lunedì 30 giugno 2014

IL SINODO DEI VESCOVI E QUELLO DEI MEDIA


DI MASSIMO INTROVIGNE

L’«Instrumentum Laboris» per il prossimo Sinodo Straordinario sulla famiglia, presentato il 26 giugno 2014, non rappresenta – il documento lo chiarisce –  la posizione della Santa Sede o del Papa, ma illustra le risposte al questionario del novembre 2013 arrivate a Roma principalmente dalle Conferenze Episcopali, anche se in teoria chiunque – anche i semplici fedeli – poteva rispondere. Si tratta dunque di una silloge di opinioni disparate: uno «strumento di lavoro», appunto. 

Chiarita la sua natura, occorre però leggerne tutte le 87 pagine(si arriva fino a pagina 77, ma le prime dieci sono numerate in numeri romani): un esercizio faticoso ma obbligatorio e da cui emerge un quadro delle posizioni dei vescovi del mondo intero forse un po’ diverso da quello che le conferenze stampa di qualche episcopato del Nord Europa lasciavano intendere. Tutto sommato, le Conferenze Episcopali – c’è da credere che il documento cerchi di ricostruirne le opinioni della loro maggioranza – appaiono molto caute: pongono domande più che fornire risposte, e non sono affatto entusiaste delle ideologie dominanti.

Il testo riprende le otto domande del questionario del 2013, ed è diviso in tre parti. La prima si riferisce al tema della famiglia nella Sacra Scrittura e nel Magistero, di cui si richiamano i grandi testi fra cui l’enciclica del venerabile Paolo VI (1897-1978) «Humanae vitae» e l’ampio corpus sulla famiglia di san Giovanni Paolo II (1920-2005). 
Le risposte ai questionari affermano che l’insegnamento biblico sulla famiglia è abbastanza conosciuto, ma «resta ancora molto da fare, perché esso diventi il fondamento della spiritualità e della vita dei cristiani». «In questa prospettiva, risalta quanto sia decisiva la formazione del clero ed in particolare la qualità delle omelie, sulla quale il Santo Padre Francesco ha recentemente insistito». 

Molto peggio vanno le cose in tema di Magistero, la cui conoscenza «sembra essere generalmente scarsa». Qualche risposta imputa «la responsabilità della scarsa diffusione di questa conoscenza agli stessi pastori, che, secondo il giudizio di alcuni fedeli, non conoscono loro stessi in profondità l’argomento matrimonio-famiglia dei documenti». I fedeli manifestano anche «una certa insoddisfazione nei confronti di alcuni sacerdoti che appaiono indifferenti rispetto ad alcuni insegnamenti morali. Il loro disaccordo con la dottrina della Chiesa ingenera confusione tra il popolo di Dio». Come si vede, è più o meno il contrario di quanto affermato da alcuni media: i fedeli protestano non contro i sacerdoti che presentano la dottrina della Chiesa, ma contro quelli che manifestano il loro «disaccordo» con il Magistero. Al contrario, «là dove si trasmette in profondità, l’insegnamento della Chiesa con la sua genuina bellezza, umana e cristiana è accettato con entusiasmo da larga parte dei fedeli». 
Certamente, le risposte segnalano anche elementi che rendono difficile ad alcuni accettare l’insegnamento della Chiesa: «Le nuove tecnologie diffusive ed invasive; l’influenza dei mass media; la cultura edonista; il relativismo; il materialismo; l’individualismo; il crescente secolarismo; il prevalere di concezioni che hanno portato ad una eccessiva liberalizzazione dei costumi in senso egoistico; la fragilità dei rapporti interpersonali; una cultura che rifiuta scelte definitive, condizionata dalla precarietà, dalla provvisorietà, propria di una “società liquida”, dell’“usa e getta”, del “tutto e subito». Se in Asia e in Africa la Chiesa trova difficoltà «nel confronto con le culture tribali e le tradizioni ancestrali, in cui il matrimonio ha caratteristiche assai diverse rispetto alla visione cristiana, come ad esempio nel sostenere la poligamia o altre visioni che contrastano con l’idea di matrimonio indissolubile e monogamico», in Occidente fa problema la nozione di «legge naturale», che è al centro di molti testi del Magistero ma oggi non è più compresa dalla cultura maggioritaria. 
Da molti giovani oggi l’aggettivo «naturale» è inteso nel senso non di conforme alla natura umana, ma di «spontaneo»: fare quello che «viene naturale» è considerato di per sé buono. «In sintesi, si tende ad accentuare il diritto alla libertà individuale senza compromesso: le persone si “costruiscono” solo in base ai propri desideri individuali. Ciò che si giudica sempre più divenire “naturale” è più che altro l’autoreferenzialità della gestione dei propri desideri ed aspirazioni. A ciò contribuisce pesantemente l’influsso martellante dei mass media e dello stile di vita esibito da certi personaggi dello sport e dello spettacolo». 

domenica 29 giugno 2014

ALLARME, CI TOCCA LAVORARE. I LAMENTI DEI SINDACALISTI DELLA CGIL NELL’ERA RENZI

La notizia è talmente drammatica che merita il richiamo in prima pagina su “Il Tirreno” di Livorno, che poi le dedica l’intera decima pagina:” Allarme CGIL: da settembre 80 sindacalisti toscani saranno costretti a tornare a lavorare nella Pubblica Amministrazione”.

Ottanta cigiellini della democratica Toscana, appena sbatacchiata dai grillini proprio a Livorno, riavviati tristemente al duro e forzato lavoro (che forse mai avrebbero immaginato!) dietro le scrivanie pubbliche.
Vittime di una nuova “torsione della democrazia” per dirla con la voce greve di Susanna Camusso. Un taglio del 50% dei permessi sindacali, decretato dal governo Renzi. “Quella di Renzi, denuncia un altro sindacalista rosso, è una chiara e precisa vendetta contro il sindacato. E’ in pericolo il sostegno agli insegnanti precari costretti a compilare da soli le delicatissime e complesse domande per la graduatoria” (ma questi precari non sanno neanche scrivere una domanda?). E se proprio non ce la fanno un po’ di volontariato per aiutarli non si può fare? Con i 20 uffici scuola della CGIL sparsi per tutta la Toscana,e pagati tutti dallo Stato con fior di distacchi?

Questo  destino cinico e baro  riguarda 2500 sindacalisti in tutta Italia (della sola Pubblica Amministrazione!), che finora hanno beneficiato dei distacchi e che, per la loro preziosa opera in gran parte di propaganda politica,  sono costati allo stato 100 milioni all’anno.

Con Renzi e Madia “c’è stato un attacco alle funzioni che la Costituzione assegna al sindacato” denunciano i compagni (e dai!).
Come sono lontani i tempi felici della lotta di precari e docenti uniti nella CGIL, tutti sul tetto di Architettura a Roma, dove li raggiungeva Pierluigi Bersani  (quello si era un segretario) e la Camusso, che non ce la faceva ad arrivare fin lassù, benediceva dal basso.
Il ganzo fiorentino ha gettato nel cestino la Concertazione (Berlusconi, dove sei?) e ha detto che “se avremo contro i sindacati ce ne faremo una ragione”.

Ma davvero, ai sindacalisti toccherà lavorare?


sabato 28 giugno 2014

"MANDATECI IN GIRO NUDI, MA LASCIATECI LA LIBERTÀ DI EDUCARE"

Sì alle nozze gay, ma dateci le scuole
“Sono pronto a firmare un patto”. Se la regola è “tutti i diritti per tutti”, valga anche per la libertà di educare. Basta guerre perse, si competa sulla vita migliore. La sfida allo stato di Amicone, cattolico in epoca bergogliana

 “Sono pronto a firmare un decreto che contemporaneamente autorizzi i matrimoni gay, le unioni civili, le adozioni marziane e tutti i diritti civili del cuore e della pensione che volete. Ma che – contemporaneamente – riconosca e attui, e per davvero, la perfetta libertà di educazione: la parità di condizioni ideali e materiali. E, contestualmente, introduca nella nostra famosa bella Costituzione la parolina che manca: il primo emendamento di quella americana, la libertà di espressione. Prendetevi tutto il resto, le famiglie patchwork e multi-gender, ma lasciateci liberi, e liberi di educare”.

Così dice, e non è un accesso di furore, ma provocazione di cultura e ragione, un cattolico a tutto tondo, ma non clericale, che da una vita combatte nell’arena pubblica, testimonianza di fede e impegno per la libertà di tutti. Insomma Luigi Amicone, ciellino d’antica data, direttore del settimanale Tempi. “Mandateci in giro nudi, ma lasciateci la libertà di educare, un giudizio che valeva quando lo formulò don Giussani negli anni Cinquanta, vale ancora di più oggi, quando con tutta evidenza l’unica possibilità di collaborare alla vita e al bene di tutti, secondo la libertà di tutti, è quella di poter offrire ai giovani, alla nostra eredità, un’ipotesi di vita. Di lavoro per la vita. Facciamo un patto nuovo, ma facciamolo su questo”.

Facciamo il punto, Amicone: i matrimoni gay sono alle porte, la porno-educazione à la Melania Mazzucco prima o poi diventerà obbligo nelle scuole, nel resto del mondo già si rischia di non poter più dire “io obietto per coscienza”. Non sembra proprio lo scenario in cui il massimo per un cattolico sia dire “fate un po’ quel che volete”.

C’è stata pure una lunga stagione, forse tramontata per tanti motivi, in cui a questo spirito coercitivo del mondo nuovo sì è opposta resistenza. “Sì, quella che viviamo è la trasformazione dello stato che si pretende laico in una chiesa, quella sì una teocrazia. Dogma e intimidazione. Ma io non accetto questa coercizione”. Allora, è come dire battaglia persa, proviamo un’altra via? “Mettiamola così. Benedetto XVI ha tentato l’amicizia suprema col mondo, quella della ragione-discussione aperta per rompere una situazione da ‘palazzi di cemento senza finestre’. Ma non a caso il simbolo della sua sconfitta, dico sconfitta da un punto di vista mondano, è che gli abbiano impedito di parlare alla Sapienza. Gli hanno impedito di dire, con Habermas, che una democrazia non può reggersi solo su maggioranze aritmetiche e, aggiungo io, sull’evasione dalla realtà organizzata dall’intrattenimento turistico, televisivo, sessuale o umanitario globale. Oggi con l’imperatore Obama tutto è diventato costrizione: devo credere al paralogismo che il matrimonio tra persone dello stesso sesso sia come l’uguaglianza che supera l’apartheid. Per dirla con un’immagine che mi piace del mio amico Giancarlo Cesana, si alza ogni giorno di più il pavimento dei diritti e si abbassa il soffitto dei doveri”.

Appunto, allora? “Allora non è che bisogna ritirarsi in buon ordine in convento, stile ‘chi sono io per non zappettare nel chiostro?’, come pensa qualcuno che stia accadendo anche nella chiesa. Invece serve un nuovo patto, un nuovo tavolo. Se il limite è il cielo di tutti i diritti per tutti, allora tu, stato, rispetta anche il mio diritto. E poi sia competizione aperta. Per questo io dico: prendiamo atto che non c’è più possibilità di discussione, ciascuno è un’isola. Dunque basta impegnare energie per contrapporsi in modo inadeguato alla postmodernità. Diciamo liberi tutti, ma liberi pure noi. Per questo faccio l’esempio fondamentale: solcate pure il mare con i matrimoni gay, ma dateci la libertà di scuola dove uguaglianza e diversità possono ancora parlarsi. La trasmissione alle nuove generazioni di un’ipotesi di vita, di un gusto della bellezza dell’esistenza è oggi davvero il solo, fondamentale contributo al bene di tutti che possiamo dare. E allo stesso tempo, è il ‘diritto dei diritti’ il punto di libertà che voglio mi venga riconosciuto. Ripeto: sono pronto a firmare”.

E poi, come andrà? “Non è il finimondo. Ricordo che nelle democrazie già normalizzate da matrimoni gay e quant’altro – in America, Inghilterra, Francia, Germania – ovunque sono in crescita le scuole non statali, con un picco del 71 per cento in Olanda, la patria di tutto. Bene, l’Italia è l’unico paese in controtendenza, in cui dal 27 per cento di scuole non statali che avevamo nel 1950 siamo a meno della metà, il 12 per cento”. Questo cosa indica, in prospettiva? “Indica che non è solo questione di debito pubblico (abbiamo un esercito di statali). Del resto la legge c’è già, quella di Berlinguer del 2000, togliamola dalla carta e riempiamola di sostanza, e che ciascuno si organizzi in libertà scuole ed educazione. Vuoi fare la scuola gender, falla. Vuoi fare la scuola multiculty, falla. Fatta salva ovvio, la cornice generale. Prendi l’esempio del calcio: guarda la nostra Nazionale di vecchi-bambini e piagnisteo. E guarda quella dell’Olanda: non è che alla fine ci sono i Balcani. Giovanni Paolo II citava Norwid: “La bellezza è per entusiasmare al lavoro, il lavoro è per risorgere”.


Ecco, piantiamola con la bruttezza, con la guerra di religione, con l’ideologia. Diamoci le condizioni politiche per fare in libertà la cosa più bella. Sarà la vita a dimostrare una bellezza oppure no. La storia dirà chi risorge e chi sarà morto per sempre.

da Ilfoglio quotidiano

giovedì 26 giugno 2014

UNA NUOVA BUSSOLA PER UN PARTITO NUOVO

Le previsioni si stanno concretizzando. Il mezzo insuccesso della coalizione Ncd-Udc alle europee ha fatto riemergere un precedente timore: la scarsa capacità di attrarre consensi a causa della collocazione nella maggioranza renziana.
Conseguenza: il rafforzarsi di Matteo Renzi può finire col togliere l’aria al Ncd.

Nell’NCD questo è ormai avvertito come il maggior pericolo. Unitamente alla progressiva perdita di peso politico. L'unica carta da giocare di fronte agli elettori consiste nel successo non del governo, bensì degli aspetti della politica governativa determinati, voluti, realizzati dal Ncd. Ma sono sufficienti economia, fisco, giustizia, famiglia?


Una cosa è sicura: fondare un partito nuovo vuol dire opporsi a qualcosa che c’è, vuol dire proporre una netta e chiara visione della vita e della realtà, che si oppone innanzitutto ad un progetto di potere, relativistico, pragmatico e intriso di moralismo autoritario, il renzismo, e all’area politico culturale rappresentata dalla sinistra.
Anti-renzismo e anti-sinistra sono i due nuclei di partenza del centrodestra. Essi non possono essere abbandonati. Il primo si deve tradurre in un’opposizione giornaliera e certosina all’azione del governo. Non importa se ciò avvenga collaborando con Renzi, come fa il NCD, o rimanendo all’opposizione, come fanno tutti gli altri movimenti. Non concedere nulla a Renzi, incalzandolo con correttezza e severità, questo è l’obbiettivo prioritario.
Il secondo è organizzare il fronte anti-sinistra, chiamando in causa proprio la dimensione culturale, quella determinante per ogni successo futuro. Chi ha sempre sostenuto, infatti, storicamente che non esiste un dato naturale, riguardante, per l’appunto, l’essere umano? Chi ha portato avanti, contro le comunità naturali, l’idea di una separazione di etica e politica, e quindi di una fondazione artificiale e contrattuale della dimensione politica? Chi ha ritenuto che le religioni fossero l’oppio dei popoli e non dovessero avere alcun ruolo pubblico? Certamente la sinistra, ma anche una certa destra , e non solo finiana, tanto per intenderci.
Sacralità della vita, dignità della persona, distinzione naturale del maschile e femminile, diritto originario per un nascituro alla paternità e alla maternità chiara e responsabile sono temi che non appartengono esclusivamente al retaggio culturale cattolico, ma si radicano nel cuore della civiltà occidentale, e sono la vera anima politica internazionale del centrodestra. Ogni persona non nasce come una monade senza finestre. Nasce ed è una persona, generata dalla congiunzione di due gameti, uno maschile e uno femminile, e si sviluppa in una prima società che è la famiglia, aprendosi poi progressivamente a una seconda società che è la comunità nazionale, per spalancarsi infine liberamente al mondo intero.
Se viene meno tutto questo, non viene meno solo Dio e la natura, cessa di esistere anche il centrodestra. E quello che resta è solo un velleitario liberalismo, non in grado di avere la levatura culturale per giustificare la riduzione del peso dello Stato, per opporsi al socialismo europeo e fondare un’autentica democrazia liberale, personalista e comunitaria.


IL CROCEVIA

martedì 24 giugno 2014

IL FUMO DI SATANA E' ENTRATO NEL TEMPIO


"Il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio.... si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E' venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta e di buoi" (Paolo VI, 1972)

"Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all'interno del cattolicesimo sembra talvolta prevalere un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all'interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia." (Paolo VI, 1977)

ANTONIO SOCCI, 22 GIUGNO 2014

La Chiesa vuole essere “più povera di beni terreni e più ricca di virtù evangeliche, non ha bisogno di protezioni, di garanzie e di sicurezze”.
Ce lo ripete in ogni modo e anche ieri lo ha ridetto monsignor Galantino, “inventato” da Bergoglio come nuovo Segretario generale della Cei per commissariare e punire il cardinal Bagnasco (“reo” di non aver appoggiato il prelato argentino in Conclave).
Dunque – se le parole hanno un senso – la Chiesa non gradisce più i fondi dell’otto per mille.
In un’altra circostanza Galantino aveva tuonato: “ma cosa volete che se ne faccia oggi il nostro mondo di una Chiesa impegnata a difendere le proprie posizioni (qualche volta dei veri e propri privilegi)”.
Si sa che era il mondo laico di sinistra a definire “privilegi” della Chiesa l’otto per mille, l’esenzione dall’Ici e la scuola libera (che fra l’altro fa risparmiare un sacco di soldi allo Stato).
Ora, a nome della Cei, lo fa anche Galantino, che brama di essere applaudito da quell’opinione pubblica “scalfariana”.
A questo punto perché dargli il dispiacere di inondare la Chiesa italiana di milioni di euro?
Bisognerà accontentarlo, sia pure a malincuore per i problemi che ne verranno a tanti bravi sacerdoti i quali svolgono, eroicamente, una missione bella e grande (e per tante opere di carità che potranno chiudere lasciando allo Stato l’incombenza di dover soccorrere chi ha bisogno).
E’ giusto esaudire l’ardente desiderio di povertà di Galantino e compagni che detestano i “privilegi” e i soldi alla Chiesa.
Anche se certi proclami sarebbero più credibili se – oltre alle parole – il Segretario della Cei fosse coerente e proponesse proprio la cancellazione dell’otto per mille.
Se non devolveremo l’otto per mille quei fondi se li terrà lo Stato e magari si eviterà qualche tassa (come diceva Ezio Greggio: “L’otto per mille? No, no. Lotto per me stesso ed è già molto dura”).

TV ANTICATTOLICA

La Cei una volta diventata povera dovrà tagliare. Anche la sua Tv2000  (struttura che ha i suoi costi), il quotidiano “Avvenire” e l’agenzia Sir (427 fra giornalisti, tecnici e amministrativi).
Però questo Galantino non deve averlo capito, perché, a proposito dei media, nei giorni scorsi ha convocato i diversi direttori informandoli che lui stesso farà “un piano editoriale” per rendere tutti questi media come un sol uomo, sotto la sua guida sapiente. Vuole comandare lui. Su tutti.
Del resto Galantino ha appena chiamato alla direzione di Tv2000 quel Paolo Ruffini che è stato direttore delle reti televisive che più hanno fatto soffrire i cattolici.
Era lui, per fare un solo esempio, il direttore di Rai 3 che realizzò con Fazio e Saviano “Vieni via con me”, programma contro cui – per la sua unilateralità – polemizzarono a lungo “Avvenire” e i cattolici.
Con la scelta di Ruffini, Galantino chiama l’applauso del mondo laico e del pensiero dominante. Cosa che va di pari passo con la sua ricerca smaniosa di microfoni e telecamere.
E’ voluto andare perfino a Ballarò dove la sua loquace vanità faceva venire in mente la battuta di  Sacha Guitry: “Ci sono persone che parlano, parlano…finché non trovano qualcosa da dire”.
Il suo problema è la ricerca dell’applauso ad ogni costo. Siccome l’applauso del mondo arriva solo quando si dicono cose conformi alla cultura egemone, ecco che si rende necessario il “riportino” ideologico.
Galantino lo fa spesso. Anche ieri.

LA GALANTINATA

Nella smania di attaccare quei cattolici militanti che invece lui dovrebbe difendere e rappresentare, con l’intervista al “Regno”, anticipata da alcuni giornali, ha messo ancora una volta in soffitta la battaglia sui “principi non negoziabili” che pure sono magistero ufficiale della Chiesa. E ha bocciato “certe adunate” del tempo di Wojtyla, Ruini e Ratzinger.
Poi ha rincarato la dose mettendo in guardia dai valori che “diventano ideologia” (senza spiegare che significa).
Ha evocato a sproposito l’episodio di Pietro che sguaina la spada in difesa del Maestro e ha aggiunto una considerazione sconcertante: “Devo confessare che mi lasciano perplesso gli atteggiamenti di violenza anche verbale con i quali si difendono i valori”.
Violenza? Dalla sintesi che ne ha fatto “Avvenire” non si capisce a cosa si riferisca e a occhio e croce pare l’ennesima “galantinata”.
Pur essendo nel contesto della sua polemica contro i principi non negoziabili, sembra inverosimile che possa riferirsi ai cattolici, perché non esistono gruppi cattolici che pratichino la violenza. Anzi, in genere subiscono l’intolleranza altrui e Galantino si guarda bene dal protestare per questo.
Del resto non dice nemmeno una parola sui tentativi in corso da sinistra di proibire la libertà di espressione sulle nozze gay con una legge liberticida.
Di recente Galantino ha proclamato che nella Chiesa si deve voltare pagina e si deve parlare “senza tabù di preti sposati, eucaristia ai divorziati e di omosessualità”.
Poi ha voluto strafare e se n’è uscito con questa desolante dichiarazione: “In passato ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasia. Non può essere così, in mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa. Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche che praticano l’interruzione della gravidanza”.
A parte la spensierata liquidazione di anni di magistero della Chiesa, ha profondamente ferito quella sprezzante considerazione sui “visi inespressivi” di coloro che recitano il rosario per le donne e i bambini (Galantino si è mai guardato allo specchio? Si sente un Rodolfo Valentino?).
Con quelle parole il Segretario della Cei ha immotivatamente ferito il grande “popolo della vita” suscitato dal magistero di Giovanni Paolo II e dall’esempio di santi come Madre Teresa di Calcutta.
Raffaello, Louvre
San Michele sconfigge Satana
C’è stata un’ondata di indignazione.
Non solo perché non si è mai visto un vescovo che sbeffeggia dei cattolici che pregano, non solo perché a quelle preghiere – in Italia iniziate da una personalità come don Oreste Benzi – talora partecipano gli stessi vescovi.
Ma anche perché a volte a organizzare questi momenti di preghiera sono donne che hanno vissuto sulla loro pelle il dramma dell’aborto. Qualcuna di loro ha risposto a Galantino con parole commoventi.
Ma il vescovo di Cassano Jonico – ormai abbonato alle gaffe – non ha ritenuto di scusarsi. Anzi, la settimana scorsa ha lanciato nella sua diocesi un’altra sua pensata: “Vogliamo chiedere scusa ai non credenti perché tante volte il modo in cui viviamo la nostra esperienza religiosa ignora completamente le sensibilità dei non credenti, per cui facciamo e diciamo cose che molto spesso non li raggiungono, anzi li infastidiscono”.

VUOL ESSERE MEGLIO DI GESU’ ?

Con ciò Galantino intendeva mostrarsi più bravo di Gesù stesso che non risulta si sia scusato con il mondo per essere venuto a svegliarlo, per essere venuto a “disturbare” i peccatori.
Anzi lo ha rivendicato: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra: sono venuto a portare non pace, ma spada!” (Matteo 10,34).
In effetti Gesù di disturbo ne deve aver creato parecchio ai non credenti se quelli si sono così infuriati da farlo fuori in modo bestiale. Poi nei secoli altri hanno continuato a uccidere martiri, fino ad oggi.
Ma al “combattimento” cristiano Galantino non è interessato, né ai martiri cristiani. Con tutto il gran parlare del nostro mondo clericale, mai una volta che – in queste settimane – si sia sentito citare pubblicamente il caso di Meriam, la giovane madre incinta che è detenuta in catene in Sudan ed è stata condannata a 100 frustate e all’impiccagione perché è cristiana e perché ha sposato un cristiano.
Per queste cose Galantino non s’indigna.
Però testimonianze immense come quelle di Meriam o di Asia Bibi resteranno nell’eternità. Mentre le sue “galantinate” alle dodici del mattino hanno già incartato l’insalata ai mercati generali.
Come diceva Chesterton, “non abbiamo bisogno di una Chiesa che si muova col mondo. Abbiamo bisogno d una Chiesa che muova il mondo”.


Antonio Socci

sabato 21 giugno 2014

IL FALLIMENTO DELLA GIUSTIZIA

Certa magistratura costringerebbe a difendere Berlusconi anche se mancasse del tutto la voglia di farlo.

Perché la giustizia ad personam a cui lo sottopongono regolarmente smaschera un’acrimonia, rivelatrice di una determinazione ostinata cui nessun giudice ormai osa sottrarsi.

Berlusconi è un fortilizio conquistato e vinto, e ogni episodio che lo riguarda non ci parla solo dell’accanimento cui è sottoposto lui. Che pure è Berlusconi: ci parla di ciò che riserverebbero a ciascuno di noi che non siamo niente.

Quando le parole perdono il loro significato, il popolo perde la libertà.

IL SUICIDIO DEI CATTOLICI ITALIANI

Stefano Fontana, lanuovabq

Rivediamo scene di un film già visto. Certe cose le fanno fare sempre ai cattolici. Renzi è stato accreditato come cattolico e in continuità con la Dottrina sociale della Chiesa da Avvenire, dal sociologo Garelli sul SIR e da Ernesto Galli della Loggia sul Corriere. Ed ora il cattolico boy scout prepara una legge sul matrimonio gay.  
Le cose sporche le fanno sempre fare ad un “cattolico” per farle sembrare pulite. L’accelerazione sul gender non è avvenuta durante il governo del cattolico Monti? Investito a Todi 1 di grande credito dal mondo cattolico mentre cattolici irreprensibili entravano nelle file della sua Lista Civica? E non è stato forse il cattolico Letta a finanziare l’educazione al superamento degli stereotipi di genere nelle scuole? Quando la sinistra è andata al potere non lo ha fatto col cattolico Prodi? Ora tocca al cattolico Renzi. 
Per capire il motivo profondo di questo apparentemente strano fenomeno bisogna tornare un po’ indietro col discorso.
Antonio Gramsci sosteneva che il movimento cattolico si sarebbe suicidato. I cattolici, infatti – sosteneva il filosofo marxista – si erano impegnati per togliere dall’arretratezza le masse contadine e inserirle nella civiltà, ma così facendo le avrebbero consegnate alla modernità e al comunismo che della modernità – sosteneva – rappresentava la maturità. Impegnandosi dapprima nell’economia e nella società e quindi nella politica i cattolici avrebbero lavorato per il comunismo, facendo transitare le masse italiane verso la completa accettazione del progresso moderno, della democrazia individualista, dell’ateismo. Il fatto che, in molti casi della storia italiana, anche la più recente, ci siamo trovati di fronte a cattolici che hanno fatto la mosca cocchiera della modernizzazione socialista, va ricondotto a questa aihmé corretta previsione di Gramsci: il suicidio dei cattolici. 
Solo che in seguito di suicidi ce n’è stato un altro, quello del comunismo. Gramsci aveva ragione nel prevedere il suicidio dei cattolici, ma anche Augusto Del Noce aveva ragione nel prevedere il suicidio del comunismo gramsciano. Dismettendo l’utopia rivoluzionaria, il comunismo ha smesso di essere una “nuova e integrale civiltà” – come diceva Gramci – ed è diventato un fenomeno borghese, tipico della maturità della modernità, ovvero della modernità della decadenza. Esso ha devalorizzato i residui valori ancora presenti nelle masse italiane e le ha completamente secolarizzate, dando vita alla società opulenta dell’irreligione occidentale.

Dopo il comunismo italiano non c’è posto che per il nichilismo. 
Si spiega così come le prime cose che fa Renzi non hanno niente di socialista, ma riguardano i desideri individuali di una borghesia scomposta che si avvita nel proprio individualismo: divorzio breve, matrimonio gay, fecondazione eterologa per tutti. Giocare a birilli con embrioni e gameti non è di per sé cosa di stampo direttamente socialista. E questo accade mentre il Partito Democratico è confluito in Europa nel Gruppo socialista, segno che ormai la deriva edonistica è propria di tutto il socialismo europeo: il suicidio è collettivo.
Non tutti nel mondo cattolico hanno seguito questa strada. Non tutti hanno lavorato per dare la nostra gente in mano ad altri, disancorandola dalle proprie radici umane e cristiane. Bisogna dire, però, che gli snodi decisivi hanno sempre avuto la firma di cattolici, a cominciare, se si vuole, dalla famose firme apposte sotto la legge sull’aborto. 
Non era possibile far transitare le masse nella modernizzazione senza affrontare la questione religiosa. Il comunismo italiano, come è noto, non scelse la via della persecuzione violenta (anche se in molti casi ci fu anche questo), ma della conquista culturale, il cui esito magistrale consisteva appunto nel far fare ai cattolici le riforme decisive nella scristianizzazione del nostro Paese. Per far questo però, doveva secolarizzare anche se stesso e perdere i connotati ottocenteschi di una religione, se pur laica. Doveva suicidarsi dopo essersi nutrito del suicidio cattolico.

Dietro Holland che ha voluto il matrimonio per tutti e dietro Renzi che ora vuole anche lui il matrimonio per tutti stanno questi due suicidi. I cattolici hanno portato acqua al socialismo, ma il socialismo nel frattempo era già diventato irreligione radicale tipica di una società opulenta e nichilista.

NEGLI USA CI SONO ANCORA I VESCOVI

C'era anche monsignor Salvatore Cordileone, l'arcivescovo di San Francisco, alla Marcia per il Matrimonio che si è tenuta ieri a Washington. In più di ottanta tra leader politici ed esponenti religiosi (di varie confessioni) gli avevano chiesto con una lettera pubblica di evitare, di lasciar perdere. Di non farsi vedere a un raduno in cui non sarebbero mancati riferimenti all'«odio per la comunità Lgbt», su cui ha messo in guardia, in un'accorata lettera inviata al presule, anche Nancy Pelosi, ex speaker alla Camera dei Rappresentanti, cattolica ma abortista convinta e favorevole alle nozze tra persone dello stesso sesso (il cardinale Raymond Leo Burke, aveva in passato più volte sostenuto che Pelosi, insieme all'attuale segretario di Stato John Kerry e ad altri esponenti politici pro-choice non avrebbero dovuto essere ammessi all'eucaristia).

Gli ottanta intellettuali che hanno chiesto a mons. Cordileone di rinunciare all'appuntamento, che prevedeva una pacifica marcia da Capitol Hill alla Corte Suprema, si erano richiamati addirittura al Papa: «Non tutti, tra noi, condividono l'insegnamento ufficiale cattolico su matrimonio e famiglia. Tuttavia, apprezziamo le numerose dichiarazioni dei leader cattolici in difesa della dignità di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. A cominciare – scrivevano ancora – dalle recenti parole di Papa Francesco: 'Se uno è omosessuale e cerca il Signore, dimostrando buona volontà, chi sono io per giudicare?'». Ecco perché, «pur rispettando la libertà di religione e comprendendo che lei (Cordileone, ndr) è contrario al matrimonio civile per le coppie omosessuali», preferiremmo non partecipasse. Il motivo è presto spiegato: «Le azioni dell'Organizzazione per il matrimonio – il gruppo che organizza la marcia annuale – contraddicono la fede cristiana basata sul ripeto della dignità fondamentale di tutte le persone». 
La risposta dell'arcivescovo di San Francisco, città simbolo dei matrimoni gay e dove il tema neppure si pone, essendo legge dello stato della California, non s'è fatta attendere: «Il mio dovere è quello di proclamare la verità circa la persona umana e la volontà di Dio. Devo farlo anche quando le verità che sono chiamato a insegnare sono impopolari, come lo è quella sul matrimonio inteso come unione coniugale tra marito e moglie».

A scanso di equivoci, mons. Cordileone aveva voluto precisare che la marcia di Washington «non è contro qualcosa o contro qualcuno, bensì è semplicemente a favore del matrimonio». E infatti, l'obiettivo era di ribadire l'importanza di quel vincolo coniugale tra un uomo e una donna, dal quale poi nascono i figli. E a chi gli faceva notare che prendere parte a un evento dove il bersaglio di qualche invettiva degli altri oratori (tra cui gli ex candidati repubblicani alla Casa Bianca Rick Santorum e Mike Huckabee) sarebbe stata la comunità Lgbt, il presule ha osservato che «la retorica offensiva» c'è anche verso chi «difende il matrimonio come è sempre stato inteso nel corso dei millenni». Se è vero infatti che «nella nostra società ci sono stati e ci sono ancora episodi di violenza fisica contro gli omosessuali, e ciò è da deplorare, è altrettanto vero che analoghi episodi si iniziano a contare verso chi sostiene la visione coniugale del matrimonio». 
Mons. Salvatore Cordileone è l'emblema di un episcopato, quello statunitense, che fatica a orientarsi sulle nuove frequenze indicate a Roma dal Pontefice succeduto un anno e mezzo fa a Benedetto XVI. L'uscita in periferia, l'attenzione ai poveri, l'insofferenza per le battaglie culturali e attorno ai cosiddetti princìpi non negoziabili (espressione che Francesco ha già avuto modo di dire, più d'una volta, di non comprendere), sono distanti dall'agenda che la Chiesa americana ha seguito nell'ultimo trentennio. Le gerarchie trovano origine nella lunga stagione giovanpaolina e ratzingeriana, e poche sono le eccezioni.

Il modello del vescovo da replicare nelle diocesi da una costa all'altra del paese, non è quello impersonato dal cardinale Joseph Bernardin, già arcivescovo di Chicago e punto di riferimento per la corrente progressista post conciliare, bensì quello del cardinale Francis George, apripista del conservatorismo muscolare poi fatto proprio dall'ex presidente della conferenza episcopale, Timothy Dolan. Lo stesso cardinale Sean O'Malley, che pure è uno dei  porporati più vicini a Francesco (è membro della consulta degli otto che lo consiglia riguardo il governo della chiesa universale) aveva mostrato più d'una perplessità ad aggiornare l'insegnamento cattolico in fatto di morale sessuale, come chiesto a gran voce da numerosi episcopati centro e nord europei. 
Che i vescovi facciano fatica a svoltare lo dimostra anche il dibattito che s'è tenuto la scorsa settimana a New Orleans, in occasione dell'assemblea generale di primavera dei vescovi statunitensi. Naturalmente, s'è parlato di economia, povertà, crisi sociale. Ma il focus, ancora una volta, era rivolto ai problemi che attanagliano la famiglia e il matrimonio. Confronto che s'è sviluppato con lo sguardo rivolto al doppio Sinodo (ottobre 2014 e ottobre 2015) e all'Incontro delle famiglie in programma l'anno prossimo nella Philadelphia dell'arcivescovo Charles Chaput, colui che in un'intervista concessa la scorsa estate al liberalNational Catholic Reporter si lamentava di certi silenzi del Papa sulle questioni etiche e sottolineava come «nell'ala destra della Chiesa» non tutti fossero rimasti soddisfatti dall'esito del Conclave. Una scaletta, quella preparata per l'assemblea di New Orleans, sulla quale aveva ironizzato perfino padre Thomas Reese, già direttore di America, la rivista liberal dei Gesuiti della East Coast: «Sarà interessante vedere quanto tempo useranno per parlare di controllo delle nascite, calo del numero dei matrimoni, nozze gay, divorzio, comunione ai cattolici divorziati e parità di genere», aveva scritto in un editoriale pochi giorni prima dell'inizio dei lavori, ricordando che lo scorso novembre – quando mons. Joseph Kurtz fu eletto successore di Dolan alla guida dell'episcopato locale - «i vescovi si tennero ben alla larga dai temi caratterizzanti il papato di Francesco».


 Matteo Matzuzzi "lanuovabq"

mercoledì 18 giugno 2014

SIAMO CATTOLICI, MA NON VOGLIAMO INFASTIDIRVI

Bisogna «chiedere scusa ai non credenti perché tante volte il modo in cui viviamo la nostra esperienza religiosa ignora completamente le sensibilità dei non credenti, per cui facciamo e diciamo cose che molto spesso non li raggiungono, anzi li infastidiscono». (Mons. Galantino)

Allora chiediamo scusa.

• Per tutte le volte che abbiamo messo in un angolo i movimenti che erano e sono fonte di annuncio, testimonianze vive di una fede che appassiona giovani e adulti.
• Per tutte le volte che abbiamo escluso dalla pastorale ordinaria realtà (penso ai Francescani dell’Immacolata) che hanno dato vocazioni alla Chiesa, vocazioni capaci di aggregare nuovi fedeli entusiasti al Signore.
• Per tutte le volte che abbiamo prese per vere riduzioni dell’insegnamento del Papa Francesco (penso alla intervista di Scalfari su Repubblica) che ne hanno ridotto l’insegnamento a un cristianesimo «distillato» e incapace di muovere il cuore.
• Per tutte le volte che abbiamo letto e diffuso con entusiasmo libri e parole di Enzo Bianchi, che mai ha ritrattato la sua firma a un documento che infangava il magistero di Giovanni Paolo II e la sua dottrina morale chiara e coraggiosa.
• Per tutte le volte che quindi abbiamo tenuto lontano i non credenti con un insegnamento che rifletteva di più le nostre ideologie invece che quello che Gesù ci ha insegnato attraverso i papi santi che ci ha donato in questi ultimi tempi.

È vero, dobbiamo chiedere scusa ai non credenti perché abbiamo dato loro, per l’ottusità di tanti «falsi maestri», un cristianesimo incapace di trasfigurare la vita. Ce lo ha detto tempo fa il convertito Oliver Clément: «un pietismo impaurito dalla vita, privo di qualsiasi dinamismo di trasfigurazione» [La rivolta dello Spirito, Jaca Book 1980, pag. 35]. 
Beato Angelico; Maria nella Pentecoste con gli apostoli

Allora la ricetta prevede di riconoscere il soffio dello Spirito come ci ha detto Papa Francesco: «La Chiesa di Pentecoste è una Chiesa che non si rassegna ad essere innocua, troppo “distillata”. No, non si rassegna a questo! Non vuole essere un elemento decorativo. È una Chiesa che non esita ad uscire fuori, incontro alla gente, per annunciare il messaggio che le è stato affidato, anche se quel messaggio disturba o inquieta le coscienze, anche se quel messaggio porta, forse, problemi e anche, a volte, ci porta al martirio».

Del resto già lo diceva Gesù: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché chiudete in faccia agli uomini la porta del Regno dei cieli. Voi, infatti, non vi entrate e non permettete che vi entrino coloro che vorrebbero entrarvi.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché girate per mare e per terra per fare anche un solo proselito e, fatto che sia, ne fate un figlio della geenna, due volte più di voi.
[…] Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché siete simili a sepolcri imbiancati, i quali dall’esterno appaiono belli, ma dentro son pieni di ossa di morti e di ogni immondezza. Allo stesso modo anche voi all’esterno sembrate giusti agli uomini, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che edificate i sepolcri ai Profeti e dite: “Se fossimo vissuti ai tempi dei nostri padri, non saremmo stati i loro complici nel versare il sangue dei Profeti”. In tal modo testimoniate contro voi stessi che siete figli di coloro che uccisero i Profeti e allo stesso tempo colmate la misura dei vostri padri.»
Attenti a chi chiede scusa per i peccati degli altri, senza accorgersi delle proprie responsabilità e connivenze!

don Gabriele Mangiarotti


CHI E’ DALLA PARTE DEL DIAVOLO?

Chi tace, chi si ritrae, chi teorizza una posizione che non ha più bisogno di “opporsi” per “porsi”

La comune tradizione cristiana ha sempre chiesto di agire con fermezza per difendere ciò che è proprio dell’uomo, e le parole illuminanti di Papa Francesco al Regina Coeli della Pentecoste non danno adito ad alcun equivoco: «La Chiesa di Pentecoste è una Chiesa che non si rassegna ad essere innocua, troppo “distillata”. No, non si rassegna a questo! Non vuole essere un elemento decorativo. È una Chiesa che non esita ad uscire fuori, incontro alla gente, per annunciare il messaggio che le è stato affidato, anche se quel messaggio disturba o inquieta le coscienze, anche se quel messaggio porta, forse, problemi e anche, a volte, ci porta al martirio».

Duccio di Boninsegna, La Pentecoste

Tra poco festeggeremo San Tommaso Moro, che San Giovanni Paolo II ha indicato come patrono dei politici. È stato il martire della coscienza e della difesa della Chiesa.
Vorrei essere sempre e solo all’altezza della sua testimonianza. Non ho altro intendimento.

Per grazia c’è Papa Francesco (e mi riferisco al Papa Francesco della Chiesa, non certo a quello dei media!) che non cessa di ricordarci le linee fondamentali della Dottrina sociale cristiana. Se il suo stile è diverso da quello dei suoi predecessori (ma quando mai è lo stile a denotare i contenuti della dottrina?) non lo sono i contenuti, così spesso invisi ai commentatori, vicini e lontani. E  voglio  ricordare che non ci rassegneremo mai ad essere «innocui», «distillati». 

Ecco perché ci spiace quando leggiamo personalità autorevoli della Chiesa che dicono che bisogna «chiedere scusa ai non credenti perché tante volte il modo in cui viviamo la nostra esperienza religiosa ignora completamente le sensibilità dei non credenti, per cui facciamo e diciamo cose che molto spesso non li raggiungono, anzi li infastidiscono».

Quello che sta accadendo nel mondo, da un lato mostra che c’è una posizione che sta toccando i cuori degli «uomini di buona volontà», al punto che si muovono e che sta rinascendo un popolo, il popolo dei «liberi e forti» che non si rassegna, che prende iniziativa, che sa riconoscere i compagni di viaggio, un popolo che è movimento (e mi commuove profondamente il Papa che incontra la responsabile della «Manif pour tous» di Francia e che promette una lettera); d’altra parte è evidente l’opera del diavolo che vuole distruggere la famiglia, e che ha tanti collaboratori (anche chi tace, si ritrae, oppure teorizza una posizione che non ha più bisogno di “opporsi” per “porsi” si mette dalla sua parte).

Grazie, allora, Santità, per queste parole della Pentecoste: sono proprio il soffio dello Spirito che guida la nostra Chiesa e ci suggerisce l’esperienza della libertà. 


 don Gabriele Mangiarotti

lunedì 16 giugno 2014

L'ATTACCO ALLA NATURA UMANA VIENE DALLE ISTITUZIONI

di Stefano Fontana 16-06-2014 lanuovabq

La sentenza della Corte Costituzionale sulla fecondazione eterologa, e soprattutto le sue motivazioni, ci mettono davanti senza ormai nessuna scappatoia ad una situazione di epocale gravità per i cattolici italiani. Non so quanti ne siano consapevoli, ma la realtà si impone da sé.

Il dato sostanziale è che ormai l’attacco alla natura e alla natura umana è diventato istituzionale. Vale a dire che se ne occupano ormai le istituzioni dello Stato. Quel plesso teorico e pratico che solitamente chiamiamo ideologia del gender e che comprende lo stravolgimento della procreazione e dell’identità umana, della sessualità e della famiglia con il definitivo congedo dalla natura e da qualsiasi rimasuglio di legge morale naturale è fatta propria dalle istituzioni e procederà per dovere istituzionale.
Durer Apocalissa

Le scuole, le Asl e i comuni sono già collegati istituzionalmente tra loro in questo senso. La famiglia che iscrive il figlio alla scuola materna sa già che, per doveri istituzionali, a suo figlio sarà raccontata la storia dei due pinguini maschi che covavano un sasso a forma di uovo, da cui però non nasceva niente, e loro erano tristi; allora vanno a prendere un uovo vero togliendolo ad una coppia di pinguini etero, lo covano e il pinguino neonato è accolto tra gli affetti dei due genitori.

La famiglia che iscriverà il bambino alla scuola elementare sa già in anticipo che educazione all’affettività e superamento degli stereotipi di genere gli saranno impartiti non solo nei corsi appositi, ma anche nelle materie curricolari: ci sono già i libri di testo, le rappresentazioni teatrali, i video e i film, già ampiamente adoperati nelle aule.

Istituzionalizzazione vuol dire che la cosa è ormai entrata nella macchina della pubblica amministrazione. I dirigenti scolastici, che non hanno soldi, pur di mettere qualcosa di nuovo nel POF, accoglieranno le proposte del Comune in accordo con l’ASL o viceversa. A Trieste è entrato in aula un insegnante maschio con gonna e tacchi a spillo. Nelle classi girerà voce che Tizio ha una storia con Caio o che Clara è innamorata cotta di Orietta. Nei corridoi delle scuole ogni tanto si vede qualche bacio adolescenziale; ce ne saranno anche di omo e nessuno potrà eccepire niente. Poi appariranno i distributori di preservativi. In qualche Stato americano sono gli stessi insegnanti a distribuirli.

Perfino l’Ordine dei Giornalisti organizza eventi formativi per gli iscritti incentrati sul superamento degli stereotipi sessuali in ottemperanza alle Linee guida del Dipartimento per le pari opportunità, considerandole istituzionali. Anche la RAI in Italia è una “istituzione”, seppure in un senso molto particolare. La pubblicità della Findus ci ha fatto capire che anche qui saremo sommersi “istituzionalmente” dalla grande narrazione, l’ultima rimasta, del diritto degenere all’identità di genere. 

Ora, se questa analisi è vera, se cioè siamo di fronte ad una istituzionalizzazione dell’anti-natura, alle istituzioni bisognerà fare obiezione di coscienza: non a questa o a quella loro disposizione ma alle istituzioni in quanto tali. 
Ai cattolici questo è già capitato, all’indomani della presa di Porta Pia. Allora fecero obiezione di coscienza nei confronti dello Stato che voleva estromettere Dio dalla pubblica piazza. Dovranno ora rifare obiezione di coscienza allo Stato, accusandolo di estromettere l’uomo dalla pubblica piazza? Questa estromissione è figlia di quella e la sentenza della Corte costituzionale sull’eterologa è una nuova breccia di Porta Pia.

Da quando Giuseppe Dossetti ha invitato a non aver paura dello Stato, tutta una parte di cattolici lo ha preso alla lettera e ha impostato il rapporto col mondo intenzionata a mettere sullo stesso piano la Costituzione e il Vangelo. Ora che i contenuti umani della Costituzione vengono superati dalle stesse istituzioni democratiche e costituzionali e perfino istituzionalizzati, costoro a cosa si appelleranno? Non è la fine di un percorso? 


L’obiezione alle istituzioni sarebbe la fine di un lungo percorso, complesso e fortemente articolato, circa il rapporto dei cattolici con la modernità durante il quale i cattolici si sono impegnati sia ad una presenza nelle istituzioni pubbliche che ad avere proprie istituzioni. 
Il caso più evidente è quello della scuola. Ciò ha permesso di attutire lo scontro, di gestire i contrasti con prudenza, di assimilarsi senza essere assimilati. La cosa è stata resa possibile dal serbatoio di virtù umane e cristiane che ancora era rimasto a lungo nella nostra gente. 
Ma se le istituzioni dovessero far propria istituzionalmente la negazione della natura umana che spazio di praticabilità rimarrebbe per una simile doppia prospettiva? Si tornerebbe alla divaricazione tra Paese legale e Paese reale, con la sola differenza delle cifre invertite: a fare obiezione di coscienza allo Stato stavolta non sarebbero le masse, ma una minoranza, consapevole, non ancora assimilata, non meno determinata.

LA CONSULTA TRADISCE LA COSTITUZIONE

MONS. LUIGI NEGRI
intervista di R, Cascioli
La nuova Bussola Quotidiana

Stupefatto e preoccupato per la deriva ideologica della più alta magistratura italiana, che tradisce la Costituzione arrogandosi competenze non sue e promuovendo forme giuridiche e istituzionali nuove. È la reazione di monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio – ma ci tiene a precisare che in questo caso parla da «cittadino comune, senza implicare la responsabilità ecclesiale» – alle ultime sentenze della Corte costituzionale che hanno stabilito «il diritto al figlio» (leggi qui) e imposto al Parlamento di riconoscere le unioni civili, anche fra persone dello stesso sesso (leggi qui).

Monsignor Negri, anche a proposito di queste ultime sentenze della Corte Costituzionale si è parlato in questi giorni di magistratura creativa.
Non so se la magistratura debba essere creativa, io so che la magistratura deve cercare di applicare la legge in un modo che sia adeguato: adeguato alla vita della società, adeguato anche a coloro che contingentemente si trovano ad essere oggetto della responsabilità della magistratura. Invece il cittadino comune assiste ogni giorno più stupefatto alla sostanziale modifica dei criteri fondamentali che hanno costituito il riferimento ideale della Costituzione e delle nostre istituzioni. In questi giorni ci siamo sentiti dire che appartiene alla struttura ultima della Costituzione italiana il diritto ad avere un figlio come principio incoercibile ed espressione della autodeterminazione della persona.

Princìpi che in effetti non troviamo nella Costituzione.
Autodeterminazione è concetto ideologico, facilmente recuperabile all’interno di quel movimento secolarista, laicista e anticattolico che costituisce una parte delle ideologie presenti nel nostro paese, ma che certamente non ha determinato i princìpi fondamentali della Costituzione. Dire che in nome della Costituzione è necessario consentire questo diritto ad avere un figlio è fatto sostanzialmente incomprensibile.

Cosa è invece il figlio per la Costituzione?
Per la immagine di famiglia naturale - e non di famiglia cattolica, si badi bene - che sta alla base della nostra Costituzione, il figlio trova la sua collocazione ideale e pratica all’interno di una comunione di vita precisamente normata dalla Costituzione e dal diritto italiano e che non lo vede come diritto dell’autodeterminazione né del singolo né della coppia, ma lo vede come gravissima e irriducibile responsabilità culturale, etica e sociale. Affermare che il figlio è un diritto incoercibile significa surrettiziamente far passare dei principi di riferimento della famiglia e del nostro Stato che non trovano alcuna formulazione né alcuna difesa nella nostra Costituzione. Questo è il fatto grave per il presente e per il futuro della nostra società.

Certe sentenze vengono giustificate con la difficoltà che hanno tante coppie nell’avere figli e dei problemi che ne derivano.
Ma tutt’altro la “gente gente” (il popolo, secondo la definizione che ne dava monsignor Luigi Giussani) si sarebbe aspettata dai difensori della nostra Costituzione: collocare la difficoltà con cui talune coppie sono chiamate a vivere questa loro responsabilità ma in termini che tengano presenti tutti i fattori che costituiscono il riferimento della nostra Costituzione e hanno costituito l’impianto vivo e attivo della nostra socialità.

Poi è arrivata anche la sentenza sulla coppia dove uno dei protagonisti cambia sesso e però vogliono restare sposati. Qui la Corte Costituzionale ha confermato lo scioglimento del matrimonio ma imponendo al Parlamento di riconoscere le unioni civili in modo che i due possano continuare a godere degli stessi diritti.
È una sentenza altrettanto stupefacente, anche questa chiaramente ideologica. È certo che non compete alla più alta magistratura – sia essa la Corte Costituzionale o la Corte di Cassazione - operare interventi di carattere ideologico che eccede i suoi compiti e le sue responsabilità. Oggi come oggi il diritto della persona, della famiglia, dei gruppi, delle realtà sociali, sembra più riferito o dipendente dalle ideologie che di volta in volta vengono messe in primo piano da una parte della magistratura, che non da quell’ethos sociale e storico di cui la magistratura dovrebbe essere in ogni caso custode e promotrice. Le grandi rivoluzioni - se proprio si vuole sprecare questo termine per queste vicende assolutamente banali - non si affermano in questo modo surrettizio e ultimamente imposto alla mentalità dei nostri cittadini e della nostra vita sociale.


Protestiamo giustamente per queste sentenze della Corte Costituzionale che toccano famiglia e vita, però vediamo che nel frattempo in Parlamento sta arrivando una valanga di proposte di legge che vanno nella stessa direzione.
Con una grande differenza: che il Parlamento fa il suo lavoro. Esso è espressione di una vita sociale in difficoltà, in contrapposizione, talora in contraddizione in cui vivono profonde lacerazioni; è comprensibile che sia chiamato a legiferare tenendo conto della varietà delle posizioni. Toccherà poi alla maggioranza stabilire una linea e alla minoranza eventualmente mettere in atto tutte le contromisure.
Il Parlamento nell’affronto di questi problemi gode di una sua sovranità, la magistratura invece non ha il compito di promuovere forme giuridiche e istituzionali nuove. Se lo fa eccede dal suo preciso ambito e competenze. Mi sembra avesse ragione il presidente Cossiga, che in molte occasioni esprimeva fortissime riserve con questo modo di procedere della magistratura, che adesso sta raggiungendo le estreme e deplorevoli conseguenze.

NON AFFLIGGETE I MAGISTRATI !!!

Perché serve la responsabilità civile dei giudici?
Leggete questo caso e datevi una risposta

TEMPI Giugno 13, 2014 Redazione
Giudice dimentica di liberare due imputati. Il Csm ordina di trasferirlo. La Cassazione sospende la punizione.

La responsabilità civile diretta preoccupa i magistrati. Per ora, se sbagliano, è lo Stato a punirli (può prelevare non oltre 1/3 dello stipendio). Dal 1988 al 2012, i casi in cui è stata applicata la responsabilità (indiretta) sui magistrati si contano sulle dita di una mano: quattro. La giustizia è chiaramente blanda con le toghe. E ciò sembra confermato da una recente sentenza sulle punizioni dei magistrati delle Sezioni Unite della Cassazione.


LA SENTENZA. Nelle motivazioni di una sentenza di aprile 2014, depositate ieri, a poche ore dal sì della Camera all’emendamento Pini, le toghe supreme affermano che è troppo penalizzante la legge che obbliga il trasferimento di un giudice o di un pm per ogni condotta contraria al suo dovere di magistrato, anche se il magistrato in questione ha violato i suoi doveri. Per questo la Cassazione ha chiesto un parere alla Corte Costituzionale.

DIMENTICATI AGLI ARRESTI. La Cassazione si è espressa sul caso di un magistrato del tribunale di Cesena (anonimo) che nell’autunno 2010 dimenticò di liberare due persone dalla custodia cautelare. Soltanto 56 giorni dopo la scadenza dei termini di custodia, i due cittadini furono liberati dal giudice. Il caso finì al Csm, che condannò il giudice di Cesena al trasferimento di sede per avere agito «con negligenza inescusabile» e perché «arrecava un ingiusto danno ai predetti imputati che sono stati ingiustificatamente ristretti sine titulo per un mese e venticinque giorni». Il giudice, prosciolto dall’accusa di «grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile», ma “condannato” al trasferimento, fece ricorso in Cassazione.

56 GIORNI AI DOMICILIARI. Nella sua difesa in Cassazione, il giudice condannato ha spiegato che la dimenticanza era un fatto di «scarsa rilevanza», che «era conseguenza delle carenze organizzative dell’ufficio». Un fatto che «non aveva compromesso la sua immagine di magistrato». La risposta della Cassazione? Ha sospeso la pena del magistrato e bocciato la legge che prevede il trasferimento dei giudici, impugnandola davanti alla Corte Costituzionale.


Secondo la Cassazione, infatti, «la misura del trasferimento di sede o di ufficio è particolarmente afflittiva per il magistrato, sotto il profilo sia morale che materiale». Non può dunque essere sempre e automaticamente prevista, nemmeno nel caso in cui il magistrato violi i diritti degli imputati e i propri obblighi di «imparzialità, correttezza, diligenza, laboriosità, riserbo e equilibrio».