venerdì 31 maggio 2013

IL POTERE DEI SENZA POTERE


CESENA 14 GIUGNO 2013

CHIESA DI SANT’AGOSTINO

PRIMO ANNUNCIO

 

MONS. LUIGI NEGRI
LUIGI GENINAZZI
PRESENTANO IL LIBRO DI  VACLAV HAVEL
 

 

IL POTERE DEI SENZA POTERE

INTRODUCE STEFANO SPINELLI

A CURA DEL CROCEVIA
E DEI CIRCOLI CULTURALI
CAMPO DELLA STELLA
IL GABBIANO
IL TRALCIO
E
DELL’UNIONE GIURISTI CATTOLICI

 

mercoledì 29 maggio 2013

IL SENSO COMUNE E IL LUOGO COMUNE

Intervento di Eugenia Roccella alla Manif pour tous di Parigi
 
Cari amici, ho seguito la vostra lotta fin dall’inizio, una lotta coraggiosa, condotta con intelligenza, tenacia e creatività. Ho cercato di far conoscere anche in Italia quello che stavate facendo, giorno dopo giorno, ho raccontato il caso di Franck Talleu, e abbiamo manifestato insieme, italiani e francesi, davanti all’ambasciata di Francia a Roma, con alcuni nostri parlamentari che indossavano le t-shirt della manif.

Nel maggio del 2007 anche noi italiani siamo scesi in piazza, ma siamo stati più fortunati: siamo riusciti a bloccare una legge che minacciava la famiglia, e il governo Prodi che l’aveva proposta è caduto dopo pochi mesi. Io ero portavoce di quella manifestazione, il family day, che ha portato a Roma oltre un milione di persone. Voglio ripetere qui, oggi, alcune delle cose dette allora. Perché siamo qui? Siamo qui perché abbiamo nel cuore un’esperienza fondamentale, che ci unisce: siamo tutti nati nel grembo di una donna, generati da un atto d’amore tra un uomo e una donna. Siamo tutti figli di una madre e di un padre: laici e cattolici, credenti e non credenti, islamici ed ebrei, omosessuali ed eterosessuali. E’ su questo che si fonda l’unicità della famiglia: sulla relazione tra persone sessualmente differenti, una differenza che permette la continuità tra le generazioni, padri, madri, nonni, nipoti, antenati, collegando il passato e il futuro degli esseri umani. Ed è questo che difendiamo, senza nessuna traccia di omofobia e di ideologie reazionarie. Non vogliamo giudicare gli altri, non vogliamo esibire le nostre famiglie, che sono come tutte le altre: belle, brutte, felici o meno felici. Ma sono preziose, perché creano quel senso profondo di appartenenza, di consapevolezza delle origini, così necessario allo sviluppo dell’identità individuale, della personalità.

Ognuno è libero di contrarre e sciogliere legami d’amore, di vivere le proprie emozioni con chi vuole, senza però toccare il matrimonio, che non è un diritto, qualcosa che deve essere offerto a tutti, come fosse una distribuzione di brioche: è un’istituzione, una vecchia e gloriosa istituzione umana che non merita di essere distrutta e svuotata di significato. Chi come me è cattolico, avrà sempre il matrimonio religioso, il sacramento, mentre sono proprio i non credenti che dovrebbero ribellarsi a una manipolazione così radicale della nostra storia e della stessa condizione umana. Oggi non è più il matrimonio che legittima i figli, ma i figli che legittimano il nuovo matrimonio per tutti: figli non più nati da un atto d’amore, ma che si possono ottenere attraverso pratiche di laboratorio che aprono un nuovo mercato, e nuove forme di sfruttamento delle donne e del loro corpo. Non si può più dire mamma e papà, si dice, in molti paesi, genitore uno e genitore due, o altre formule simili. In Italia c’è un vecchio detto, “di mamma ce n’è una sola”, oggi non è più vero, ci possono essere fino a 6 genitori, due sociali e 4 biologici, grazie a uno smontaggio del corpo e della genitorialità, e a contratti di affitto e compravendita dell’umano.

E’ in corso una strana guerra tra il senso comune e il luogo comune: il luogo comune è fatto da quello che vediamo alle televisioni, che leggiamo sulla stampa, che ci viene proposto da una gran parte della classe dirigente e delle élite. Il senso comune, invece, è quella resistenza del cuore che unisce tanti di noi, e ci impedisce di credere davvero alla visione del mondo che viene proposta: il senso comune è l’esperienza della nostra vita e delle persone che amiamo, è quello che ci continua a far pensare che ci devono essere, per ogni bambino, una mamma e un papà. Noi vogliamo che anche i nostri figli e i nostri nipoti possano sentirsi chiamare mamma e papà.

Sono qui con voi perché penso che dobbiamo costruire una rete europea per difendere l’ecologia umana, dobbiamo lottare insieme e organizzare un movimento comune. Sono orgogliosa della vostra battaglia che è anche la mia, perché è quella di un’Europa che non vuole negare se stessa, la propria cultura e le proprie radici.
PARIGI, 26 MAGGIO 2013

giovedì 23 maggio 2013

REPULSIONE OMOFOBA


Pubblicato da Berlicche

Un amico, Daniele, mi faceva notare che in francese i magneti si chiamano “les aimants“, gli amanti.

La legge del magnetismo la conoscono un po’ tutti. Poli di segno opposto si attraggono; quelli dello stesso segno si respingono. Poli isolati, i famosi monopòli magnetici, non sono mai stati osservati…tutta teoria.

La situazione in effetti è imbarazzante. Questi poli oscurantisti appaiono in tutto e per tutto omòfobi. Amanti a senso unico, completi solo quando sono in coppia mista.

Non dubito che prima o poi la politica troverà il metodo per fare stare insieme anche poli dello stesso genere. Teorizzando che è tutto lo stesso, che ogni polo ha il diritto di decidere se vuole essere positivo o negativo o negapotivo o posigativo, e accompagnarsi con che gli pare.
Magari riscrivendo la legge. Della natura.

Ovvero, facendo finta che...

sabato 18 maggio 2013

JOHN WATERS: PER CREDERE NON DEVI RINUNCIARE A NULLA DI TE STESSO


Oggi John Waters racconterà la sua esperienza davanti a papa Francesco DURANTE L'INCONTRO CON I MOVIMENTI in Piazza San Pietro: dalla ribellione giovanile all’alcolismo. Fino all’incontro con Dio.

“Il mio viaggio dalla fede alla non-fede. E ritorno”. Parafrasando dall’inglese il sottotitolo di uno dei libri più celebri di John Waters, Lapsed Agnostic, ci si fa un’idea di chi sia il giornalista irlandese che sabato racconterà la sua storia in piazza San Pietro, di fronte a papa Francesco, durante la Giornata dei Movimenti. Waters è nome noto alla carta stampata dell’Isola verde: columnist della testata più famosa del Paese, l’Irish Times, ogni venerdì commenta quello che accade dalle parti di Dublino, in una società ingabbiata da una costante lotta di distruzione delle proprie radici. Ha lavorato per diverse testate in precedenza, occupandosi anche di musica e scrivendo uno dei primi libri dedicato agli U2.
ROCK COME RIBELLIONE. Ma il viaggio di cui si è reso protagonista risale a ben prima dell’inizio della sua carriera giornalistica: erano gli anni in cui l’Irlanda ancora era lontana dalla Celtic Tiger che a fine secolo proiettò il Paese tra una delle economie europee emergenti. Allora la nazione faceva i conti con la povertà, specie lontano dalla capitale: Waters è nato nell’ovest dell’isola, in una delle contee più rurali della Repubblica, il Roscommon, in una famiglia molto cattolica. Il paese era vecchio, anche dal punto di vista demografico, la religione pervadeva tutto con dettami moralistici, le distrazioni della società globale arrivavano in ritardo e alla spicciolata, attraendo però l’interesse evasivo di tanti giovani in rotta con il clima ingessato che si respirava. Per John il cambiamento era il rock’n’roll: «Rappresentò qualcosa di nuovo e inaspettato, una autentica rivoluzione», racconta lui stesso in un’intervista a Tempi del 2007. Era il fascino delle nuove tendenze, la forza attrattiva di un ideale che cercava seduzioni fresche che rompessero col passato. C’era da scegliere: o la tradizione o una nuova libertà.
L’ALCOL: «LA PARTE CHE MANCAVA DI ME». Ma sono anche gli anni in cui John inizia a bere: era timido a vent’anni, l’alcol lo rendeva più sciolto nei rapporti con la gente. «Era come la parte che mancava di me stesso», spiega durante una testimonianza agli esercizi spirituali degli universitari di Comunione e Liberazione: «Come se quando a mia madre in ospedale hanno dato me, il suo bambino, si fossero dimenticati di darle anche la bottiglia che avrebbe reso completo il “pacchetto”. Quello che è successo a me è che ho frainteso me stesso nella realtà, ho frainteso la mia umanità. La seduzione di quella birra che mi aveva reso compiuto e mi faceva sentire me stesso, mi ha fatto invece sentire così in un modo falso».
IL RITORNO ALLA FEDE. John è diventato dipendente dall’alcol ma dal fondo di quella sofferenza è cominciata la sua risalita: il cammino è stato doloroso, ma negli anni della maturità lo ha portato a reincontrare la fede, fino a ritrovare quella strada persa prima della rottura con la sua tradizione, anche grazie alla scoperta di don Giussani. Era il 2003, e in aeroporto a Dublino gli fu regalata una copia de Il senso religioso. All’inizio non voleva leggerlo, poi lo aprì: «La cosa che mi ha colpito di quel libro», ricorda, «è il modo in cui don Giussani ti fa capire che per credere in Dio non hai bisogno di rinnegare nulla del tuo essere uomo, che ogni particolare della tua vita ha significato e in ultima analisi riconduce proprio a Dio. Un approccio opposto a quello che avevo ricevuto da ragazzo, in cui invece la separazione tra fede e realtà era la regola».

 da Tempi online

CATTOLICI IN POLITICA: DA DOVE PARTIRE


Intervento del Vescovo Mons. Massimo Camisasca

Ciò che sta davanti a noi è un compito che può sembrare immane e quasi impossibile, tali sono le sfide che deve affrontare. Eppure è un compito che tanti nostri fratelli hanno vissuto, con intelligenza e donazione, con sacrificio e speranza assieme, nei duemila anni di storia cristiana che ci precedono: il compito della testimonianza.
 La fede vissuta nella carità non è senza conseguenze benefiche sulla vita personale e sociale, non è senza conseguenze nella storia. Questa è la speranza che ci muove.

 Essa ha due confini: innanzitutto, dalla fede non si possono dedurre direttamente forme definite di vita politica. Nessuna forma esprime esaurientemente la fede e la carità. Ma, nello stesso tempo, la fede richiede, attraverso la carità, un’espressione nella storia.

 Oggi viviamo un tempo difficile, segnato da molteplici sfide. Sembra che tutto sia diventato liquido, come giustamente è stato scritto, anche le istituzioni stesse dello Stato. La democrazia – come forma di governo più matura di altre e più rispettosa dei diritti-doveri della persona e dei rapporti tra le comunità – necessita di un suo rinnovamento; i partiti devono ritrovare il loro scopo e le regole del loro funzionamento; più ampiamente ancora il diritto deve ritrovare le strade della sua fondazione per non dissolversi in una pura sequenza di risposte funzionali che registrano l’evolversi dell’opinione modellata dai mass-media. E che dire delle minacce che vengono all’uomo nella sua stessa origine biologica?
Eppure non possiamo e non dobbiamo fermarci qui. Il nostro compito è di leggere il presente e di offrire con generosità e costanza ai nostri fratelli quell’esperienza dell’umano che la fede genera e rinnova e che la ragione mostra contenere linee di vita valide per ogni uomo e per ogni donna.

Ecce homo. Poiché Gesù Cristo è vero uomo, oltre che vero Dio, solo lui sa cosa sia l’uomo, quale sia la sua vera statura. Guardando possiamo impararlo. Per questo Paolo VI, parlando dei cristiani alle Nazioni Unite (4 ottobre 1965), li definì «esperti in umanità».
«In comunione con le migliori aspirazioni degli uomini e soffrendo di vederle insoddisfatte, la Chiesa desidera aiutarle a raggiungere la loro piena fioritura e a questo fine offre loro ciò che possiede in proprio: una visione globale dell’uomo e dell’umanità» (Populorum Progressio, 13).

 Questa concezione integrale dell’uomo, che ci viene dalla Tradizione della Chiesa  e dall’insegnamento del Vangelo, ci parla del primato della persona su ogni organizzazione e del suo compimento nella comunione con Dio e con gli altri uomini. La Chiesa, indicando la priorità e la dignità della persona, ci insegna a evitare pericolosi riduzionismi, e a guardare all’uomo come al fine e non allo strumento dell’agire sociale. Questa visione della persona e della società non è innanzitutto espressione di una confessione religiosa, ma mette in luce una esigenza insita nella natura stessa dell’uomo.
Noi cristiani siamo responsabili davanti al mondo di tutto ciò. In un contesto di confronto vitale con le tante proposte che ci vengono dalla nostra società, nell’incontro con le diverse visioni dell’uomo che in essa troviamo, siamo benevolmente costretti a riscoprire continuamente le linee convincenti della proposta all’uomo maturata dalla Tradizione ed espressa, negli ultimi secoli, nella Dottrina sociale della Chiesa, in tanti documenti del magistero sociale.

 (dal sito ufficiale della diocesi di Reggio Emilia)

L'IDENTITA' DI UN POPOLO



Ma noi siamo ancora un popolo? Abbiamo ancora un’identità nazionale, un vero senso di appartenenza? E’ ancora permesso parlare di “identità”? O il solo patriottismo sentito, consentito e vissuto è quello per la “nazionale” per antonomasia, ossia per gli azzurri?

L’unico che sui media continua a porre questi interrogativi – solo apparentemente accademici – è Ernesto Galli Della Loggia. Lo fa da anni, ma ben pochi sembrano capire quanto profondamente queste domande abbiano a che fare con la situazione attuale del nostro Paese (anche quella economica) e con il suo sognato o sperato “rinascimento”.

Infatti aver dilapidato un patrimonio morale, culturale, civile e religioso è ancor più grave dell’aver dilapidato un patrimonio economico, anzi a ben vedere ne rappresenta l’antefatto, la premessa.

Ho ripensato allo smarrimento della nostra memoria in questi giorni perché mi ha scritto una signora polacca, che si è sposata in Italia e vive qui da vent’anni.

La sua lettera prendeva spunto dalla solenne canonizzazione – domenica scorsa, in Piazza San Pietro, da Roma – degli 813 abitanti di Otranto, che nel 1480 – per non rinnegare il loro battesimo e per non passare all’Islam, come pretendeva l’invasore musulmano – furono decapitati “in odio alla fede” cristiana uno dopo l’altro (mentre donne e bambini della città pugliese venivano deportati come schiavi).

L’invasione era stata voluta da Maometto II (1430-1481), il sultano che già nel 1453, alla guida di 260 mila turchi, aveva  conquistato Bisanzio, mettendo a ferro e fuoco la “seconda Roma”, quindi spazzando via quella che era stata per più di mille anni la capitale del cristianesimo orientale.

Il passo successivo programmato dal sultano era la conquista della nostra Roma: la basilica di San Pietro era destinata a diventare una moschea come Santa Sofia.

L’invasione dell’Italia cominciava dunque dallo sbarco sulle coste salentine. Ma la resistenza della città di Otranto permise al re di Napoli, Ferdinando, di organizzare le forze e di riconquistare Otranto.

Così il martirio di quella città salvò l’Italia meridionale e la stessa Roma. A quel sacrificio il nostro Paese deve moltissimo.

Cattedrale di Otranto
Alfredo Mantovano, che è salentino e particolarmente affezionato alla memoria dei martiri di Otranto, di cui ha scritto la storia, ha fatto un’osservazione importante:

“Ciò che rende questo straordinario episodio pieno di significato, anche per l’europeo di oggi, è che nella storia della cristianità non sono mai mancate testimonianze di fede e di valori civili, né sono mai mancati gruppi di uomini che hanno affrontato con coraggio prove estreme. Mai però è accaduto un episodio di proporzioni così vaste: un’intera città dapprima combatte come può, e tiene testa per più giorni all’assedio; poi risponde con fermezza alla proposta di abiura. Sul Colle della Minerva, al di fuori del vecchio Primaldo, non emerge alcuna individualità, se è vero che degli altri martiri non si conosce il nome, a riprova del fatto che non sono pochi eroi, bensì è una popolazione intera che affronta la prova”.

La signora polacca mi scrive, nella sua lettera, che non conosceva quell’antica vicenda (prima della canonizzazione di domenica) che l’ha molto colpita. Probabilmente – osserva – la stragrande maggioranza degli italiani non ne sa nulla e non ne ha mai sentito parlare a scuola.

Poi aggiunge:

“Penso che, se un fatto simile fosse accaduto nel mio paese, anche i ragazzi ne conoscerebbero la  data a memoria, tanto ne sentirebbe parlare durante le lezioni di storia. Un fatto così straordinario e glorioso dovrebbe essere motivo di orgoglio anche patriottico. E’ singolare che gli italiani abbiano dovuto aspettare tre papi stranieri: Giovanni Paolo II per la beatificazione, Benedetto XVI per confermare il fatto di martirio e Francesco per la canonizzazione, per venirne a conoscenza…”.

Certamente il popolo polacco ha un rapporto con la propria storia e la propria identità molto più vivo del nostro. Ed è questo che gli ha permesso di trovare le forze morali per superare tragedie enormi come la simultanea invasione da parte della Germania nazista e dell’Urss, nel 1939, e il tentato annientamento nazista della nazione polacca, a cui poi han fatto seguito 45 anni di dittatura “sovietica”.

Papa Wojtyla ci ha mostrato quanto bella e grande possa essere la memoria viva delle proprie radici nazionali, quante energie spirituali e umane sprigioni. E ci ha fatto capire che avere una forte identità non significa affatto intolleranza verso le identità altrui (il nazionalismo infatti è la caricatura pervertita del vero patriottismo).

Anzi, significa amore e comprensione per le identità degli altri: in mille occasioni Giovanni Paolo II ha mostrato a noi italiani la bellezza e la grandezza della nostra storia. Esortandoci a non dimenticarla e a non tradirla.

Ma il martirio degli abitanti di Otranto testimonia anzitutto la forza della fede cristiana: c’è qualcosa che vale più della vita ed è per questo che vale la pena vivere, è questo che dà senso all’esistenza, al lavorare, all’amare, al soffrire, al gioire.

Piazza San Pietro la Canonizzazione
Infatti quello di Otranto non fu il sacrifico di una pattuglia di soldati ardimentosi o di un pugno di eroi. Ma di un’intera popolazione, della gente più semplice di cui neanche si tramandano i nomi, se si eccettua quello del loro eroico vescovo Stefano Pendinelli e del sarto Antonio Primaldo, colui che parlò a nome di tutti: “Credere tutti in Gesù Cristo, figlio di Dio, ed essere pronti a morire mille volte per lui”.

Secondo le cronache antiche egli si rivolse ai suoi concittadini con queste parole:

“Fratellimiei, sino oggi abbiamo combattuto per defensione della patria e per salvar lavita e per li signori nostri temporali,ora è tempo che combattiamo per salvarl’anime nostre per il nostro Signore,quale essendo morto per noi in croceconviene che noi moriamo per esso,stando saldi e costanti nella fede e conquesta morte temporale guadagneremola vita eterna e la gloria del martirio”.

Dallo scritto di Mantovano colgo un’altra perla significativa. Giovanni Paolo II, nel 1980, parlando dei martiri di Otranto disse: “i Beati Martiri ci hanno lasciato – e in particolare hanno lasciato a voi – due consegne fondamentali: l’amore alla patria terrena; l’autenticità della fede cristiana. Il cristiano ama la sua patria terrena. L’amore della patria è una virtù cristiana”.

C’è di che riflettere.

 

Antonio Socci

mercoledì 15 maggio 2013

LA PREISTORICA BOLDRINI, IL DOPPIO BIDONE DI BERSANI


Bersani ci ha rifilato un vero bidone, imponendo una donna senza voti e con idee vetuste

Boldrini, sinistrismo di maniera privo di qualsiasi fierezza

di Gianfranco Morra

La scelta di una donna come presidente della camera ci aveva fatto bene sperare, soprattutto noi emiliani, che ne abbiamo avuta una, Nilde Jotti, che ha battuto tutti gli altri. Invece ogni giorno, quando sentiamo quello che ci dice, ci sembra di trovarci ad un mercato delle pulci, dove vendono le cose vecchie. E sia detto con tutto il rispetto per una che crede in ciò che fa e rivela disponibilità e anche coraggio. E che si mostra gradevole ed educata, anche se ripetitiva nei luoghi comuni.Sono le sue idee, la sua concezione della vita che puzzano di stantio. In primo luogo il suo sinistrismo di maniera, privo di fierezza rivoluzionaria e decaduto a risentito lamento. Le sue dichiarazioni all'indomani del ferimento dei carabinieri sono state di un piatto convenzionalismo e di un comodo cerchiobottismo. Da un lato i poveri militari feriti, dall'altro il dramma dello sparatore, la sua disperazione: «Bisogna capire come ci si è arrivati. L'emergenza lavoro fa sì che la vittima diventi carnefice».
Un carnefice non proprio assolto, ma non poco giustificato. Senza chiedersi se a quella situazione disperata non ci sia arrivato anche per sua colpa. Mentre il servitore dello Stato colpe non ne ha proprio, faceva sino in fondo il suo dovere per un irrisorio compenso e ora rischia, se non di morire, di restare paralizzato. Una visione distorta della realtà, che poteva essere credibile mezzo secolo or sono, quando ancora tiravano i miti dei poveri e degli umili.A questa «vecchiaia» la presidentessa ne aggiunge una seconda, che le deriva dalla attività svolta (per filantropia, non ne dubitiamo) nell'assistere i profughi dei due emisferi. Tutti concordano che nel momento attuale il loro dramma, per fame, epidemie, miseria, guerre, sia tale, che richiede un impegno notevole di tutti i paesi ricchi. Ma anche qui negli emisferi della Boldrini alberga la confusione. L'assistenza e l'accoglimento dei profughi vanno fatte secondo una precisa pianificazione, che salvaguardi la sicurezza nazionale e non danneggi la nostra economia.
È del tutto evidente che proprio la mancanza di questa pianificazione ha prodotto gravissimi problemi nel nostro paese: come i conflitti di integrazione, l'aumento della criminalità, la continua crescita delle spese per l'assistenza, la perdita di posti di lavoro e l'aumento della disoccupazione, soprattutto giovanile. Era del tutto evidente che milioni di migranti avrebbero sostituito nel lavoro altrettanti cittadini italiani. Come sta accadendo in tutti i paesi europei, che infatti introducono criteri sempre più restrittivi per accoglierli, anche quelli dei paesi europei.Le proposte fatte dalla Boldrini vanno nel senso di accogliere largamente e di accelerare e facilitare la concessione di cittadinanza agli esuli. Quasi che per lei fossero più importanti dei cittadini italiani, oggi sempre più poveri e privi di lavoro. Anche qui, idee vecchie. Di quando si diceva che la mano d'opera extracomunitaria avrebbe risolto il problema dell'industria, che non trovava lavoratori. Oggi è vero esattamente il contrario. Ma in ciò le due orecchie di sinistra della Boldrini non ci sentono proprio.
E «vecchia» anche per una terza ragione: il suo femminismo poteva andare bene per sua madre, in un periodo in cui veramente il gap tra i due sessi e la supremazia dei maschi erano evidenti. Oggi non è più così, tanto che tutte le femministe intelligenti hanno adeguato e ridimensionato la loro lotta. Esse non propongono più, contro la prima donna casalinga, la seconda donna ribelle, ma un terzo modello di donna libera e attiva non contro il maschio, ma al suo fianco: «protagonista, non antagonista» (Ratzinger). Come oggi accade in tutti i paesi industrializzati.
L'intervista, data l'altro giorno dalla Boldrini a un grande quotidiano, è una stentorea e fiacca ripetizione dei luoghi comuni del più obsoleto femminismo. Sia chiaro che ha ragione quando si lamenta dei messaggi volgari, quasi sempre giocati sul sesso, che vengono messi nel web con espressioni e immagini offensive nei suoi confronti. E fa bene a chiedere interventi che li frenino. Quelle volgarità a lei dirette partono soprattutto dalla destra, ma non si rivolgono solo alle donne, bensì anche agli uomini che fanno politica. Non è un caso che il più bersagliato sia proprio un uomo un po' machista come Berlusconi. E non certo da destra.Ma concluderne che «sono minacciata perché sono donna» e derivarne una lamentazione sulle povere donne perseguitate dal machismo è un vecchio vizio del femminismo del passato, risentito e aggressivo. Ed è arbitrario collegare quei messaggi al cosiddetto «femminicidio», una piaga crescente che occorre frenare con decisione. È senza dubbio gravissimo che tante donne vengano uccise per conflitti familiari e di coppia dai maschi; meno spesso, ma accade anche il contrario. E se a Urbino un amante deluso ha sfatto sfregiare la partner con l'acido, a Roma, vedi caso, è accaduto esattamente il contrario.
Da poco la Boldrini è stata eletta. Bersani ce l'ha data, guai a chi la tocca. Ma ci ha dato un doppio bidone. Ha scelto una giovane, ma le sue idee giovani non sono proprio, anzi sono miti superati. E doveva rappresentare non la politica, ma la società civile. Mentre non è così: è una ultrapolitica, che proviene dal Sel, il più ideologizzato e preistorico di tutti i partiti del parlamento.

martedì 14 maggio 2013

FRANCESCO E IL DIAVOLO


Lo cita in continuazione.
Lo combatte senza risparmio.
Non lo ritiene affatto un mito, ma una persona reale, il più insidioso nemico della Chiesa

di Sandro Magister

Nella predicazione di papa Francesco c'è un soggetto che ritorna con sorprendente frequenza: il diavolo.
È una frequenza pari a quella con cui lo stesso soggetto ricorre nel Nuovo Testamento. Ma nonostante questo, la sorpresa resta. Se non altro perché con i suoi continui richiami al diavolo papa Jorge Mario Bergoglio si distacca dalla predicazione corrente nella Chiesa, che su di lui tace oppure lo riduce a metafora.
Anzi, è tanto diffusa la minimizzazione del diavolo, che essa proietta la sua ombra sulle stesse parole del papa. L'opinione pubblica sia cattolica che laica ha registrato finora con noncuranza questo suo insistere sul diavolo, o al più con indulgente curiosità.
Invece una cosa è certa. Per papa Bergoglio il diavolo non è un mito, ma una persona reale. In una delle sue omelie mattutine nella cappella della Domus Sanctae Marthae, ha detto che non solo c'è un odio del mondo verso Gesù e la Chiesa, ma che dietro a questo spirito del mondo c'è "il principe di questo mondo":

"Con la sua morte e resurrezione Gesù ci ha riscattati dal potere del mondo, dal potere del diavolo, dal potere del principe di questo mondo. L’origine dell’odio è questa: siamo salvati e quel principe del mondo, che non vuole che siamo salvati, ci odia e fa nascere la persecuzione che dai primi tempi di Gesù continua fino a oggi".
Al diavolo bisogna reagire – dice il papa – come ha fatto Gesù, che "ha risposto con la parola di Dio. Con il principe di questo mondo non si può dialogare. Il dialogo è necessario fra noi, è necessario per la pace, è un atteggiamento che dobbiamo avere tra noi per sentirci, per capirci. E deve mantenersi sempre. Il dialogo nasce dalla carità, dall’amore. Ma con quel principe non si può dialogare; si può soltanto rispondere con la parola di Dio che ci difende".
Francesco parla del diavolo mostrando di avere chiarissimi in testa i suoi fondamenti biblici e teologici.

E proprio per rinfrescare la mente su tali fondamenti, è intervenuto su "L'Osservatore Romano" del 4 maggio il teologo Inos Biffi, con un articolo che ripercorre la presenza e il ruolo del diavolo nell'Antico e nel Nuovo Testamento, sia in ciò che è rivelato e palese, sia in ciò che ancora appartiene a un "panorama nascosto" e in definitiva alle "inaccessibili vie" di Dio.

L'articolo è riprodotto qui di seguito e si conclude con una critica all'ideologia corrente che "banalizza" la persona del diavolo.

L'ideologia contro la quale Bergoglio vuole richiamare tutti alla realtà.

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COME LE SCRITTURE PARLANO DEL DEMONIO

di Inos Biffi


IN CHE MANI SIAMO?

RAZZISMO IDEOLOGIA ODIO NESSUNA PROVA
TESTIMONIANZE CONTRADDITORIE
VITTIME CHE NEGANO DI ESSERLO: CONDANNA A 6 ANNI

Bisogna sospendere anche i processi, per le frasi razziste pronunciate dai pm, come ieri sera è stata sospesa la partita Milan-Roma per i cori razzisti all'indirizzo di Balotelli? Se in un'aula di tribunale capita di ascoltare da una pm, durante la sua requisitoria, una frase vagamente razzista (nei confronti di una ragazza che, tra l'altro, secondo l'ipotesi accusatoria dovrebbe essere la vittima), come possiamo sorprenderci che in un contesto un po' più "popolare", allo stadio, un gruppetto di tifosi intoni "buuu" razzisti all'indirizzo di un calciatore di colore?

«Furba, di quella furbizia orientale propria delle sue origini».Questa la frase infelice pronunciata durante la sua requisitoria dalla pm Ilda Boccassini per spiegare i comportamenti di Karima El Mahroug. Ragazza che tra l'altro, essendo marocchina (e non egiziana, com'è stato appurato!), difficilmente può essere definita«orientale». Il ragionamento della pm sulla «furbizia» di Ruby appare viziato non solo da un pregiudizio vagamente razzista, ma anche sessista, laddove sembra accennare a quel particolare tipo di furbizia che usano le donne giovani e belle per ottenere i loro scopi.

Che poi, la presunta «furbizia» imputata alla maghrebina Karima non sarebbe anche tipicamente italiana? Se una frase del genere l'avessero pronunciata un leghista, o Berlusconi, è facile immaginare la quantità di reazioni veementi e indignate. Alla Boccassini, eroina della "resistenza" al berlusconismo per via giudiziaria, verrà perdonata dalla sinistra solidal-chic e politicamente corretta. Non sentiremo condanne né critiche da parte della presidente della Camera Boldrini né dal ministro dell'integrazione Kyenge.

E immaginiamo come suonerebbe una frase simile nei confronti di Kabobo, tristemente famoso come il picconatore di Niguarda: "Feroce, di quella ferocia meridionale propria delle sue origini". Come la prenderebbero i concittadini ghanesi di Kabobo? Probabilmente come le concittadine marocchine di Karima. Ma non è tutto. Dopo averla ascoltata nella sua interezza, ci verrebbe da assolvere Berlusconi solo sulla base della requisitoria della Boccassini, senza nemmeno bisogno di ascoltare l'arringa dei difensori.

Una requisitoria che dovrebbe fondarsi su fatti circostanziati e prove inoppugnabili, tenuti assieme da una logica ferrea, risulta essere invece un minestrone di luoghi comuni, pregiudizi, moralismi, teoremi, fino a scadere nell'analisi psico-sociologica da bar. E le prove schiaccianti? Tutte in un "non poteva non sapere", "non si può non pensare", "non può non aver detto", "non c'è alcun dubbio che". Emerge sì uno spaccato di squallore, quello dell'imputato, ma anche tutto lo squallore di una magistratura che anziché alla caccia di reati eventualmente commessi sembra dare la caccia a "spaccati" di squallore, voler raddrizzare il "legno storto" degli italiani.

Il tutto espresso attraverso un eloquio stentato nell'incedere, povero nel lessico, sconnesso, sgrammaticato, al punto che la Boccassini non sembra in grado di accordare le desinenze di genere, numero e persona secondo le regole della concordanza della lingua italiana. Questa la trascrizione letterale delle sue parole:«Furba, di quella furbizia proprio orientale, dellE suE ORIGINE. Sfrutta... riesce in una... a sfruttare LA propriA essere extracomunitariA». Un appello rivolgiamo al ministro della Giustizia Cancellieri: nonostante le ristrettezze finanziarie, stanziare subito fondi per corsi di italiano e geografia per magistrati. E test Invalsi per le verifiche.

Da cittadini un inquietante dubbio ci assilla sul funzionamento del sistema giustizia nel suo complesso: se questo è il pm che sta processando un ex presidente del Consiglio in un tribunale importante come quello di Milano, dunque si suppone non sia l'ultimo dei pretori di una cittadina di provincia, chi si trovano di fronte i cittadini comuni, i poveri "ladri di polli"?

Bisogna avere fiducia nella magistratura, ci viene ripetuto, bisogna difendersi "nel" processo e non "dal" processo. Poi ascolti una requisitoria come quella della Boccassini, un vero e proprio compendio del 90% dei problemi della giustizia italiana, e un brivido ti corre lungo tutta la schiena. No, grazie.

 Bisogna avere fiducia nella magistratura, ci viene ripetuto, bisogna difendersi "nel" processo e non "dal" processo. Poi ascolti una requisitoria come quella della Boccassini, un vero e proprio compendio del 90% dei problemi della giustizia italiana, e un brivido ti corre lungo tutta la schiena. No, grazie.esso: se questo è il pm che sta processando un ex presidente del Consiglio in un tribunale importante come quello di Milano, dunque si suppone non sia l'ultimo dei pretori di una cittadina di provincia, chi si trovano di fronte i cittadini comuni, i poveri "ladri di polli"?

Bisogna avere fiducia nella magistratura, ci viene ripetuto, bisogna difendersi "nel" processo e non "dal" processo. Poi ascolti una requisitoria come quella della Boccassini, un vero e proprio compendio del 90% dei problemi della giustizia italiana, e un brivido ti corre lungo tutta la schiena. No, grazie.


Da "Nota Politica" di Federico Punzi

dini un inquietante dubbio ci assilla sul funzionamento del sistema giustizia nel suo complesso: se questo è il pm che sta processando un ex presidente del Consiglio in un tribunale importante come quello di Milano, dunque si suppone non sia l'ultimo dei pretori di una cittadina di provincia, chi si trovano di fronte i cittadini comuni, i poveri "ladri di polli"?

Bisogna avere fiducia nella magistratura, ci viene ripetuto, bisogna difendersi "nel" processo e non "dal" processo. Poi ascolti una requisitoria come quella della Boccassini, un vero e proprio compendio del 90% dei problemi della giustizia italiana, e un brivido ti corre lungo tutta la schiena. No, grazie.
Bisogna sospendere anche i processi, per le frasi razziste pronunciate dai pm, come ieri Circo mediatico su

LA VERGOGNA DELLA SCIENZA CHE VUOLE L'INFANTICIDIO


È sacrosanto marciare contro la legge 194. Però serve di più: è un infanticidio e chi lo istiga deve essere denunciato

Voglio denunciare per istigazione a delinquere (articolo 414 codice penale) due ricercatori italiani che lavorano a Melbourne. Odio i reati di opinione, a meno che siano reati di tipo omicidario. Detesto le persecuzioni giudiziarie di chi dica quel che pensa, a meno che il pensiero espettorato a mezzo bocca o a mezzo stampa non sia il riflesso del pensiero dominante, nichilista, nella forma più cinica e moralmente sordida.

Il reato istigato è l'infanticidio (articolo 578 codice penale, nel testo modificato dalla legge 5 agosto 1981, numero 442). Sulla morte dei bambini non nati o appena nati, morte procurata per ideologia, si può marciare, chiedere moratorie, digiunare, presentare liste alle elezioni politiche, invocare referendum, proporre nuove norme di diritto in Italia e nel mondo, fare tante altre commendevoli cose e prendersi le sassate del tempo, ma non si può tacere. E, forse, bisogna procedere in giudizio. Specie ora che la linea rossa del rispetto della vita altrui, già violata ampiamente dalla sordità morale in materia di aborto, è riclassificata nel pensiero eugenetico più radicale e moderno, quello che ancora non si porta tra la gente perbene, ma tra poco sarà una moda prêt-à-porter. Nel nome della differenza di genere, della libertà procreativa, del diritto a un bimbo sano e bello e della equiparazione logica dell'aborto prima della nascita con l'infanticidio dopo la nascita.

Alberto Giubilini e Francesca Minerva, in un recente articolo scientifico del Journal of medical ethics, sostengono, in quello che definiscono un «articolo accademico», la seguente tesi: abbiamo stabilito che per ragioni varie, dalle cattive condizioni economiche e psicologiche della gestante e della sua famiglia alla eventuale disabilità potenziale o effettiva del feto, è moralmente giustificabile annientare un non ancora nato; il corollario della tesi è che anche i neonati condividono la statuto di non persona, in senso razionale e volitivo, e quindi, sulla base delle stesse identiche ragioni, ciò che è possibile per i non nati, l'aborto, è possibile e moralmente giustificato anche per neonati, abortion after birth.
Questi ricercatori non sono isolati nel loro pensiero omicidario detto «utilitaristico», fanno parte di una Università e di un centro diretto da un filosofo o eticista che si chiama Peter Singer, uno che è generalmente stimato come una voce importante nel nostro panorama culturale, uno che chissà come, chissà quando, magari potrebbe vedersi rifilato un Nobel. Il principio da cui partono questi medici che tolgono la vita o istigano a togliere la vita, il che è moralmente lo stesso e giuridicamente è un sostegno a comportamenti annichilatori aggravato dalla competenza della fonte e dal suo rilievo sociale (lo scienziato), è lo stesso da cui mi è capitato di partire nella mia lotta contro l'aborto seriale, di massa, eugenetico e selettivo.

Polemizzando con il senatore Luigi Manconi, dissi una volta che nel caso dell'aborto di massa oggi legittimato si tratta in realtà di infanticidio, perché lo statuto di persona umana del feto, dal momento del concepimento e poi nella crescita intrauterina, è dimostrato dalla ricerca empirica sui cromosomi e poi, in modo spettacolare e insostenibile, dalla capacità di fotografarlo in pancia addirittura con mezzi tridimensionali. Fui oggetto di una dura reprimenda per il paragone.

Ora questa equiparazione, che per me ovviamente valeva in quanto dissuasiva dell'aborto, è usata a mani basse, con le tutele della ricerca scientifica, ma nel senso opposto. Se c'è equiparazione, niente vieta che, in relazione non soltanto a eventuali disabilità, ma anche alle altre ragioni sociali e psicologiche «soppressive» di una discendenza generata nell'amore o comunque nell'atto sessuale, si proceda liberamente all'eliminazione della vita. Non quella nascente, quella nata o neonatale.
Brava gente orante e sincera ha sfilato per le vie di Roma contro la manipolazione indifferente della vita umana. Ciascuno ha le sue idee, le sue sensibilità, ci sono gli individui, le famiglie, le donne cariche di speranza e di libertà, i maschi che capiscono il carattere maschio e arrogante del fenomeno della indifferenza all'aborto, c'è la chiesa cattolica, ci sono i movimenti pro life. La mia è una sensibilità del tutto laica, del tutto razionale, moralmente giustificata dal rigetto della casistica più infame dai tempi in cui Pascal la denunciava nel Seicento come obbrobrio della cristianità ovvero dell'umanità nelle sue lettere dette le Provinciali.

Bisogna tornare non tanto a indignarsi, a scandalizzarsi, a ribellarsi, ma ad agire in modo coerente e congruo contro l'istupidimento criminale del pensiero e della prassi umana moderne e post-moderne. Bisogna ribadire che nessuna donna deve essere penalmente perseguita per un aborto, e nessun medico, ma al di là dell'obiezione di coscienza e del foro interiore, esiste in termini espliciti e pubblici, in punto di diritto, un dovere di intervento, chiamatelo umanitario se volete, che porta inevitabilmente a battersi con ogni mezzo lecito contro la peste del XXI secolo: l'offesa concettuale e pratica alla vita degli altri, ai deboli, ai poveri dei poveri, ai senza potere.
Ha senso considerarsi esseri razionali e animali politici e non capire che, comunque giustificato, l'infanticidio, variante postmodernista dell'aborto di massa, è un delitto contro la nostra comune natura umana?

UZBEKISTAN: VIETATO PREGARE IN CELLA


La severità del governo in materia religiosa si estende anche alla vita dietro le sbarre. Aumentano le testimonianze dei detenuti


In cella scatta il divieto di preghiera. In Uzbekistan la libertà religiosa è negata anche in carcere. Come all'epoca infausta delle purghe staliniane e delle detenzioni da incubo raccontate nello storico libro-denucia “Buio a mezzogiorno” di Arthur Koestler, nell'ex repubblica sovietica la severità del governo in materia religiosa si estende anche alla vita dietro le sbarre. Aumentano le testimonianze da parte di detenuti, o persone a loro vicine, riguardo il divieto di pregare e leggere volumi sacri. I parenti di alcuni prigionieri di coscienza musulmani hanno rivelato che nelle carceri dell'Uzbekistan non è possibile pregare. Secondo fonti dell'agenzia missionaria AsiaNews rimaste anonime per timore di ritorsioni, "i detenuti non possono professare il proprio credo o leggere il Corano".

Human Rights Watch ha definito la situazione dei diritti nel Paese «spaventosa», citando l’uso endemico della tortura e le severe restrizioni applicate agli attivisti dei diritti umani, ai membri dell'opposizione al Governo, ai giornalisti, ai leaders religiosi e ai credenti. Dopo che questa ONG ha dichiarato che le libertà continuano ad essere gravemente limitate, nel marzo 2011, la Corte Suprema ha ordinato la chiusura della sua Sede nella capitale Tashkent e l’espulsione del suo team di attivisti, evidentemente «indesiderati». Mukhammadakmal Shakirov, responsabile del Dipartimento statale per il controllo della fede islamica, ha negato il problema, dichiarando che "nelle carceri del Paese, ogni detenuto è libero di pregare o leggere volumi religiosi". Numerose testimonianze, da gruppi confessionali differenti, riportano però come anche nelle prigioni uzbeke la libertà religiosa sia sottoposta a ferreo controllo. Lo scorso aprile, Andrei Serin, della Chiesa battista di Tashkent, ha dichiarato che "a un detenuto membro della comunità è stata sequestrata la propria Bibbia".

L'88% delle popolazione uzbeka è di fede musulmana sunnita mentre i cristiani costituiscono l'8%. Nel Paese, la libertà confessionale è soggetta a forte limitazione da parte del governo. Il rapporto annuale della Commissione statunitense per la libertà religiosa, pubblicato lo scorso 30 aprile, alla voce "Paesi oggetto di particolare attenzione" ha stilato una lista di 15 governi tra i quali quello di Tashkent. La violazione del diritto alla libertà di religione «rappresenta una delle più gravi violazioni dei diritti umani e una minaccia il futuro del Paese», ha documentato l’uzbeko Sukhrobjon Ismoilov, direttore di un gruppo di esperti al meeting annuale dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) tenutosi in Polonia.

Il controllo statale oggi è paragonabile a quello esercitato ai tempi dell’Unione Sovietica: il governo cerca di controllare la crescita e il livello di religiosità nella società, imponendo una «secolarizzazione forzata della coscienza pubblica». Come risultato nelle carceri sono detenuti, a causa delle loro convinzioni religiose, oltre 7mila prigionieri di coscienza. Una delle motivazioni addotte dal governo per giustificare le restrizioni della libertà religiosa è la necessità di combattere l’estremismo religioso e il terrorismo: applicando le rigide leggi in materia, negli ultimi 10 anni, il Governo ha arrestato e imprigionato, con pene previste fino a 20 anni, migliaia di credenti che rifiutano il controllo dello Stato sulla pratica religiosa. Ma secondo Martin Scheinin, relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani e la lotta al terrorismo, «la definizione di terrorismo (e di estremismo violento) viene applicata dal Governo in modo selettivo, politico o abusivo, come strumento per stigmatizzare chi non risulta gradito, come le minoranze, i sindacati, i movimenti religiosi».

La situazione delle comunità cristiane, attesta il rapporto Acs, risente di controlli stringenti (irruzioni durante gli incontri, perquisizioni, intimidazioni) che giungono spesso all’arresto di membri delle comunità. Rifondata con una missione sui iuris nel 1997, la Chiesa cattolica ha attualmente un'amministrazione apostolica che comprende l’intero territorio del Paese (le parrocchie sono 5) e, affidata ai frati minori conventuali, è direttamente assoggettata alla Santa Sede. Pur essendo riconosciuta ufficialmente, l’evangelizzazione, secondo il vescovo francescano Jerzy Maculewicz, è un problema, perché la legge vieta ogni attività missionaria: "Siamo costretti a rimanere circoscritti ad agire all'interno delle nostre chiese. Accogliamo e catechizziamo la gente che viene da noi, ma non possiamo annunciare il Vangelo".

GIACOMO GALEAZZI

http://vaticaninsider.lastampa.it/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/uzbekistan-uzbekistan-uzbekistan-24766/

DAL COMUNISMO NON SI GUARISCE


In Europa nessuna dirigenza comunista è sopravvissuta al 1989

di Goffredo Pistelli
da Italia oggi
 

È uno storico contemporaneo, insegna all'Università di Bergamo, ma soprattutto Adolfo Scotto di Luzio, classe 1967, napoletano di Pozzuoli, è un osservatore acutissimo della realtà sociale e politica. I suoi taglienti editoriali, sul Corriere del Mezzogiorno, rappresentano una visione mai banale dei fatti e degli uomini.
Giovanissimo nell'area del Pci se n'è progressivamente allontanato, diventando riformista e liberale. In tempi più recenti fra i fondatori di Italia Futura, ne ha preso le distanze, non troppo soddisfatto dalla piega presa dai montezzemoliani.

Domanda. Professore, domani (oggi per chi legge, ndr), il Pd vive un'assemblea drammatica quanto, del tutto confusa, per certi versi sconclusionata nell'avvicinamento, con nomi bruciati uno via l'altro...

Risposta. Ci sono tutti i nodi di una storia molto ambigua che stanno venendo al pettine: il Pd in realtà non affonda né affondava le radici in nessuna delle tradizione a cui il partito si richiamava. Non solo, quell'occhieggiare a cose che stanno di la dall'Atlantico, penso alla tradizione democratica americana, aveva ulteriormente complicato le cose. Quelle contradizioni, oggi, portano all'implosione.

D. Che cosa non ha funzionato? La chimica?

R. La ricetta. E il problema sta tutta dagli antecedenti comunisti, perché, la sinistra dc, è meno rilevante. Per anni, cioè dalla fine del comunismo in poi, si è credere per anni che dei comunisti potessero diventare socialdemocratici. Errore: non si può tornare indietro dal comunismo. Un problema analogo ai postfascisti che hanno preteso di diventare liberali.

D. Un'anomalia italiana?

R. Esattamente. In Europa nessun dirigenza comunista è sopravvissuta al 1989, in Italia sì. Ed ha sequestrato il destino politico della sinistra negli anni '90, inchiodandola al travaglio inconcludente di una generazione di post-comunisti. Non è nata una nuova sinistra, c'è stata solo un'estenuazione infinita della svolta della Bolognina, che non s'è mai conclusa.

D. E con Pier Luigi Bersani è crollato tutto...

R. Bersani, con queste elezioni e con quelle presidenziali, coltivava illusione di chiudere il ciclo politico del 1989, riportando a casa i pezzi della diaspora, ricomponendo quella tradizione, recuperando con Nichi Vendola, la sinistra radicale.

D. E Vendola era ben felice di mescolarsi...

R. Sì, come disse in un'intervista a Lucia Annunziata: siamo pronti. Sarebbe stato un dramma.

D. In che senso?

R. Una nuova sinistra di governo, con un pensiero nostalgico e restaurativo, guidata da una classe dirigente forgiata nella Fgci di fine anni '70 primi anni '80, che pensa spesso a Enrico Berlinguer ed esprime il più tipico moralismo berlingueriano.

lunedì 13 maggio 2013

NANO E PANZONE SI, NERO E GAY NO


Perché è reato insultare il ministro Kyenge in quanto nera e non è reato insultare Brunetta in quanto basso?

Marcello Veneziani - da Ilgiornale

Perché è reato insultare il ministro Kyenge in quanto nera e non è reato insultare Brunetta in quanto basso? Perché si può chiamar panzone un obeso e non si può chiamar ricchione un gay? Perché si può metaforicamente sparare su Nitto Palma ed è reato invece fare la stessa cosa sul ministro dell'Integrazione? Cos'è questo ius sola, come direbbero i discendenti romaneschi dei latini? Sono domande di una semplicità rozza ma necessarie in una società che ha perduto l'abc elementare di una civiltà.

Lo scopo non è accettare per compensazione e par condicio tutti i tipi di insulti nel nome di un liberismo della cafoneria; ma, al contrario, per distinguere i confini della buona educazione dall'inciviltà senza confonderli coi confini tra lecito e illecito. Considerare come reati alcuni tipi di maleducazione significa sollevare la società e le sue agenzie da ogni responsabilità educativa, affidando tutto ancora una volta ai giudici. No, l'educazione non va tutelata dai magistrati, ma va impartita dagli insegnanti, dai fantomatici padri, dalle ineffabili madri, dai media e dalle élite. Viviamo nell'era della cafoneria arrogante, come mostrano gl'insulti del web, il grillismo politico, l'offesa in Twitter. L'uomo volgare impone dappertutto il diritto alla volgarità, scriveva Ortega y Gasset già nel 1930. È la democrazia come diritto alla cafoneria, salvo alcuni casi ideologici, penalmente perseguibili. Ma è pure il frutto rancido dell'età dei diritti, che dovrebbero stare ai doveri come inspirare sta ad espirare.

 

sabato 11 maggio 2013

IL PRINCIPIO DELLA DIFESA DELLA VITA UMANA E L'IMPEGNO PUBBLICO DELLA FEDE CATTOLICA


MONSIGNOR GIAMPAOLO CREPALDI, ARCIVESCOVO DI TRIESTE, ROMA, 11 MAGGIO 2013


1.Dedico questo mio intervento ad una riflessione sulla centralità del tema della difesa della vita umana fin dal concepimento per la Dottrina sociale della Chiesa e, in generale, per continuare a permettere che la religione cattolica abbia un ruolo pubblico, come deve necessariamente avere [1]. Ritengo importante situare la riflessione sulla difesa della vita, anche quella condotta dal punto di vista scientifico-medico come viene fatto in questo convegno, dentro la Dottrina sociale della Chiesa, ossia dentro il rapporto della Chiesa con il mondo. Perché in questo consiste il ruolo pubblico della fede cattolica, che non parla solo all’interiorità delle persone, ma esprime la regalità di Cristo anche sull’ordine temporale e attende la ricapitolazione di tutte le cose in Lui, Alfa e Omega. La regalità di Cristo ha un significato spirituale [2], certamente, ma ne ha anche uno cosmico e sociale. Senza questa dimensione pubblica, la fede cattolica diventa una gnosi individuale, un culto non del Dio Vero ed Unico ma degli dèi, una setta che persegue obiettivi di rassicurazione psicologica rispetto alla paura di essere “gettati” nell’esistenza.

2. Innanzitutto il tema della difesa della vita porta con sé il messaggio della natura. Ci dice che esiste una natura e, in particolare, una natura umana. Non ci sono altre motivazioni valide per chiedere il rispetto del diritto alla vita e, per contro, chi non lo rispetta è perché nega l’esistenza di una natura umana o la riduce ad una serie di fenomeni governati dalla necessità. La vita, invece, ci riconduce alla natura orientata finalisticamente, come lingua, come codice [3]. La nostra cultura ha perso l’idea di fine [4]. Ha cominciato a perderla quando Cartesio ha interpretato il mondo come una macchina e Dio come colui che ha dato un calcio al mondo, o forse anche prima. Oggi viviamo in una cultura post-naturale, come dimostra ampiamente il perversare dell’ideologia del gender [5], da vedersi come una cultura post-finalistica. Il principio di causalità, che nella filosofia classica, era connesso con quello di finalità, se ne è staccato. La realtà non esprime più un disegno ma solo una sequenza di cause materiali. Rilanciare una cultura della difesa della vita significa allora anche recuperare la cultura della natura e la cultura dei fini.


3. Il concetto di natura porta con sé la dimensione dell’indisponibile. Se la natura è “discorso” e “parola”, essa esprime un senso che ci precede. Non siamo solo produttori di parole, siamo anche uditori della parola che promana dalle cose, dalla realtà, dalla sinfonia dell’essere. Ammettere la vita come dono inestimabile significa riconoscere che nella natura c’è una parola che ci viene incontro e che ci precede. Ogni nostro fare deve tener conto di qualcosa che viene prima: il ricevere precede il fare [6]. C’è qualcosa di stabile prima di ogni divenire. Negare la natura apre la porta culturale alla manipolazione della vita, perché viene meno la dimensione dell’accoglienza e della gratitudine. Non si è accoglienti e grati nei confronti di ciò che produciamo noi, ma solo di ciò che ci viene incontro e si manifesta come un dono di senso. Se questa dimensione viene meno a proposito della vita nascente si indebolirà anche in tutte le altre situazioni della vita e la società perderà inesorabilmente la dimensione della reciproca responsabilità, come afferma la Caritas in veritate al paragrafo 28 [7].