Banca centrale europea e soprattutto dall’inquietante sodalizio Merkel-Sarkozy per eliminare l’altro oppositore: Berlusconi e il suo governo che si erano permessi di avere una politica estera personale con Bush, Putin e Gheddafi (la scelta del nuovo ministro degli Esteri dimostra tutto lo spasmodico desiderio di compiacere Obama che non ne ha azzeccata una fino ad ora). La Deutsche Bank per prima ha dato inizio all’operazione e via di seguito con gli Usa. La lettera della Bce, non condivisibile se non in minima parte dalle opposizioni, è stata sventolata a mo’ di vessillo per accelerare la dismissione di questo governo.

Napolitano ha preso in mano la questione e con una celerità terrificante ha nominato il nuovo premier senza neanche aspettare le dimissioni di quello precedente, accollandoci anche la spesa di mantenerlo come senatore a vita.

Tutte le procedure costituzionali sono state azzerate, un governo democraticamente eletto mandato via sotto gli insulti dei benpensanti che in Italia, da Piazzale Loreto in poi, non mancano mai: un golpe in poche parole.

Conosciamo ora i nomi dei nuovi ministri: Corrado Passera che da mesi preparava il suo ingresso e quello di Monti al governo, altri 3 o 4 banchieri, un ammiraglio, un prefetto, uno del volontariato, le università private e pubbliche, tutti doverosamente dell’area di riferimento della sinistra, che incapace di andare al potere per meriti suoi perché impresentabile ed inefficiente, si ripresenta camuffata da tecnici.

Per noi questo è un ribaltone, non un governo tecnico; per questo motivo non pensiamo più di essere in un paese democratico: non lo pensavamo prima perché c’era una forza che remava contro il governo costituita dai magistrati che hanno un poco alla volta distrutto l’immagine di un uomo che assomma grandi capacità a una vita personale non ineccepibile che avremmo potuto anche non conoscere.

Hanno grandi responsabilità anche i giornalisti perché hanno contribuito a distruggere la nostra immagine all’estero.

Il risultato finale è questo bel governo: non crediamo che potrà fare molto e comunque non è un governo scelto dagli elettori.

E’ peggiore il default finanziario o quello della democrazia?

Alberta Pertusio, Massimiliano Callori di Vignale, Marialuisa Scofone Ronga, Ingrid Scofone, Pia Dufour, Roberta Porsenna, Romano Rosazza Bertina, Paola Bernizzoni, Daniela Romani, Marinella Mordiglia, Rosanna Arbarello, Roberto Angelini, Teresa Bernizzoni, Maria Luisa Caponia.

aggiungo la mia firma  TOMMASO MARCATELLI

L'UOMO E' CIO' CHE MANGIA

Il paradosso della coesistenza tra comunismo e capitalismo lo abbiamo chiaramente in Cina, ma in una certa misura anche in Italia; non è un caso che il presidente della repubblica Giorgio Napolitano abbia nominato Mario Monti senatore a vita (per indicarlo come futuro presidente del Consiglio incaricato), come non è un caso che Silvio Berlusconi si sia immediatamente dimesso, dopo diciassette anni di potere. Evidentemente i poteri forti devono aver deciso che così andava fatto.
Ma la scelta di un economista “neutrale” è nell’ottica del potere che deve adottare quelle misure restrittive che Berlusconi non avrebbe mai potuto prendere, pena la sollevazione sindacale di tutto il Paese.

Allora cosa fa il nostro presidente della repubblica? Sceglie un “tecnico” che rimetta a posto le questioni strettamente economiche, nella visione totalmente marxiana secondo la quale, una volta risolte tali questioni, si costituisce l’uomo nuovo. Non c’è alcun antagonismo tra comunismo e capitalismo, dal punto di vista dell’impostazione: entrambi ritengono che l’uomo sia un insieme di bisogni materiali, una volta soddisfatti i quali, l’uomo sarà contento e felice: Karl Marx infatti è l’ultimo degli economisti classici e parte dagli stessi presupposti (la produzione e la crisi di sovrapproduzione), ispirandosi a David Ricardo per la teoria del valore-lavoro e quindi dello sfruttamento dei capitalisti a danno dei lavoratori.
Le teorie sono diverse, ma la base di partenza è la stessa: l’uomo è ciò che mangia (Feuerbach) e perciò se migliora quello che mangia migliora anche l’uomo: se cambia il modo di produzione cambia anche la natura dell’uomo (Karl Marx).

prof. Pietro Marinelli ( da Cultura Cattolica)

DARE LA CACCIA ALLE FARFALLE

Questi sono giorni in cui è evidente che la comunicazione sembra fatta apposta per creare una mentalità che di fronte al potere non sappia più resistere. Sembra il realizzarsi della profezia di Miłosz: «si è riusciti a far capire all’uomo che se vive è solo per grazia dei potenti. Pensi dunque a bere il caffè e a dare la caccia alle farfalle. Chi ama la res publica avrà la mano mozzata». Qualunque sia il volto dei potenti, che possono servirsi dei vari servi di turno.


DON GABRIELE MANGIAROTTI (DAL SITO DI CULTURA CATTOLICA)


Notizie sul nuovo Ministro Balduzzi, tratte da “Il Timone”:

Febbraio 2007: i Dico per le unioni tra omosessuali.

È la sera dell’8 febbraio 2007 quando tutti i principali telegiornali si aprono con le immagini del Ministro delle Pari opportunità Barbara Pollastrini e del Ministro della Famiglia Rosy Bindi che annunciano con toni trionfalistici il disegno di legge sui Dico. La sigla - che significa “DIritti e doveri delle persone stabilmente COnviventi” - indica la volontà del Governo Prodi di riconoscere una serie di diritti alle coppie di fatto, anche dello stesso sesso.

È il provvedimento più contestato di tutta la breve vita dell’esecutivo di centro sinistra. Il Ministro Bindi si giustifica dicendo che alla stesura del decreto «hanno collaborato molti giuristi cattolici», guidati da Renato Balduzzi (presidente del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale) e da Stefano Ceccanti (ex presidente della FUCI - Federazione Universitaria Cattolica Italiana). La Chiesa e le opposizioni intervengono duramente, e ne scaturisce una mobilitazione che sfocia nel Family Day, a Roma, il 12 maggio 2007. Anche esponenti della maggioranza prendono poco alla volta le distanze dai Dico, che naufragano.

Il rapporto con la Chiesa cattolica. La vicenda dei Dico porta il Governo al minimo storico nei rapporti fra potere politico e Chiesa in Italia. Alcuni cattolici che fanno parte dell’esecutivo tentano di far credere che i Dico siano compatibili con il Magistero, e vengono apertamente sconfessati dalla Conferenza episcopale. I partiti della sinistra al governo (comunisti, verdi, socialisti) e i radicali aprono il fuoco contro “l’ingerenza del Vaticano nella politica italiana”. I rapporti con la Chiesa resteranno tesi per tutta la legislatura.

EUGENIA ROCCELLA E LE LINEE GUIDA DELLA LEGGE 40

“Visto il ‘polverone strumentale’ che è stato sollevato nelle ultime ore a sulle linee guida sulla legge 40, vorrei precisare quanto segue.


1. Non c’è stato alcun golpe per la predisposizione delle linee guida della legge 40. Semplicemente, come prevede la legge, è stata inoltrata al Consiglio Superiore di Sanità la richiesta di un parere su un testo sul quale abbiamo lavorato, in assoluta trasparenza, da almeno due anni. La parte più innovativa, e cioè l’applicazione alla N delle direttive europee 23/2004 e collegate, è stata messa a punto da un osservatorio a cui partecipavano Ministero, Regioni, Istituto Superiore di Sanità, Società Scientifiche ed operatori del settore, ed è stata successivamente condivisa con le regioni, che le hanno approvate all’unanimità sempre, a tutti i livelli.

La richiesta al CSS è stata fatta nel pieno delle funzioni dell’attuale governo, al contrario di quanto avvenne per il decreto con cui il Ministro Livia Turco licenziò il le linee guida nel 2008, che portano la data dell’ 11.4.2008, firmato addirittura a camere sciolte.

2. Le linee guida come si sa possono fornire solo indicazioni per l’applicazione della legge; non possono quindi vietare né consentire più di quanto sia già previsto dalla legge vigente.
La legge 40 prevede, all’art. 4, afferma che l’accesso alla PMA è “circoscritto ai casi di sterilità o di infertilità”: le coppie portatrici di malattie genetiche possono ricorrere alla PMA solo nel caso siano infertili.
Per quanto riguarda la diagnosi preimpianto, la legge prevede, per la parte sulle misure a tutela dell’embrione (art. 13), in particolare: “La ricerca clinica e sperimentale su ciascun embrione umano è consentita a condizione che si perseguano finalità esclusivamente terapeutiche e diagnostiche ad essa collegate volte alla tutela della salute e allo sviluppo dell’embrione stesso, e qualora non siano disponibili metodologie alternative”, e vieta “ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni”.
Nelle linee guida abbiamo riportato esclusivamente alcuni passaggi del testo di legge. Del resto, la possibilità di eseguire la cosiddetta diagnosi osservazionale, prevista dalle linee guida firmate dal Ministro Sirchia, è stata cancellata dal Ministro Turco in seguito a una sentenza in cui si stabiliva l’impossibilità di utilizzare le linee guida per modificare il testo di legge.

3. Non si può quindi cambiare la legge attraverso le linee guida, ma solo con un referendum abrogativo (che ha dato risultato opposto), oppure con un intervento del Parlamento o della Corte Costituzionale.
Dopo l’approvazione della 40, l’unico intervento della Corte che ha modificato il testo riguardava l’abolizione del limite massimo di tre embrioni per un unico e contemporaneo impianto, e una notazione sulla tutela della salute delle donne, entrambe recepite dal testo delle nuove linee guida.
Sul resto della legge 40, la Consulta finora non ha modificato niente.

Sentenze di tribunali civili o amministrativi valgono solamente per i singoli casi esaminati e, notoriamente, non possono cambiare un testo di legge.

4. Per quanto la volontà di schedare i pazienti, si tratta di un’accusa insensata, ingiustificata ed irresponsabile, che dimostra tutta la sua strumentalità. Abbiamo applicato, con la condivisione delle regioni, direttive europee su qualità, sicurezza e tracciabilità di cellule e tessuti, nell’ambito della PMA. Come dovrebbe essere ben noto, e non solo agli addetti ai lavori, ogni atto medico è tracciabile, ed ogni tipo di cessione di materiale biologico ad uso clinico deve essere tracciabile, per ovvi motivi di sicurezza sanitaria: dalla donazione degli organi, a quella del sangue, a quella delle cornee, e via di seguito. Abbiamo applicato gli stessi criteri di sicurezza anche alla PMA, uniformandoci alla normativa europea.

Rispedisco quindi al mittente le volgari accuse di sfacciataggine e arroganza (evidentemente rivoltemi per aver applicato la legge), ed aggiungo quelle di disinformazione e malafede”.

Eugenia Roccella

venerdì 18 novembre 2011

SANITÀ EMILIANO ROMAGNOLA UCCISA DALLA POLITICA

ALL’OSPEDALE ferrarese di Cona manca ancora la carta igenica, ed è questo uno dei mille motivi per cui la sua apertura è slittata per la diciannovesima volta. Il governatore Errani, nel gennaio del 2009, promise: «Per Cona non perderemo neanche un minuto». Ne ha persi ‘solo’ 11 milioni e 563 di minuti, cioè 22 anni. Complimenti.
Sono passati vent’anni da quando Papa Giovanni Paolo II posò la prima pietra nella valle “ Della Morte”

Complimenti anche ai cervelloni dell’assessorato regionale alla Sanità che sono persino riusciti a farsi rimproverare dal Garante della privacy per come hanno ridisegnato i nuovi ticket, che consentono a medici e farmacisti di farti i conti in tasca.

 Questa, signori, sarebbe la sanità modello d’Italia: tanto di cappello ai medici, per carità, ma sui politici lasciamo perdere.Sul pasticciaccio ticket, c’è una locandina, appicciccata negli ospedali e un po’ in tutte le sale d’aspetto degli ambulatori regionali, che grida vendetta. In questa locandina, la Regione Emilia Romagna dà (giustamente) le istruzioni tecniche agli utenti ma si lancia anche in un attacco sbracato all’ex governo.

Non si fa così. O meglio: Errani e l’assessore Lusenti sono liberissimi di attaccare politicamente Berlusconi, magari Monti o chi par loro, è ovvio. Ma nel momento in cui questi signori rappresentano l’Istituzione Emilia Romagna e si rivolgono ai cittadini, no. Devono diventare tecnici. Fra istituzioni (di qualunque colore politico esse siano) serve rispetto e collaborazione. Altrimenti è l’anarchia, altro che federalismo.


MASSIMO PANDOLFI

vedi anche: http://ferrara.webnode.it/news/ospedale-di-cona/

mercoledì 16 novembre 2011

IL GOLPE DEI BANCHIERI, I NUOVI BARBARI

"Una volta i Golpe li facevano, o li tentavano, i militari. Oggi li fanno i banchieri", scrive Gaiani su labussolaquotidiana. it. In tutto questo caos l'unico elemento chiaro è che stiamo assistendo al crollo della democrazia, cioè della legittimità dei governi eletti dai popoli di guidare alcuni Paesi. E questo sembra più chiaro proprio in questi giorni. "L'obiettivo di mesi e mesi di feroci attacchi mediatici alla "casta" politica. Intendiamoci. La classe politica è indifendibile e non brilla per parsimonia, capacità e competenza ma benché i suoi difetti siano noti da tempo solo recentemente attaccarla è diventato lo sport nazionale più diffuso. Le ragioni di questo assedio alla legittimità dei (pur spesso impresentabili) rappresentanti del popolo sembrano più chiare oggi alla luce di quanto sta accadendo in Grecia e in Italia dove governi di espressione politica diversa (Centrodestra a Roma, Centrosinistra ad Atene) vengono fatti crollare e rimpiazzati dal direttorio politico-economico franco-tedesco composto da esponenti della grande finanza e della burocrazia dell'Unione Europea".


Tra l'altro è paradossale che a "sostenere questa espropriazione del popolo - scrive Riccardo Cascioli - siano proprio quelli che in questi anni si sono battuti per il ritorno delle preferenze nel sistema elettorale. A cosa serve dare la preferenza se poi tanto la legittimità di un governo sarà decisa altrove?"

Ci sono poi due menzogne enormi che meritano di essere messe in rilievo, come scrive Riccardo Cascioli sempre su labussola quotidiana.

La prima è che un “governo tecnico” sia neutro, funzioni cioè come un idraulico o un elettricista: c’è un guasto, arriva il tecnico e lo aggiusta. In questo caso tra un tecnico e l’altro – a parte l’accuratezza del lavoro e il prezzo – non è che ci siano grandi differenze. Il guasto è quello, la strada per ripararlo è praticamente obbligata. Con il governo Monti ci si è comportati allo stesso modo, tanto è vero che nessuno gli ha chiesto nemmeno il programma, che cosa intenda fare, le forze in parlamento gli hanno dato il via libera prima ancora che proferisse una parola. Ma l’economia non è così: per il lavoro da fare un tecnico non vale l’altro, perché ogni scelta economica dipende da una visione dell’uomo, del lavoro, della società e perfino di Dio. Peraltro finora al ministero dell’Economia – in questo come nei governi passati – si sono sempre seduti dei “tecnici”, il che non ci ha impedito di arrivare sull’orlo del baratro. In effetti, non solo le scelte economiche dipendono da qualcosa che viene prima, ma c’è anche il fatto che l’economia non è una scienza esatta. Tanto è vero che nessun economista aveva previsto la crisi che oggi ci troviamo a vivere e basta dare un’occhiata a diversi giornali per capire quante idee diverse tra loro abbiano i cosiddetti “tecnici”.
Questo fatto rende ancora più grave la scelta al buio di un governo “tecnico” senza che si dica con chiarezza cosa si vuole fare, fosse anche la realizzazione pedissequa di quanto contenuto nella lettera della Bce.

La seconda menzogna è legata alla prima: è vero che la crisi economica è grave e certamente è sulla politica economica che si richiede la massima concentrazione, ma un economista a capo dell’esecutivo dà l’idea che l’economia sia praticamente l’unica occupazione vera del governo. Ma se Monti dovrà governare due anni, ammesso che avrà pure successo in economia, cosa intende fare in materia di giustizia, di scuola, di bioetica, di sanità e così via? Il sospetto che con la scusa dei tecnici vengano fatte passare altre misure, in campi diversi dall’economia, che non sarebbero mai potute passare con il governo appena dimesso, è più che lecito. E anche se così non fosse resta un errore di prospettiva identificare l’attività di un governo con la sua politica economica. Per quanto l’economia sia importante essa non può occupare tutto l’orizzonte della nostra vita sociale.

Nel 1911 Chesterton scrivendo “la ballata del cavallo bianco” medita su un fatto storico realmente accaduto. Nell’anno 878 il re Alfredo il Grande d’Inghilterra aveva appena sconfitto l’invasore, il re di Danimarca Guhtrum. Ma nonostante quel momento di tranquillità una notte sogna che un altro esercito stava entrando in Inghilterra, più pericoloso di quello dei Danesi:

anche se arriveranno con carta e penna
e avranno l’aspetto serio e pulito dei chierici

da questo segno li riconoscerete
dalla rovina e dal buio che portano
da masse di uomini devoti al nulla..”
………………………………………………
da questa rovina silenziosa
dalla vita considerata una pozza di fango,

da un cuore spezzato nel seno del mondo,
dal desiderio che si spegne nel mondo;

dall’onta scesa su un Dio e sull’uomo,
dalla morte e dalla vita rese un nulla,
riconoscerete gli antichi barbari,
saprete che i barbari sono tornati.

Quando Chesterton dice che la caratteristica di questi uomini è essere devoti al Nulla, in fondo dice che per questi uomini non c’è nessun senso che si offra dentro al quotidiano lavoro dell’uomo, nell’amarsi di un uomo e una donna, nelle grandi esperienze della vita. Che cosa ne è allora dell’uomo? Che vive senza sapere perché vive, che esercita la sua libertà senza sapere perché è libero, che lavora senza sapere perché lavora, e alla fine muore senza sapere perché muore. Questo è l’uomo di oggi, che Benedetto XVI descrive ogni giorno nei suo in interventi, cercando di prendersene cura.

martedì 15 novembre 2011

IL GRIDO DI SUOR GLORIA GUIDA


Vedo, per fortuna, raramente il telegiornale. Oggi, ahimè, l’ho visto. Avevo appena mangiato e, a stento sono riuscita a non stare male. Mi vergogno di essere italiana. Lo ripeto, mi vergogno. E dicendo questo ho la lucida consapevolezza che molti, moltissimi, del centro destra e del centro sinistra italiano, si associano alla mia vergogna. Sono i tanti che ho incontrato durante le mie conferenze, i tanti che sono venuti a trovarmi. Tanti e non tutti “ciellini”, anzi… molti provenienti dall’altra parte della barricata. Sì, mi duole usare questa parola tuttavia oggi in Italia esistono barricate e basta. La guerra civile è dietro l’angolo e noi ce ne stiamo in poltrona magari applaudendo alle immagini ignobili della folla sotto il Quirinale, del patetico coro che canta l’alleluja!


Ma andiamo! Siamo seri, signori! State inneggiando al vostro funerale, non a un funerale politico, ma al funerale della vostra dignità, al funerale della vostra umanità, al funerale (e questo è quello peggiore) della vostra, anzi no, scusate, della nostra libertà. Mi sono immedesimata per un attimo nello straniero di turno che guarda distrattamente le immagini del mio paese, della mia gente, del mio governo, di qualunque colore esso sia. Mi sono immedesimata e davvero ne ho provato vergogna: gestacci improponibili, volgarità assurde, la musica di Hændel ridotta a bandiera della propria ira. Ma dov’è finito il semplice codice della strada che anche i pedoni e i dimostranti dovrebbero saper usare? Davvero Dio solo lo sa!

Mi dispiace che coloro che sono al governo, anche quelli dell’opposizione, quelli che sperano da questa situazione di poter finalmente governare, anche loro non si sono degnati neppure di stigmatizzare gli eventi, di esprimere le loro perplessità di fronte a simili manifestazioni. Il proverbio antico, mi pare dica: chi tace acconsente!

Mi viene da dire, ci sta bene! Ci sta bene per tutto il tempo che abbiamo trascorso non a fare politica, ma a fare del gossip. E quelli che ora gongolano, presto saranno alla gogna e allora non rideranno più. Peccato, carissimi, che non riderà più nessuno, né noi e né altri. Raccolgo le voci di tutti gli indignati, a destra e a sinistra. Raccolgo la voce di tutti quelli che si sentono ancora italiani, del nord del centro e del sud. Non di quelli che celebrano una bandiera perché fa comodo al potere di turno, ma di quelli che la bandiera la onorano davvero, con l’esemplarità della loro vita, l’impegno lavorativo sincero, la dedizione al loro stato di vita. Sì, voglio raccogliere la voce di questi, una folla sterminata, credetemi, sterminata e trasversale e se non fossi una monaca vorrei gridare: facciamo il partito degli educati. Ma che dico? In memoria di Santa Caterina da Siena, patrona d’Italia e religiosa (e alla faccia di chi dice che i preti e le suore dovrebbero stare tra le quinte - solo naturalmente quando vogliono loro), lo voglio proprio gridare: Facciamo il partito degli educati! Di quelli che per difendere i propri diritti non devono per forza parlar male di qualcuno, di quelli che per realizzare cose buone per il proprio paese non devono far ricorso ad intercettazioni e porno story. Di quelli che ancora credono nell’onestà intellettuale, nel valore profondo della politica come mezzo per esprimere l’amore alla propria terra, alla propria cultura alla propria dignità.

Voglio raccogliere tutte queste voci e invitarle a dissociarsi, pubblicamente da questi e altri gesti simili, dalle ultime scene romane nere e rosse, e di altri possibili colori. Vogliamo essere governati da uomini e non da adolescenti che usano della politica per mascherare le loro capricciose velleità. Vi prego aiutiamoci a difendere il nostro diritto di essere finalmente italiani!

domenica 13 novembre 2011

O CAPITANO MIO CAPITANO

DI ASSUNTINA MORRESI

Caro Silvio Berlusconi,
sono una qualsiasi dei milioni dei tuoi elettori.

Ho visto le immagini di stasera: quattro scalmanati cresciuti a odio e Santoro, che non riuscendo mai a vincere le elezioni ( e chi li vota?) si sono ridotti a festeggiare le dimissioni di una persona che invece le ha vinte tante volte. Quattro scalmanati che salutano come salvatore della patria un banchiere mai votato da nessuno (Monti), indicato da un comunista mai pentito di aver sostenuto le peggiori dittature del secolo scorso (Napolitano).

Allora ho deciso di scriverti, per ringraziarti, invece, dei vent’anni di libertà che ci hai regalato.

Ti ringrazio, perché scendendo in campo nel ’94 ci hai salvato dalla “gioiosa macchina da guerra” che avrebbe voluto fare dell’Italia un paese governato da alcune procure. Le stesse che ti hanno perseguitato per vent’anni, e se adesso quei poteri sembrano aver vinto, sappi che non potranno avere la meglio come sarebbe stato vent’anni fa, perché nel frattempo le tue incredibili vicende ci hanno aperto gli occhi. Non praevalebunt.

Ti ringrazio, perché ci hai liberato dagli inciuci della Prima Repubblica, e ci hai fatto vedere che noi cittadini possiamo scegliere il nostro premier, e anche la coalizione che ci governa. E se ci stanno riprovando, le stesse facce di allora, a ripetere la storia – figliocci della “parte oscura” della DC – adesso siamo consapevoli del fatto che quella non è l’unica politica possibile.

Ti ringrazio perché ci hai fatto vedere che quelli del cosiddetto salotto buono del paese – a partire dai direttori del Corriere, di Repubblica, insieme a tanti sussiegosi e vuoti editorialisti, incapaci di costruire alcunché nella loro vita, e insieme a vili servi dei potenti, assoldati come giornalisti “anticasta” (ma la loro è la vera casta) – ecco, quelli del cosiddetto salotto buono sono solo vogliosi di potere, sprezzanti del popolo, e per loro è insopportabile che gente al di fuori della loro cerchia possa avere accesso alle istituzioni.

Per questo non ti hanno mai tollerato: tu non sei mai stato asservito a loro, non sei uno di loro, non sei quello che ha le parole giuste, le amicizie giuste, i vestiti giusti, i modi giusti, insomma, tutto giusto al posto giusto. Tu parli come uno di noi, e, paradossalmente, pur immensamente ricco, sei uno di noi. Per questo non ti tollerano.

Ti ringrazio perché hai cercato di salvare Eluana Englaro, con un coraggio che pure certi illustri prelati se lo sognano. Chi salva una vita, o cerca di salvarla, salva il mondo intero, e Dio te ne renderà merito. Solo tu avresti potuto farlo, quel tentativo disperato, e sta’ certo che comunque in tanti non lo dimenticheremo mai, come non dimenticheremo il vile timore di tanti che sono pronti a riempirsi la bocca di parole in difesa della vita, e che allora, invece, erano atterriti dallo scontro con il compagno Napolitano.

Un grande cardinale ha spiegato che è meglio essere contestati che irrilevanti. Te lo voglio ripetere, in questa sera amara e dura, non per consolarti ma perché questa è la sorte di chi nella storia ci entra con tutti e due i piedi, e ci mette la sua faccia, sbagliando pure, e magari pure sbagliando tanto, ma mettendo in gioco tutto se stesso, come hai fatto tu, che di tanto puoi essere accusato ma non certo di irrilevanza.

In questi tre anni per fermarti hanno fatto di tutto, approfittando certo anche di tuoi errori, ma non è questo il punto: sei stato alla mercè delle procure, ti hanno origliato come neanche in Unione Sovietica, coperto di fango e svillaneggiato, poteri forti e circuiti mediatici e giudiziari che pur di farti fuori hanno messo in seria difficoltà il paese, e adesso, gli stessi, dicono di volere un altro governo per il bene dell’Italia. Quell’Italia che loro, e non tu, hanno gettato nel ridicolo agli occhi del mondo.

Voglio ringraziarti perché ti sei battuto come un leone, fino alla fine.

Abbiamo assistito obtorto collo ad un golpe. Non avresti potuto fare diversamente: saresti stato il capro espiatorio dello spread, dei mercati, e di tutte le altre diavolerie che hanno lanciato contro l’Italia per farti fuori, e farci fuori. Votare adesso, subito, avrebbe significato votare sotto le bombe, col terrorismo mediatico sul paese che sprofondava, e tutta la colpa sarebbe stata tua. La democrazia è stata momentaneamente sospesa.

Ma non finisce qua. Adesso comincia. Noi, intanto, teniamo gli occhi ben aperti, su Monti & C..

Per ora, un grande, grandissimo e affettuoso abbraccio: siamo in piedi sulle sedie, in tanti, a salutarti “o capitano mio capitano”, ma a questo film, stavolta, un seguito ci sarà.

Assuntina Morresi

L'ANOMALIA ITALIANA E "GIORGIO THE LIBERATOR"

Lupi, e i pericoli della dissoluzione



domenica 13 novembre 2011 da "ilsussidiarionet"

Vicepresidente della Camera dei deputati, esponente di spicco del Pdl, grande esperienza politica e amministrativa, Maurizio Lupi sembra cogliere soprattutto in queste dimissioni del Governo di Silvio Berlusconi elementi che possono essere di grande riflessione, ma anche di crescita, di positività per la politica, per lo stesso Pdl. E per lo stesso Paese, perché si affermi una politica con la “p” maiuscola che guardi al bene comune di una intera società.

Onorevole Lupi, Silvio Berlusconi si è dimesso. Adesso che fase politica si apre in Italia con l'insediamento di un governo, tecnico o di emergenza o di unità nazionale, lo si chiami come si vuole?
Questa è una fase in cui la strada più lineare era quella di andare alle elezioni. E adesso occorrerà pur fare delle riflessioni, quando si è di fronte a una realtà come questa. Realtà in cui i mercati decidono i governi dei singoli Paesi, oppure il presidente francese, Nicolas Sarkozy, si permette di dire apertamente quale governo gli piacerebbe vedere in Italia. Qui occorrerà riflettere e discutere, tra tutti, sull'importanza della democrazia, sul valore della democrazia, che resta sempre la via maestra da seguire.
In questi giorni, nel mezzo di una crisi politica grave, il Pdl ha fatto un milione e duecentomila iscritti, che ci chiedevano di andare alle elezioni. Si è deciso per un bene superiore, di fronte a un'emergenza, per il bene comune di un Paese. Perché questo vale di più delle ragioni di un partito e degli stessi suoi iscritti ed elettori. C'è una sfida in atto, tra le ragioni della democrazia e quelle del mercato, dobbiamo fare i conti con il mercato. Adesso bisognerà ragionare sul valore della persona, innanzitutto, anche di fronte a poteri più forti.

E' su questo che avete ragionato nell'Ufficio di presidenza del Pdl?
Sono rimasto personalmente molto soddisfatto di questa riunione dell'Ufficio di presidenza, dove ognuno liberamente motivava le sue convinzioni, sia a favore delle elezioni, sia per una disponibilità verso il governo Monti. Alla fine siamo arrivati a una sintesi unitaria nell'offrire la disponibilità a un governo Monti verificando innanzitutto i contenuti di un governo di questo tipo. Poi vorremmo vedere i contenuti dell'eventuale azione di questo Governo, il programma, e cioè se è collegato alla lettera della Bce oppure va oltre. Infine, siccome i governi sono fatti da uomini in carne e ossa, occorrerà verificare anche i componenti di questo Governo.
In più bisogna fare un'altra considerazione, direi che esiste una pre-condizione: quella di avere il senso della responsabilità di arrivare a un armistizio tra le forze politiche di maggioranza e di opposizione, senza più sentire i toni di insulti che si sono avuti oggi nel dibattito alla Camera, senza che vi siano più dimostrazioni ben organizzate di squallida contestazione per le strade. Qui non si apre una strada di “nuovi assetti politici”, ma di ragionamenti comuni in una fase delicata per il Paese. Poi ognuno ritornerà nel suo posto di appartenenza.

Scusi, onorevole Lupi, perché si è arrivati a questo punto, alla caduta del Governo e alle dimissioni di Berlusconi?
Il tempo ci aiuterà a comprendere dove abbiamo sbagliato, quali responsabilità ci sono. Ma, ripeto, che occorrerà riflettere sull'intero contesto. Come è possibile che l'insieme dei cosiddetti “poteri forti” si coalizzino contro Berlusconi? Ma con quale criterio i mercati riescono dire che Berlusconi non è affidabile e invece Monti è affidabile? Su questi argomenti credo che debba esserci un terreno di riflessione comune sia alla maggioranza che all'opposizione. E penso che questo problema se lo debbano porre anche al di fuori dell'Italia. In Francia lo spread sta già saltando, le banche francesi sono in difficoltà.
Vediamo che cosa farà Sarkozy se per caso la speculazione cambia obiettivo. Anche Angela Merkel alla fine dovrebbe farci un pensiero. Il problema che ci deve porre è perché c'è questo strapotere della finanza, che non guarda all'economia reale e nello stesso tempo c'è questa debolezza della politica.

Ormai c'è chi parla apertamente di “tramonto del berlusconismo”, lei che ne pensa onorevole Lupi?
A me non piacciono gli “ismi”, mi ricordano l'ideologia, gli ideologismi. Non mi piaceva quando si parlava di “berlusconismo”. Silvio Berlusconi è una persona, viva e vegeta. Credo che in questo momento, con la nomina di Angelino Alfano (41 anni) a segretario, abbia fatto diventare il Pdl un vero partito. Mi interessano le persone e come affrontano la realtà, non gli “ismi”. Esiste un progetto per questo partito. Devo anche aggiungere che non mi piacciono affatto i “coccodrilli” che leggo in giro. I “coccodrilli” si scrivono quando uno è morto.

C'è chi dice che questo “tramonto” si confonda con il “tramonto” della cosiddetta “seconda repubblica.
O forse nella trasformazione in “terza repubblica”. Poi tutti potranno giudicare quale sia stata la migliore.
(Gianluigi Da Rold)

ELIMINARE I CRETINI? UN PROGRAMMA POLITICO IRREALIZZABILE

sabato 12 novembre 2011

IL GOVERNISSIMO

AVEVA RAGIONE SBARDELLA


Nasce il governissimo? Lo prefigurò lo 'squalo', politico di area andreottiana (fino a un finale scarto), uomo spiccio, rude e vasto. Lo chiese in tempi duri per l’Italia. Non come questi.

Il ritorno della ipotesi sbardelliana implica due cose.

La prima: la sinistra al governo dovrà fare le riforme nel mondo del lavoro e delle pensioni invise alle ali più estreme del suo schieramento. Questo significherà scontro sociale. Fomentato dalla sinistra di protesta che segue la lunga tradizione di gara su chi è più puro e più di sinistra. Prepariamoci.

La seconda conseguenza è che non sarebbe un governo di Berlusconi ma comunque nato non 'contro Berlusconi'. E dunque chi pensava che fosse lui il tumore (pensiero smentito da borse e fatti) non trova nel 'governissimo' granché di soddisfazione...

E dunque l’osso non basterà, alibi e pregiudizi non caleranno.

Ma Sbardella aveva visto lungo. Quando l’Italia si impantana certe forze si devono unire a costo di subire azzannamenti, resistere a deviazioni ideologiche, rispondere a tensioni reali e provocate. La strada è dura. Val la pena intraprenderla se porta a riforme vere, a nuova legge elettorale. E possibilmente a un nuovo Partito democratico e a un nuovo partito popolare.

dr

GLI INDEBOLITORI, LE BANCHE, LA GUERRA

A furia di dire che era tutta colpa di Berlusconi (il quale è addirittura arrivato ad ammettere di aver compiuto qualche errore -fatto epocale, un po' come se Mourinho dicesse che a volte sbaglia o come se la Carrà ammettesse di tingersi i capelli) gli "indebolitori" d'Italia si sono ritrovati con un cerino in mano.
 Dicevano che il problema era la "credibilità", la "presentabilità" del nostro Paese e del suo premier. Tutte cose politicamente e economicamente impalpabili e ambigue.
Mentre invece il problema è la debolezza dell'euro, l'assalto della finanza -manovrata da leve occulte ma in mano a certi padroni noti- all'Europa, la scarsa crescita, la protezione sociale pesante (e inefficace).
Ora che s'è tolto di mezzo il problema (mister B) gli indebolitori verranno travolti da una crisi che investendo un sistema intero non lascerà in piedi di certo qualche partito o partitello. Delle loro analisi interessate e rapaci, del loro irresponsabile tramestio non resterà ricordo. Nemmeno hanno potuto godere nel vedere l'oggetto di tutte le loro ire andarsene dallo scranno di Palazzo Chigi. E senza godimento si trovano a inneggiare a un uomo delle banche come capo dell'Italia. Ma non saranno le banche a salvare il sistema che hanno sfasciato. (...)

Dio non voglia che alla grande crisi la risposta sia -come sempre è accaduto nella storia, eccetto per l'intervento di miracoli- una grande guerra.


dr

tratto da "clandestinozoom.it"

venerdì 11 novembre 2011

LA POLITICA PERDE IL PRIMATO?

I CONTI SENZA L`OSTE DEL GOVERNO MONTI.


 La giornata politica di ieri si è aperta con un ineffabile titolo del sito web di Repubblica.
Per Berlusconi il governo Monti è "ineluttabile". Fine della partita. Tutti a casa.

Nel nostro sito (www.ilfoglio.it), via audio, abbiamo subito impartito una piccola lezioncina di analisi politica del berlusconismo: stanze affollate, pareti fumiganti, tutto è sempre possibile, opzioni aperte, ascoltare tutti. Di qui l`impressione che la diga del giudizio elettorale, normale procedura con cui in una democrazia si cambia governo, fosse crollata per volontà del re deposto, che non aveva animo di sfidare la voglia di riciclaggio e rinverginamento che attraversa parte della sua armata presidenziale. Impressione falsa, dicevamo. Berlusconi, concludevamo, è sinceramente in dubbio su quale sia l`interesse del paese, e vuole chiudere in amicizia con la sua avventura di diciassette anni e con i suoi significati profondi: a un certo punto si farà luce nel suo animo la verità, e cioè che l`interesse del paese è un governo scelto dagli italiani, non a termine e allo sbando in un Parlamento diviso, dotato di pieni poteri e di una maggioranza politica.

Per non dire della sua storia, che se finisce nelle urne, magari con un nuovo inizio, è una grande storia, sennò sfiorisce. Alle quattro e mezza la nostra piccola analisi è stata confermata dalla dichiarazione ufficiale di Angelino Alfano, segretario del Pdl, al termine del vertice di Palazzo Grazio- li. "Siamo per il voto, rispettiamo le prerogative del capo dello stato, la decisione finale la prenderemo a suo tempo". Ineluttabile Monti? No, grazie. Sia chiaro. Monti è una persona seria e responsabile. Se potesse fare il commissario a Camere sciolte, per un paio d`anni, come si fa a Bruxelles, qualche cosa buona la realizzerebbe.

Ma i paesi democratici si governano altrimenti. La dittatura commissaria è un`extrema ratio, che nemmeno gli spagnoli e i greci hanno preso in considerazione (lì si vota). La nostra opposizione non è una questione personale ma politica.


E veniamo a Paul Krugman, che spiega meglio di ogni altra cosa il nucleo della nostra obiezione politica. Ha scritto che la vulnerabilità dell`Italia dipende dal modo in cui è entrata nell`euro, e dal modo in cui il governo dell`euro è strutturato. E` fatto acclarato, scriveva ieri Krugman, economista premio Nobel di marca liberal, che i paesi in via di sviluppo pagano caro il fatto di doversi indebitare nella moneta straniera disponibile (dollari, prevalentemente). Ora, aggiunge Krugman, questo è il peccato originale che rende critica la situazione dell`Italia.

Entrando in questo sistema dell`euro, l`Italia "ha ceduto il suo status di paese avanzato (advanced country) che si indebita nella propria moneta, e ha assunto quello di paese che si indebita in moneta straniera (quella dell`Europa in teoria, in pratica quella tede- sca)". Letterale, controllate la citazione. E` così, dice questo guru veritativo, che l`Italia ha morsicato la mela, per questo è debole.

Chiaro? Tutti gli ignorantoni e i cacadubbi che soffiano all`orecchio di Berlusconi, per spingerlo nel vicolo cieco di Monti, la coglionata che abbiamo lasciato diffondere quest`estate, cioè l`idea di un`Italia che deve autopunirsi improvvisamente per un debito storico sostenibile e puntualmente pagato, che si può ridurre solo con un progetto di crescita e arginare nei suoi effetti solo facendo della Bce una banca centrale seria e non un`agenzia antinflazione per la gioia dei tedeschi, tutti costoro dovrebbero leggersi Krugman, e mettersi a tacere. La dimensione della crisi riguarda i fondamentali dell`Europa, e le regole probancarie che difendono i possessori di titoli greci e di titoli tossici a scapito di un grande paese chiamato a pagare per tutti con i suoi risparmi e il patrimonio,dei suoi cittadini. Non sono cose che si possono affrontare in un regime commissariale.

Sono cose che devono essere messe a conoscenza di un popolo elettore, discusse con ragionevolezza e risolte con il metodo del consenso politico. L`Italia è fragile perché non cresce e deve fare riforme serie, ma è oggetto di una speculazione, il famoso spread che ora attacca anche la Francia, indotta da regole e usanze che coincidono con l`Europa di Supermario. Per quanto la persona sia attendibile e autorevole, la cura è altrove.

Da "IL FOGLIO" di venerdì 11 novembre 2011

giovedì 10 novembre 2011

LA POLITICA COME INCONVENIENTE

La crisi che sta travolgendo Grecia, Italia e Spagna, sta rischiando di far scomparire la politica insieme alla sovranità nazionale. Si sta sostituendo la democrazia con la tecnocrazia, il ricorso a esperti e istituzioni che sfuggono a qualsiasi controllo democratico. E' l'esito inevitabile delle ideologie moderne - marxismo e liberalismo - come aveva profetizzato il filosofo Francesco Gentile.


MARIO PALMARO, da LABUSSOLAQUOTIDIANA

(…) La politica, pur con tutti i suoi orribili difetti, rappresenta il tentativo di discutere i problemi della polis e di trovare delle soluzioni per il bene della comunità. Perfino le tanto vituperate ideologie del ‘900 e i partiti che ne sono il prodotto rappresentano la forma storica di questa idea sostanzialmente umana di gestione della cosa pubblica. Che il sistema sia democratico o meno, il politico è comunque costretto dai fatti a confrontarsi con il popolo e a rendere conto al popolo: tanto è vero che nemmeno un dittatore può permettersi il lusso di governare a lungo senza consenso.
Ma la tecnocrazia è un’altra cosa: è potere esercitato da “esperti” e da elite non rappresentative, che decidono in modo totalmente autonomo rispetto al mondo reale degli uomini. Il passaggio dalla politica alla tecnocrazia è purtroppo, secondo Gentile, un esito scritto nella tragedia delle ideologie moderne – marxismo e liberalismo – nient’affatto opposte fra loro, ma complementari e progressive, essendo entrambe rivoluzionarie. Alla fine, lo sbocco è quello di consegnare il governo nelle mani di chi detiene il potere finanziario, di chi maneggia le leve dell’economia globalizzata. Ecco che la politica diventa un inconveniente, cioè un ostacolo da togliere di mezzo perché disturba il manovratore, agitando totem anacronistici come l’interesse nazionale, il bene comune, la volontà del popolo. E magari – perché no? – i principi non negoziabili.

Sembra molto difficile non scorgere, in quello che sta accadendo alla Spagna, alla Grecia, e ora all’Italia, il sigillo di questa operazione di “sgombero” della politica nazionale, a favore dei poteri finanziari. Forse la sciagura si sarebbe potuta evitare non accettando la trappola mortale dell’Euro, e tenendoci stretta la facoltà di battere la nostra cara vecchia Lira, come strumento di compensazione agli squilibri della finanza internazionale. Ora il nuovo Presidente del Consiglio italiano, qualunque sarà il Premier dopo Berlusconi, sarà costretto a presentarsi in Europa come un peone messicano dei vecchi film hollywoodiani: pigiama bianco, sombrero in mano e sguardo basso.

In uno scenario del genere, c’è da chiedersi se abbia ancora senso organizzare una campagna elettorale, litigare nelle piazze e nelle tribune politiche, e andare a votare. Non più a Roma, ma altrove, si decidono le sorti del nostro Paese.

Siamo già in una tecnocrazia? Difficile dirlo. Certo è che il modo più sicuro per imboccare quella strada sarebbe il famoso “governo tecnico”. Magari fra mille scodinzolii e sguardi di compiaciuta deferenza di fronte all’esperto di economia “super partes”, al tecnico apprezzato ad Harward; insomma, all’uomo della Provvidenza. Pardon: della Previdenza.

martedì 8 novembre 2011

TRADITORI O CIALTRONI?

ARRIGO PETACCO ha scritto oggi sul “Resto del Carlino”:
“Chi ha tradito chi, è un ritornello che rimbalza all’infinito. Cavour tradì D’Azeglio che l’aveva voluto al governo organizzando contro di lui il primo ribaltone. Garibaldi tradì Mazzini salutando Vittorio Emanale II primo Re d’Italia, Togliatti tradì Gramsci lasciandolo in galera, Grandi tradì Mussolini sperando di prendere il suo posto e Vittorio Emanuele III li tradì entrambi, De Gasperi fu tradito dai professorini che aveva allevato, De Martino tradì Nenni, La Malfa tradì Pacciardi, Scalfaro tradì Berlusconi, Fini.
Si potrebbe continuare all’infinito, ma va anche detto che questi tradimenti, se non nobili, erano almeno motivati da scelte patriottiche o comunque ideologiche e politiche, mentre quelli cui assistiamo oggi non finiranno nella storia, ma nella spazzatura. Si tratta infatti di fughe disperate di personaggi privi di ideali che con la scusa di operare per il bene della patria (d’altronde il patriottismo è l’ultimo rifugio dei cialtroni) sono disposti a tutto, costi quel che costi, pur di conservare il seggio e i privilegi della loro casta. «A un palmo dal mio… collegio» è il loro motto, «caschi pure il mondo».

ECCO QUELLI DI OGGI.

oltre che cialtroni, non sono stati eletti nemmeno con le preferenze, (e allora avrebbero potuto accampare altre scuse, come la volontà dell'elettorato che li aveva scelti, ecc), ma sono stati scelti dal partito che li ha collocati in lista, e hanno quindi tradito innanzitutto il loro partito.

Assenti al voto i deputati del Pdl Roberto Antonione, Fabio Gava, Gennaro Malgieri, Giustina Destro. Assenti anche gli esponenti del Misto Calogero Mannino, Giancarlo Pittelli, Luciano Sardelli, Francesco Stagno D’Alcontres e Santo Versace. Franco Stradella PDL era presente in Aula ma si è astenuto. Altri tre sono passati all'UDC.
Da aggiungere fra gli assenti anche Alfonso Papa, che però si trova agli arresti domiciliari.

UN NUOVO INIZIO

Affronti l’Aula e si sottragga con elezioni anticipate al ruolo di capro espiatorio


di Mario Sechi

Berlusconi deve affrontare l’Aula, non ci sono dubbi. Non so se sia necessario farlo attraverso la fiducia, potrebbe essere perfino un dettaglio. Ma ammettiamo che sia così. Ha davanti a sé un discorso facile da fare perché basato su un’agenda precisa. Dettata, da un lato, dalla lettera portata a Bruxelles, dall’altro dal mandato scaturito dagli impegni chiesti dall’Unione europea e dal monitoraggio del Fondo monetario internazionale.

Quella lettera vincola sul programma, il Fmi scandisce i tempi di realizzazione: da questo scenario nessuno può scappare. Quella lettera non è un impegno del governo ma del paese, cosa che finora l’opposizione ha fatto finta di non cogliere. In realtà i cosiddetti “salvatori della patria” sanno perfettamente che quei vincoli non possono essere cambiati. O meglio: si possono cambiare, ma solo in senso ancor più restrittivo (penso alla riforma della previdenza, alla cancellazione dell’anzianità, a una radicale riforma del lavoro: tutte cose che non ci sono ma che potrebbero esserci e i mercati promuoverebbero).

Il discorso che Berlusconi deve fare è dunque di una estrema semplicità. Chieda di votare quegli impegni e, che sia contrario o meno, salga al Quirinale per dire al presidente della Repubblica la verità su questa fase autolesionista della politica italiana: “Non voglio più essere il capro espiatorio di tutti i mali italiani, mi impegno a concorrere a una soluzione che mi sollevi da questo ruolo”. La verità è che nessun partito, a un anno dalle elezioni, vuole prendersi la responsabilità delle riforme necessarie, perché sa che pagherebbe un caro prezzo in termini elettorali. Non è significativo che un politico navigato come Pier Ferdinando Casini invochi l’ingresso del Pd al governo?

Per lui sarebbe più logica una ricostruzione dell’area moderata, un nuovo esecutivo di centrodestra. Ma da solo non ci va e non ci sta, vuole condividere la responsabilità delle riforme con il numero maggiore di partiti possibile. Vuole diluire e spalmare l’impatto elettorale dell’agenda europea. Ecco perché le elezioni sono l’unica via di sbocco realistica in questa situazione. Un nuovo governo dei moderati con un nuovo presidente del Consiglio è molto improbabile. Il governo di unità nazionale, quello che chiamo l’“ammucchiatissima”, ha più ostacoli che chance. Non rimangono che le elezioni anticipate.


http://www.ilfoglio.it/soloqui/11078

ELEZIONI O MENO, QUESTO PAESE NON HA SPERANZA FINCHÉ NON USCIRÀ DAL NOVECENTO

di Piero Ostellino

Quello che oggi generosamente Giuliano Ferrara suggerisce a Berlusconi andava fatto vent’anni fa. Non si capisce come possano essere realizzate ora le riforme non realizzate in tutto questo tempo. Il premier può certamente andare in Parlamento a chiedere chi è d’accordo con ciò che vuole la Bce e chi non lo è (e, in questo caso, chi è contrario dovrebbe anche spiegare perché).



Ma dobbiamo sapere che il paese della classe dirigente, dell’establishment, è fatto di gattopardi, che non vogliono cambiare. Non vogliono uscire dal Novecento, mentre nell’est europeo ne sono usciti grazie al trauma del comunismo. Il nostro trauma potrebbe essere questa crisi, ma finora non è così. Se in fondo è giusto che un uomo politico che ha promesso molto e non ha mantenuto quasi nulla se ne debba andare, sarebbe tuttavia auspicabile che chi si candida a sostituirlo non si limitasse a dire: vada via Berlusconi perché ora tocca a noi.


Per fare che cosa? Nessuno lo dice. E nessuno lo dice perché coloro che vogliono sostituire Berlusconi hanno un grave difetto: se il premier si è rivelato incapace di fare le riforme, anche perché la sua stessa maggioranza è fatta di gattopardi, gli altri quelle riforme semplicemente non le vogliono proprio fare, e non si faranno stanare nemmeno dalla fiducia posta in Parlamento. Nessuno vuol parlare delle cose concrete. Basti vedere il trattamento riservato nella sinistra a Renzi, che si vuol confrontare sulle cose da fare, sulle riforme: è stato massacrato secondo l’antica logica togliattiana che chi non è amico dell’apparato è un “pidocchio”.


In politica, quando si vuol stare insieme, prima si individuano gli argomenti su cui c’è l’accordo, poi ci si coalizza. Qui succede il contrario, prima si fa la coalizione e poi si vede quello che si riesce a combinare. Ecco perché non credo nemmeno che ci salveranno le elezioni anticipate. Se la cultura politica del paese è questa, chiunque vinca e vada al governo, la nostra società continuerà a essere bloccata. Questo paese non avrà alcuna speranza finché non sarà capace di uscire dal Novecento.


http://www.ilfoglio.it/soloqui/11079

lunedì 7 novembre 2011

IL PAPA AL NUOVO AMBASCIATORE TEDESCO: LA CHIESA FA POLITICA COSì

LE LETTERE CREDENZIALI DELL’AMBASCIATORE DELLA REPUBBLICA FEDERALE DI GERMANIA PRESSO LA SANTA SEDE, 07.11.2011
Alle ore 11 di questa mattina, il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto in Udienza S.E. il Signor Reinhard Schweppe, Ambasciatore della Repubblica Federale di Germania presso la Santa Sede, in occasione della presentazione delle Lettere Credenziali.
ECCO UN BRANO DEL SUO DISCORSO

“La Chiesa cattolica è consapevole di conoscere, attraverso la sua fede, la verità sull’uomo e quindi di avere il dovere di intervenire in favore dei valori che sono validi per l’uomo in quanto tale, indipendentemente dalle varie culture.
Essa distingue fra la specificità della sua fede e le verità della ragione, a cui la fede apre gli occhi e alle quali l’uomo in quanto uomo può accedere anche a prescindere da questa fede. Fortunatamente, un patrocinio fondamentale di tutti i valori umani universali è divenuto diritto positivo nella nostra costituzione del 1949 e nelle dichiarazioni sui diritti dell’uomo dopo la seconda guerra mondiale, perché delle persone, dopo gli orrori della dittatura, hanno riconosciuto la loro validità universale, che si basa sulla loro verità antropologica e l’hanno tradotta in diritto vigente.

Oggi, si discute di nuovo di valori fondamentali dell’essere umano, nei quali si tratta della dignità dell’uomo in quanto tale. Qui la Chiesa, al di là dell’ambito della sua fede, considera suo dovere difendere, nella totalità della nostra società, le verità e i valori, nei quali è in gioco la dignità dell’uomo in quanto tale. Quindi, per citare un punto particolarmente importante, non abbiamo diritto di giudicare se un individuo sia ‘già persona’, oppure ‘ancora persona’, e ancor meno ci spetta manipolare l’uomo e voler, per così dire, farlo. Una società è veramente umana soltanto quando protegge senza riserve e rispetta la dignità di ogni persona dal concepimento fino al momento della sua morte naturale.

Tuttavia, se decidesse di ’scartare’ i suoi membri più bisognosi di tutela, di escludere uomini dall’essere uomini, si comporterebbe in maniera profondamente inumana e anche in modo non veritiero rispetto all’uguaglianza – evidente per ogni persona di buona volontà – della dignità di tutte le persone, in tutti gli stadi della vita. Se la Santa Sede interviene in campo legislativo in merito alle questioni fondamentali della dignità umana, che si pongono oggi in numerosi ambiti dell’esistenza prenatale dell’uomo, non lo fa per imporre la fede ad altri in modo indiretto, ma per difendere valori che per tutti sono fondamentalmente intellegibili come verità dell’esistenza, anche se interessi di altra natura cercano di offuscare in vari modi questa considerazione”

E QUESTO SAREBBE UN LEADER?

Oggi Bersani doveva tenere un importante discorso a piazza San Giovanni, ma poi ci siamo ritrovati ad ascoltare un’anonima tesi di laurea in Scienze politiche. La politica italiana ha ormai raggiunto il suo climax, ed è sotto gli occhi di tutti che c’è urgenza di uomini forti – non demiurghi o salvatori della patria -, capaci di prendere decisioni anche impopolari e indicare soluzioni politiche nel breve e medio periodo. Mi rattrista dover constatare per l’ennesima volta che a Bersani non si addice il ruolo di leader del maggiore partito di opposizione. Ci saremmo aspettati oggi parole chiare, la delineazione di un percorso politico, ma soprattutto proposte.


Nulla di tutto ciò. Gli astanti, al contrario, hanno dovuto subìre l’offensiva di un’inutile giaculatoria zeppa di intenzioni, grandi temi e analisi. Sarà anche nocivo un eccesso di leaderismo, ma nell’attuale contesto politico – interno e internazionale – le capacità di aggregazione e di “produzione” dell’entusiasmo sono una conditio sine qua non per vincere e governare un grande Stato come l’Italia. C’è, in ultima analisi, necessità di imporre una visione: anche, volendo, un sogno.
E, invece, dobbiamo registrare l’impossibilità di uscire dal ciclo politico berlusconiano senza inquadrarci nella categoria politica dell’antiberlusconismo. Categoria che ci ha portato negli ultimi 15 anni a votarci a una cultura della sconfitta, anche quando si era al governo. Triste, molto triste.

http://www.thefrontpage.it/2011/11/05/e-questo-sarebbe-un-leader/

AVANTI PIANO, ANZI INDIETRO

Se Berlusconi è bollito, Bersani è congelato. Se il centrodestra è incapace di fare le riforme, il centrosinistra promette di essere la riedizione dell’Unione. Se il Pdl è un partito anarchico-monarchico, il Pd è un monolite d’intolleranza (vedi alla voce Renzi). Se a destra pensano al giorno dopo, a sinistra sono rivolti all’indietro.


Il discorso di Pier Luigi Bersani a Roma era il tassello che mancava: l’opposizione è ferma al «piano A» (cacciare Silvio), ma non ha il «piano B» (cosa si fa se resta?), per non parlare del «piano C» (se cade cosa combiniamo e con chi?).

Avviso ai naviganti, c’è un’agenda da rispettare. È quella concordata con la Bce, l’Unione Europea e il Fondo monetario internazionale. Piaccia o meno, quella è la bussola non più del governo, ma dell’intero Paese. Per questo l’attacco di Bersani a Merkel e Sarkozy e alla «destra» europea è un boomerang, fa emergere l’incompatibilità dell’opposizione proprio con quell’agenda.

Quel messaggio conferma quanto scrivono le agenzie di rating: il problema italiano è di sistema, coinvolge non solo Berlusconi ma un numero di persone e istituzioni che mandano segnali contrastanti su tutto.

Cosa accadrà? Berlusconi resisterà, i mercati ci martelleranno fin da domani e l’opposizione chiederà le dimissioni senza dare soluzioni. Passo indietro del Cav? Facciamo un salto avanti: immaginiamo che Berlusconi lasci la poltrona e si apra la crisi. A quel punto cosa faranno Casini e Fini? Ricostruiranno il centrodestra con un nuovo esecutivo dei moderati e un capo del governo diverso? O prevarrà in loro la tentazione di evitare gli impegni impopolari dell’agenda europea per capitalizzare il ruolo di opposizione quando si andrà al voto?

Essere o avere? Entra in scena Machiavelli: la politica non sceglie l’ideale, ma la convenienza. Per questo si galoppa verso le elezioni anticipate, cioè il rinvio della soluzione dei problemi. Tutti cercano l’alibi per buttare all’aria l’impopolare agenda. L’Italia (non) può attendere.


di Mario Sechi

Tratto da Il Tempo del 6 novembre 2011


sabato 5 novembre 2011

"PREGHIAMO PER L'ITALIA IN PERICOLO". COSA DISSE DON GIUSSANI NEL 1996

Esattamente quindici anni fa, in un’intervista a Pierluigi Battista, allora inviato per la Stampa di Torino e oggi autorevole editorialista al Corriere della Sera di Milano, il fondatore di Comunione e Liberazione, monsignor Luigi Giussani, rispondeva alla domanda clou sulle prospettive aperte dalla cosiddetta “rivoluzione” di Mani Pulite, con un «la situazione è grave per lo smarrimento totale di un punto di riferimento naturale oggettivo per la coscienza del popolo, per cui il popolo stesso venga spinto a ricercare le cause reali del malessere e a salvarsi così dagli idoli. Questo smarrimento comporta una inevitabile, se non progettata, distruzione dello stato di benessere, che risulta così totalmente minato nella tranquillità del suo farsi. Perché riprendere, bisogna pur riprendere!».  Oggi può avere una qualche utilità riprendere contenuti – su ciò che qualifica una presenza cattolica in politica piuttosto che la vera “questione morale” di una società come quella italiana – espressi con tanta chiarezza, profondità e libertà laica dal Luigi Giussani di quindici anni fa.

Preghiamo per l'Italia in pericolo


intervista a don Luigi Giussani di Pierluigi Battista


Le parole sulla politica del fondatore di un movimento ecclesiale che con la politica italiana della Prima Repubblica, a cominciare dall'ormai sciolto braccio «secolare» del Movimento Popolare, ha avuto rapporti intensi e tumultuosi, sono parole calibrate e meditate. La parola «integralista», comunemente applicata dai giornali a un movimento che ha pure suscitato avversioni furibonde come Cl, fa per esempio sorridere don Giussani («sono costretti a dire balle», si lascia sfuggire in un impeto di buon umore). La parola «avvenimento» è invece cruciale per un uomo di 72 anni il quale, sin da quando insegnava agli studenti del Liceo Classico Berchet di Milano, ha fatto dell'«avvenimento» centrale del «Fatto cristiano» l'orizzonte di una più che quarantennale esperienza culturale. Parole. E giudizi che entrano nel vivo delle questioni politiche (e anche «giudiziarie») dell'Italia.

Lei ritiene che sia un bene la fine dell'unità politica dei cattolici?
Non so se è un bene. È un fatto, perfettamente previsto dall'autorità della Chiesa e prevedibile nel fatto di libertà della coscienza cristiana. Anche se, là dove l'unità che i cattolici hanno come oggetto di fede – membra di un solo Corpo per la comunione battesimale – quando si realizzasse anche a un livello socio-politico, sarebbe sempre per la società umana, qualunque posizione uno avesse, un esempio confortante. Unità in funzione della Chiesa e non di un partito politico o di uno schieramento. Lo ha ribadito il Papa a Palermo e al Te Deum del 31 dicembre.

Ma lei si sente più garantito da un «cristiano» al governo?
No. Il problema è la sincera dedizione al bene comune e una competenza reale e adeguata. Ci può essere un cristiano ingolfato nei problemi ecclesiastici la cui onestà naturale e la cui competenza possono lasciare dubbi. Preferisco che non sia così. Come, secondo me, non è così per De Gasperi, La Pira, Moro e Andreotti.

martedì 1 novembre 2011

A SUBITANEA MORTE LIBERA NOS DOMINE

Simoncelli e Lavrans

La vasta emozione suscitata dalla morte di Marco Simoncelli ha anticipato di qualche giorno, e in qualche modo reso più acuto, il grande interrogativo che ogni anno il 2
novembre viene a presentarci. Interrogativo che prende le mosse dall’ineluttabilità della morte, si concentra sul suo - possibile o no? - senso e, quindi, si esprime in differenti atteggiamenti di fronte a essa. Joseph Ratzinger scriveva nel 1977 che se l’uomo contemporaneo dovesse chiedere a una qualche divinità un dono di fronte alla morte, «la supplica suonerebbe così: “Donaci una morte improvvisa e inavvertita”. La morte dovrebbe avvenire repentinamente e non lasciar tempo alla riflessione e alla sofferenza. Si vuol chiudere la porta in faccia alla metafisica prima che questa possa presentarsi».

Eppure proprio le reazioni alla morte del giovane motociclista stanno lì a dimostrare che quella porta non si riesce mai a chiuderla davvero. L’interrogativo resta; anche se facciamo molti tentativi per edulcorarne l’amarezza e per smussarne la spinosa dolorosità, anche se ci accontentiamo di consolazioni a buon mercato o ne cerchiamo di più raffinate. Diversa, diceva ancora Ratzinger, è la domanda del credente: «A subitanea morte, libera nos Domine - liberaci, o Signore, da una morte improvvisa. Essere portato via all’improvviso senza essersi potuto preparare, senza sentirsi pronto, è considerato dal cristiano come il massimo dei pericoli da cui vorrebbe essere preservato. Egli vorrebbe percorrere l’ultimo tratto della vita in modo cosciente, vorrebbe morire con una propria intenzione».

Leggendo questa breve sintesi della saggezza di duemila anni di cristianesimo, mi sono reso conto di quanto a fondo sia penetrata in me la mentalità non più cristiana: d’acchito non pregherei così, non mi augurerei un periodo in cui preparare il trapasso. Non sto qui a discutere il perché o a cercare le ragioni sociali o culturali; constato. Ma constato anche che quando l’approccio cristiano alla morte mi viene proposto non posso negare il suo fascino e la sua profonda comprensività. Lo vedo quando, ad esempio, leggo come si sono preparati alla morte certi santi o come la racconta Sigrid Undset in quell’imponente affresco del medioevo nordico che è Kristin figlia di Lavrans.

L’ultimo capitolo del quinto libro della prima parte racconta proprio la morte del padre della protagonista ed è un crescendo di commozione per la dignità dell’umano che vi si trova. Tutto è incredibilmente semplice. Lavrans sa che «s’avvicina rapidamente il momento fatale», ma, pure allettato, molte cose gli restano da fare: dare disposizioni per portare a termine i lavori iniziati, sistemare l’eredità, preoccuparsi della salute dei nipotini, scambiare con gli amici parole che sarebbero state ricordate come le ultime loro rivolte, ascoltare le letture edificanti del vecchio parroco che quotidianamente gli fa visita, raccomandarsi alle preghiere di tutti, chiedere perdono a chi aveva offeso e offrilo a chi aveva offeso lui.

Poi arriva il momento: «Lavrans era pienamente in sé: parlava con voce nitida seppure debole e come in procinto di spegnersi. I famigli si accostavano al letto uno dopo l’altro; ad ognuno Lavrans stringeva la mano ringraziando. Per ultimo si congedò dalla moglie. Si dissero qualcosa che nessuno poté udire, poi si baciarono davanti a tutti». Dopo un ultimo sussulto e dopo aver dichiarato con voce distinta la sua fede nella resurrezione, Lavrans muore. Cosa posso augurarmi di meglio?

Pigi Colognesi lunedì 31 ottobre 2011

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2011/10/31/Simoncelli-e-Lavrans/print/217968/