giovedì 29 novembre 2012

LA STORIA DI SAVITA HALAPPANAVAR



UNA MORTE SFRUTTATA DAI PROGRESSISTI PER IL LORO GIOCO
di John Waters
Tratto da Il Sussidiario.net il 27 novembre 2012

Ha fatto il giro del mondo la storia di Savita Halappanavar, una giovane donna morta tre settimane fa in un ospedale irlandese.

Questa tragica storia è stata unita a una interpretazione ideologica di quanto è avvenuto: la sua morte è responsabilità di un Paese ossessionato da sottigliezze teologiche e da concezioni sorpassate.

 

Ecco i fatti. Il 21 ottobre, incinta di 17 settimane, Savita Halappanavar si è presentata con dolori di schiena all’ospedale dell’Università di Galway, dove le è stata diagnosticata una gravidanza in pericolo. Una settimana dopo è morta per setticemia. Il marito ha dichiarato che la moglie aveva più volte chiesto che la gravidanza fosse interrotta, ma che la sua richiesta era stata rifiutata. Il signor Halappanavar sostiene che i medici hanno detto di non poter eseguire l’aborto, perché era ancora percettibile il battito cardiaco del feto. Hanno poi aggiunto che questa era la legge in Irlanda e che “questo è un Paese cattolico”.

Nel leggere questi commenti, la mia prima reazione è stata che non mi riconoscevo nel Paese e nella legge che stavano descrivendo, perché l’Irlanda è uno dei Paesi più sicuri per partorire. In un certo senso, l’Irlanda rimane un “Paese cattolico”, ma ciò non significa che i medici se ne stanno lì a guardare mentre le donne muoiono. Ed è ridicola l’idea che la sanità irlandese operi secondo i dettami della Chiesa cattolica, se solo si tenesse conto dei cambiamenti avvenuti nella mentalità irlandese negli ultimi tempi.

Mi chiedo allora quale sia il contesto in cui quella frase è stata detta. E’ stata una frase di copertura per il rifiuto a intervenire, o la giustificazione per un mancato intervento, o il riflesso di una posizione più complessa?

Sembra che ci vorranno tre mesi per il rapporto ufficiale e quindi prima di sapere qualcosa di concreto su ciò che è realmente accaduto a Savita. Forse a qualcuno è mancato il coraggio di prendere una decisione e poi è stato troppo tardi. Può darsi che non si sia capito quanto fosse grave la sua situazione e si sia data troppa attenzione al battito del feto e poca alla situazione di Savita che stava progressivamente aggravandosi. In verità, non si sa. Tutto quello che si sa è che la donna è morta e che qualcuno vicino a lei ha detto quella frase: “Questo è un Paese cattolico”.

In effetti, la legge irlandese proibisce l’aborto, ma è ciò che chiede la maggioranza degli irlandesi, anche se è vero che in questo è stata forte l’influenza cattolica. Ma la Chiesa consente l’interruzione della gravidanza quando la vita della madre è in pericolo, senza pretendere che il battito del feto sia cessato. Questa è più o meno anche la legge in vigore in Irlanda, ma la decisione finale è nelle mani del medico che deve valutare il singolo caso, superando la miriade di zone grigie che si presentano nella grande varietà dei casi concreti.

Il progressismo di sinistra cerca di far passare per oscurantista la posizione irlandese sull’aborto, come cieca obbedienza alla Chiesa cattolica. Così non si capisce né la religione, né l’orrore dell’aborto.

I cattolici sono persone che concepiscono la realtà in un particolare modo, non persone alle quali viene data una lista di cose in cui devono credere. La posizione cattolica sull’aborto ha origine in una concezione morale centrata sulla dignità della persona umana; il cattolicesimo è l’espressione di questa concezione, non la sua motivazione. La maggioranza degli irlandesi continua a essere contraria per principio all’aborto e lo sarebbe anche se, per assurdo, la Chiesa ritirasse le sue obiezioni.

Nel 1983, anticipando le iniziative in favore della legalizzazione dell’aborto, alcuni gruppi laici cattolici spinsero i politici a introdurre un emendamento alla Costituzione che, a loro parere, avrebbe impedito tale legalizzazione. Ecco il testo:” Lo Stato riconosce il diritto alla vita del nascituro e, con il dovuto rispetto per l’uguale diritto alla vita della madre, garantisce nelle sue leggi di rispettare e, in quanto possibile, di tutelare e difendere con le sue leggi questo diritto”. La Corte Suprema, con successive interpretazioni della frase sulla tutela del diritto alla vita della madre, ha di fatto esteso i possibili casi di aborto.

 

Come altrove, i progressisti di sinistra affermano di non voler introdurre la libertà di aborto, ma si nascondono dietro i “casi difficili” per suscitare simpatia nel pubblico e attenuare la generale opposizione al regime abortivo che, invece, vige nell’isola vicina. Si parla di 5000 donne irlandesi che ogni anno vanno ad abortire nel vicino Regno Unito e ciò viene portato come prova che i diritti delle donne irlandesi sono violati nel loro Paese.

Il caso più discusso degli ultimi anni è stato quello, nel 1992, di una ragazzina di 14 anni vittima di uno stupro, cui la Corte Suprema concesse la possibilità di abortire. E’ il cosiddetto “caso X” e può essere alla base sia di una applicazione dell’emendamento del 1983 più aderente alle iniziali intenzioni, sia di un’apertura all’industria dell’aborto. Dal 1992, i governi hanno evitato l’argomento e di assumere iniziative legislative che dividerebbero la nazione e, perciò, questa complessa questione è rimasta nelle mani dei soli medici e delle circostanze che via via si presentano.

 

Ogni nuovo “caso difficile”, come quello di Savita Halappanavar, riapre quindi la questione e provoca violente oscillazioni nell’opinione pubblica. La maggioranza degli irlandesi non condivide le posizioni progressiste o tradizionaliste estreme e, qualunque sia la loro posizione sull’aborto, non vuole vedere morire senza necessità né i bambini, né le loro madri. Tuttavia, molti rimangono confusi di fronte a questi apparenti conflitti di principi, con le conseguenti oscillazioni nella pubblica opinione ogni volta che uno di questi casi viene alla ribalta.

I media usano questi casi in favore di un regime più liberale sull’aborto e la mentalità “pro-choice” sta prendendo gradualmente piede, mettendo sempre più in difficoltà la posizione pro-life, accusata di cieco fanatismo. Si cerca di accusare la posizione della Chiesa come incoerente, ma non vi è incoerenza nell’affermare che l’aborto è l’uccisione di un essere umano, ma che in certi casi può essere inevitabile e, perciò, permesso come il minore dei mali.


Non vi è alcuna possibilità di conciliare questa posizione con la visione progressista di sinistra, in Irlanda non più che altrove, non perché una è oscurantista e l’altra illuminata, ma perché si tratta di due concezioni di uomo completamente diverse. Una vede l’uomo imperfetto, fragile ma redimibile, l’altra lo considera una specie perfettibile attraverso i suoi propri sforzi, per cui tutto diventa possibile attraverso l’imposizione di “diritti” individuali.

Il cattolicesimo cerca di ottimizzare le condizioni all’interno del bene comune, il progressismo di sinistra vede un aspetto alla volta e rimane insensibile, nei singoli casi, alla ecologia generale. Per i cattolici i principi fondamentali possono essere mediati in circostanze eccezionali sulla base della compassione, della necessità, della ragione, della pietà e del perdono; all’opposto, i progressisti tendono ad attaccarsi alle eccezioni per creare un’utile confusione, frantumando i principi assoluti in una serie di diritti individualizzati uno contro l’altro, una specie di relativista gioco di pedine da cui emerge trionfante la vittima più convincente.

In Savita Halappanavar i progressisti irlandesi hanno trovato uno strumento per il loro gioco e lo utilizzeranno a lungo.

 

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