martedì 28 aprile 2015

DIALOGO INTERRELIGIOSO E DIALOGO INTERCULTURALE

NON SI PUÒ PARLARE DI DIALOGO IN SENSO STRETTO TRA RELIGIONI. 
URGE UN DIALOGO TRA LE CULTURE CHE DA ESSE SCATURISCONO

La Dichiarazione del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, 22.04.2015, inizia con questa frase: “Gli avvenimenti di questi ultimi tempi fanno sì che molti ci chiedano: “C’è ancora spazio per dialogare con i musulmani?” La risposta è: si, più che mai”. Assieme ad alcune affermazioni molto condivisibili sulla questione della educazione in famiglia e nella scuola, su altri punti non aiuta a capire in cosa consiste il dialogo.Vale allora la pena di riprendere la riflessione di Benedetto XVI tra dialogo tra le religioni (impossibile) e tra le culture (necessario), proponendo questa riflessione contenuta nell’introduzione ad un libro di Marcello Pera del 2008

Caro Senatore Pera, 
in questi giorni ho potuto leggere il Suo nuovo libro “Perché dobbiamo dirci cristiani”.
 Era per me una lettura affascinante. Con una conoscenza stupenda delle fonti e con una logica cogente Ella analizza l’essenza del liberalismo a partire dai suoi fondamenti, mostrando che all’essenza del liberalismo appartiene il suo radicamento nell’immagine cristiana di Dio: la sua relazione con Dio di cui l’uomo è immagine e da cui abbiamo ricevuto il dono della libertà.
Con una logica inconfutabile Ella fa vedere che il liberalismo perde la sua base e distrugge se stesso se abbandona questo suo fondamento. Non meno impressionato sono stato dalla Sua analisi della libertà e dall’analisi della multiculturalità in cui Ella mostra la contraddittorietà interna di questo concetto e quindi la sua impossibilità politica e culturale.
Di importanza fondamentale è la Sua analisi di ciò che possono essere l’Europa e una Costituzione europea in cui l’Europa non si trasformi in una realtà cosmopolita, ma trovi, a partire dal suo fondamento cristiano-liberale, la sua propria identità.
Particolarmente significativa è per me anche la Sua analisi dei concetti di dialogo
interreligioso e interculturale.


Ella spiega con grande chiarezza che un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile, mentre urge tanto più il dialogo interculturale che approfondisce le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo.
Mentre su quest’ultima un vero dialogo non è possibile senza mettere fra parentesi la propria fede, occorre affrontare nel confronto pubblico le conseguenze culturali delle decisioni religiose di fondo.
Qui il dialogo e una mutua correzione e un arricchimento vicendevole sono possibili e necessari. Del contributo circa il significato di tutto questo per la crisi contemporanea dell’etica trovo importante ciò che Ella dice sulla parabola dell’etica liberale.
Ella mostra che il liberalismo, senza cessare di essere liberalismo ma, al contrario, per essere fedele a se stesso, può collegarsi con una dottrina del bene, in particolare quella cristiana che gli è congenere, offrendo così veramente un contributo al superamento della crisi.
Con la sua sobria razionalità, la sua ampia informazione filosofica e la forza della sua argomentazione, il presente libro è, a mio parere, di fondamentale importanza in quest’ora dell’Europa e del mondo.
Spero che trovi larga accoglienza e aiuti a dare al dibattito politico, al di là dei problemi urgenti, quella profondità senza la quale non possiamo superare la sfida del nostro momento storico. Grato per la Sua opera Le auguro di cuore la benedizione di Dio.


Benedetto XVI

23 novembre 2008

lunedì 27 aprile 2015

I MARTIRI: Il mondo odia i cristiani non per quello che dicono e quello che fanno, ma perché sono. E la testimonianza non consiste nel fare questo o quello, ma nell'esserci.


Ciò che sono, quello voglio essere.

dal blog di  leonardolugaresi

Il 17 luglio del 180, a Cartagine, un gruppo di cristiani provenienti da una cittadina dell'Africa proconsolare, Scili, vennero processati e condannati a morte dal governatore romano. Gli Atti del loro processo sono il più antico documento della letteratura latina cristiana, ed essendo sostanzialmente costituiti dal verbale dell'udienza ci permettono - ed è un caso quasi unico nella storia antica - di "assistere", come se fossimo presenti, all'interrogatorio e poi alla sentenza. È verosimile, infatti, che il testo che possediamo riproduca fedelmente le note prese dal cancelliere e che l'intervento del redattore cristiano si limiti alla formula conclusiva.
Catacombe di Priscilla, Roma
 Scarno ed essenziale com'è, questo documento si rivela ricchissimo di spunti di riflessione per noi. Eccone uno, forse il più profondo e commovente. Il magistrato, Saturnino cerca in tutti i modi di indurre gli imputati ad accettare un ragionevole compromesso: se "giurano per il genio dell'imperatore signore nostro" e compiono un atto di culto in suo onore potranno andarsene liberi. È sottinteso che nessuno indagherà su ciò che faranno poi in privato, nel chiuso delle loro dimore: continuino pure a credere nel dio che voglono, purché dimostrino di essere leali sudditi dello Stato Romano. 

Chi gli risponde, e per un po' gli tiene testa, è soprattutto Sperato, che appare come il leader del piccolo gruppo (sei sono quelli nominati all'inizio, poi dodici quelli citati nella sentenza). Forse è un presbitero, in ogni caso uno che sa parlare, che ha ragioni da dare e addirittura ad un certo punto del dialogo cerca di annunciare il vangelo al proconsole che lo sta interrogando.
Però non è lui, a mio parere, che dice la parola decisiva, quella che va al cuore di tutto. Ad un certo punto Saturnino, vedendo che con Sperato non la spunta, si rivolge agli altri, che finora sono stati zitti e li invita a dissociarsi dalla «follia» (dementia) del loro capo. Ecco le loro risposte:
«Cittino disse: "Non temiamo nessun altro all'infuori del Signore Dio nostro che è nei cieli».
Donata disse: «Onore a cesare in quanto cesare ma timore solo verso Dio». [Questi sono due bravi cristiani, che hanno studiato e assimilato il catechismo: ne ripetono le formule, e certo non sbagliano] 
«Vestia disse: Sono cristiana». [E qui, se ci è permesso immaginare, ci sembra che queste parole escano come un sussurro, dalle labbra di una donna che di parole è abituata a dirne pochissime; e che ora è intimidita, confusa: non ha dialettica, come Sperato, e non ricorda le formule, come Cittino e Donata ... quando tutto crolla, resta l'essenziale: "sono cristiana". Ma lo spessore di questa professione di fede emerge dalle parole dell'ultima che risponde ...]
 «Seconda disse: "Ciò che sono, quello voglio essere" (Quod sum, ipsud volo esse)».
Non è questione di idee, di costumi, di opzioni sociali e politiche, non è questione di niente, se non di identità. L'identità tra il mio essere e la mia libertà.
Il mondo, ultimamente, odia i cristiani non per quello che dicono e quello che fanno, ma perché sono. E la testimonianza, ultimamente, non consiste nel fare questo o quello, ma nell'esserci.


25 APRILE: I DIMENTICATI, SACERDOTI UCCISI NELLA LIBERAZIONE


Una pagina rimossa della nostra storia. 

Centinaia di cattolici, sacerdoti e laici, uccisi dai partigiani comunisti nell’immediato dopoguerra. In odio alla fede e alla Chiesa. I testimoni tacciono. I libri di testo nascondono la verità. Viltà, paura o complicità?

Una delle mitologie più solide, in Italia, nell’ultimo cinquantennio è certamente quella che riguarda la Resistenza: della quale è intoccabile la sacralità e incrollabile il giudizio totalmente positivo, Il che spiega come, mentre molto si sa dei crimini commessi dai nazisti (e che nessuno vuole naturalmente sminuire), ci siano pochi studi approfonditi sui crimini commessi dai partigiani in alta Italia, e soprattutto in Emilia Romagna, nel cosiddetto Triangolo della Morte. Eppure anche un Giorgio Bocca, certo insospettabile di voler “gonfiare” le cifre, calcola in 12-15.000 il numero dei “giustiziati” dai partigiani.
Diciamo subito che il termine “giustiziati” usato da Bocca non appare esatto, perché fra gli uccisi ci sono certamente molti fascisti, ma ancor di più ci sono persone eliminate per ragioni che con la politica avevano poco o nulla a che tare; si pensi, per stare alla realtà, ai sette fratelli Govoni – uno solo dei quali era qualificabile come fascista, e di cui l’ultima, lda, ventenne, era madre di una bimba di pochi mesi – trucidati ad Argelato l’11 maggio 1945, i cui corpi verranno trovati solo nel ’51; oppure, per passare alla poesia, che spesso interpreta i fatti in modo più efficace della pura cronaca, al bellissimo racconto di Guareschi intitolato Due mani benedette..
Ma quello che qui ci interessa è sottolineare il fatto che fra questi morti ammazzati elevatissimo è il numero di cattolici, uccisi proprio in quanto cattolici, ossia perché incarnavano – agli occhi sia dei nazisti sia dei partigiani comunisti -quella tragica figura del “nemico oggettivo” di cui le rivoluzioni hanno assoluto bisogno per sopravvivere.
Ebbene, di queste vittime restano dei nomi, delle date, e poco più. Eppure sono tanti: solo in Emilia Romagna sono 92 i sacerdoti e seminaristi caduti per mano dei partigiani e su L’Osservatore Romano del 1° novembre 1995 Luciano Bergonzoni ne elenca i nomi, insieme a quelli di tanti altri, vittime della ferocia nazista.
Sempre nel ’95, il card. Biffi ha promosso una serie di celebrazioni commemorative, nelle parrocchie della diocesi di Bologna, dei sacerdoti uccisi prima dopo la Liberazione, affermando che “questa impressionante serie di crimini dice che c’era a quel tempo il piano di impadronirsi politicamente della nostra società attraverso l’intimidazione della gente”; e proseguiva ribadendo il dovere del ricordo e della riconoscenza nei confronti di chi ha sacrificato la vita per ottenerci “il dono di un lungo periodo di prosperità e di pace”, sapendo “opporsi con fermezza ed efficacia al trionfo di ideologie che sembravano socialmente avanzate ed erano soltanto cieche e disumane”, e preservandoci così “dalle tristi prove toccate a molte nazioni dell’Est europeo”.
Ricordiamone alcuni: il sacrificio di don Alfonso Reggiani, ucciso ad Amola il 5 dicembre 1945, e di don Enrico Donati, di Lorenzatico, ucciso il 13 mezza e ricordato espressamente dal card. Biffi, per arrivare al caso forse più famoso di tutti, quello di don Umberto Pessina, trucidato a San Martino di Correggio il 18 giugno 1946 (quindi sempre ben dopo il fatidico 25 aprile!): un delitto che invano i comunisti hanno cercato di far passare per un incidente.
Rolando Rivi
Tanti sacerdoti, dunque, ma anche tanti seminaristi e tanti laici, come il quindicenne Rolando Rivi, ucciso a Reggio Emilia il 10 aprile 1945, in quanto “futuro ragno nero”, o il famoso Giuseppe Fanin, apostolo dell’idea cristiana fra i braccianti e i contadini, ucciso a ventiquattro anni il 4 novembre 1948 vicino a Bologna, perché dava fastidio il suo impegno per tradurre in pratica la dottrina sociale della Chiesa.
Un ultimo punto vorremmo ricordare: gli assassini di tanti innocenti – colpevoli solo di essere cattolici – sono stati spesso individuati, ma le condanne sono state pochissime, perché quasi sempre essi hanno trovato, con la copertura e la connivenza del partito comunista, rifugio e ospitalità oltre la cortina di ferro. E questo va tenuto presente soprattutto oggi, quando quasi nessuno vuoi più ricordare il suo passato comunista, e addirittura vuol farsi passare per liberale, ma allo stesso tempo rifiuta un serio esame di coscienza. Ci piacerebbe insomma che anche altri, e non solo i cattolici, scoprissero la grandezza e la dignità del chiedere perdono.
Tutto questo discorso è fatto qui – sia chiaro – non per riaprire ferite o per vano spirito di polemica, ma allo scopo di mantenere viva la memoria dei fatti e far risplendere la verità, che rischia altrimenti di restare sepolta sotto gli slogan e il conformismo ideologizzato; e con la speranza che la Storia – quella vera, e non quella manipolata dagli storici o dai manuali scolastici – insegni a evitare gli orrori del passato.
Ricordiamo i nomi dei sacerdoti dell’Emilia Romagna sacrificati in odio alla religione o per “liberare” il nostro paese.
Bertinoro: Vincenzo Bruscoli, Giovanni Godoli.
Bologna: Luigi Balestrazzi, Medardo Barbieri, Corrado Bartolini (parroco di S. Maria in Duno, prelevato dai partigiani il 1° 1945 e fatto sparire), Raffaele Bartolini (canonico della Pieve di Cento, ucciso dai partigiani la sera del 20 giugno 1945), Dogali Raffaele Busi, Ferdinando Casagrande, Enrico Donati (arciprete di Lorenzatico, ucciso il 13 maggio 1945 da elementi qualificatisi per partigiani, chiuso in un sacco e gettato in acqua), Achille Filippi (parroco di Moiola, ucciso dai comunisti il 25 luglio 1945 perché accusato di filofascismo), Mauro Fornasari, Giovanni Fornasini (ucciso da un capitano tedesco il 13 ottobre 1944), Domenico Gianni, Arturo Giovannini, Ilario Lazzeroni, Giuseppe Lodi (ucciso dai tedeschi il 29 settembre 1944), Ubaldo Marchioni (ucciso dalle SS il 29 settembre 1944), Ildebrando Mezzetti, Aggeo Montanari, Giuseppe Rasori, Alfonso Reggiani, Eligio Scanabissi, Giuseppe Tarozzi, Elia Comini, Martino Capelli, Mario Ruggeri, Tarcisio Collina.
Carpi: Alberto Fedozzi, Amadio Po, Francesco Venturelli.
Cesena: Lazzaro Urbini.
Faenza: Angelo Cicognani, Antonio Lanzoni, Antonio Scarante.
Ferrara: Mario Boschetti, Pietro Rizzo.
Fidenza: Domenico Cavanna, Aldo Panni.
Forlì: Livio Casadio.
Guastalla: Gerrino Cavazzoli, Giacomo Davoli.
Imola: Pietro Cardelli, Teobaldo Daporto (arciprete di Castel Ferrarese, ucciso da un comunista nel settembre 1945), Giovanni Ferruzzi (arciprete di Campanile, ucciso dai partigiani il 3 aprile 1945), Giuseppe Galassi, Tiso Galletti (parroco di Spazzate Passatelli, ucciso il 9 maggio 1945 perché aveva criticato il comunismo), Settimio Pattuelli, Luigi Pelliconi, Aristide Penazzi, Evaristo Venturini.
Modena: Aldo Boni, Aristide Derni, Giuseppe Donini, Palmiro Ferrucci, Giovanni Guicciardi, Luigi Lendini (parroco di Crocette trucidato dopo inenarrabili torture il 20 luglio 1945), Elio Monari, Natale Monticelli, Giuseppe Muratori, Giuseppe Preci, Ernesto Talè.
Parma: Amedeo Frattini, Pietro Picinotti, Italo Subacchi,
Giuseppe Voli.
Piacenza: Giuseppe Beotti, Giuseppe Borea, Alberto Carrozza, Francesco Delnevo, Francesco Mazzocchi, Alessandro Sozzi.
Ravenna: Primo Mantovani, Luciano Missiroli, Santo Perin, Mario Domenico Turci.
Reggia Emilia: Sperindio Bolognesi (parroco di Nismozza, ucciso dai partigiani comunisti il 25 ottobre 1944), Pasquino Borghi, Aldemiro Corsi (parroco di Grassano, assassinato nella sua canonica, con la domestica Zeffirina Corbelli, da partigiani comunisti la notte del 21 settembre 1944), Giuseppe Donadelli, Luigi Ilariucci, Giuseppe Jemmi, Sveno Maioli, Luigi Manfredi (parroco di Budrio, ucciso il 14 dicembre 1944 perché aveva deplorato gli “eccessi partigiani”), Dante Mattioli, Umberto Pessina, Battista Pigozzi, Rolando Rivi, Carlo Terenziani.
Rimini: Giuseppe Balducci, Federico Buda, Pietro Carabini, Giuliani, Pietro Maccagli.

Sarsina: Ettore Barocci, Dino Foschi, Pietro Tonelli.
------------------------------

tratto da: Il Timone, n. 11 Gennaio/Febbraio 2001. – Paolo DE MARCHI

mercoledì 22 aprile 2015

LA RESISTENZA FUORI DAL MITO

Una lunga mistificazione
Francesco Perfetti -ilgiornale  19/04/2015
Vent'anni or sono, nel 1995, Renzo De Felice, dopo aver ricordato che la Resistenza era stato «un grande evento storico» che nessun revisionismo sarebbe riuscito a negare, richiamò l'attenzione sul fatto che i numeri di quanti avevano preso parte attiva alla lotta partigiana erano ancora controversi.
Ma, quali che ne fossero le dimensioni, quel che sembrava certo allo studioso, era il fatto che, al contrario di quanto si sosteneva generalmente, non era possibile «definire la Resistenza un movimento popolare di massa» se non nelle settimane che precedettero la resa dei tedeschi e la vittoria delle truppe alleate. Del resto anche uno dei suoi principali protagonisti, il generale Raffaele Cadorna aveva scritto nelle sue memorie che, al momento della liberazione, il numero dei partigiani era cresciuto «a dismisura» e aveva aggiunto: «Un semplice fazzoletto rosso al collo bastava a tramutare un pacifico operaio o un contadino in partigiano persuaso di avere acquistato larghe benemerenze nella liberazione della patria». L'amara verità è che la grande maggioranza degli italiani, ormai stanca della guerra, aveva preferito evitare di schierarsi in maniera palese a favore della Resistenza o della Repubblica sociale italiana. Il sentimento collettivo era andato coagulandosi, non per opportunismo ma come scelta di «mera necessità» e come «male minore», in una sorta di «zona grigia» costituita essenzialmente da «quanti riuscirono a sopravvivere tra due fuochi, impossibile da classificare socialmente, espressa trasversalmente da tutti i ceti, dalla borghesia alla classe operaia».
La tesi di De Felice sembrò dirompente perché metteva in discussione non già la Resistenza in quanto tale ma piuttosto il suo uso politico e ideologico, la sua strumentalizzazione. Quello dello storico era, in realtà, un invito a rileggere e studiare la Resistenza al di fuori del «mito» che ne era stato accreditato soprattutto ad opera dei comunisti. Questi ultimi erano riusciti a far prevalere l'idea non solo di una grande rivolta popolare di massa ma anche, e soprattutto, di un fenomeno unitario a guida comunista.
Cosa che non era affatto vera perché alla Resistenza, nelle sue varie fasi, presero parte, oltre ai comunisti e agli azionisti con le brigate «Garibaldi» e «Giustizia e Libertà», anche esponenti di altre forze politiche, dai cattolici ai socialisti, dai liberali ai monarchici inquadrati in brigate e formazioni autonome, talora in dissenso sulle scelte operative. Per non dire, infine, del contributo alla lotta di liberazione da parte dei militari italiani del Corpo italiano di Liberazione e di quell'altra e coraggiosa forma di resistenza rappresentata dal rifiuto di collaborare con i tedeschi da parte dei soldati internati nei campi di concentramento, gli Imi dei quali fece parte anche Giovannino Guareschi.
Alle origini del processo di mistificazione storica della Resistenza c'era un preciso disegno portato avanti dal Partito comunista e, in via subordinata, dal Partito d'azione, quello di accreditare che la Resistenza fosse il vero e il solo evento rivoluzionario della storia dell'Italia unita. Il che spiega, per inciso, il motivo per il quale le formazioni autonome, quelle cioè che facevano riferimento a forze politiche diverse dal Pci o dal Pda, fossero guardate con diffidenza se non addirittura con ostilità.
La Brigata Osoppo (Friuli)
Rientra, per esempio, in questo quadro - e vi entra in maniera emblematica delle lotte intestine all'interno del movimento partigiano - il caso dell'eccidio della malga di Porzûs, dove un gruppo di partigiani della Brigata Osoppo di orientamento cattolico e laico-socialista fu barbaramente liquidato da parte di partigiani comunisti. Spiega, ancora, perché si dovesse glissare sul contributo militare, importante ed anzi essenziale, degli Alleati alla liberazione del Paese e perché si inventasse quella dubbia categoria interpretativa della Resistenza come «secondo Risorgimento» giustamente criticata da un grande ed equilibrato storico come Rosario Romeo. E spiega, infine, come, per molto tempo, la storiografia ufficiale della Resistenza, quella che De Felice avrebbe definito la vulgata, si fosse preoccupata non soltanto di minimizzare, di fatto sottovalutandola, la partecipazione delle componenti non comuniste all'epopea resistenziale.
Quando, nel 1991, venne pubblicato il volume di Claudio Pavone dal titolo Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza , sembrò che si aprisse una stagione completamente nuova rispetto, per esempio, al classico libro, la Storia della Resistenza , che uno storico militante come Roberto Battaglia aveva scritto, quasi a caldo e sotto la guida ispiratrice di Luigi Longo, presentando, in chiave marxista, la Resistenza come una guerra di popolo egemonizzata e guidata dai comunisti. La novità stava, in primo luogo, nel recupero, in ambito storiografico, della nozione di «guerra civile» prima sdegnosamente rifiutata e utilizzata solo nella polemica politica e in talune ricostruzioni provenienti dall'ambiente neofascista. Adesso la «guerra civile» non era più rifiutata, ma diventava un aspetto della Resistenza accanto ad altri due, quelli di una «guerra patriottica» e di una «guerra di classe». Ma si trattava di una novità apparente perché, al fondo del discorso, rimaneva in piedi l'equazione che tendeva a collegare l'idea della Resistenza con l'idea di una rivoluzione politica e sociale. Non è un caso che la ponderosa, e pur importante, opera di Pavone liquidasse la vicenda di Porzûs in una nota e sottovalutasse il contributo delle componenti non comuniste o azioniste della Resistenza: come dimostra, per esempio, il fatto che le citazioni del nome di un liberale come Edgardo Sogno si contino sulla punta delle dita.
Il proposito comunista di accreditare l'immagine di una Resistenza unitaria guidata dai quadri dirigenti del partito comunista e farne il fondamento legittimante dello Stato democratico post-fascista era funzionale al disegno di Palmiro Togliatti, e dei suoi accoliti, di conquistare il potere attraverso l'affermazione della «democrazia progressiva».

Era un proposito di natura «pedagogica» e politica al tempo stesso che si risolveva, però, in un vero e proprio «tradimento» della Resistenza stessa e dei suoi valori. La storia della Resistenza raccontata dalla vulgata comunista e azionista è contenuta in un libro ideale pieno di pagine stracciate e cancellate che solo da poco tempo alcuni volenterosi ricercatori stanno tentando di restaurare o ricostruire. È la storia di una «Resistenza rossa» che si sarebbe affermata, come sostenne Luigi Longo durante le celebrazioni del primo decennale, vincendo le opposizioni di cattolici e liberali e di tutti quegli antifascisti che, troppo legalitari, ne boicottavano il carattere di movimento popolare di massa e ne ostacolavano l'evoluzione in senso classista.
Ma è una storia falsa che ha avuto successo soltanto grazie all'egemonia culturale gramsci-azionista che per molto tempo, per troppo tempo, ha condizionato le menti degli intellettuali italiani.

 È ora di riscrivere la storia vera della Resistenza, con le sue luci e le sue ombre, per assegnarle il posto che, legittimamente, le spetta. Al di là e al di fuori del mito. E, soprattutto, delle speculazioni politiche.

lunedì 20 aprile 2015

LA RIDUZIONE SENTIMENTALE DELLA RELIGIONE

di Mons. Luigi Negri

Quanto più cerco di leggere la situazione complessa della vita sociale e addirittura della vita delle cosiddette cristianità, mi sorprende il coagularsi delle mie consapevolezze intorno a due punti che mi sembrano assolutamente oggettivi.

PRIMA OSSERVAZIONE
W. Kandinskij, Il Diluvio Universale
La prima osservazione è che quello che è stato chiamato più volte da Papa Francesco il «pensiero unico dominante» non è soltanto un pensiero unico ma è, in realtà, un sistema di vita, di cultura, di forze che sono in campo; di potere ideologico, economico, politico, sociale, particolarmente forte quanto più sembra difficilmente definibile nei suoi contorni e nella sua soggettività.
Il politicamente corretto preme sulla coscienza e sul cuore delle persone, delle famiglie, dei popoli, in maniera martellante e su tutte le grandi questioni antropologiche la discussione è impossibile: basti pensare alla teoria del gender, al problema della vita e della sua manipolazione, al problema dei processi eutanasici, al problema delle inseminazioni ormai perpetrate nei Paesi civili della vecchia Europa e non soltanto.
Ciò che viene blindato da questo potere massmediatico mondiale è indiscutibile, e chi dissente – anche nel modo più corretto – viene immediatamente indicato al pubblico ludibrio. In questo nostro Paese nato dalla grande e sacrosanta lotta per la libertà, che ha segnato una delle caratteristiche fondamentali della Resistenza italiana, i margini della libertà, ci piaccia o no, sono progressivamente in diminuzione.
Oggi non si può pensare che un’affermazione fatta pubblicamente e in dissenso dall’ideologia dominante – per esempio che la vita è mistero indisponibile e non oggetto sostanzialmente manipolabile – può compromettere la libertà fisica, oltre che di espressione. Oggi quella forma larvatissima e dignitosissima di dissenso dall’ideologia dominante che sono «Le sentinelle in piedi» viene osteggiata come se fosse una presenza violenta. La sola esistenza di colui che dissente è giudicata violenta dall’ideologia dominante.
Più volte in questi anni mi sono chiesto come facciano le generazioni che si sono susseguite in un clima di sostanziale libertà di espressione ad accettare, senza colpo ferire e senza discussione, questa sostanziale riduzione che va verso l’annullamento della libertà. Un dissidente sovietico diceva, più di trent’anni fa: «Chi si occupa della vita politica avrà la mano mozzata»; anche chi si occupa del bene comune avrà la mano mozzata, perché il bene comune è compito dell’oligarchia che regge il mondo e in questa oligarchia non si entra se non si è chiamati o cooptati.
E una delle ragioni per essere cooptato dall’oligarchia è di essere avverso a quella «lebbra cattolica» che il romanzo di R. H. Benson Il Padrone del mondo – costantemente citato e consigliato da Papa Francesco per la sua portata profetica – ripropone in modo efficace e commovente.
seconda osservazione
Seconda osservazione: qual è, allora, il posto riservato alla religione in questo mondo dove l’anticattolicesimo è condizione dell’umanesimo, come ben indicato nel romanzo di Benson? La posizione permessa dall’ideologia è quella di essere spunto per una serie di emozioni di carattere psicologico, affettivo, sentimentale.
Le varie religioni sono accettate perché sono fonte di emozioni per coloro che vi partecipano, e sono tanto più tollerate se quelli che vi partecipano ne traggono un benessere di carattere psicologico-affettivo. La religione-emozione è una religione che alla fine è funzionale al potere perché predispone anche gli uomini religiosi ad accettare come indiscutibile il potere degli altri.
Divertitevi pure, pregate, cantate, ballate, fate delle vostre convinzioni religiose esperienze sempre più sofisticate di carattere psicologico e affettivo, uscite pure anche dallo spazio di questo mondo individualistico e soggettivo per fare qualche iniziativa caritativa e sociale, però fatelo senza mettere in discussione il ferreo ordine di chi vi guida; e magari togliendogli le castagne dal fuoco di troppe ingiustizie, di troppe difficoltà, di troppe violenze.
Non si può accettare la riduzione sentimentale, psicologica e affettiva della fede, almeno non lo possono i cattolici che nella fede in Gesù Cristo trovano l’unica possibilità di espressione piena della propria umanità.
W. Congdon, Natività
Pensare che la fede possa avere come pertinenza il campo psico-affettivo e che, di fronte alle grandi questioni che l’ideologia pretende di risolvere in modo univoco e indiscutibile, la fede debba stare silenziosa è snaturare la fede stessa o, per dirla con il Papa emerito Benedetto XVI, è assumere una posizione letale per la fede.
Forse bisogna riprendere l’essenza della tradizione cattolica che ha visto sempre in una corrispondenza o, meglio, in una sintesi positiva di ragione e di fede la caratteristica fondamentale del cattolicesimo. Forse bisognerebbe ricordare l’Instrumentum laboris del primo Sinodo generale sull’Evangelizzazione, scritto dal Beato Paolo VI, che incominciava così: «La fede è la salvezza dell’uomo, di tutto l’uomo, di tutti gli uomini».

25 marzo 2015 – Mons. Luigi Negri

http://www.vietatoparlare.it/soltanto-religione-emozione-di-mons-l-negri/

IL METODO BIFFI


L'EUROPA RIDIVENTERA' CRISTIANA O DIVENTERA' MUSULMANA


 Ecco le sue parole del 2000: “Oggi è in atto una delle più gravi e ampie aggressioni al cristianesimo (e quindi alla realtà di Cristo) che la storia ricordi. Tutta l’eredità del Vangelo viene progressivamente ripudiata dalle legislazioni, irrisa dai ‘signori dell’opinione’, scalzata dalle coscienze specialmente giovanili. Di tale ostilità, a volte violenta a volte subdola, non abbiamo ragione di stupirci”, perché era stato profetizzato nel Vangelo, “ci si può meravigliare invece degli uomini di Chiesa che non sanno o non vogliono prenderne atto”.

Poi Biffi ricordò una sua intervista di alcuni anni prima, dove gli fu chiesto: “Ritiene anche lei che l’Europa sarà cristiana o non sarà?”.

Rispose: “Io penso che l’Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana. Ciò che mi pare senza avvenire è la ‘cultura del niente’, della libertà senza limiti e senza contenuti, dello scetticismo vantato come conquista intellettuale, che sembra essere l’atteggiamento dominante nei popoli europei, più o meno tutti ricchi di mezzi e poveri di verità. Questa ‘cultura del niente’ (sorretta dall’edonismo e dalla insaziabilità libertaria) non sarà in grado di reggere all’assalto ideologico dell’islam che non mancherà: solo la riscoperta dell’avvenimento cristiano come unica salvezza per l’uomo – e quindi solo una decisa risurrezione dell’antica anima dell’Europa – potrà offrire un esito diverso a questo inevitabile confronto”.

Biffi concluse che “i ‘laici’, osteggiando in tutti i modi la Chiesa, non si accorgono di combattere l’ispiratrice più forte e la difesa più valida della civiltà occidentale e dei suoi valori di razionalità e di libertà: potrebbero accorgersene troppo tardi”.


DA:  Antonio Socci, la sinistra di Maometto, dal blog lo straniero.

UNO STRUZZO CHIAMATO GOZI


Ricapitoliamo.

Nel 1987 ci fu una mozione del Parlamento Europeo che diceva chiaramente che la Turchia sarebbe rimasta fuori dall’Europa sinchè non avesse ammesso il genocidio degli Armeni, che in seguito fu riconosciuto da Argentina, Russia, Grecia, Libano, Belgio, Cipro, Svezia, Bulgaria, e nondimeno Italia, il cui parlamento riconobbe il genocidio il 17 novembre 2000.

Il 9 novembre successivo Giovanni Paolo II dichiarò che il genocidio fu “il prologo agli orrori che sarebbero seguiti”, e il principale quotidiano turco, il Milliyet, scrisse che “il Papa è stato colpito da demenza senile”, mentre altri giornali vicini ai Lupi Grigi, organizzazione riconosciuta dal governo turco, lamentarono che Alì Agca non fosse riuscito nel suo intento.

Poi la Francia predispose una legge che puniva il negazionismo sul genocidio, anche Israele ammise il termine genocidio, così pure fece il Congresso Americano –gli USA hanno confermato ieri – e ancora ieri Erdogan ha detto quello che già disse nel 2010, cioè che potrebbe anche espellere dalla Turchia tutti gli Armeni.

Ora, siccome l’Europarlamento a sua volta sta preparando un nuovo documento che invita la Turchia a riconoscere il Genocidio, e siccome però Erdogan ancora ieri ha risposto che il volere dell’Europa “mi entra da un orecchio e mi esce dall’altro”, se ne deduce una realtà politica sconvolgente: la  trattativa per l’ingresso della Turchia in Europa la sta conducendo l’on. Sandro Gozi, l’unico governativo dell’Occidente che alla parola “genocidio” ancora balbetta.


(F.Facci, da Liberoquotidiano)

(e ha dichiarato che è inopportuno che il governo italiano prenda una posizione”- nota del blog)

domenica 19 aprile 2015

UN COMPITO PER GLI INTELLETTUALI


Quando i temi sono "divisivi"
«… Io mi domando se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa. Sì, rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione... Il legame matrimoniale e familiare è una cosa seria, lo è per tutti, non solo per i credenti. Vorrei esortare gli intellettuali a non disertare questo tema, come se fosse diventato secondario per l’impegno a favore di una società più libera e più giusta.»


«Vorrei esortare gli intellettuali a non disertare questo tema, come se fosse diventato secondario per l’impegno a favore di una società più libera e più giusta»: sembra che questo Papa voglia dare una sveglia ai tanti suoi interpreti che – in nome di un «pensiero “incompiuto”» – ritengono obsoleti certi argomenti. E così si evacua la «teoria del gender», si annullano certi giudizi cosiddetti «divisivi», si afferma che «la comunicazione, se reale, è ambigua. Se invece è fatta di comunicati stampa, di formule o di lezioni, la parola è chiara, però non comunica.»

Ecco autorevolmente dichiarato che il tema del gender non è secondario rispetto all’impegno per un mondo più umano, libero, giusto e solidale.

Così si apre un autentico spazio per gli «intellettuali»: i giornalisti e coloro che lavorano nel mondo della comunicazione, gli insegnanti, chi ha compiti specifici nell’ambito della formazione degli educatori, ma anche i sacerdoti, con tutto il carico di responsabilità anche culturale (non dimentichiamo che se la fede non diventa cultura non è né pensata, né vissuta né accolta).

Mi auguro che, dopo tanto tempo perso dietro ad accuse di esagerazione, di ideologia, di incapacità a mettersi alla sequela di questo Papa, ancorati a una immagine del passato, ora ci si lasci interrogare, chiedendoci il perché di tanta insistenza su questi temi antropologici così vicini ai «principi non negoziabili».
Forse è venuto il momento di lavorare sulle parole del Papa, superando la mitologia schematica che divide tra i buoni (cioè coloro che finalmente avrebbero messo da parte tutta la tradizione della chiesa, in particolare il magistero splendido di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, con tutta la forza del Catechismo della Chiesa Cattolica) e i cattivi, coloro cioè che non sanno cogliere la "rivoluzione di Papa Francesco”.
Chissà se gli insegnamenti costanti e nascosti dallo Scalfari-pensiero e dal mainstream clericale dominante potranno ridare ai cattolici e agli uomini di buona volontà, quei «laici non laicisti» tanto cari ai pontefici del recente passato, il coraggio di dire la verità senza preclusioni né ostracismi.
La questione di «una società più libera e più giusta» non è argomento di poco conto, soprattutto vedendo i tristi e violenti tempi che ci aspettano.

DON GABRIELE MANGIAROTTI


E adesso come la mettiamo, dopo queste parole di Papa Francesco? E chi ci ha detto che di queste cose non bisognava parlare perché sarebbero «temi divisivi» ora che cosa ci racconterà per giustificare il proprio silenzio e l’inerzia di fronte a questa problematica così attuale?


sabato 18 aprile 2015

NON IN NOSTRO NOME


SOLIDARIETA' AL POPOLO ARMENO, AL PAPA E AL CATHOLICOS.
Manifesto di un gruppo di intellettuali, cattolici e laici, fra cui Mons. Luigi Negri, Antonia Arslan, P. Pierbattista Pizzaballa)


In relazione al Genocidio Armeno lasciano sconcertati, turbati e profondamente feriti le parole del Sotto-Segretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Sandro Gozi, a maggior ragione considerando il fatto che è italiana la responsabile della politica estera dell’Unione Europea. Preoccupano inoltre i timori e i silenzi di altri governi occidentali. Eppure esistono coraggiose voci di intellettuali turchi e di persone di quella società civile che hanno apertamente riconosciuto il Genocidio Armeno.

Quanto sofferto dal Popolo Armeno (e dalle altre antiche Comunità cristiane orientali dell'Impero Ottomano) non è questione di interpretazioni, bensì un fatto innegabile, drammatico e terribile, con i suoi orrori documentati, i suoi testimoni, i suoi aguzzini. E gli storici si sono già sufficientemente espressi, in maniera inoppugnabile.
Si tratta di un fatto che per decenni è stato parzialmente occultato e abbondantemente negletto da una certa “cultura”. Colpevolmente.

Il Genocidio Armeno coinvolse in primo luogo i turchi, ma non solo: fu certo una questione etnico-politica, ma fu anche una questione di “teologia politica” (il jihad contro gli Armeni), come testimoniano le conversioni forzate dei bambini armeni, la compravendita di schiavi armeni e altre ignominie perpetrate. 
E su tutte queste cose, anche in relazione all’attualità delle persecuzioni delle antichissime comunità cristiane di Oriente oggi la cultura e la politica occidentale non hanno ancora sufficientemente meditato –quando non si tratta, invece, di abissale ignoranza-.

Il Genocidio Armeno coinvolse Oriente e Occidente. Molti Paesi europei (in primo luogo la Germania) sapevano, non intervennero, ma anzi collaborarono. Un’intesa tra persecutori. Lo stesso è accaduto, pur con molte imprescindibili differenze, con la Shoah, che coinvolse Occidente (fascista e nazista) e parti del mondo arabo-islamico. Basti pensare al Gran Muftì di Gerusalemme dell'epoca. E che dire di alcuni militari tedeschi (e/o dei loro figli) che, dopo aver collaborato a uccidere gli Armeni, furono attivi aguzzini nelle varie macchine della morte della Germania nazista e dei suoi alleati?
 Certamente vi furono eroi solitari che si opposero in vario modo al male, ma furono purtroppo troppo pochi. In Oriente e in Occidente sembrano esserci oggi non pochi individui disposti ad avallare entrambi i negazionismi: la negazione della Shoah in buona parte del mondo islamico, assieme ai negazionisti occidentali e a molti musulmani di Occidente; la negazione del Genocidio Armeno in Turchia e in ampia parte del mondo islamico, assieme agli imbarazzi, alle cautele e ai silenzi di non pochi pavidi governi occidentali.

C’è poi la questione del rapporto tra ebrei e cristiani. E dei cristiani, di diverse confessioni, tra di loro. Molti armeni (cristiani dunque, in quanto prima Nazione che accettò la fede cristiana al mondo) furono salvati dagli ebrei, ben prima del difficile cammino di riconciliazione, successivo alla Shoah, tra Chiese ed ebraismo, quando gli ebrei erano ancora vittime della secolare persecuzione antiebraica, della “teologia della sostituzione” e dell’ “insegnamento del disprezzo”. Ci sono poi stati, ieri come oggi, i molti silenzi dei cristiani occidentali, cattolici o riformati che fossero. Vien da pensare a che servano i tanti incontri interconfessionali tra le Chiese cristiane su questioni dottrinali forse "lontane", quando non si è capaci di preservare, con dignità, fermezza e tenacia, il ricordo comune, commosso e orante, dei centinaia di migliaia di martiri armeni di ieri, al pari dell’impegno per salvare i cristiani di Oriente oggi?

E vien da porre una domanda ai governi occidentali e agli esponenti della cultura occidentale: se non riuscite a indignarvi e a impegnarvi per il tentativo in atto di cancellazione del ricordo di centinaia di migliaia di uccisi di ieri, e voltate silenti e imbarazzati le spalle, cosa dobbiamo aspettarci –Dio non voglia- per le minoranze cristiane -ed ebraica- nel Vicino Oriente? E ancora, che futuro per l’Occidente e per il mondo libero?

È evidente che i  “prudenti” politici ed intellettuali più o meno apertamente negazionisti del Genocidio Armeno, lo sono per un malinteso senso di “opportunità" politica ed economica, che va dai petrodollari agli scambi commerciali, dalle strategie geopolitiche sino alle nuove demografie religiose in Europa. 

Noi viviamo in un’epoca in cui, per la prima volta, l’economia detta potentemente, e senza quasi possibilità di appello, l’agenda alla politica. Ed è così che, per motivi economici, le conquiste, tanto giuridico-sociali che economiche, del cd. welfare, negli ultimi anni sono state esposte a insidiose erosioni. 

Si pensi a questo, a un certo Occidente (imbelle, edonista, nichilista e dimentico -scientemente e non- delle proprie viventi radici bibliche e greche) e al fatto che sempre maggiori fette della produttività e dell’economia occidentali sono in mano a capitali stranieri legati, per esempio, ai petrodollari: perdita di sovranità economica e quindi potenziale futura perdita di sovranità politica e culturale. E se si inizia “per opportunità” a negare un Genocidio, per motivi di diversa “opportunità” se ne potrà domani negare un altro, chiudere gli occhi su quello dei cristiani di Oriente (e di zoroastriani e yazidi) in corso e magari, perché no, commetterne poi uno.

Chi scrive ha origini, cultura e confessione religiosa differente e crede, specie nella nostra tormentata e difficile contemporaneità, che la necessaria e continuamente rinnovantesi pacificazione tra le persone e i popoli debba basarsi sul rispetto e sulla vicendevole, approfondita e onesta conoscenza. Un cammino difficile, estraneo a silenzi, revisionismi o negazioni della verità.

Chi scrive, infine, desidera ricordare, manifestando piena solidarietà e vicinanza ai figli e alle figlie del Popolo Armeno, al loro Catholicos e a Papa Francesco.

venerdì 17 aprile 2015

IL "GENDER" SECONDO FRANCESCO CENSURATO DAI GIORNALI LAICISTI


Marina Corradi Avvenire
17 aprile 2015


A volte, sui giornali succedono cose singolari. Ci sono notizie che si gonfiano e dilagano, benché non così significative, e altre che spariscono, si inabissano, così che chi legge può non accorgersi che qualcosa sia accaduto. Ieri è successo qualcosa di simile. Il Papa, si sa, è molto amato, e normalmente i quotidiani riportano con grande risalto le sue parole e le sue battute. Però, non sempre. L’altra mattina Francesco, in Udienza, era partito dalla Genesi, da quel passo che recita: «Maschio e femmina Dio li creò». E dopo avere sottolineato come uomo e donna, insieme, siano immagine di Dio, e come questo dualismo non sia per la contrapposizione o la subordinazione, ma per la comunione e la generazione, aveva detto: «Io mi domando se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa. Sì, rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione».


Detto dal Papa, una cosa non da poco. La teoria del gender, lo sappiamo, afferma che oltre all’identità sessuale biologica esiste una identità influenzata da cultura e ambiente. Il corpo di uomo o donna con cui nasciamo è dunque un fattore secondario; ognuno deve scegliere cosa si sente, cosa vuol essere, come vuole amare. In nome del gender negli asili del nord Europa si vuole che i bambini "scelgano" se essere maschi o femmine. E anche da noi, comincia a sembrare poco "corretto" vestire di rosa una bambina, o regalare solo palloni e automobiline a un maschio. 

Ma il Papa si è domandato se questa idea del gender non sia espressione di un’incapacità a stare davanti a ciò che siamo, a come siamo stati creati. E ieri, queste sue particolari parole erano quasi sparite dai giornali. 


Sui due più diffusi quotidiani nazionali la notizia era, in uno, relegata a nove righe a pagina 24, e sull’altro proprio non c’era. Distrazione? No, perché mercoledì, a poche ore dall’Udienza, i siti di quegli stessi quotidiani riportavano con rilievo la frase sul gender. Che, però, quasi in tutti, nell’edizione cartacea si è dissolta, o è finita in taglio basso. Solo Il Fatto, giornale sveglio e a suo modo fuori dal coro, le ha dedicato in commento in cui, dapprima, si dà ragione al Papa, e poi però si mette in guardia dalla strumentalizzazione (!) che delle sue parole potrebbero fare certi cattolici, che vorrebbero risospingere le donne a casa e dietro ai fornelli. (Certo, i cattolici ciascuno se li immagina come vuole).

Per il resto quella frase, il giorno dopo, in pagina non c’era. Forse perché non abbastanza cliccata sul web, e quindi giudicata non "appetitosa"? Non molto credibile, ma possibile, anche se questo vorrebbe dire che certi media ci raccontano solo ciò che vogliamo sentire. Oppure, quella riflessione di Francesco si è come avventurata su un terreno minato.
 

Certo, forse molti non sanno cosa sia il gender e non se ne interessano; e però quella che è stata definita "l’ultima ideologia" è, nella quotidianità, una spinta forse non da tutti riconoscibile, ma forte. Forte, a livello di istituzioni e agenzie internazionali, è la tensione a affermare che uomo o donna non si nasce, ma si diventa, ammaestrati da educazione e ambiente; e chiara è l’ambizione di "liberarci" dal dato biologico, da quel «maschio e femmina Dio li creò». Sta di fatto che, questa volta, la parola di un Papa molto divulgato è scomparsa: quasi come i critici tacciono, di una "stecca" di un tenore universalmente apprezzato.

Quel «maschio e femmina...» della Genesi, va contro la corrente. Imbarazza. Anche se il Papa ne trae spunto per una riflessione su questa nostra originaria differenza, e sulla sua bellezza e ricchezza, e fecondità, e torna sul "genio della donna" di cui parlò Giovanni Paolo II. Germi di un dialogo che ci riguarda tutti, e ci interroga su ciò che siamo. Ma, niente; anche solo suggerire che la teoria del gender sia rassegnazione, o passo indietro, non piace. Nove righe a pagina 24, o nessuna. Forse, davvero, il "gender" è l’ultima ideologia. Che non ammette dubbi o note stonate – cieca, nella sua immaginaria verità.

giovedì 16 aprile 2015

LA LOGICA DELLA FORMICA


Quand'ero piccolo passavo ore ad osservare le formiche che abitavano l'orto dei miei nonni. Accadeva talvolta che due formicai vicini tra loro entrassero in guerra. Allora, in breve tempo, tutto il terreno tra i territori dei due contendenti diventava nero di insetti che si azzannavano e mutilavano uno con l'altro. Poi uno dei due eserciti prevaleva, e le truppe vittoriose entravano nelle gallerie del nemico.
Cosa avveniva dopo non lo so con certezza, ma posso immaginarlo: perché il formicaio conquistato cessava di esistere, con tutte le sue larve, le sue operaie, la sua regina.
Il massacro vero avveniva sottoterra. Le zolle ricoperte dei cadaveri dei vinti non erano che la superficie: la parte visibile di uno sterminio molto più profondo.
 
Rubens, La strage degli innocenti
Gli esseri umani non sono formiche. Non so se un imenottero possa provare rimorso dall'avere fatto a pezzi un avversario: ne dubito molto. Gli uomini, invece, hanno qualcosa che li agita dentro. Qualcosa che è connesso inestricabilmente con l'essere uomini.

L'uomo è quel livello della natura che si domanda quale sia il senso del vivere. E quindi del morire. E quindi dell'uccidere.
Il delitto di Caino è sì di avere ammazzato suo fratello, ma tanto più quello di non essersene addossato la colpa. Di averlo rinnegato, di avere rinnegato il suo stesso delitto, chiamandosi fuori dall'unione con gli altri uomini. Sono forse io il custode di mio fratello? Sì, lo saresti dovuto essere.

Fino dai tempi più antichi l'umanità si è comportata come le formiche. Nella storia di tutti i grandi imperi del passato lo sterminio dei popoli vicini è narrato con orgoglio. I grandi conquistatori elencano le tribù da loro annientate. Annientate, fino all'ultimo uomo, donna, bambino. Nei fregi di Sargon e nell'Iliade, nei manoscritti cinesi e nei bassorilievi aztechi i conquistatori camminano sui corpi dei nemici.       
 
Sargon, Re degli Assiri, 2330 a. c.
Eppure, al di là del massacro, un fremito segreto ha sempre attraversato il guerriero. Quelli che sto uccidendo sono uguali a me. Queste donne potrebbero essere mia madre, mia moglie, le mie figlie. Questi bambini potrebbero essere i miei. Quello che uccido, mio fratello.
Ma tutto questo era inespresso. Cancellato dal fatto che non erano veramente i propri figli, coloro che si uccidevano. Ma i figli di un altro formicaio, da eliminare per fare trionfare il proprio.

In un certo momento della storia, tutto è cambiato. Qualcuno ha osato affermare una verità semplice e sconvolgente, che mai nessuno aveva osato pronunciare prima, portandola alle sue estreme conseguenze.
Che colui che stai uccidendo è davvero tuo fratello. Sono i figli di tuo fratello che stai sterminando, membri della tua famiglia, perché la tua famiglia comprende tutti gli uomini. Figli dello stesso Padre.

E' curioso che nessuno sembri accorgersene. Che sia dato per scontato ciò che non lo è affatto. Come, nel giro di pochi secoli, lo sterminio di un intero popolo sia passato dall'essere la triste necessità storica degli imperi in espansione ad un delitto inescusabile. Nessun generale romano, nessun capo di orda mongola, nessun imperatore cinese o inca si è mai trovato nella necessità di giustificare la completa distruzione di una città o una nazione. Perché era un mondo che non aveva il cristianesimo; perché nessuno aveva detto loro che stavano uccidendo fratelli.

Adesso lo sappiamo, o dovremmo saperlo. L'orgoglio del massacratore è diventato una colpa. Se qualcuno arriva a sterminare un popolo lo fa contro questa nuova consapevolezza. E lo sterminio, il genocidio come qualcuno è arrivato a chiamarlo, è negato da quelli stessi che lo praticano. Nascosto nelle gallerie più profonde della storia. Dov'è tuo fratello, Caino? E che ne so, non sono il suo custode.
Il genocidio, la cosciente distruzione di una stirpe, può avvenire solo dove si rifiuta consciamente quell'appartenenza al Padre comune. Vandea, Armenia, Germania. Quando l'odio, quando il proprio formicaio è più importante delle altre formiche.

Non c'è altra ragione per non vantarsene, per vergognarsene - se di vergogna si può parlare - non c'è altra ragione per nasconderlo se non questa.
Il riconoscere la vera rivoluzione che ha silenziosamente cambiato il mondo, la buona novella di un conquistatore che ha trionfato facendosi ammazzare.
Perché non c'è altro che possa negare la logica della formica.    

Antonio\Berlicche
Samizdatonline