lunedì 26 agosto 2013

IL PLOTONE DI ESECUZIONE



La Giunta del Senato non diventi il plotone d'esecuzione della Costituzione
la decisione sul Cav. può uccidere del tutto la politica
21 agosto 2013 

La decisione sulla decadenza da senatore di Silvio Berlusconi non è una questione privata. Il governo e l’Italia non ne usciranno indenni. Nel ’92-’93 la Costituzione più bella del mondo fu resa monca, come ha ricordato Michele Ainis, quando una classe politica impaurita abbatté l’articolo 68 posto a presidio dell’equilibrio fra i poteri dello stato. Ora la prima applicazione della discutibile logica apparente di una legge, anch’essa nata frettolosamente sotto la pressione mediatica, potrebbe rappresentare un’esiziale e definitiva cessione di sovranità. Non c’è solo in gioco il diritto di milioni di elettori del Pdl alla propria leadership. Si eviti di ripetere l’errore commesso per vent’anni, quando ci si è illusi che dopo aver delegato la sovranità alla magistratura per combattere Silvio Berlusconi, un bel giorno si sarebbe potuto fare marcia indietro.
La riva del fiume non dev’essere mai sembrata un luogo così comodo sul quale adagiarsi e attendere (possibilmente poco), con la corrente a seguire il suo corso tra un Esposito (il giudice) e una Severino (la legge), e i depositari della sovranità del popolo auto-costretti a una burocratica “presa d’atto”. E se in altre epoche la supina ratifica parlamentare degli eventi esterni ha richiesto quantomeno la fatica di prendere la Costituzione più bella del mondo e depositarla sulla ghigliottina che l’ha fatta monca (ce ne volle di fatica nel ’92 e nel ’93, quando la resa della politica passò dalla doppia revisione costituzionale che, ce lo ha ricordato anche Michele Ainis, recise il potere di clemenza delle Camere e abbatté l’articolo 68 posto a presidio dell’equilibrio fra i poteri dello stato), stavolta l’occasione per l’esiziale e definitiva cessione di sovranità si presenta sotto le forme anodine di una legge figlia, come tante altre leggi mal scritte, di pagine di cronaca piene di scandali e del terrore della classe politica di restarne travolta.
Proprio così. Perché se al comprensibile furor di popolo dei giorni di Batman non fosse seguita la paura del Parlamento di apparire come una piccola grande Gotham City, o il timore che gli scranni dai quali si fosse levata una voce critica nei confronti delle nuove norme sulla incandidabilità potessero essere confusi con quei triclini sui quali si adagiavano candidi laticlavi di porpora fasciati e a sovrastarli enormi teste di maiale, forse si sarebbe preteso che l’articolo 66 della Costituzione più bella del mondo, oltre a essere doverosamente citato, della legge costituisse senza ambiguità il faro d’orientamento. Si sarebbe fatto in modo che l’articolo 25 fosse debitamente considerato. Si sarebbe avuto adeguato riguardo per quell’articolo 1 che assegna la sovranità allo stesso popolo in nome del quale vengono pronunciate le sentenze. Soprattutto – e a prescindere da ogni caso specifico – si sarebbe evitato che un tribunale potesse giudicare insieme di un presunto reato e della permanenza in carica di un parlamentare già eletto (e magari della sopravvivenza di un governo), e si sarebbe evitato di porre il Parlamento di fronte a una drammatica alternativa: mettere in discussione la discutibile logica apparente di una legge dello stato, o calpestare la Costituzione spogliandosi delle proprie prerogative e degradando se stesso a mero notaio di decisioni altrui come vorrebbe ad esempio Stefano Rodotà (chissà se anche lui, oltre a Prodi, sarebbe stato meglio di Napolitano…).
Se così fossero andate le cose, Mortati e Gullo, Togliatti e Terracini riposerebbero in pace, senza sotterranei turbamenti. Non essendo così andate le cose, sta agli uomini e alle donne che siedono in Parlamento la presa d’atto che non di salvacondotti dovrà discutere il Senato, ma del rigore costituzionale e della prima e decisiva applicazione di una legge frettolosa. E che a seconda di come questa legge verrà interpretata – perché Costituzione alla mano così adamantina oggettivamente non è – quel po’ che resta dello stato di diritto, dell’equilibrio fra i poteri e della sovranità del Parlamento potrà essere preservato oppure ulteriormente compromesso. Insomma: anche chi provasse orrore alla sola idea di farsi carico del diritto dei sette milioni di elettori del Pdl alla propria leadership, eviti almeno di ripetere l’errore commesso in questi vent’anni, quando ci si è illusi che dopo aver delegato la sovranità alla magistratura perché funzionale a combattere Silvio Berlusconi, un bel giorno si sarebbe potuto fare marcia indietro. La caduta del governo Prodi dovrebbe pur insegnare qualcosa.
Quanto sia complessa, delicata e per nulla scontata la materia che il Senato si troverà a maneggiare dal 9 settembre, lo dimostrano le preoccupate riflessioni di giuristi non certo sospettabili di simpatie berlusconiane come Piero Alberto Capotosti e Giovanni Fiandaca. L’auspicio, che è quasi un appello accorato, è che nessun pregiudizio, nessun congresso di partito, nessuna tentazione di chiudere con un colpo secco una partita di vent’anni facciano velo a ciò che questo snodo rappresenta per il presente del nostro paese e per il futuro della nostra democrazia. Non stiamo discutendo di un fatto personale e privato: ce lo ha ricordato anche chi, dopo aver assistito da presidente della Camera all’abbattimento delle garanzie che i padri costituenti avevano posto a presidio dell’equilibrio costituzionale, da una posizione ancor più elevata ha constatato quali disastri quella scelta abbia prodotto sul nostro fragile sistema.
Vi sono momenti nei quali dall’interpretazione di una norma di legge passa la sorte di un paese. Si discuta dunque senza pregiudizi, e si prenda in considerazione anche l’ipotesi che a dire l’ultima parola possa essere la Corte costituzionale. Non ci si lasci ammaliare da sentenze e presunti “precedenti” che riguardano casi molto diversi, perché con tutto il rispetto il Parlamento è il Parlamento e le sentenze non sono temi a piacere. Se si dovesse trasformare la Giunta del Senato da luogo della meditata ponderazione al teatro di un plotone di esecuzione, il centrodestra avrà il suo dramma da affrontare ma l’Italia non ne uscirebbe indenne. Tra calcoli meschini ed esiziali superficialità, un sistema già sottoposto al limite dello stress, perché privato da tre anni di una maggioranza eletta dal popolo, rischierebbe la definitiva implosione con conseguenze incontrollabili. Gli indizi per fiutare il pericolo si avvertono tutti: fra questi, il riaffacciarsi della tentazione di attribuire virtù miracolistiche alla sola riforma della legge elettorale.
Come ci ha ricordato Giovanni Orsina, l’ultima volta in cui le parti in campo rifiutarono il coraggio di un alto compromesso, nel senso più nobile che in un paese in crisi si possa attribuire a questo termine, quelle parti erano i socialisti e i popolari e si era agli inizi degli anni Venti del secolo scorso. Sappiamo com’è andata a finire. Evitiamo che la storia si ripeta, anche perché la situazione dell’Italia è tale che il refrain non avrebbe nemmeno la levità di una farsa. E, per dirla con uno che il drammatico trapasso a questa nostra infelice seconda Repubblica l’ha conosciuto bene, a furia di aspettare il nemico sulla riva del fiume si vedranno passare altri pezzi di ordinamento costituzionale.
di Gaetano Quagliariello

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