giovedì 29 marzo 2012

ANNUNCIARE UN DIO CHE RISPONDE ALLA NOSTRA RAGIONE

Messico: lode a Dio e servizio agli uomini

Il primo atto è annunciare Dio”, ha affermato Benedetto XVI rispondendo alle domande dei giornalisti durante il volo che lo portava in Messico. “Se Dio non c’è, l’infinito si crea i suoi propri paradisi, un’apparenza di “infinitudini” che può essere solo una menzogna. Perciò è tanto importante che Dio sia presente, accessibile”.

Credo che convenga servirsi di queste parole come di una lente per mettere a fuoco un evento importante, ancora una volta ignorato dai media, ma destinato, nella logica di Dio che guida la storia, a cambiare i cuori di tanti uomini. Il tempo rivelerà la portata di questa visita vissuta dal Papa in intima unità e “assoluta continuità” con quella del suo predecessore, l’amato papa Giovanni Paolo II.

A noi, oggi, tocca cogliere i segni e le parole che possano ricreare le nostre persone, in una ideale e reale partecipazione alla vita della Chiesa universale. Rivolgendosi a un popolo che vive il cristianesimo con una forte carica sentimentale ma che, nello stesso tempo, subisce la secolarizzazione e la confusione di un mondo globalizzato, il Papa ha proposto la necessità di “annunciare un Dio che risponde alla nostra ragione, perché vediamo la razionalità del cosmo, vediamo che c’è qualcosa dietro, ma non vediamo come sia vicino questo Dio, come concerne me”. Pertanto, “l’intuizione del cuore deve collegarsi con la razionalità della fede e con la profondità della fede che va oltre la ragione.

Dobbiamo cercare di non perdere il cuore, ma di collegare cuore e ragione, così che cooperino, perché solo così l’uomo è completo e può realmente aiutare e lavorare per un futuro migliore”. La separazione cuore-ragione è uno dei mali del nostro tempo, un equivoco su cui gioca il relativismo dominante per cui al riconoscimento di un bene non corrisponde un’adesione dell’affetto e tutto, perciò, si scolora, acquista una tinta neutra che opacizza. Inoltre, separare cuore e ragione è causa di indebolimento per entrambi: il cuore si riduce a sentimento istintivo, mentre la ragione si confina nel dimostrabile, in ciò che trova alla sua portata.

Se la “profondità della fede va oltre la ragione” poiché ne supera i limiti, negare la fede compromette la ragione stessa. Le conseguenze di questa posizione sono sotto gli occhi di tutti. Come spiegare altrimenti tanta irrazionalità di atteggiamenti o di opinioni che si contraddicono senza che chi li pratica se ne avverta?
Recentemente mi è capitato di leggere una frase sconcertante per l’assenza totale di consapevolezza dello scrivente: “Grazie a Dio, sono ateo”. Per asserire il proprio ateismo si afferma Dio! Che si tratti di una sorta di pena del contrappasso moderna? “Quando Dio è estromesso, il mondo si trasforma in un luogo inospitale per l’uomo, frustrando, nello stesso tempo, la vera vocazione della creazione di essere lo spazio per l’alleanza, per il «sì» dell’amore tra Dio e l’umanità che gli risponde”.
È facile per l’intellighenzia di oggi denunciare il mondo come “luogo inospitale”, con tutti gli annessi delle retoriche ambientaliste, ma non viene mai superata la soglia della denuncia, mai posta una domanda vera che parta dal cambiamento di sé, che esuli dallo spettacolarismo di facciata.

Perché il mondo è inospitale? Cosa lo rende tale? Perché siamo arrivati a questa estraneità nei confronti di una realtà che gli studi più avanzati riconoscono si sia “sviluppata” in modo tale da permettere la vita all’uomo? “Creazione come spazio per l’alleanza”, per un legame generatore che chiede di essere accolto. Qui sta il mistero della libertà.

Chi intende ridurre la visita del Papa in Messico e in America Latina a fatto devozionale o politico per la sosta a Cuba, deve fare i conti con la tenacia di un Papa che ha scelto, già come motto episcopale, di essere collaboratore della verità. E spiazza tutti con la profondità della sua fede, che va “oltre la ragione”.
Articoli correlati:
Nella fornace ardente di Cuba - Sandro Magister
Omelia del Santo Padre 28 marzo 2012 Plaza de la Revolución di La Habana
L’inviato: ora so perché a Cuba la Chiesa è sopravvissuta a Fidel Castro  - Il Sussidiario
Messico e Cuba  - Massimo Introvigne

America Latina, difendi le tue radici - Massimo Introvigne

Primo, la libertà religiosa - Massimo Introvigne

Il Papa in Messico rilancia il grido: "Viva Cristo Re" - Massimo Introvigne



mercoledì 28 marzo 2012

UN CARDINALE NELLE TENEBRE


Se un cardinale dissente dalla Chiesa

di Mario Palmaro
da labussola quotidiana
28-03-2012

Il cardinale Carlo Maria Martini si dichiara a favore del riconoscimento dei “matrimoni” tra omosessuali da parte dello Stato. Così hanno scritto nei giorni scorsi molti giornali italiani, dando alla notizia grande rilievo.

Di fronte a questo genere di faccende, il mondo cattolico "ufficiale" abbozza una serie di reazioni che in ordine logico e temporale si possono riassumere così: primo, chissà che cosa avrà detto esattamente il cardinale, e che cosa gli hanno fatto dire i giornali; secondo, il card. Martini è un uomo profetico, quindi le sue parole vanno inserite nel contesto e non estrapolate in modo strumentale; terzo, visto che la materia scotta, meglio far finta che non sia successo niente; quarto, se anche il card. Martini avesse detto davvero quello che ha detto, bisogna far finta di niente perché non si può criticare un cardinale, per evitare scandalo e divisioni nella Chiesa; quinto, se qualcuno fra i cattolici critica Martini, peste lo colga, perché così facendo rompe la consegna del silenzio e disturba la quiete della buona gente cattolica.

Purtroppo, si tratta di un protocollo terapeutico francamente fallimentare: una sequenza di manovre che farà immancabilmente morire il paziente, cioè il cattolico normale. Perché il cattolico di Voghera si merita ben altro, di fronte al fenomeno, ormai diventato rituale, di uomini di Chiesa che si alzano la mattina, ne dicono una grossa confidando nella “immunità clericale”, e chi si è visto si è visto. Purtroppo, il caso dell’arcivescovo emerito di Milano è, in tal senso, esemplare. Che cosa ha scritto, esattamente, il card. Martini? Il testo è tratto dal libro Credere e conoscere, in uscita per Einaudi, scritto in dialogo con l’ex senatore del Pd Ignazio Marino. Il card. Martini ogni tanto ama questa forma letteraria: qualche tempo fa, per esempio, aveva scritto un libro analogo con don Luigi Verzè (il patròn del San Raffaele), dal significativo titolo, Siamo tutti nella stessa barca. Ma torniamo alla cronaca di questi giorni. Ecco qua il brano incriminato: «Io ritengo che la famiglia vada difesa perchè è veramente quella che sostiene la società in maniera stabile e permanente e per il ruolo fondamentale che esercita nell'educazione dei figli. Però non è male che, in luogo di rapporti omosessuali occasionali, che due persone abbiano una certa stabilità e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli». Il campionato mondiale di arrampicata sugli specchi non finisce mai, e i cattolici pronti a parteciparvi sono sempre numerosissimi. Ma temo che questa volta anche un fuoriclasse del settore debba arrendersi all’evidenza: il card. Martini scrive proprio che lo Stato deve aiutare gli omosessuali a stabilizzare il loro rapporto. Teorizza una pagina inedita del catechismo cattolico, sostenendo che - insomma -, piuttosto che avere rapporti occasionali e superficiali, le persone omosessuali si impegnino in maniera seria e prolungata, grazie anche a un istituto messo a punto dallo Stato. Più chiaro di così.

La Congregazione per la dottrina della fede ha pubblicato non uno, ma due documenti per insegnare il contrario, e per dire che un politico, vieppiù se cattolico, non può sostenere proposte di legge che prevedano il riconoscimento di unioni omosessuali. Ergo: Martini e la Chiesa insegnano cose diametralmente opposte. Può essere anche doloroso scriverlo, ma ammetterlo è facile facile. Questione di logica elementare. Le uova sono rotte e la frittata è fatta. Ed è qui che si inserisce il grave errore operativo del mondo cattolico ufficiale: fatto di silenzi imbarazzati, e di difese penose che arrancano nel tentativo impossibile di rendere omogeneo quanto detto dal cardinale e quanto insegnato dalla Chiesa in tutti questi anni. Ovviamente, non ignoriamo le ragioni della prudenza, il timore degli scandali, la necessità del rispetto dovuto ai principi della Chiesa, cui si aggiunge nel caso di Martini la pietas dovuta a un uomo di veneranda età, per di più colpito dalla malattia. Ma qui c’è un punto che non può sfuggire a nessuno: e cioè che lo scandalo è già accaduto, ed è pubblico. Ed è lo scandalo provocato da una presa di posizione eterodossa a opera di un vescovo cattolico, che quando parla raggiunge attraverso i mass-media milioni di persone.

I fedeli cattolici hanno un diritto che è più forte di ogni altra esigenza, e che riposa nella legge suprema della Chiesa cattolica: la salus animarum, la salvezza delle anime. Se un pastore insegna cose sbagliate in materia non opinabile – e questa, indubbiamente, non lo è - i fedeli hanno il diritto di essere aiutati a riconoscere l’errore, e l’errante deve essere smascherato per il bene di ogni singolo fedele. Di più: solo le persone in mala fede o gli allocchi possono far finta di non vedere che le sortite “aperturiste” - cui il card. Martini non è nuovo - scuotono la Chiesa in tutte le sue pieghe locali, e rendono ancor più fertile il già rigoglioso sottobosco delle piccole e grandi eresie parrocchiali. Adesso i sacerdoti e catechisti, le suore e i teologi che vogliono essere possibilisti sulle unioni fra persone dello stesso sesso hanno la pezza d’appoggio delle parole autorevoli del “biblista Martini”; adesso regaleranno il libro scritto a quattro mani con Marino ai consigli parrocchiali, “perché così almeno si fanno un’idea e raccolgono la provocazione”. E inviteranno anche il medico Marino (“che è cattolico, intendiamoci”) a tenere qualche bella conferenza, insieme a Enzo Bianchi. Che ci sta comunque sempre bene. Ecco: questo è il quadro della situazione. Senza forzature e senza animosità, noi cattolici di Voghera diciamo: Roma, abbiamo un problema. Fate presto, aiutateci.

martedì 27 marzo 2012

RAFFORZARE L'IDENTITA' DELLA FEDE INVECE DI INSEGUIRE PSICOLOGISMI

Da un intervento di Mons. Luigi Negri

 (...) Invece di incrementare la coscienza della situazione di questo mondo così ammalato di individualismo e di consumismo e di proporre come alternativa viva un modo d’essere affezionati, uomo e donna, nel grande orizzonte di una vera idealità umana e cristiana, di una vera esperienza di un compimento l’uno nell’altro, di una dimensione di gratuità che è la stessa dimensione dell’esistenza di Dio, andiamo alla ricerca in modo sostanzialmente molto artificioso di aspetti di positività in esperienze che il buon senso comune - ancor prima della retta ragione - ha considerato non certo deprecabili e condannabili, ma sicuramente come esperienze non autenticamente umane.

A chi nel mondo cattolico ed ecclesiastico poco o tanto sostiene questa posizione, chiedo: perché abbandonare la strada della evangelizzazione, fatta come offerta della vita cristiana, come novità della vita di Cristo partecipata da coloro che vivono la comunione ecclesiale e vi partecipano con tutta la loro libertà? Anziché questa che è la strada maestra della vita cristiana, della presenza della Chiesa nel mondo, perché correre dietro situazioni tutto sommato particolari che finiscono per avere anche per questo nostro interessamento, più importanza esistenziale e storica di quanto non ne abbiano obiettivamente?

Forse varrebbe la pena di rileggere quelle lucidissime pagine di Jacques Maritain – che non era certo un filosofo integralista - che ne “Il Contadino della Garonna” metteva in guardia la Chiesa, ma innanzitutto l’ecclesiasticità, da una operazione che considerava suicida: l’inginocchiarsi di fronte al mondo. La Chiesa tradisce se stessa - ma tradisce anche l’uomo - quando invece di svolgere tutta la forza della sua responsabilità missionaria, che è responsabilità ad un tempo culturale e caritativa, si riduce a discettare di problemi psicologici, affettivi, sessuali, stralciati dal contesto della vita vera e attiva e ridotti a espressioni di presupposti che non hanno molte volte nessun fondamento reale e quindi sostanzialmente diventano una posizione ideologica.

Giovanni Paolo II ci ha insegnato dalla Redemptor Hominis in poi che la Chiesa non deve avere alcuna preoccupazione di dialogo con le formulazioni ideologiche o socio-politiche, ma deve avere come preoccupazione quella evangelizzazione ed educazione del popolo cristiano che si attua poi come missione, perché la missione è l’autorealizzazione della Chiesa. E in questo compito di autorealizzazione incontra i problemi reali degli uomini, anche le difficoltà, anche gli aspetti di assoluta particolarità, ma che assume non con la presunzione della neutralità scientifica o filosofica o sociologica, li assume come parte viva di una condivisione dentro la quale si possono legittimamente indicare vie di una possibile soluzione esistenziale e sociale di tali problemi.

Invece di inseguire psicologismi dobbiamo preoccuparci di rafforzare l’Identità della fede così come è stata tematizzata da quel Catechismo della Chiesa cattolica che papa Benedetto XVI ha posto come strumento fondamentale dell’Anno della fede. L’anno che abbiamo davanti non è l’anno della rincorsa alle problematiche particolari, specifiche, qualche volta patologiche. L’anno che abbiamo davanti è l’anno della fede, che se si approfondisce incontra tutto e sa dare un contributo positivo alla soluzione di tutti i problemi.

* Vescovo di San Marino-Montefeltro
http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-chi-tradisce-la-missione-della-chiesa-4905.htm

domenica 25 marzo 2012

CON L'IDEOLOGIA MARXISTA NON SI PUO' COSTRUIRE UNA SOCIETA'

INCONTRO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI CON I GIORNALISTI DURANTE IL VOLO VERSO IL MESSICO (VENERDÌ 23 MARZO 2012)



4a Domanda: Santità, guardiamo a Cuba. Tutti ricordiamo le famose parole di Giovanni Paolo II: "Che Cuba si apra al mondo e che il mondo si apra a Cuba". Sono passati 14 anni, ma sembra che queste parole siano ancora attuali. Come Lei sa, durante l’attesa del suo viaggio, molte voci di oppositori e di sostenitori dei diritti umani si sono fatte sentire. Santità, Lei pensa di riprendere il messaggio di Giovanni Paolo II, pensando sia alla situazione interna di Cuba, sia a quella internazionale?

Santo Padre: Come ho già detto, mi sento in assoluta continuità con le parole del Santo Padre Giovanni Paolo II, che sono ancora attualissime. Questa visita del Papa ha inaugurato una strada di collaborazione e di dialogo costruttivo; una strada che è lunga e che esige pazienza, ma va avanti. Oggi è evidente che l’ideologia marxista com’era concepita, non risponde più alla realtà: così non si può più rispondere e costruire un società; devono essere trovati nuovi modelli, con pazienza e in modo costruttivo. In questo processo, che esige pazienza ma anche decisione, vogliamo aiutare in spirito di dialogo, per evitare traumi e per aiutare il cammino verso una società fraterna e giusta come la desideriamo per tutto il mondo e vogliamo collaborare in questo senso. È ovvio che la Chiesa stia sempre dalla parte della libertà: libertà della coscienza, libertà della religione. In tale senso contribuiamo, contribuiscono proprio anche semplici fedeli in questo cammino in avanti.

EDUCARE A UNA MORALE PUBBLICA

INCONTRO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI CON I GIORNALISTI DURANTE IL VOLO VERSO IL MESSICO (VENERDÌ 23 MARZO 2012)



3a Domanda: Santità, noi Le diamo veramente il benvenuto in Messico: siamo tutti contenti che Lei vada in Messico. La domanda è la seguente: Santo Padre, dal Messico Lei ha detto di volersi rivolgere all’intera America Latina nel bicentenario dell’indipendenza. L’America Latina, nonostante lo sviluppo, continua ad essere una regione di contrasti sociali, dove si trovano i più ricchi accanto ai più poveri. A volte sembra che la Chiesa cattolica non sia sufficientemente incoraggiata ad impegnarsi in questo campo. Si può continuare a parlare di "teologia della liberazione" in un modo positivo, dopo che certi eccessi – sul marxismo o la violenza – sono stati corretti?

Santo Padre: Naturalmente la Chiesa deve sempre chiedere se si fa a sufficienza per la giustizia sociale in questo grande Continente. Questa è una questione di coscienza che dobbiamo sempre porci. Chiedere: che cosa può e deve fare la Chiesa, che cosa non può e non deve fare. La Chiesa non è un potere politico, non è un partito, ma è una realtà morale, un potere morale. In quanto la politica fondamentalmente dev’essere una realtà morale, la Chiesa, su questo binario, ha fondamentalmente a che fare con la politica. Ripeto quanto avevo già detto: il primo pensiero della Chiesa è educare le coscienze e così creare la responsabilità necessaria; educare le coscienze sia nell’etica individuale, sia nell’etica pubblica.


E qui forse c’è una mancanza. Si vede, in America Latina ma anche altrove, presso non pochi cattolici, una certa schizofrenia tra morale individuale e pubblica: personalmente, nella sfera individuale, sono cattolici, credenti, ma nella vita pubblica seguono altre strade che non corrispondono ai grandi valori del Vangelo, che sono necessari per la fondazione di una società giusta. Quindi, bisogna educare a superare questa schizofrenia, educare non solo ad una morale individuale, ma ad una morale pubblica, e questo cerchiamo di farlo con la Dottrina Sociale della Chiesa, perché, naturalmente, questa morale pubblica dev’essere una morale ragionevole, condivisa e condivisibile anche da non credenti, una morale della ragione.

Certo, noi nella luce della fede possiamo meglio vedere tante cose che anche la ragione può vedere, ma proprio la fede serve anche per liberare la ragione dagli interessi falsi e dagli oscuramenti degli interessi, e così creare nella dottrina sociale, i modelli sostanziali per una collaborazione politica, soprattutto per il superamento di questa divisione sociale, antisociale, che purtroppo esiste. Vogliamo lavorare in questo senso. Non so se la parola "teologia della liberazione", che si può anche interpretare molto bene, ci aiuterebbe molto. Importante è la comune razionalità alla quale la Chiesa offre un contributo fondamentale e deve sempre aiutare nell’educazione delle coscienze, sia per la vita pubblica, sia per la vita privata.

martedì 20 marzo 2012

LA COZZA PELOSA


Michele Emiliano è protagonista di un "fishgate" dal quale non sarà facile uscire. Se uno che va a caccia di appalti pubblici e ti regala scampi, orate e cozze, e tu per soprammercato fai il sindaco, ti devi chiedere: "Perché lo fa?"
di Mario Sechi
Tratto da Il Tempo del 19 marzo 2012

Il sindaco di Bari Michele Emiliano è finito nel frullatore per una storia di «cozze pelose» che sono arrivate in casa sua poco prima di Natale. Regalo di un imprenditore che gareggiava per gli appalti del Comune. Emiliano si è definito un «fesso» per aver accettato quel regalo.
Sono d’accordissimo con lui: è un fesso ed ora il sindaco del Pd è protagonista di un «fishgate» dal quale non sarà facile uscire. Ho seguito il suo profilo twitter e debbo ammettere che ce la sta mettendo tutta per apparire inadeguato. Ha dato mille risposte ai suoi lettori-elettori indignati, ma non una convincente. Non vuole dimettersi e si dipinge come un allocco. Giudicate voi. È vero, non c’è reato né mai penso ci sarà, ma non siamo di fronte a un problema da codice penale, semplicemente si tratta di una materia chiamata «politica».
Se uno che va a caccia di appalti pubblici e ti regala scampi, orate e cozze, e tu per soprammercato fai il sindaco, ti devi chiedere: «Perché lo fa?». Al suo posto, io che sono un fan di Machiavelli, avrei fatto un ragionamento del tipo: «Meglio rimandarle indietro, sono pure pelose ’ste cozze e le devo pulire. E non si sa mai che questo canti ai quattro venti che io le ho prese e mangiate». Cosa che è regolarmente successa.
Altro marginale elemento di questa storia: Emiliano è un magistrato in aspettativa, uno che dovrebbe avere naso particolare nel fiutare i lestofanti. E invece no, ha sottovalutato le relazioni pericolose tra business e politica. Ha sempre fatto alti discorsi sull’etica e sui danni dell’era berlusconiana, poi però ha trovato il suo contrappasso dantesco, il «più puro che ti epura». Non mi interessa la sua carriera, non era destinato certo a entrare nel pantheon degli statisti, ma la sua storia sì che è esemplare, è una metafora dello sbrego tra politica e realtà. Così a Bari la seduta di autocoscienza del centrosinistra è da giorni concentrata sulle dimensioni delle spigole, la carne bianca e morbida degli astici e la polpa prelibata delle ostriche imperiali. Il tavolo della politica è diviso in fazioni che si fronteggiano tra cotto e crudo, sfilettato e marinato, al vapore o alla griglia. Se vanno avanti così, sono fritti.

IL MATRIMONIO E' UN OPTIONAL


di Stefano Spinelli

1. Non c’è pace per famiglia e matrimonio.

“Il matrimonio non è un’opinione”, avevo titolato un mio precedente commento alla sentenza della Corte Costituzionale 138/2010, che aveva ribadito la tutela costituzionale del matrimonio tra uomo e donna, legittimando le norme attuali che impediscono a due persone di sesso maschile di procedere alla pubblicazione del matrimonio.

“Il matrimonio è un optional”, si potrebbe invece titolare questa sentenza della Cassazione 4184/2012, depositata pochi giorni fa, che afferma che – indipendentemente dal matrimonio – agli omosessuali “spetta un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata”.

A OGNUNO LA SUA CASA. QUELLA DEI GAY NON E' IL MATRIMONIO


No ai matrimoni gay

Intervista a Samek Lodovici tratta da Libertà e Persona
Perché opporsi ai matrimoni omosessuali?
Samek Lodovici: Quanto alle coppie omosessuali, è ovvio che esse non possono contribuire mediante la procreazione alla continuazione della società.
Si obbietta che potrebbero farlo adottando dei bambini. Ma, in realtà, dare dei bambini in adozione a queste coppie significa, quanto meno, privarli della figura materna/paterna, che non può essere surrogata da chi è uomo/donna.
Xavier Lacroix ha criticato efficacemente l’attendibilità di alcuni dati che vengono citati per sostenere che per un bambino essere adottato da omosessuali è indifferente.
Al contrario, i dati che finora abbiamo a disposizione mostrano che i bambini affidati a queste coppie hanno una probabilità molto più alta di soffrire di gravi disturbi psicologici, di avere un’autostima bassa, una maggiore propensione alla tossicodipendenza e ad autolesionarsi (cfr. Deevy, 1989, p. 34), per almeno i seguenti 5 motivi.

1) La già menzionata assenza della figura materna/paterna. E’ vero che ci sono casi della vita in cui i bambini trovano le figure di riferimento femminile/maschile fuori dalla coppia genitoriale; ma ciò è un rimedio che non si verifica sempre e che non intacca l’inaccettabilità della privazione iniziale. Esistono situazioni particolari (per es. in tempo di guerra) in cui alcuni bambini vengono allevati da due donne; ma una situazione eccezionale dà adito a soluzioni eccezionali che non possono essere la norma, né un bene.

2) La brevità dei legami omosessuali, che si infrangono molto più frequentemente di quelli delle coppie coniugate, con o senza figli. D. McWirther e A. Mattison, che sono ricercatori gay (quindi non sospettabili di parzialità), hanno esaminato 156 coppie omosessuali: solo 7 di queste avevano avuto una relazione esclusiva, ma comunque nessuna era durata più di 5 anni. Le relazioni omosessuali durano in media un anno e mezzo i maschi gay hanno mediamente 8 partner in un anno fuori dal rapporto principale (Xiridou, 2003). In un’ampia ricerca di un volume di ben 506 pagine (si noti che questo volume è stato pubblicato dall’Istituto Kinsey, che non è certo ostile all’omosessualità, anzi l’ha fortemente promossa) di A.P. Bell e M.S. Weinberg (Homosexualities: A study of diversity among men and women, Simon & Schuster, New York 1978) svolta su un campione americano, si mostrava che su 574 uomini omosessuali solo l’1 % aveva avuto 3-4 partner, il 2 % 5-9, il 3 % 10-14, il 3% 15-24, l’8 % 25-49, il 9 % 50-99, il 15 % 100-249, il 17 % 250-499, il 15 % 500-999, il 28 % 1000 (mille) e più. Ed un’indagine su 150 uomini omosessuali di età tra i 30 e i 40 anni ha mostrato che già a quell’età il 65 % aveva avuto più di 100 (cento) partner sessuali (cfr. Goode – Troiden, 1980). Ci sono rare coppie omosessuali che continuano a coabitare per più anni, ma tra loro non c’è quasi mai esclusività nei rapporti.

3) Gli omosessuali hanno probabilità molto superiori di avere una salute peggiore, di avere problemi psicologici (cfr. Rothblum, 1990, p. 76; Welch, 2000, pp. 256-263), che si ripercuotono sui bambini. Anche in Olanda, dove il clima culturale è molto tollerante verso l’omosessualità, uno studio su 7.076 soggetti ha mostrato che i disturbi psicologici degli omosessuali sono davvero numerosi (cfr. Sandfort, 2001, pp. 85-91). Forse è anche per questo motivo che nell’ambiente omosessuale la percentuale di suicidi è superiore alla media. Infine, il tasso di violenza è assai alto (Cameron, 1996, pp. 383-404).

4) I bambini che vengono adottati hanno alle spalle già una storia di sofferenze e/o violenza: così, alla differenza tra i genitori naturali i genitori adottivi – che già di per sé costituisce una difficoltà – si viene ad aggiungere il fatto che la coppia dei secondi non è analoga alla coppia dei primi” (Lacroix, p. 56).

5) Ancora, “è insito nel bambino un bisogno di divisione dei ruoli, di sapere “chi fa che cosa” e “da chi mi posso aspettare questo atteggiamento e da chi mi posso aspettare quell’altro”" (Lobbia – Trasforini, p. 89).

lunedì 19 marzo 2012

FARE IL CRISTIANESIMO NEL WEB


di Don Gabriele Mangiarotti
Tratto dal sito Cultura Cattolica.it il 18 marzo 2012

Ovunque volgiamo il nostro sguardo, quello che si nota con maggiore frequenza è la capacità pervasiva dei mezzi di comunicazione, tale che sembra sempre più diffondersi un tipo di pensiero non cristiano (e questo accade purtroppo anche per tanti che si dicono cristiani, come abbiamo mostrato a proposito, per esempio, di Enzo Bianchi e come su La Bussola Quotidiana ricorda il professor Livi).

Con il sito CulturaCattolica. it abbiamo documentato molte volte questa situazione drammatica, che ci ha fatto spesso parlare di “guerra” contro la fede, la cultura cattolica e la presenza della Chiesa nella società.

L’ultimo attacco, in ordine di tempo (ma su questo argomento siamo certi che non è possibile stare dietro a tutte le notizie) è la sentenza della Corte di Cassazione a proposito dei diritti alle coppie gay.

Riporto il lucido intervento del vescovo di San Marino-Montefeltro, monsignor Luigi Negri, che mette in chiaro i termini della questione.


«E’ una ferita mortale alla Costituzione, viene demolito ciò su cui la civiltà poggia da millenni. E’ una contraddizione logica e giuridica. Come può esserci vita familiare senza famiglia?». E’ profondamente turbato monsignor Luigi Negri, vescovo ciellino di San Marino-Montefeltro, commissario Cei per la Dottrina della fede e presidente della fondazione Giovanni Paolo II per il magistero sociale della Chiesa. In cosa la Cassazione sbaglia? «E’ l’impostazione relativistica di chi confonde cose distinte. Si unifica tutto a livello neutrale ed è gravissimo che venga creata una figura inesistente nella Costituzione: la famiglia gay. L’amore di un uomo e una donna è il fondamento della vita umana, mentre le relazioni omosessuali contrastano con la legge morale naturale. Equiparare le unioni gay al matrimonio va contro valori basilari dell’umanità. La famiglia, cellula fondamentale di ogni società, è un bene troppo prezioso per esporla al rischio di pronunciamenti distruttivi e contrari all’etica».

Una coppia gay non può avere vita familiare? «E’ mistificatorio giocare con le parole. Come per il matrimonio tra omosessuali, anche per la famiglia gay si prendono i termini e si svuotano del loro significato reale. Questa sentenza scardina quanto di più necessario occorra alla società per non precipitare nel caos. E’ una pericolosa minaccia alla dignità umana e al futuro stesso dell’umanità. A pagare il prezzo più alto saranno i giovani. La famiglia fondata sul matrimonio uomo-donna non è una convenzione sociale». (Intervista di Giacomo Galeazzi su La Stampa di venerdì 16 marzo 2012)

Ora però ci chiediamo: “che fare?”
Cattedrale di Chartres

Ricordiamo quello che diceva il grande Péguy: “Questo mondo moderno non è solamente un mondo di cattivo cristianesimo, questo non sarebbe nulla, ma un mondo incristiano, scristianizzato. Ciò che è precisamente il disastro è che le nostre stesse miserie non sono più cristiane. C’era la cattiveria dei tempi anche sotto i Romani. Ma Gesù venne. Egli non perse i suoi anni a gemere ed interpellare la cattiveria dei tempi. Egli taglia corto. In un modo molto semplice. Facendo il cristianesimo. Egli non si mise a incriminare, ad accusare qualcuno. Egli salvò. Non incriminò il mondo. Egli salvò il mondo. [Charles Péguy, Veronique].



Fare il cristianesimo. Che cosa significa? Quali sono le caratteristiche della presenza cristiana oggi nel mondo? Ricordiamo questi due principi fondamentali: - l’unità visibilmente espressa dei cristiani;
- il nesso con l’autorità della Chiesa.

Se questi sono i fondamenti, bisogna però rimboccarsi le maniche per impedire che il veleno del mondo ci contagi. L’antidoto al veleno c’è, ma viene spesso reso innocuo dal grave problema della comunicazione oggi.

“Fare il cristianesimo” significa anche questo: rendere possibile l’incontro con ogni giudizio che nasce dalla fede (Giovanni Paolo II diceva che se la fede non diventa cultura non è vissuta né pensata né accolta) e qui si colloca il grave e affascinante compito di chi usa i moderni mezzi della comunicazione.

La rete può fare quel servizio che rende più inoffensivo o meno offensivo il veleno del mondo. Basta saperla usare, secondo la sua dinamica specifica e originaria. E’ rete, trama di rapporti, suggerimento di siti, scambio di notizie: una relazione che mette insieme quelli che una volta si chiamavano gli “uomini di buona volontà”.

Guai a chi pensa che i propri visitatori vadano “tenuti” senza nessi, come in un recinto che non deve essere travalicato! Bisogna invece trovare il modo affinché crescano lo scambio e la comunicazione tra le realtà positive.

Quando gli oratori si concepivano come ambito “esauriente” della vita del giovane, il più delle volte, di fronte a momenti di crisi, perdevano la capacità di “tenere” e guidare i ragazzi.

Riporto qui quanto diceva, anni fa, Don Giussani ai sacerdoti della Romagna: «Così come, se c’è un ragazzo che viene a scuola da me e non mi ascolta, perché gli sono antipatico, e a scuola di religione si tura le orecchie o studia latino (e io non ci posso far niente, perché, poniamo, finirei per inimicarmelo del tutto, e allora, un po’ discretamente, cerco di non farci caso), però ha in simpatia il vicario della sua parrocchia, va alla sua parrocchia, fa la Comunione alla sua parrocchia, va all’associazione della sua parrocchia e non aderisce al movimento cristiano che cerco di fare nella mia scuola, io dirò: «Meno male che va là». È la stessa cosa! L’umiliazione più grande di chi cerca di lavorare per il Regno di Dio, che è uno, di chi cerca di lavorare per il suo Vescovo (perché la Chiesa è nel Vescovo e stop), l’umiliazione più grande è quella di essere considerato dai propri confratelli un transfuga o un «sovvertitore di», oppure un individuo che tende a fare il suo proprio mondo e basta. Invece è lo stesso identico gesto! [Appunti da un intervento di Luigi Giussani su Gioventù Studentesca. Reggio Emilia, 1964]».

La gelosia o l’invidia tra i siti cattolici non solo è infondata e senza senso, è infeconda!

OSPITI NON GRADITI?


DA PALERMO A PARIGI, I NODI IRRISOLTI DEI TANTI INQUILINI DI CASA BERSANI

Le contraddizioni mai risolte del Pd si inseguono sull'asse Parigi-Palermo. Nella capitale francese il segretario Pier Luigi Bersani partecipa a una manifestazione con Hollande, avversario di Sarkozy, rappresentante della versione più tradizionale del socialismo europeo. Ma quindici parlamentari del suo partito contestano questa iniziativa che definiscono un «clamoroso errore». Sono tutti esponenti del fu Ppi, il loro leader è Beppe Fioroni, affiancato in questa protesta da Marco Follini. Vogliono che il segretario comprenda il disagio dei cattolici e dei moderati che sognano un Pd riformista e non una edizione riveduta e corretta di un grande partito socialista. Anche perché in una formazione di quel tipo non si sentirebbero a casa loro e avrebbero la sensazione di fare la parte degli ospiti non propriamente graditi.

Dalla Francia alla Sicilia, con un apparente salto logico che in realtà tale non è. A Palermo, nelle primarie per il candidato sindaco del centrosinistra, ha vinto Fabrizio Ferrandelli, cattolico vicino ai gesuiti, che ha transitato nell'Idv. Con lui, un pezzo non indifferente del Pd. Mentre il partito ufficiale, con Sel e Idv, sosteneva Rita Borsellino. Dopo la sconfitta, Nichi Vendola e Antonio Di Pietro hanno lasciato intendere che non accettavano il risultato. E il Partito democratico era tentato di fare altrettanto.

Ancora una volta molti cattolici dell'ex Ppi, che appoggiavano Ferrandelli, si sono sentiti emarginati: ma come, se il candidato vincente non ha l'imprimatur della sinistra, il voto non vale? Poi, per una di quelle strane alchimie della politica siciliana, la cosa si è risolta grazie all'intervento di Massimo IYAlema e di Enrico Letta.

Non trova soluzione, invece, il problema che il Pd si trascina dalla nascita: quello di non essere riuscito a mescolare due tradizioni e culture diverse. Se non vuole un partito perennemente diviso, Bersani deve scovare gli ingredienti per un mix in cui tutti si sentano alla pari: laici, cattolici ed ex comunisti. E, soprattutto, deve archiviare la pretesa di un'egemonia della sinistra che ha il sapore di un trapassato remoto che nell'anno 2012 si credeva morto e sepolto.

Corriere della Sera di domenica 18 marzo 2012

di Meli Maria_Teresa


SPOSIAMOCI TUTTI: LO VUOLE L'EUROPA


Ora l’Unione Europea, quel grande organismo
politico ed economico che non riesce
a sedare manco un conflitto,  

non riesce a cacciare despoti (se non quando sono decotti e non per interessi di vera democrazia) e nemmeno a evitare crisi economiche gravi (eccetto salvare le banche) ha preso un’altra importante decisione nel campo di quelli che si chiamano diritti e che riguarda quella che si chiama la morale. Pare dunque che lo scopo principale, o almeno quello che riesce meglio alla Ue, non è salvare la vita alla gente in guerra, né salvare i popoli dal baratro economico, ma sindacare sulle nostre scelte morali. E dunque hanno stabilito che anche l’unione tra omosessuali sia da equiparare al matrimonio. A me sinceramente me ne frega poco. Per me coloro che amano chiamarsi gay facciano quel che vogliono. Ci tengono tanto a sposarsi? Sai che divertimento.
Del resto, già Marx aveva scritto che l’attacco rivoluzionario doveva concentrarsi sulla famiglia per realizzare il suo paradiso in terra. Vedremo se ci sarà questo paradiso che da secoli ci promettono i suoi nipotini. Di sicuro, come ha paventato qualcuno si tratta di una ridefinizione in termini economici e sociali fondamentale, le cui conseguenze non sono facilmente immaginabili.
Con la parola “diritto” si è fatto passare semplicemente la trasformazione della diversità in uguaglianza. Il che annulla uno dei pilastri stessi del pensiero di genere, e soprattutto di ogni genere di pensiero. Se siamo tutti uguali e tutte uguali devono essere riconosciute dallo stato le relazioni, non si capisce perché non riaffermare il diritto alla poligamia, ad esempio, o a chiamare matrimonio una società per azioni. O, visto l’aria che tira dalle parti del pensiero posthuman, perché limitare agli animali di genere umano la possibilità di sposarsi? Non si hanno vere effusioni d’affetto tra umani e gatti, o tra umani e cavalli? Chissà. Facciamolo ‘sto matrimonio generale. Si proceda fino in fondo. Sposiamoci tutti con tutti. Diventiamo tutti parenti. Uno aveva detto: siete tutti fratelli. Abbiamo preferito essere tutti suocere, cognati...
Davide Rondoni
da Clandestinozoom

FALSI PROFETI

Perchè i media anticattolici (il Corriere della Sera, la

Repubblica, La Stampa, L’Espresso) ospitano volentieri i

sermoni del profeta di Bose?



Enzo Bianchi si presenta come il priore della Comunità di Bose, che i cattolici ritengono essere un nuovo ordine monastico, mentre canonicamente non lo è, perché non rispetta le leggi della Chiesa sulla vita comune religiosa.
I cattolici lo ritengono un maestro di spiritualità, un novello san Francesco d’Assisi capace di riproporre ai cristiani di oggi il Vangelo sine glossa, ma nei suoi discorsi la Scrittura non è la Parola di Dio custodita e interpretata dalla Chiesa ma solo un espediente retorico per la sua propaganda a favore di un umanesimo che nominalmente è cristiano ma sostanzialmente è ateo.
Ecco, ad esempio, come Enzo Bianchi commentava il racconto evangelico delle tentazioni di Gesù nel deserto: «Gesù non si sottrae ai limiti della propria corporeità e non piega le Scritture all’affermazione di sé; al contrario, egli persevera nella radicale obbedienza a Dio e al proprio essere creatura, custodendo con sobrietà e saldezza la propria umanità» (Avvenire, 4 marzo 2012). Insomma, un’esplicita negazione della divinità di Cristo, i quale è ridotto a simbolo dell’etica sociale politically correct, l’etica dell’uomo che – come scriveva Bianchi poco più sopra – deve «avere il cuore e le mani libere per dire all’altro uomo: “Mai senza di te”» (ibidem).
Grazie al non disinteressato aiuto dei media anticattolici, Enzo Bianchi ha saputo gestire molto bene la propria immagine pubblica: quando si rivolge a quanti si professano cattolici, Enzo Bianchi veste i panni del “profeta” che lotta per l’avvento di un cristianesimo nuovo (un cristianesimo che deve essere moderno, aperto, non gerarchico e non dogmatico, cioè, in sostanza, non cattolico); quando invece si rivolge ai cosiddetti “laici” (ossia a coloro che hanno smesso di professarsi cattolici oppure non lo sono mai stati ma desiderano tanto vedere morire una buona volta il cattolicesimo), Enzo Bianchi si presenta simpaticamente come loro alleato, come una quinta colonna all’interno della Chiesa cattolica (se non piace la metafora di “quinta colonna” posso ricorrere alla metafora, ideata da Dietrich von Hildebrand, di “cavallo di Troia nella Città di Dio”).

domenica 18 marzo 2012

RISCOPRIRCI PADRI

Massimo Camisasca 18 marzo 2012


Dobbiamo andare a scuola da san Giuseppe. Da quest’uomo così silenzioso e così misterioso possiamo imparare molto: ma innanzitutto capiamo che siamo tutti padri putativi. Ogni paternità e maternità è una paternità ed una maternità putativa. Con questo non intendo sminuire l’importanza della nascita carnale, biologica, rispetto ad esempio all’affido o all’adozione. Intendo dire un’altra cosa: che, in ogni caso, la vita è qualcosa che ci è affidata da un Altro affinché noi gliela riconsegniamo.

Certamente il rapporto genitori-figli è il rapporto più delicato che esista sulla faccia della terra. È un rapporto delicato perché è un rapporto che racchiude in sé tutto l’universo. In questo senso la paternità e la maternità non si imparano mai una volta per tutte, ma si riscoprono continuamente. La tentazione che noi continuiamo a vivere è la tentazione di possedere. Istintivamente vogliamo possedere e non ci rendiamo conto che in questa possessività disordinata prevarichiamo sull’altro, sugli altri. Tanto che, alla fine, gli altri diventano degli oggetti nelle nostre mani. Perché l’altro sia recuperato, nel suo essere “tu”, nel suo essere soggetto, occorre un sacrificio, una conversione, una nuova libertà, che coincide proprio con una riscoperta della paternità e della maternità.

In fondo la nostra paternità deve essere una imitazione della paternità di Dio. Anche Dio accetta che ciascuno di noi non sia Lui, sia altro da Lui, sia un “io” davanti a Lui. Nonostante la sua sia una paternità assolutamente particolare (perché è la paternità di colui che ha fatto dal nulla ciascuno di noi), Lui ci ha voluti così, in piedi davanti a Lui.

Così, dobbiamo non solo accettare, ma desiderare questo per i nostri figli: che siano in piedi davanti a noi.

mercoledì 14 marzo 2012

Il confessionale, il tram e il Cardinale


di padre Emmanuel Braghini

Frate cappuccino, è morto l'11 marzo a Milano. Dalle pagine di Tracce, la testimonianza per i cinquant'anni di messa nel 2004 e l’incontro con don Giussani. «Sono qui per miracolo», diceva di sé. Il racconto di quell’inizio. 

Dalle h. 15.00 di oggi - lunedì 12 marzo - sarà allestita la camera ardente nella Chiesa di Via Colleoni; i funerali saranno celebrati domani pomeriggio alle h. 14.45 presso il Convento dei Cappuccini in V.le Piave n° 2 a Milano




Era il 1954. A marzo avevo detto la mia prima messa da frate cappuccino. All’epoca era venuta una disposizione della Congregazione per cui bisognava fare un altro anno di Teologia. Poiché non ci stavamo più in piazza Velasquez a Milano, dove c’era la nostra facoltà, ci hanno mandato a Musocco, nel convento di fronte al cimitero Maggiore. Una mattina di settembre in convento c’ero io solo - tutti i miei compagni erano nel cimitero a cantare la messa - insieme al frate in portineria, il quale, a un certo punto, mi chiama: «C’è un prete da confessare». Gli ho risposto: «Noi “padrini” (i frati appena ordinati; ndr) non confessiamo i preti!». Lì per lì c’è stato un litigio col portinaio. Lui avrebbe potuto dire: «Va bene» (sapeva pure lui che non si mandano mai i frati giovani a confessare i preti… anche perché il prete ci rimane male), e invece mi ha detto: «Lo so, ma non c’è nessun altro». È venuto fuori un altro bisticcio. A quel punto mi ha ferito accusandomi di rifiutare un gesto di carità («Allora non vale la pena studiare tanto», ha commentato). Stava quasi per andarsene quando mi ha detto queste cose, allora gli ho risposto: «Va bene, vado a confessare il “tuo” prete». 

Sul tram per Milano
Sono andato a confessare quel prete, senza neanche vederlo in faccia. Io provo tuttora imbarazzo a confessare - vorrei dire io i miei peccati -, sta di fatto che sono entrato nel confessionale, l'ho confessato e sono uscito. Non ci siamo neppure guardati in faccia. Lui, però deve avere afferrato nelle due parole che gli ho detto una qualche improvvisa sintonia. Uscito dal confessionale, vado in cella, prendo la mia borsa per andare in città, salgo sul tram e lì c'è un prete che mi fa: «Lei è sempre qui di convento?». Allora ho capito. «Son qui forse per un anno», gli rispondo. E lui ha cominciato a raccontarmi di un suo tentativo, perché si era accorto che il cristianesimo, quel Fatto, quella Presenza non esistevano più tra i ragazzi (di lì a pochi giorni avrebbe iniziato a fare Scuola di religione al liceo Berchet di Milano). Non ci siamo più lasciati.


Tutta la vita diventava bella 
Da subito mi ha colpito la passione di don Giussani per il Mistero della Chiesa, per l’Incarnazione, che è sempre stato il fattore più incisivo. Ricordo quello che mi disse durante un viaggio in treno; stavamo andando a Brescia e lui si mise a picchiare sul vetro del finestrino dicendo: «Se uno non si misura, non si impegna, non si coinvolge con questo materiale, non può capirlo», e parlava del coinvolgimento con la realtà, col fatto del cristianesimo. Per lui il particolare è sempre stato importante, mai una cosa trascurabile. E questo per la percezione della presenza sacramentale, cioè sensibile, del Mistero. Quando terminava il raggio si rimettevano le cose a posto, le sedie in ordine; e poi don Giussani faceva raccogliere qualcosa per le missioni, sottolineava la puntualità. Durante le vacanze in montagna, dopo una certa ora girava per l’albergo, e non perché fosse apprensivo per i pericoli, ma per vedere se c’era silenzio. Per non parlare della messa. Non ne finiva una che non tornasse in sacrestia lamentandosi per i canti: che so, perché non avevamo tirato il fiato. Nella recita delle Ore, poi, sottolineava la pausa, l’andare insieme, perché - diceva - «se la preghiera non diventa anche un gesto bello, si finisce per rifiutarlo». E così diventava bella tutta la vita. 


Montini intuiva
Tra i ricordi di quei primi anni ce n’è uno che mi porto dietro con commozione. Un giorno il cardinale Montini scrisse al mio convento per chiedere di vedermi. Quando lo incontrai mi domandò com’era la situazione di Gs. Non dimenticherò mai la risposta che gli diedi: «Guardi, Eminenza, lei sa che io sono l’unico che confesso i ragazzi; sa che cosa vengono ad accusare? Qualcosa che lei non ha mai sentito nella confessione di nessuno: chiedono perdono perché, per esempio, invece di andare a mangiare a un tavolo dove forse c’era una persona che aveva più bisogno, più triste, un po’ più sola, che non avevano ancora conosciuta, erano stati tentati di andare al tavolo con la persona con cui c’era più facilità di rapporto. Uno che si accusa di questo capisce che dovrebbe missionariamente andare a mangiare con quello o con quella, tanto che, non facendolo, lo riconosce come peccato…». Il Cardinale mi ascoltava e intuiva che sotto c’era qualcosa, era contento. Padre Giannantonio, un nostro frate cappuccino (tornato miracolosamente dai lager dell’ultima guerra, era confessore in lingue straniere in Duomo), aveva consigliato due suoi nipoti di venire in Gs e mi diceva: «Quando tutta la gente, che di solito va in un sacco di negozi, va tutta in un certo negozio, vuol dire che lì c’è qualcosa che vale di più». Anche il cardinale Montini aveva “fiutato” questo.




ELIMINARE DANTE?

E' IL PRIMO PASSO DELL'ONU PER ABOLIRE LA BIBBIA


Intervista a Camillo Langone, giornalista di Libero e del Foglio, sulla proposta dell'Onu di cancellare la Divina Commedia dai programmi scolastici: «Perché non abbattiamo anche il Colosseo e San Pietro? L'Onu vuole esportare il nichilismo e il cinismo a livello mondiale, ma io propongo che l'Italia esca dall'Onu e dal suo relativismo».
di Daniele Ciacci
Tratto da Tempi del 13 marzo 2012
Per Valentina Sereni, presidentessa dell'associazione di consulenza speciale per l'Onu "Gherush92", bisognerebbe «espungere la Divina Commedia dai programmi scolastici ministeriali». Alcuni luoghi del testo sarebbero, infatti, islamofobi, omofobi, sessisti e antisemiti. Un concentrato di elementi diseducativi nel libro più studiato di tutta la letteratura italiana. Tempi. it ne discute con Camillo Langone, giornalista del Foglio e di Libero.
Insomma, vogliono toglierci Dante.
Mi aspettavo che si sarebbe arrivati a una mossa del genere. C'è una grande coerenza in questo modo di ragionare. Poco tempo fa, si voleva coprire l'affresco della Basilica di San Petronio a Bologna che raffigurava Maometto precipitato nel'Inferno. Un'immagine tratta chiaramente dal poema dantesco. Ci furono molte discussioni, e anche qualche minaccia. Ma la cosa non mi stupisce: nel momento in cui non si crede più in niente, nulla vale.
La proposta è di Gherush92, un'associazione che è consulente speciale dell'Onu.
L'Onu vuole esportare il nichilismo e il cinismo a livello mondiale. Oggi cercano di inquisire Dante, poi si scaglieranno contro la Bibbia. La Divina Commedia è un poema biblico, quindi è il primo passo per abolire Bibbia e Vangeli. Ma già adesso si vedono i primi sintomi. A Bologna è stata rimossa un'insegnante di religione perché insegnava l'Apocalisse, uno tra i più scomodi libri della Bibbia. È meglio non citare neanche il Genesi, che è difficile da trattare pubblicamente.
Quindi, è l'Onu che ci sta educando al nichilismo.
Sono per l'uscita dell'Italia dall'Onu, dall'Unione europea e da qualsiasi altra associazione che cerchi di distruggere culturalmente il nostro paese incentivando l'ideologia relativista. Se niente ha un valore assoluto, è giusto togliere tutti i libri scomodi. Noi viviamo in uno stato di censura, mille cose non si possono dire. Ma perché? Perché ce lo impongono delle sovrastrutture nazionali che si fanno a carico di direttive mondiali. E che, tra l'altro, dipendono dai nostri fondi di povere provincie. Io sono per la sovranità nazionale, e che un'entità sovranazionale dica quello che si deve e non deve fare in ambito scolastico nei singoli paesi mi infastidisce. Adesso, poi, con il governo Monti ci siamo resi vassalli del governo europeo, che è capace di farci digerire qualsiasi follia. L'Italia ha sempre avuto una certa abitudine al servilismo. Quindi, è giusto che tolgano la Divina Commedia, che è la cosa più grande che ha prodotto l'Italia. Già che ci siamo, abbattiamo il Colosseo o San Pietro.
Come si può reagire?
Non con le parole. Bisogna togliere i fondi, affamare la bestia. Associazioni come Gherush92, dedite alla distruzione della nostra cultura, devono essere liquidate eliminando qualsiasi sostegno economico. Da dove vengono i soldi per le loro ricerche? Temo da noi contribuenti. Inizio a credere che l'evasore, se riesce ad affrontare e superare i meccanismi sovranazionali, sia un eroe.
La censura della Divina Commedia non le sembra una lesione della libertà culturale?
È molto peggio. Io sono per la libertà di stampa. A mio parere, è giusto anche pubblicare il Mein Kampf. Ma, a differenza del libro di Hitler, io condivido in toto la Divina Commedia. La condivido in tutto e per tutto. La libertà d'espressione va preservata sempre, anche Ahmadinejad si può pubblicare, ma costui, Dante, ci rappresenta, è il nostro poeta.

L'UOMO DILACERATO

TRE STORIE VERE
da leggere con attenzione

Storia uno, la più recente. Un trans, in Gran Bretagna, ha partorito una figlia. Lo racconta il suo ex fidanzato, Jason, 24 anni, che non era pronto a fare il genitore ed ha lasciato il compagno (compagna?) quando ha saputo che era incinta (incinto?). Il “mammo”, nato donna, durante l’intervento per il cambio di sesso non si è fatta (fatto?) rimuovere l’utero. Le iniezioni di testosterone non gli (le?) hanno impedito di rimanere incinta e a quel punto Jason, futuro padre, ha deciso di troncare il rapporto perché – così ha detto nel corso di una recentissima intervista al Sun on Sunday – essendo omosessuale cominciava a sentire di essere nel rapporto sbagliato. Quando la bambina sarà in grado di comprendere ciò che vede, troverà davanti a sé un uomo che si fa chiamare papà, ma che, del suo, per farla nascere, non ha messo gli spermatozoi ma l’utero, ed è dunque, in realtà, la sua mamma.

Storia due. Nel 2010 anche Scott Moore ha avuto un figlio. Era legalmente sposato con Thomas. Nati come Jessica e Laura, i due si erano conosciuti in un gruppo transgender. Thomas (ex Laura) aveva già due figli, nati da una partner precedente (che aveva ricevuto il seme da non si sa chi). Scott (ex Jessica) ha mantenuto gli organi femminili (melius abundare…), Thomas, invece, ha subito un’isterectomia, e così, quando si son detti: “un figlio, perché no?”, Scott è stato inseminato da un amico.
Ricapitolando: i primi due figli della coppia hanno, come adulti di riferimento, una madre (nata e rimasta donna), nessun padre naturale maschio di cui sia loro nota l’identità, ma, in compenso, due padri acquisiti (ex donne); il terzo (terza?) nato (nata?), ora in grado di comprendere ciò che vedono i suoi occhi, si trova di fronte due maschi (che erano due donne. Glielo diranno? Non glielo diranno?) che, per le scelte di campo (e di sesso) si fanno chiamare papà. Papà uno e papà due, forse. E però uno dei due, Scott, è anche la sua mamma, perché l’ha dato (data?) alla luce. E però chissà come lo chiama, la creatura, il padre naturale (che sarebbe poi il padre vero, che ha inseminato il padre/madre, ma che è solo un amico di famiglia…). “Zio X”? “Papà tre” (anche se, volendo cavillare, sarebbe più corretto dire “papà uno” e gli altri, automaticamente, retrocederebbero di grado…)? Boh!
Terza storia. 2008. Siamo nell’Oregon. Thomas Beatie, ex donna ma uomo da anni, è sposato con Nancy. La moglie non può avere figli. Lui, quand’era una “lei”, si era fatta rimuovere il seno, ma non la vagina. Quando si sposa, scoprono che lei (Nancy) non può avere figli. Non c’è problema. Ci penso io, dice lui (che è rimasto anche un po’ la lei che era). Si recano alla banca del seme, acquistano delle fialette per l’inseminazione domestica e… via. Dal 2008, due figli, che hanno davanti a sé una donna che chiamano mamma, ma non li ha partoriti, un uomo (ex donna) che chiamano papà, ma che li ha avuti in grembo nove mesi e li ha partoriti, e sarebbe dunque la loro vera mamma, e, da qualche parte del mondo, un padre naturale che non conosceranno ma
Da un articolo di  Luisella Saro  tratto dal sito Cultura Cattolica.it il 12 marzo 20