lunedì 10 marzo 2014

SIRACUSA, COREA DEL NORD

marzo 6, 2014politica
Ha torto, Beppe Grillo, quando paragona il coretto in onore di Matteo Renzi cantato dai bambini di una scuola elementare di Siracusa agli incontri di Benito Mussolini con i “figli della lupa”. Al Duce, infatti, non sarebbe affatto piaciuto quel “clap and jump” scoordinato e dissonante, mal diretto dall’attentissimo maestrino post-marxista con toppe incorporate sul maglioncino avana, calvizie incipiente e simil-Clarks d’ordinanza.



Non solo: il dittatore che fece e disfò l’Italia per un Ventennio, a differenza del buon Renzi, arrivò a Palazzo Chigi sull’onda di una straordinaria vittoria elettorale, raccogliendo quasi cinque milioni di voti (su sette e mezzo). Non grazie al voto dei simpatizzanti del suo stesso partito, al secondo tentativo, in una dubbia rappresentazione all’italiana di quelle che, altrove, sono una cosa seria (le primarie).
Mussolini il potere l’ha conquistato con il consenso degli italiani, anche se poi ha deciso di utilizzarlo per distruggere quel poco di democrazia liberale che lo Statuto Albertino aveva concesso al popolo. 
Non è una differenza di piccolo conto.
La messa in scena organizzata per compiacere Renzi (e fotografi al seguito), più che le occasioni di propaganda tanto care al fascismo nostrano ricordano le tristi sfilate dell’esercito nordcoreano sotto il cielo plumbeo di Pyongyang. Con la folla costretta a sventolare vessilli tutti uguali, se non vuole rinunciare alla razione di cibo quotidiana elargita dal regime. L’unica concessione allo spirito latino è la scenografia dello sfondo, vagamente castrista, con i murales “multikulti” e finto-pacifisti decorati dalle bandiere arcobaleno. Le stesse bandiere che affollavano le finestre del nostro sventurato paese quando i malvagi statunitensi invadevano l’Afghanistan e l’Iraq. E che oggi sono misteriosamente scomparse con l’Armata Rossa alle porte dell’Unione Europea e gli chavisti che sparano sulla folla in Venezuela. Quell’arcobaleno, simbolo della viltà dell’Occidente, è l’unico tocco di colore in un allestimento scenico monocromatico e opprimente.
Il coro dei bambini di Siracusa, insomma, è una rappresentazione plastica e sconcertante di quel conformismo piatto e incolore tipico dei regimi totalitari. Nei video che girano in rete, guardate le facce svogliate degli alunni e mettetele a confronto con la postura sovraeccitata degli insegnanti (c’è n’è una con un improponibile golf blu-elettrico, proprio alla destra del sindaco, che accenna addirittura a qualche mossa da balera). Sono loro che hanno organizzato tutto, sono loro che si sentono onorati dalla visita del Caro Leader e vogliono rendergli omaggio. 
E sono loro, putroppo, che hanno in mano il futuro dei nostri figli. Che, come sempre accade, sono le prime vittime delle dittature.

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