giovedì 20 dicembre 2012

IL RITORNO DEL VECCHIO PCI


Il Pd sta tornando al vecchio Pci con imbarazzante disinvoltura. Per chi – come il sottoscritto – aveva creduto che il Pd rappresentasse davvero la rottamazione del vecchio comunismo italico e un approdo liberaldemocratico, è una vera delusione.

Sta iniziando ora anche la demonizzazione di Monti, sospettato di voler entrare in campo. Come in passato la Nomenklatura proveniente dal vecchio Pci non tollera ostacoli o concorrenti e convoca subito gli antagonisti al tribunale della morale da loro stessi presieduto.

C’era già stata un’inquietante premessa con Matteo Renzi. Le primarie fra Bersani e Renzi servivano al Pd come grande lancio propagandistico per la campagna elettorale (con un vincitore predefinito: Bersani) e così è stato.

Solo che Renzi è una personalità assolutamente anomala nel panorama Pd. E’ infatti un cattolico non subalterno alla vecchia Nomenklatura e ha pensato di poter concorrere davvero e vincere.

Il suo consenso è cresciuto pericolosamente, perché la possibilità di rottamare i vecchi compagni entusiasmava molti, così è scattata un’assurda operazione di demonizzazione da parte della stessa Nomenklatura post-comunista.

Sul sindaco fiorentino non si sono risparmiati i colpi. Poi, dopo il primo turno, si è addirittura cambiato la regola in corsa, restringendo il voto agli elettori della prima tornata, per scongiurare ad ogni costo la vittoria di Renzi.

Un’operazione sconcertante. La quale conferma la regola: come il vecchio Pci, anche il Pd di D’Alema e Bersani è prontissimo ad annettersi cattolici, laici e liberali, tutti accolti a braccia aperte purché accettino il ruolo di comparse.

Si ha la sensazione che al massimo possano scegliere fra “specchietti per allodole”, “foglie di fico”, “mosche cocchiere” e “cavalli di Troia”.

E’ così evidente questa pulsione veterocomunista che – davanti al diniego di Casini di accodare l’Udc alla candidatura di Bersani – dal Pd è trapelata l’intenzione di fabbricarsi un partitello cattolico per l’occasone (“un centro fatto in casa” ha scritto il Corriere del 5 dicembre), secondo il più classico schema dei Partiti Comunisti di un tempo (in Polonia per esempio il regime comunista aveva fatto allestire un partitino dei contadini per far finta che a Varsavia vi fosse un sistema democratico e pluralista).

Veniamo a Monti. Il Pd prima ha provato a neutralizzarlo chiedendogli di restare super partes e prospettandogli ruoli importanti nel dopo elezioni. Poi si è suggerito a Monti – entrando in politica – di farlo alla corte del Pd, per esempio come ministro dell’economia di Bersani. Infine si è sperato che Napolitano riuscisse a dissuaderlo.

Ora però si sospetta che Monti voglia entrare in gioco in modo autonomo e questo scombinerebbe tutti i piani dei post-comunisti che già si sentono il potere in tasca.

Così è scattata contro Monti la macchina della demonizzazione. E’ entrato in campo e a gamba tesa il vero leader del Pd, Massimo D’Alema che ha lanciato la sua scomunica: sarebbe “moralmente discutibile” – così ha detto – che Monti patrocinasse un suo cartello elettorale.

Naturalmente D’Alema aveva tutto il diritto di definire sbagliata o inopportuna questa operazione, ma il fatto che sia ricorso al giudizio morale è un evidente ritorno al passato.

Così facendo, come ha osservato ieri un commentatore del “Corriere della sera”, D’Alema mostra che i postcomunisti si sentono ancora “titolari di un primato morale secondo il quale è morale ciò che va nella direzione che unilateralmente si considera migliore (la propria) e ‘immorale’ tutto ciò che contrasta il luminoso progresso della Storia”.

Tutto questo mi ricorda molto la caratteristica del Partito-Principe teorizzato da Antonio Gramsci, un partito “divinizzato” che esercita un dominio totalitario:

“Il moderno Principe” scrive Gramsci alludendo al Pci, “sviluppandosi, sconvolge tutto il sistema di rapporti intellettuali e morali in quanto il suo svilupparsi significa appunto che ogni atto viene concepito come utile o dannoso, come virtuoso o scellerato, solo in quanto ha come punto di riferimento il moderno Principe stesso e serve a incrementare il suo potere o a contrastarlo. Il Principe prende il posto, nelle coscienze, della divinità o dell’imperativo categorico, diventa la base di un laicismo moderno e di una completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume”.

Ecco perché Augusto Del noce, uno dei massimo studiosi di Gramsci, scriveva: “Già troppe volte ho detto dell’impossibilità di interpretare il suo pensiero (di Gramsci, nda) in senso riformistico o socialdemocratico”.

Faccio sommessamente notare che il quotidiano del Pd, “l’Unità” porta tuttora, sotto la testata, il riferimento al grande teorico comunista. Ma il problema sta soprattutto nei contenuti.

Ieri infatti l’editoriale di prima pagina era affidato a Michele Prospero (uno degli intellettuali di riferimento). E Prospero iniziava proprio citando Gramsci per lanciare l’anatema su Monti: “Nella crisi, spiegava Gramsci, le oligarchie del denaro si scagliano contro le élite della politica e rivendicano il potere”.

L’invettiva – che secondo Massimo Bordin evoca il “Pci anni Sessanta” – prosegue e sembra assimilare l’eventuale entrata in campo di Monti a quella di Berlusconi (“come vent’anni fa”).

Naturalmente non si nomina mai personalmente Monti (anche perché è pur sempre colui che il Pd salutò un anno fa come il salvatore ed è colui che il Pd sta sostenendo al governo), ma si demonizzano le fantomatiche “oligarchie” lasciando al lettore di trarre le conclusioni su chi oggi ne sia il rappresentante.

Da un lato dunque si evocano dei fantasmi plutocratici (“quanto stanno architettando le oligarchie che in modo cieco si scagliano contro le élite politiche”, “la vana volontà di potenza delle oligarchie”).

Dall’altro si scomunica il leaderismo dei “poteri forti” (sì, adesso i “poteri forti” sono tornati ad essere i cattivi): “La crisi italiana non può trovare rimedio nelle nuove alchimie trasformistiche dei poteri forti. La pretesa di arrestare il declino con cartelli confusi, a sostegno di un capo che invoca lo scettro per grazia ricevuta ha un che di tragico”.

Di tragico però c’è anzitutto il ritorno della Sinistra agli stereotipi del passato comunista. D’altra parte quello di Bersani è un traguardo storico proprio per questo: perché sarebbe la prima volta che uno che proviene dall’apparato comunista, in Italia, arriva a Palazzo Chigi col voto degli elettori (e proprio mentre è Presidente della repubblica un vecchio leader del Pci degli anni di Togliatti).

Più di vent’anni dopo il crollo del comunismo. Sembra incredibile, ma è così.

Per questo tutta la vecchia Nomenklatura – che non si è fatta rottamare da Renzi e lo ha spazzato via – punta a questa vittoria. E chiunque proponga alternative finirà per essere dipinto come un’emanazione di entità malefiche, di oligarchie oscure, che preparano tragedie. Sempre la stessa solfa.

Antonio Socci

Da “Libero”, 18 dicembre 2012

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