domenica 26 gennaio 2014

GIANFRANCO LAURETANO INCONTRA CLEMENTE REBORA

di Giovanni Fighera 22-01-2014

Dopo il saggio La traccia di Cesare Pavese, l’insegnante, saggista e poeta Gianfranco Lauretano (1962) ritorna su un altro grande del Novecento, quel Clemente Rebora (1885-1957) che è «tra le personalità più importanti dell’espressionismo europeo» per il «vocabolario […] pungente, il […] registro d’immagini e metafore arditissimo» (Gianfranco Contini).

Come scrive nella premessa, Lauretano parte dalla certezza che la poesia di Rebora abbia «molto da dire al nostro tempo» permettendo  di rivedere i canoni consolidati di un Novecento che sarebbe quasi esclusivamente eversivo nei confronti della tradizione. A differenza di quelli di Ungaretti e Montale, i suoi versi si innestano potentemente nella nostra tradizione.
Refrattario all’assunzione di un ruolo di poeta vate, Rebora respinge la posizione di quanti considerano «la poesia una sorta di entità superiore, capace di modificare la realtà», preesistente alla scrittura, quasi preesistente alla stessa verità. La verità viene prima della scrittura e la poesia cerca di rifarsi ad essa. C’è una particolare sintonia tra la visione di Rebora e quella di Manzoni. La realtà è sempre più ricca di ogni immaginazione e, quindi, l'arte potrà e dovrà sempre prendere spunto dallo stupore per la realtà. La filosofia, la scienza, l’arte hanno la stessa scaturigine. Manzoni nell’opera De inventione sostiene che l'artista non inventa mai nulla. «Inventare», infatti, deriva da «invenire» che vuol dire «trovare», «scoprire». Quindi l'artista è come se trovasse nel creato le norme e le impronte del creatore. Che significa? La bellezza che c'è nel creato è la sorgente dell’opera d’arte, è la sorgente di ogni atto, di ogni iniziativa artistica.
Non è l’unico elemento di comunanza tra Rebora e Manzoni. Rebora nasce, infatti, nella stessa città del famoso romanziere, esattamente cent’anni dopo, nel 1885.  Proviene da una famiglia borghese milanese improntata ad una spiritualità di tipo mazziniano. La fiducia illuministica di cui è imbevuto inizia ad incrinarsi nel 1909. Dopo il 1910 si dedica all’insegnamento e alla scrittura di cui è frutto la sua prima raccolta poetica Frammenti lirici. Vi emergono l’insoddisfazione per l’omologazione, un desiderio di grandi ideali, una sorta di pessimismo storico leopardiano, l’incapacità dell’uomo di decifrare la realtà. Vi si avverte «la crisi di Dio dinanzi a una storia che lo emargina in uno spazio remoto e indifferente» (G. Mussini) cosicché all’uomo non resta che prodigare la sua bontà.  La prima raccolta ha un carattere spiccatamente morale rimarcato dalle frequenti allusioni ad autori robusti quali Parini, Pascoli, Leopardi e, su tutti, Dante.
L’esperienza come soldato (che durerà poco, perché Rebora sarà presto riformato in seguito ad un’esplosione ravvicinata), la lettura dei romanzieri russi, uno spiccato interesse per le religioni sono la prolusione alla seconda raccolta Canti anonimi.
Solo a quarantaquattro anni, nel 1929, avviene la conversione vera e propria al cattolicesimo. È lo stesso anno in cui matura la conversione di un altro grande della nostra letteratura, ovvero Giuseppe Ungaretti. Riceve la prima comunione, poi la cresima, nel 1931 diventa novizio e nel 1936 è nominato sacerdote. Di questo periodo sono poche poesie religiose e, poi, il silenzio poetico. Dopo la malattia cerebrale che lo costringerà a letto nel 1952 si assiste al suo ritorno alla poesia con le raccolte Curriculum vitae e Canti dell’infermità. Rebora muore il giorno di tutti i santi del 1957.
Lauretano identifica nel Frammento I la poesia che fissa le intenzioni poetiche di Rebora, l’etimo primo da cui deriva il suo ardore di scrittura, quell’«egual vita diversa» che «urge intorno». Il poeta scrive: «Vorrei palesasse il mio cuore/ Nel suo ritmo l’umano destino». L’uomo è rapporto col destino e la grande poesia testimonia l’aspirazione del cuore dell’uomo ad un destino eterno. Per questo la vera poesia è universale, parla al cuore di tutti e, nel contempo, del cuore di tutti.

La particolarità del saggio di Lauretano consiste nella ricerca di una stretta correlazione tra la poesia di Rebora e i luoghi in cui visse che sono stati in un certo senso la scaturigine dei suoi versi.
Milano è «il simbolo negativo di una vita vissuta per motivi sbagliati, soprattutto per la brama di guadagno e l’estraneità tra le persone che ne consegue», «una città divoratrice, vorace», piena di «bontà ipocrita di chi fa gesti di unione ma perché è ghiotto di se stesso, non veramente sincero nella generosità».
Il Lago Maggiore e Stresa sono i luoghi dell’inizio del sacerdozio e della morte, tanto che forte è il senso del Mistero quando Rebora descrive l’atmosfera: «Respira il lago un palpito sopito/ E dàn le stelle bàttiti di ciglia/ Divini; appare il mito/ Dei monti limpido, e origlia».
L’idea di montagna è, invece, «prossima, in Rebora, a quella di un assoluto buono», vi si respira il desiderio di essere perdonati e di perdonare, la brama di purezza e la bontà del creato, come nei versi: «Quanto misero mal vita perdoni,/ Quanta bontà ci volle a crear noi,/ Quassù quassù non è chi non l’intoni/ Mentre vorrebbe far puri i dì suoi».
C’è, poi, una patria celeste che è il destino buono pensato dal padre celeste per tutti noi, è la meta a cui noi tutti tendiamo: «Mentre lo Sposo indugia, il corso mio/ torna al ricordo (invece il restio è oblio)/ là dove più mi s’annunziava Dio». «Gesù il Fedele» è «il solo punto fermo nel moto dei tempi,/ in sterminata serie di eventi: il solo Santo che non manca mai,/ che trascende dove ci comprende/ e si fa dono in cima ai nostri guai/ e pareggia la grazia col perdono:/ vero Dio trasumanante/ e a Deità aperto vero uomo».
Per questo Rèbora scrive in «Sacchi a terra per gli occhi»: «Qualunque cosa tu dica o faccia/c'è un grido dentro:/non è per questo, non è per questo!/E così tutto rimanda/a una segreta domanda.../Nell'imminenza di Dio/la vita fa man bassa/sulle riserve caduche,/mentre ciascuno si afferra/a un suo bene che gli grida: addio!». Rebora descrive qui l’urgenza di una redenzione, di una salvezza che venga da Altro, perché l’uomo non può salvarsi da sé. Occorre semplicità per riconoscere che il nostro cuore è in attesa costante di un evento, dell’Evento, anche se noi non ne siamo coscienti. Il poeta è certo: «Deve venire,/ Verrà, se resisto/ A sbocciare non visto,/ Verrà d’improvviso,/ Quando meno l’avverto:/ Verrà quasi perdono/ Di quanto fa morire,/ Verrà a farmi certo/ Del suo e mio tesoro,/ Verrà come ristoro/ Delle mie e sue pene» («Dall’immagine tesa» in Canti anonimi).

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