domenica 30 settembre 2012

PER RIMANERE LIBERI


Per rimanere liberi bisogna,

a un bel momento,

prendere senza esitare la via della prigione”



Fonte: CulturaCattolica.it

mercoledì 26 settembre 2012


Scriveva così, Giovannino Guareschi, condannato per diffamazione a mezzo stampa

Correva l’anno 1954, era il 26 maggio quando Giovannino Guareschi direttore de Il Candido, prese la via del carcere. Condannato per la diffamazione di Alcide De Gasperi a mezzo stampa.

Correva l’anno 2007, in febbraio su Libero furono pubblicati un articolo firmato Andrea Monticone e un commento a firma Dreyfus. Si parlava senza citarlo per nome del giudice tutelare Giuseppe Cocilovo, riguardo alla storia di una tredicenne che il Tribunale di Torino aveva autorizzato ad abortire e che in seguito all’aborto era finita in clinica psichiatrica.
Nel commento "Dreyfus", scriveva: “se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice”.

Mano pesante? Forse.
Chiedetelo alla tredicenne che paga sulla sua pelle le conseguenze di un aborto.

I genitori e il medico non se la sono presa, ma il giudice si, anche se il suo nome non era menzionato.
In questo nostro strano Paese, si può usare la mano pesante con tutti, insultare il Papa, intercettare il Capo di Stato, fare film con scene di sesso blasfemo, ma contraddire i giudici può essere pericoloso.

Ed è così che oggi la Cassazione ha reso definitiva la condanna a 14 mesi di reclusione senza condizionale per diffamazione ad Alessandro Sallusti, oggi direttore de 'Il Giornale', oltre al pagamento delle spese processuali.
Il legale del giudice nella sua arringa ha evidenziato che "la libertà di espressione non è assoluta ma ci deve essere un bilanciamento".

In primo grado Sallusti era stato condannato a una pena pecuniaria, ma il giudice ha fatto ricorso e la Corte d'Appello di Milano che, contrariamente alla decisione di primo grado del 2011, ha ritenuto di non convertire in multa la condanna inflitta a Sallusti.

Scriveva Sallusti: "Siamo di fronte a un problema reale, siamo l'unico paese occidentale in cui uno può andare in carcere per delle idee. Non parliamo di diffamazione, l'articolo incriminato propone una tesi molto forte che può offendere qualcuno, ma è una tesi, è un ragionamento politico e culturale. Siamo nel campo dell'opinione e non si può andare in carcere per un'opinione”.

E invece sì.

 

sabato 29 settembre 2012

LA SOCIETA' DELL'ALLEGRIA


INSIEME PER ANDARE
AL CUORE DELLA VITA


Quella di don Agostino Tisselli è una vita spesa per l’educazione delle nuove generazioni. Una passione che ha caratterizzato tutto il suo ministero di sacerdote e che ha letteralmente travolto le migliaia di ragazzi che sono capitati sulla sua strada. Travolto perché chi ha avuto don Agostino come insegnante di religione, parroco, o ha frequentato la Società dell’allegria anche solo per poco, ricorda il rapporto con lui come significativo. Perché si può anche non condividere il fondamento su cui ha costruito la vita, cioè l’esperienza cristiana, ma la percezione di trovarsi di fronte ad un adulto impregnato da una profonda bellezza umana rimane come un fatto inciso nel cuore. C’è chi lo ricorda con affetto dopo anni, e chi grazie alla sua amicizia ha fatto scelte forti nell’impegno sociale, politico, culturale e vocazionale. Un carisma che don Agostino non ha mai legato alla sua persona ma a Cristo.

 “Chi si lascia plasmare da Gesù - dice- ne assume i connotati. In modo originale, perché essi si s’incarnano nel temperamento e nella storia di ogni persona”.

Ormai tutti parlano di emergenza educativa. Perché è così difficile per gli adulti tracciare una strada ai giovani?
Nella pedagogia di oggi è il programma che conta, ciò che si deve fare. Manca invece l’attenzione ad affrontare il nodo del chi sono e alla ragione del nascere e del morire. Senza affrontare questi due punti è impossibile per i giovani cogliere il valore della persona, così come costruire l’etica. C’è un equivoco di fronte al quale la nostra società si trova, ovvero che il problema sia insegnare a comportarsi bene e non a capire chi sono. Ci si concentra sull’etica senza comprendere che essa non è un comportamento ma una consapevolezza: quella di non essere padroni né degli altri né di noi stessi; perché è un “altro” colui che ci fa.

 L’esperienza cristiana che ruolo può avere?
Non è solo utile, ma necessaria all’educazione. Perché il cristianesimo è la migliore pista del vero umanesimo. Togliete Dio e tutto è lecito. La realtà è che il cuore dell’uomo trova piena soddisfazione solo nell’infinito. Non si può educare se non ci si arrende a questa evidenza. E se qualcuno obietta che questa è una posizione intransigente, perché è vietato dire che esiste una verità, mi dicano queste persone qual è, tolto Dio, il riferimento ultimo per dire che una cosa è giusta o è sbagliata. Se fondiamo la giustizia sul relativismo, come si sta tentando di fare, non esiste più alcun codice umano di convivenza.

 Quali consigli dare agli adulti per costruire relazioni educative efficaci?
Il rapporto educativo è sempre fondato sull’affezione, su un bene sincero e radicale che si vuole alla persona che si ha di fronte. Non a pensieri, ma con gesti “carnalissimi”, come può essere un saluto attento che, nella sua semplicità, dice dell’immensa dignità e unicità dell’altro. Questo si traduce nell’attenzione affinché l’altro possa camminare verso la realizzazione di sé. E anche in un coinvolgimento nella storia di questi, in una compagnia che si premura di far sì che egli non vada verso la rovina, ma verso la pienezza. Infine: condividere la gioia; far notare i passi belli che si fanno insieme.

 Spesso la Chiesa s’interroga sulla difficoltà di raggiungere i giovani.
Come riesce la società dell’allegria a proporre il cristianesimo come esperienza affascinante?
Attraverso degli adulti che sono profondamente catturati dalla verità, da Cristo che di sé ha detto “Io sono la via, la verità e la vita”. E non è questione di dire “io ho la verità in tasca” ma, come ha recentemente sottolineato il Papa, di trovarsi posseduti dalla verità. Perché Cristo è un fatto che s’incontra e s’impone nella vita delle persone come totale corrispondenza a sé. Un uomo trasformato dall’incontro con Dio è già testimone con lo sguardo; ben oltre le parole. E poi avere il certezza che il nostro cuore è uguale a quello dei giovani che incontriamo; assetato dello stesso infinito.

Come è andato il centro estivo della Società dell’allegria di quest’anno?
Mi commuovo ogni anno di più. Abbiamo vissuto frammenti di bellezza, che sono la strada per incontrare l’Infinito. Penso allo spettacolo di bambini e ragazzi che maturano sul piano umano e culturale, desiderosi di conoscere sé e il mondo. Ma anche ai giovani e adulti che donano il loro tempo libero per lavorare ad un’opera grande come l’educazione, così come al graduale allargarsi d’interesse verso la nostra esperienza. Anche quest’anno sono venuti da altre regioni gruppi che desideravano vivere la vacanza con noi.

Michela Conficconi
tratto da "La voce di Romagna"

venerdì 28 settembre 2012

REGGIO EMILIA, IL PAPA HA SCELTO CAMISASCA


Il superiore della Fraternità sacerdotale san Carlo Borromeo e figura di spicco di Comunione e Liberazione verso la nomina

Andrea Tornielli
Città del Vaticano
L’annuncio, salvo improbabili sorprese dell’ultima ora, dovrebbe avvenire domani: Benedetto XVI ha nominato vescovo di Reggio Emilia il superiore della Fraternità sacerdotale san Carlo Borromeo, don Massimo Camisasca, figura di spicco del movimento di Comunione e Liberazione, autore di numerosi saggi teologici

Nato a Milano nel novembre 1946, Camisasca da studente al liceo Berchet aveva incontrato don Luigi Giussani. Divenuto uno dei responsabili di Gioventù Studentesca prima e di CL poi, viene ordinato sacerdote nel 1975 a Bergamo, a motivo delle difficoltà incontrate nel seminario milanese dai ciellini. Dieci anni dopo, don Camisasca dà vita alla Fraternità san Carlo, che forma preti per la missione.
«La consuetudine di vita con don Giussani fece sorgere in me il desiderio ha raccontato Camisasca – di imitare la sua paternità. Così, dopo alcune peripezie, entrai in seminario e nel 1975 diventai prete. Quando nel 1985 il vescovo di Bergamo diede a me e ad alcuni sacerdoti la possibilità di scegliere il futuro della propria missione, la cosa più naturale fu costituire una comunità missionaria di preti. La fondazione della Fraternità san Carlo raccoglie le esperienze fondamentali che avevano segnato fino a quel momento la mia persona: la sequela della paternità di don Giussani vissuta nel sacerdozio, il desiderio della vita comune e della missione». La Fraternità sacerdotale è stata riconosciuta come Società di vita apostolica di diritto pontificio nel 1999 da Giovanni Paolo II. Una delle caratteristiche dei missionari della san Carlo è quella di vivere insieme, costituendo delle piccole comunità.

Camisasca, autore di trasmissioni radiofoniche, è stato insegnante di filosofia nei licei, all’Università Cattolica di Milano e alla Pontificia Università Lateranense a Roma. Dal 1993 al 1996 è stato vicepresidente del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli studi sul Matrimonio e la Famiglia. È autore di una storia di CL in tre volumi, edita dalla San Paolo, ma anche di molti libri dedicati sia alla figura del sacerdote sia alla famiglia.

Risale agli anni Ottanta la conoscenza personale con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, che ha celebrato delle ordinazioni sacerdotali di preti della Fraternità. L’iter per arrivare alla nomina del nuovo vescovo di Reggio Emilia, in sostituzione del dimissionario Adriano Caprioli, è stato lungo. È la diocesi d’origine del cardinale Camillo Ruini (che ne fu vescovo ausiliare, prima di divenire segretario generale della Cei), e anche se il porporato di Sassuolo, avendo già compiuto ottant’anni, non è più membro della Congregazione per i vescovi, non è difficile immaginare che anche il suo parere abbia avuto un peso significativo.

Con la nomina di Camisasca diventano sette i vescovi diocesani in Italia direttamente provenienti dalle fila di CL: oltre al nuovo pastore di Reggio ci sono il cardinale Angelo Scola, già patriarca di Venezia e ora arcivescovo di Milano, l’arcivescovo di Taranto Filippo Santoro, il vescovo di Piazza Armerina Michele Pennisi, il vescovo di San Marino Montefeltro Luigi Negri, il vescovo di Fabriano Matelica Giancarlo Vecerrica e il vescovo di Tricarico Vincenzo Orofino.

 

giovedì 27 settembre 2012

LA TIPOLOGIA DEI "CATTOLICI ADULTI"


 Benedetto XVI ha detto nei loro confronti una parola definitiva nell'omelia dei vespri della vigilia della festa dei santi Pietro e Paolo del 2009:

"La parola 'fede adulta' negli ultimi decenni è diventata uno slogan diffuso. Lo si intende spesso nel senso dell’atteggiamento di chi non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi pastori, ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere – una fede 'fai da te', quindi. E lo si presenta come 'coraggio' di esprimersi contro il magistero della Chiesa. In realtà, tuttavia, non ci vuole per questo del coraggio, perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso. Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa, anche se questa contraddice lo schema del mondo contemporaneo.

"È questo non-conformismo della fede che Paolo chiama una 'fede adulta'. Qualifica invece come infantile il correre dietro ai venti e alle correnti del tempo.

"Così fa parte della fede adulta, ad esempio, impegnarsi per l’inviolabilità della vita umana fin dal primo momento, opponendosi con ciò radicalmente al principio della violenza, proprio anche nella difesa delle creature umane più inermi. Fa parte della fede adulta riconoscere il matrimonio tra un uomo e una donna per tutta la vita come ordinamento del Creatore, ristabilito nuovamente da Cristo.

"La fede adulta non si lascia trasportare qua e là da qualsiasi corrente. Essa s’oppone ai venti della moda. Sa che questi venti non sono il soffio dello Spirito Santo; sa che lo Spirito di Dio s’esprime e si manifesta nella comunione con Gesù Cristo".

mercoledì 26 settembre 2012

LA MISURA E' COLMA


CARD. ANGELO SCOLA:

“Se in un partito si sostengono temi come quello delle unioni civili un politico cattolico deve porsi il problema se si trova nel giusto contenitore”

Da Il Foglio, Martedì 25 settembre

INFORMARSI PRIMA DI PARLARE


Profumo: cambiare l’ora di religione? No, cambiare il ministro
Don Gabrile Mangiarotti
da Cultura Cattolica
domenica 23 settembre 2012

 

“Credo che l’insegnamento della religione nelle scuole così come è concepito oggi non abbia più molto senso”. A dirlo è il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo che basa il suo ragionamento su un dato preciso: “Nelle nostre classi il numero degli studenti stranieri e, spesso, non di religione cattolica tocca il 30%”. A questo punto, aggiunge il ministro, “sarebbe meglio adattare l’ora di religione trasformandola in un corso di storia delle religioni o di etica”.
Secondo l’ultimo dossier sull’immigrazione della Caritas, tra i 700mila alunni figli di genitori stranieri, solo il 20% degli studenti stranieri è di religione cattolica. Il risultato è che, per la prima volta dal 1993, data della prima rilevazione, il numero degli alunni che non partecipano all’ora di religione ha superato il 10%. [tgcom.24]

Parafrasiamo l’affermazione del Ministro Profumo: “Credo che un ministro incompetente sugli argomenti che tratta non abbia più molto senso”. Chissà perché è così difficile che chi parla, prima cerchi di informarsi e di comprendere l’argomento che tratta?
Si è mai chiesto il nostro Ministro quali sono le ragioni che giustificano la presenza dell’IRC nella scuola dello Stato? Ha mai letto, il nostro, gli articoli del Concordato che lo istituiscono?
O ha mai provato a riflettere su quello che il Card. Martini (che tutti vogliono tirare dalla loro parte) ha detto in uno straordinario convegno organizzato da CulturaCattolica.it e da altre realtà che si occupano di questi argomenti? E quello che ha detto nella stessa occasione Paolo Mieli, ebreo di origine e laico di formazione? Per rinfrescargli la memoria cito alcuni passaggi.


·         Diceva il Card. Martini: «Perché e come entra l’insegnamento della religione “nel quadro delle finalità della scuola”? Entra per svolgere un servizio alla scuola e alle sue finalità. Abbiamo visto che una finalità della scuola è quella di porre il problema del rapporto dei dati scientifici e storici con il significato che essi hanno per la coscienza e la libertà. Orbene la coscienza e la libertà chiamano in causa i beni ultimi, universali, fondamentali dell’esistenza. Quello che, poi, la coscienza e la libertà decideranno circa questi beni, è un compito delle singole persone. Ma è compito della scuola porre correttamente il problema. L’insegnamento della religione, che riguarda appunto le questioni decisive, i fini ultimi della vita, aiuta la scuola a svolgere questo compito. L’aiuta entrando in dialogo con le altre materie di insegnamento, ma conservando una propria specificità, che non può essere confusa con gli scopi delle altre materie. […] Presentando il cattolicesimo nella scuola, la Chiesa aiuta gli alunni italiani a capire la cultura in cui vivono, perché, come dice anche il Concordato “i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano” (art. 9, par. 2)».

·         Così Mieli: «Io non sono cattolico, la mia famiglia è di origine ebraica e quando ero a scuola, trentacinque anni fa, ero esonerato dall’ora di religione. […] Da quel momento [l’incontro con un insegnante di religione cattolica capace], per i successivi cinque anni (i due anni del ginnasio e i tre anni del liceo), io rimasi, per scelta, a tutte le lezioni di religione e questo dialogo, a volte puntuto a volte condotto in spirito di franchezza e onestà, non un dialogo compiacente, è stato un momento fondamentale della mia vita. Io ero, appunto, un non credente che invitato a partecipare a quell’ora la sceglieva volontariamente, a differenza di tutte le altre ore di scuola. Le altre ore di scuola le facevo perché ero tenuto a farle, perché la famiglia mi obbligava a farle, perché dovevo crescere, dovevo diplomarmi, dovevo prendere la maturità e poi laurearmi. Quell’ora, invece, me la sceglievo, per cui nella storia della mia giovinezza l’ora di religione è l’ora della scelta, l’ora della libertà, l’ora del confronto, l’ora della crescita


Ministro Profumo, credo che queste semplici ragioni possano essere correzione alle sue asserzioni. È – l’ora di religione CATTOLICA – un servizio che vale per gli alunni che vogliano essere consapevoli della propria storia ed identità. E, nel caso di stranieri, anche se (o proprio se) di altra religione, l’occasione per integrarsi nell’ambiente e nella cultura in cui sono chiamati a vivere, anche da protagonisti!

 

sabato 22 settembre 2012

QUESTO PAPA E' IMBARAZZANTE


Questo Papa è imbarazzante. Molto più imbarazzante di Kate Middleton e delle sue pubenda, di un brutto presunto film su Maometto o dei litigi e scandali politici nostrani. Così imbarazzante che mentre la principessa e i politici e il film occupano le prime pagine, il Papa viene relegato all'interno, o ignorato del tutto, manco una nota di costume (come Kate). Ma cosa ha fatto di così tremendo questo Papa da meritare il bisbiglio o il silenzio globale, non solo dei media italiani ma di quelli del mondo intero? Ve lo dirò: ha portato in piazza mezzo Libano a sentire parlare di pace vera, e Cristo.

 Questo non si può fare. E' vietato, vietatissimo, specie in un momento in cui i musulmani cattivi, di cui il Libano è pieno, stanno bruciando ambasciate e ambasciatori in tutto il mondo. Certo, se fosse stato contestato la cosa sarebbe andata diversamente. Un attentato sarebbe stato ancora meglio, mannaggia, e sono sicuro che c'era chi l'attendeva come chi guarda la partenza del Gran Premio aspettando l'incidente. La pace non fa vendere, Cristo non fa notizia. L'idea che anche i musulmani un po' di questa voglia di pace ce l'abbiano, poi, deve essere apparsa strana a molti. Strano che siano anch'essi uomini, nonostante una religione che troppo spesso sembra volere fare di loro altro. Che oltretutto sia proprio questo Papa, quello cattivo, inflessibile, il tedesco, quello di Ratisbona, a raccogliere così tanta folla festante...no, rispettiamo la sua privacy, è comunque una non-notizia.

 Se propone la famiglia e il rispetto per la vita come soluzione all'odio e alla violenza è chiaro che è un illuso, fuori dai tempi, dato che la soluzione ai mali del mondo è la ripresa che avverrà sicuramente, però nel secondo semestre del 2013. Giudici e magistrati saranno d'accordo che è la giustizia che dà efficacia alla politica terrena della pace, ma è chiaro che se si specifica che questa giustizia deve essere in Dio e che deve lottare contro il peccato che è all’origine della divisione no, non ci siamo, meglio soprassedere.

Le centinaia di migliaia di persone che hanno acclamato il Pontefice in una terra così martoriata sono tutte fesse, è chiaro. Pensare che la pace possa avere origine dalla fede in un uomo e non negli uomini, è potenzialmente destabilizzante, inaudito. In un uomo morto, oltretutto, anche se alcuni dicono che è risorto. La pace la si fa con i bombardamenti, gli attentati, la vendetta; con la tolleranza di tutto tranne che della religione, col negare la verità che fa male, con un accurato progetto politico, con la demolizione morale o la rimozione fisica dell'avversario, quando è ostacolo. Non con quell’altra cosa. Quindi, zitti. O dire il meno possibile.

Perché ragazzi, è veramente imbarazzante. Che figura ci faremmo tutti, se fosse vero?
 
BY BERLICCHE

LE DUE MOSSE DI RENZI




di Luca Ricolfi
Tratto da La Stampa del 16 settembre 2012

A Matteo Renzi, ultimamente, vengono rimproverate un mucchio di cose, ma soprattutto una: la tendenza a glissare sui contenuti, sulle proposte programmatiche, sulle cose concrete che farebbe se diventasse presidente del Consiglio.

Cezanne I Giocatori
Pochi giorni fa, ad esempio, sul «Corriere della Sera» Antonio Polito lo ha invitato a prendere posizioni precise su nove punti, fra cui alcuni della massima importanza (ad esempio: come farà a ridurre il debito pubblico di 400 miliardi in soli 3 anni?). Renzi, nella risposta, svicola con un espediente retorico: «Se rispondo punto per punto mi accuseranno di essere rimasto fermo al tempo in cui partecipavo ai telequiz».

Anche nel discorso di Verona, in cui annuncia la sua candidatura a premier, liquida quasi con fastidio l’idea di doversi soffermare sui programmi, definiti un po’ spregiativamente come «lista della spesa». E rimanda gli appassionati di contenuti a una «bozza di programma on line», aperta alla discussione. Come dire: se proprio volete annoiarvi, trovate tutto lì.

Finora questa reticenza di Renzi aveva lasciato perplesso anche me. Poi però ho deciso di ascoltare tutto il suo discorso (disponibile su YouTube), dalla prima sillaba all’ultima, e vi devo confessare che mi sono ricreduto. Perché dentro un discorso ci possono essere passaggi che non incontrano il tuo gusto, o giri retorici che preferiresti non sentire, però alla fine – se chi parla sa parlare, e Renzi indubbiamente sa parlare – il senso generale del messaggio emerge. E il senso del messaggio di Renzi è chiaro, molto chiaro.

E’ chiaro sul piano politico, innanzitutto. Renzi sta occupando, con un coraggio e un’energia incommensurabilmente superiore ai suoi predecessori, lo slot che – a suo tempo – hanno provato ad occupare i rappresentanti delle correnti liberali e riformiste del Pd, i vari Veltroni, Morando, Ichino, Letta, Chiamparino, Rossi, lo stesso Bersani quando non giocava da segretario del Pd ma da ministro delle Liberalizzazioni, le famose «lenzuolate». Con la fondamentale differenza che Renzi ci prova, a sfidare la maggioranza del suo partito, mentre nessuno degli altri lo aveva fatto finora (Veltroni perché la segreteria del Pd gli è stata gentilmente offerta, gli altri per motivi che ignoro). La differenza di metodo è fondamentale, perché con Renzi la posta in gioco non è di conquistare o mantenere una piccola voce in capitolo nelle scelte del partito, ma di spostare il Pd su posizioni di sinistra liberale. Un’impresa meritoria, ma che a mio parere si scontra con un dato di fatto: finora la base del Pd è sempre stata più vicina a Vendola che ad Ichino, e lo stesso Bersani è decisamente meno radicale dei militanti che lo appoggiano.

 
Van Gogh Campo con i corvi

Ma non c’è solo il posizionamento politico, che riprende quasi tutte le idee-chiave della sinistra liberale in campo economico: meritocrazia, meno tasse sui produttori, spending review, semplificazioni burocratiche.

La novità fondamentale di Renzi sta, a mio parere, in due mosse che nemmeno la sinistra liberale ha finora compiuto fino in fondo. Due mosse che non stanno sul piano dei programmi e delle cose da fare, ma che vengono prima, e forse spiegano perché, in questa fase di stato nascente, il racconto, la narrazione, i temi identitari la facciano da padroni, e lascino i programmi un po’ sullo sfondo.

La prima mossa è nell’analisi della crisi in cui siamo tuttora immersi. Nel discorso di Verona sono del tutto assenti gli accenti vittimistici sulla questione giovanile, e c’è un’idea della crisi come fatto epocale, come «trasformazione definitiva del nostro modo di vivere», che ci invita anche a cambiare i nostri comportamenti, con una rivalutazione dei doveri, dell’impegno, del sacrificio. C’è la gratitudine alle generazioni passate per il benessere che hanno saputo costruire, ma c’è anche il sospetto che la «prospettiva di benessere» che le nuove generazioni hanno ereditato sia «forse persino eccessiva». Di qui la pulce nell’orecchio ai suoi coetanei: «Non vorrei che il troppo avere ci abbia fatto dimenticare il nostro essere».

Ma c’è anche una seconda mossa, che rende Renzi indigeribile non tanto alla base del suo partito, ma più in generale alla cultura di sinistra di matrice sessantottina. Qui, nonostante tutto, sopravvive ancora l’idea che la politica sia una missione etica, che la sinistra rappresenti la parte migliore del Paese, che chi vota a destra possa essere mosso solo dall’interesse o dall’ignoranza. Su questo la rottura del sindaco di Firenze è totale e senza alcuna incertezza. L’appello di Renzi agli elettori del Pdl, prima che una mossa politica, è la conseguenza logica della sua analisi della società italiana e del suo atteggiamento verso gli elettori. E’ perché non pensa che gli «altri», i cittadini di destra, siano «la parte peggiore del Paese» che Renzi può concludere il suo discorso descrivendo la politica con parole come «leggerezza», «sorriso sulle labbra», «Voglia di non parlare male degli altri». Per lui è naturale, perché vede l’elettore di destra come una persona a tutti gli effetti, e non come un’entità malsana, da neutralizzare, combattere, o tutt’al più rieducare.

E il fatto che, sul versante di Bersani, questo passaggio sia letto in chiave strettamente politica, come un’incapacità di Renzi di rompere senza ambiguità con il berlusconismo, mostra solo quanto lunga sia la strada che la sinistra deve compiere per superare il complesso di superiorità che ancora l’affligge. Per il militante di sinistra medio è semplicemente inconcepibile che una persona che ha votato per Berlusconi possa essere una persona per bene. Per questo non capisce come se ne possa chiedere il voto. Per questo Renzi gli risulta letteralmente incomprensibile. E per questo, temo, la strada di Renzi dentro il suo partito sarà molto in salita.

ASPETTANDO GIUSTIZIA


IL CATTIVO GOVERNO
Il caso Anm-Ingroia è solo l’ultima delle parodie della giustizia italiana. Di pm in cerca di “sovraesposizione”, “consenso di piazza” e “contenuti politici”, secondo le parole usate dal presidente dell’Anm, è piena la cronaca di questo ventennio. Grazie alla celebrità raggiunta con le loro inchieste, una fila di magistrati sono diventati parlamentari, amministratori, sindaci. Hanno fatto un partito, un giornale, una casa editrice. Agiscono da suggeritori e body guard dei loro mentori a mezzo politico, stampa e televisivo. Altri, in attesa di diventare anch’essi famosi e salire ad alti scranni, amministrano le leggi spesso ponendosi al di sopra della Legge ed esercitando l’azione penale con discrezionalità, sense of rumors e carriere unificate a quelle di alcuni giornalisti, essendosi formati – certuni magistrati – alla scuola degli specialisti in carcerazione preventiva, aggiramento del segreto istruttorio, propalazione di intercettazioni. Se ci fosse altro, lo sapremo a tempo debito. Lo sapremo quando una commissione d’inchiesta si formerà in Parlamento. All’indomani dell’elezione del nuovo Parlamento. Essendo questo Parlamento sotto schiaffo mediatico-giudiziario.
Intanto, dopo che da diciassette anni denunciamo  che questa Giustizia ha spezzato le reni al paese e dato disdoro a una magistratura che meriterebbe ben altro, aggiungiamo al nostro civile combattimento questo appuntamento a cui ogni lettore di Tempi e cittadino assennato avrà cura di partecipare. Titolo: “Aspettando Giustizia”. Intervengono: Mario Mori, generale dei Carabinieri; Ottaviano Del Turco, sindacalista e politico, già membro della direzione nazionale del Pd; Matteo Brigandì, avvocato e politico della Lega Nord; Renato Farina, scrittore e deputato Pdl; Lodovico Festa, editorialista e commentatore politico; Luigi Amicone, direttore di Tempi.

mercoledì 12 settembre 2012

I CINQUE "SENZA"

nel dibattito politico elettorale americano ritorna d'attualità la religione, "In God we trust".
ALBACETE sul sussidiario net fa un'analisi della situazione e conclude:


Questo dibattito, ripreso come detto da The Week, mi ha fatto pensare all’intuizione profonda di Don Giussani sui cinque “senza” che ci hanno portato al dilemma attuale circa la fede e la politica.
 
Questi “senza” sono:
 Dio senza Cristo,
Cristo senza la Chiesa,
la Chiesa senza il mondo,
il mondo senza l'Io
e l'Io senza Dio.
 
Credo che l'unico modo per affrontare questo laicismo (l'ultimo "senza") sia riparare il danno fatto alla missione della Chiesa da tutti questi “senza”.

11 SETTEMBRE


Il nostro destino è quello di dimenticare?

 

                (…) È’ vero, la vita va avanti, la città e tutto il Paese pagano il loro tributo alle vittime degli attacchi terroristici, la Freedom Tower – in quello che era diventato il buco nero di Ground Zero – continua a salire come l’ennesimo e sempre più grandioso tentativo di costruire un ponte verso l’infinito, il Memorial con la sua acqua che scorre perennemente su pareti in cui sono incisi tutti i nomi delle vittime è sempre affollato.

Eppure… eppure la verità è che un poco alla volta ci si dimentica. La Memoria, la vivezza nel presente di qualcosa che ci ha presi al cuore, sembra dover lasciare il passo al devoto ricordo. La Memoria tiene desta la coscienza di quel che si è, il devoto ricordo no.

 Vale per l’11 settembre, ma vale anche per tutte le cose della vita.

 

Riro Maniscalco

Da ilsussidiarionet

 

UNA RETE PER IL BENE COMUNE


Bologna, più asili nido per chi ha bisogno. E meno vantaggi per chi fa il furbo

settembre 11, 2012Francesco Amicone

Una nuova delibera comunale cambia i metodi d’assegnamento dei posti, «con un recupero di quasi 200mila euro». Parla Valentina Castaldini, consigliere comunale: «Scoperte 200 finte ragazze madri. Ora aiuteremo quelle vere»

I furbetti che usufruiscono di servizi e vantaggi destinati alle fasce più deboli della popolazione esistono in tutta Italia. Anche nella Bologna amministrata dalla sinistra, c’è chi non si fa scrupolo di fare carte false pur di risparmiare qualcosa a danno degli altri. Persino quando si tratta di asili nido. Ma con la delibera approvata dalla giunta di Bologna su proposta dal Pdl a inizio anno, le cose sono cambiate. «Se prima bastava risultare separati e con due domicili diversi per scavalcare famiglie monoreddito e giovani donne che non potevano permettersi di mandare i propri figli alle materne, quest’anno, con l’obbligo di presentare l’Isee di entrambi i genitori, spacciarsi per una ragazza madre per ricevere indebiti vantaggi è decisamente più difficile».

LE CIFRE. Valentina Castaldini, consigliere comunale del Pdl, nota a Bologna per il suo spirito battagliero, elenca le cifre del successo della delibera: «Quest’anno, le coppie coniugate che mandano un bambino all’asilo nido sono aumentate del 10 per cento, sono state scoperte 200 finte ragazze madri e abbiamo recuperato 200mila euro, con un potenziale di 600mila nei prossimi anni». Un’enormità per un comune che per le materne ha in dotazione una cifra che si aggira sui 30 milioni l’anno. Il risultato per il bilancio è rilevante. «Ma soprattutto finalmente emergono dal buio le vere ragazze madri. Anche la Giunta l’ha capito, mentre sembrano tapparsi le orecchie Sel e grillini bolognesi: dalla critica a questa delibera alla messa in discussione della convenzione con le materne paritarie, sembrano più interessati ai consensi che all’amministrazione della città».

ALTRO CHE GRILLINI. Al vaglio ora idee per applicare i contenuti della delibera a tutti i servizi che sfruttano l’Isee. «Questa è una più belle riforme promosse dal Pdl bolognese», chiude la Castaldini, «e viene da un’idea del consigliere Pdl di Firenze Emanuele Roselli. Noi l’abbiamo ripresa e proposta a Bologna.È il vero modo di “far rete” per cambiare l’Italia, molto diverso da quelli che dicono di appartenere a un non-partito e poi si fanno la guerra per andare a Roma…».

sabato 8 settembre 2012

LA SOFFERENZA DI UN POPOLO

COMUNIONE E LIBERAZIONE
UN ODIO CHE DURA DA QUARANT'ANNI

DI Antonio Socci
tratto dal blog Lo straniero


C’è una cosa che mi stupisce da quarant’anni: l’odio contro Comunione e liberazione. Cominciò alla sua nascita, nei primi anni Settanta, anche come violenza fisica contro militanti e sedi del movimento da parte degli estremisti politici di quegli anni.

Ma soprattutto con attacchi di stampa: memorabile l’accusa di finanziamenti della Cia, dimostratasi del tutto falsa, ma che il movimento pagò subendo una durissima intolleranza.
A quel tempo CL pativa pure una forte ostilità dei più potenti ambienti clericali che solo l’arrivo di Giovanni Paolo II e Joseph Ratzinger costrinse a riconoscere la positiva e libera presenza dei movimenti nella Chiesa.
Oggi non c’è più la violenza fisica. Ma l’ostilità immotivata e furiosa rimane. E’ una macchina del fango vera e antica di cui nessuno ha mai chiesto scusa. E che continua
Per esempio giovedì il titolo di un articolo del “Fatto quotidiano” tira in ballo CL con “un’accusa tanto assurda quanto infamante”, protestava ieri il portavoce di CL, Savorana, che prospettava azioni legali.

Sotto la protesta di Savorana c’era la minuscola risposta del giornale dove si ammette che “effettivamente il titolo non rispecchia il contenuto dell’articolo”. Ovvero: CL non c’entra.

Chiedere scusa, no? Neanche per idea. Anzi, nella pagina a fianco c’era un articolo dove si lanciava un altro attacco a CL su altri temi (“CL, giù le mani dalla sanità”).

Sempre ieri, sul magazine di Repubblica, “Il Venerdì”, un articolista fantasioso cerca di legare CL pure al triste caso del maggiordomo del Papa, Paolo Gabriele. Personaggio totalmente sconosciuto a CL, ma che il giornalista dice “reclutato” dal Centro internazionale di CL (ovviamente senza portare il minimo argomento e la minima prova o testimonianza).

Si fa giornalismo così? Pare di sì. Tanto nessuno chiede scusa e nessuno ricorda che fra le principali vittime di Vatileaks c’è proprio CL, perché, fra le altre cose, i Corvi hanno prelevato e divulgato la lettera riservata al Papa, sulla diocesi di Milano, firmata da don Carron (attuale leader di CL).
Anche su questa lettera c’è stata un’assurda disinformazione. Partecipavo lunedì scorso all’ “Infedele” e incredulo ho dovuto ascoltare uno degli ospiti, fra l’altro uno storico, oggi editorialista di “Repubblica”, che citava tale lettera come se fosse stata un’iniziativa di CL a cui seguì il siluramento del cardinale Tettamanzi per motivi politici (di vicinanza al centrosinistra), sostituito da Scola.
E’ surreale. Le cose stanno in modo totalmente diverso (e Lerner non mi dette la possibilità di replicare). Il cardinale Tettamanzi – che non fu affatto defenestrato, anzi, il Papa allungò di due anni il suo mandato – era ormai in scadenza.
E il Vaticano – tramite il Nunzio, Bertello – nel febbraio 2011 attivò la prassi consueta, in questi casi, ovvero consultare per la nomina del successore i vescovi lombardi, i cardinali di nascita ambrosiana, poi sacerdoti, associazioni e movimenti ecclesiali della diocesi milanese
Pareri confidenziali chiesti dal Vaticano a tutti, anche a CL, com’è ovvio. Ma le lettere di tutti sono rimaste segrete, quella di CL invece è stata abusivamente resa nota. Con evidenti, pesanti contraccolpi.

Era infatti un documento delicato. Carron, rispondendo “alla sua richiesta”, segnalava al Nunzio la necessità di un Pastore “che sappia rinsaldare i legami con Roma e con Pietro” e “annunciare con coraggio e fascino esistenziale la gioia di essere cristiani, essere Pastore di tutto il gregge e non di una parte soltanto”.
Carron infatti aveva rilevato prima i problemi della diocesi (dalla “grave crisi delle vocazioni” al “disorientamento dei fedeli” dovuto a varie scelte discutibili).
In particolare notava – in linea con i giudizi espressi da don Giussani – che “negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a una rottura della tradizione ambrosiana” (la “profonda unità fra fede e vita”) e questo ha accentuato “la frattura caratteristica della modernità tra sapere e credere” riducendo l’esperienza cristiana a “intimismo e moralismo”.
Inoltre nella cultura “un malinteso senso del dialogo” finisce per sconfinare “in posizioni relativistiche”. Mentre “l’insegnamento teologico (…) si discosta in molti punti dalla Tradizione e dal Magistero”.
Infine “la presenza dei movimenti è tollerata, ma essi vengono sempre considerati più come un problema che come una risorsa” sebbene “i loro membri forniscano, per fare un solo esempio, centinaia e centinaia di catechisti”.

In effetti da parte di don Giussani e di CL c’è sempre stata una continua e convinta offerta di collaborazione al vescovo, ma è mancata la disponibilità della Curia e la valorizzazione dei movimenti.
Lo si può dire con certezza perché lo ha confessato lo stesso cardinale Martini (con encomiabile sincerità) in quella sorta di testamento spirituale che è la lettera pastorale 2001/2002.

A differenza di Martini certi sedicenti “martiniani” non conoscono autocritiche.
Così, quando – in modo arbitrario – è stato fatto uscire il “voto sub secreto” di Carron, dimenticando che tutte le associazioni ecclesiali avevano espresso le loro opinioni e i loro voti, invece di solidarizzare con colui che aveva subito un torto, hanno protestato contro Carron per le idee espresse nella risposta alla Santa Sede
Poi, questi campioni di tolleranza, hanno preteso dal cardinale Scola che sconfessasse Carron e CL. Il vescovo ha spiegato ciò che fra persone libere e tolleranti non ci sarebbe bisogno di spiegare, ovvero che “quello che ha scritto don Carron è il suo pensiero”
Qualcuno, fra i “tolleranti”, vuole impedire la libertà di pensiero? Poi ha aggiunto che lui, come arcivescovo di Milano, si era già espresso con grande stima sui suoi due predecessori durante la visita del Papa, mostrando continuità di azione e concludendo: “nella Chiesa ambrosiana lo spirito di comunione è perseguito come l’insostituibile cemento dell’unità”.

Scola, che maturò in CL la sua vocazione sacerdotale, vive il suo episcopato come amore per la Chiesa intera e per la sua unità (come don Giussani ha sempre insegnato).

Per questo la sua omelia al funerale di Martini ha valorizzato al massimo l’episcopato del predecessore. Anche per sottrarre la sua figura –uno dei più importanti principi della Chiesa – a chi, da fuori, vuole usarlo contro la Chiesa.

Si inserisce in questo quadro la recente lettera di don Carron al Corriere, nella quale sottolinea diversi aspetti positivi dell’episcopato di Martini e il suo buon rapporto personale con don Giussani: “Per questo ci rincresce e ci addolora se non abbiamo trovato sempre il modo più adeguato di collaborare alla sua ardua missione e se possiamo aver dato pretesto per interpretazioni equivoche del nostro rapporto con lui, a cominciare da me stesso. Un rapporto che non è mai venuto meno all’obbedienza al Vescovo a qualunque costo, come ci ha sempre testimoniato don Giussani”.

E’ una mano tesa a coloro che lo avevano contestato (che sempre parlano di “dialogo”) per evitare alla Chiesa di Milano polemiche inutili e distruttive. Carron arriva per questo ad assumersi “colpe” che – sicuramente – non ci furono.
Con un “mea culpa” ancora più forte, pochi mesi fa, lo stesso Carron cercò di sottrarre il movimento ecclesiale agli attacchi che da settimane sui media investivano il presidente della Regione Lombardia, Formigoni, proveniente da CL, ma uomo politico autonomo da decenni.
Questo “porgere l’altra guancia”, questo dare anche la tunica a chi ti chiede il mantello, può essere frainteso dal mondo che lo interpreta come debolezza o resa culturale. Lo fraintende anche qualche zelante fan, che sfiorando l’adulazione parla di svolta di CL e addirittura di “profetismo” di Carron.
In realtà è semplicemente “carità” e sacrificio per amore alla Chiesa: è quello che don Giussani ha insegnato da sempre. Benedetto XVI è un testimone commovente di questa misericordia paziente e intelligente.

Antonio Socci

Da “Libero”, 8 settembre 2012

BELLA ADDORMENTATA


Gli editoriali di SamizdatOnLine
 
DI ASSUNTINA MORRESI

Un film con tanti "bersagli" che si dimentica di Eluana -
 
Festival di Venezia 2012 - Ci aspettavamo di più dalla “Bella Addormentata” di Marco Bellocchio, speravamo in qualche guizzo geniale, qualche riflessione più profonda nelle storie di vita e di morte che sapevamo essere raccontate, e invece abbiamo assistito a un film scontato e prevedibile, e quindi, tutto sommato abbastanza noioso. La nota ossessione anticattolica di Bellocchio, per la quale i preti e le suore hanno sempre un’aria cupa o, nel migliore dei casi insignificante, e spuntano continuamente da tutte le parti insieme a simboli sacri e a preghiere e canti dai toni vagamente mortiferi, fa da sfondo alle diverse storie che si intrecciano negli ultimi giorni di vita di Eluana Englaro, ripercorsi in spezzoni di telegiornali e notiziari trasmessi in tv, ai quali assistiamo insieme agli attori.
Ma le storie raccontate hanno tutte il sapore del dejà vu, con i loro percorsi banalmente corretti: in un autogrill la ragazza pro life che va a Udine a pregare per Eluana ha un colpo di fulmine per il ragazzo che milita – ovviamente, sennò che gusto c’è – nella parte opposta. Il marito che ama tantissimo sua moglie non può che accontentarla istantaneamente quando lei, malata, con un soffio gli chiede “amore mio aiutami”: in meno di due secondi le spegne l’interruttore della macchina che la tiene in vita.

La ragazza in stato vegetativo è una bellissima bambola immobile in modo innaturale, non sbatte neppure le palpebre – ma qualcuno del cast, regista compreso, si è mai preoccupato di vedere com’è una persona in stato vegetativo? – respira rumorosamente attaccata ad una macchina (come poche persone in stato vegetativo) e sua madre, attrice di talento, vive solo per lei, in una sorta di suicidio intellettuale, professionale ed affettivo che appare irragionevole se non patologico: una rappresentazione scontata e ben poco rispettosa di chi nella realtà dedica la vita ad assistere i propri cari in queste situazioni.

I rapporti familiari sono tutti tragici o almeno molto problematici – a partire da “I pugni in tasca”, per Bellocchio la famiglia non è mai stata una risorsa – segnati da drammi umani, e non è un caso se l’unico segno di speranza, l’unica “bella addormentata” che si risvegli è una tossicodipendente senza famiglia che si vuole suicidare, alla quale un medico, senza famiglia pure lui (a casa non mi aspetta nessuno, posso rimanere qui anche una settimana, dice il dottore alla ragazza) presta assistenza in ospedale per impedirle di farla finita. E’ lo stesso medico che scaccia dalla camera il prete entrato a pregare accanto alla donna assopita, al quale restituisce pure l’immaginetta che il sacerdote le aveva appoggiato vicino al viso. Senza famiglia e senza fede, quindi, è l’unico fra i protagonisti che “compie” il miracolo del risveglio alla vita, che pare non riesca neppure a Dio.

Chi dice di credere, secondo Bellocchio, non crede veramente ma prega per fissazioni nevrotiche – come l’attrice – e comunque nei momenti importanti della vita, di fronte al grande dolore o al grande amore, non segue la Chiesa e si comporta come fanno tutti (lo dice sempre pure Marco Pannella): la donna in fin di vita chiede l’eutanasia subito dopo aver ricevuto i sacramenti; la ragazza pro-life abbandona la recita del rosario per raggiungere l’innamorato e ha cura, appena prima di fare l’amore, di girarsi dietro la schiena il crocefisso appeso alla sua catenina, come per buttarsi alle spalle qualcosa di inutile.
Tutte trovate francamente grossolane e talvolta anche un po’ ridicole, che appiattiscono i protagonisti su stereotipi che sanno di stantìo. Insomma, la scelta della vita e della morte riguarda la storia e le relazioni delle singole persone ed è solo a loro che spetta decidere, in un mix sentimentale in cui l’amore e la vita e la morte si confondono, come nei migliori filmoni melodrammatici.

La rappresentazione della politica è banalmente in linea con tutto il resto: i politici sono tutti depressi e cinici, Berlusconi è onnipresente, il Pdl è il partito in cui si cura innanzitutto l’immagine, chi vota a favore della legge per salvare Eluana lo fa pressato dal partito, per compiacere Berlusconi ed essere ancora eletto.
Non poteva mancare il fervorino pro-Beppino Englaro, recitato da un bravissimo Toni Servillo che, sinceramente, non meritava tutto questo, e rappresenta l’unico politico “buono” cioè quello che per coerenza si dimette, contrario alla legge voluta dal Pdl.
Miglior attore non protagonista, Gaetano Quagliariello nella parte di se stesso, riproposto nella famosa scena al Senato in cui dice che “Eluana non è morta, è stata ammazzata”, unica traccia della grande, generosa e nobile battaglia pubblica, politica e culturale, che ha segnato veramente quei giorni drammatici. Niente di nuovo sotto il sole, purtroppo, e nessun guizzo di sceneggiatura, né di regia. La storia di Eluana aspetta ancora di essere raccontata.

venerdì 7 settembre 2012

IL PARADOSSO DELLE PARALIMPIADI


Molti atleti applauditi se fossero inglesi non sarebbero mai nati


C’è un paradosso evidente che non può non saltare agli occhi in questi giorni in cui le Paralimpiadi di Londra riempiono come mai prima le pagine dei giornali. Il paradosso è ancora più lampante sfogliando siti e giornali inglesi, i quali dedicano quotidianamente decine di articoli alle imprese di atleti portatori di handicap che grazie a duri allenamenti e anni di fatica conquistano vittorie e medaglie uniche (anche al netto della tanta retorica mielosa sparsa sull’evento da chi lo commenta). Prima ancora che cominciassero – certamente sull’onda del successo delle Olimpiadi – i Giochi paralimpici avevano già fatto il tutto esaurito di biglietti. Una partecipazione straordinaria – inimmaginabile anche soltanto qualche mese fa – a una manifestazione che sta commuovendo il pubblico con storie e imprese di uomini e donne paraplegici, amputati, non vedenti e con altri forti deficit fisici.

Il paradosso è presto spiegato: buona parte degli atleti che emozionano il pubblico inglese probabilmente non sarebbero mai nati se fossero stati inglesi. Nel Regno Unito la legge infatti permette l’aborto “per motivi sociali” fino alla ventiquattresima settimana di vita del feto (sesto mese di gravidanza), ma è possibile praticare aborti ancora più tardivi motivati da “malattie gravi del feto”. Da circa un anno i dati che si riferiscono a questa scelta sono stati resi pubblici, e si è venuto a sapere che tra le “malattie del feto” si considerano la spina bifida, la sindrome di Down ma anche difetti rimediabili come il labbro leporino, il piede torto e alcune malformazioni del palato. Questo tipo di aborti Oltremanica è aumentato di circa il trenta per cento dal 2000 al 2010. Terra in cui spesso le più disparate teorie eugenetiche trovano alveo e ribalta, l’Inghilterra si trova di colpo spiazzata dalla realtà, capace di dimostrarsi più forte delle teorie che fanno decidere preventivamente se una vita sarà degna di essere vissuta (e, parafrasando Plinio, che sarebbe meglio per loro non essere mai nati). James Parker, coordinatore di questa edizione dei Giochi paralimpici, ha chiesto che Londra ripensi i limiti dell’aborto. Vorrà dire qualcosa se i più applauditi in Inghilterra oggi sono persone con una “qualità della vita inaccettabile”.
da Ilfoglio.it