sabato 26 marzo 2016

O CROCE DI CRISTO

O Croce di Cristo, 

ti vediamo ancora oggi 
in coloro che vogliono toglierti 
dai luoghi pubblici 
ed escluderti dalla vita pubblica, 
nel nome di qualche paganità laicista 
o addirittura in nome dell’uguaglianza 

che tu stesso ci hai insegnato. 

GRUNENWALD, ALTARE DI ISENHEIM

PAPA FRANCESCO


Via Crucis del Venerdì Santo
Colosseo – 25 MARZO 2016

LE CAMPANE DELL UNIVERSITÀ CATTOLICA DI LOVANIO CHE INTONANO “IMAGINE” SONO LA NOSTRA MARCIA FUNEBRE

DA TEMPI

.....Si può discutere se il mezzo bellico sia in grado di risolvere il problema, ma la sola idea che oltre a difendersi bisogna attaccare suona ormai come obsoleta, inconcepibile. 

Che bisogno c’è di andare a combattere l’Isis in Siria e Iraq, sembra di leggere tra le righe di tanti editoriali pieni di retorica ripetitiva, che bisogno c’è anche solo di porsi il problema: basta scrivere con un gessetto «pace» sull’asfalto per costruirla.

L’Europa assomiglia sempre di più alla tartaruga millenaria Morla de La storia infinita, quando avvisata del pericolo mortale, del Nulla che incombe e si avvicina, risponde: «Non ci interessa, anzi, non ci interessa neanche se ci interessa o no, in effetti».


«Immagina che non esista paradiso, facile se provi; 
nessun inferno sotto di noi; sopra solo il cielo; 
immagina che tutta la gente viva solo per l’oggi. 
Immagina che non ci siano nazioni, non è difficile da fare, 
niente per cui uccidere e morire, e nessuna religione. 
Immagina tutta la gente che vive in pace».

Il Nulla è già qui.

mercoledì 23 marzo 2016

IL FALLIMENTO DELLA POLITICA

Il sonno della ragione genera mostri e diabolici terroristi. Ma senza memoria la ragione funziona assai male. C'è una geopolitica e una storia del terrorismo islamico che ha due fronti, uno esterno e un altro interno.
È sul fronte esterno che tutto comincia. L'errore è stato quello iniziale: dopo l'11 settembre del 2001 gli americani lanciarono una “guerra al terrore” che non solo non ha reso il mondo più sicuro ma l'ha portato nelle case degli europei.

Il regime talebano-qaedista venne nominalmente abbattuto ma è in Pakistan che era nato ed lì che poi sono morti il capo di Al Qaeda Osama Bin Laden, nel blitz di Abbottabad, e il Mullah Omar, in un ospedale di Karachi: ma non si poteva certo colpire un Paese con l'atomica che con l'approvazione degli Usa e i finanziamenti dei sauditi aveva sostenuto dal 1979 la guerra dei mujaheddin contro l'Unione Sovietica e causato la sua sconfitta.
Un ufficiale dei servizi pakistani, sostenitore di Bin Laden, mi mostrò appena dopo l'11 settembre un pezzo del Muro di Berlino con una dedica della Cia: «È per questo che lei ha combattuto».
Nacque così negli anni '80 un legame tra Washington e il mondo sunnita più integralista quasi indissolubile: è sufficiente esaminare la relazione con Riad stipulata già nel 1945 con il famoso scambio tra Roosevelt e Ibn Saud “petrolio contro sicurezza”. L'Europa si è infilata in questo rapporto da “free rider” direbbe Obama, scroccando vantaggi politici ed economici. Ma chi semina grandine raccoglie tempesta.
Con la guerra del 2003, con cui dei leader approssimativi volevano ridisegnare il Medio Oriente, gli Usa hanno scoperchiato il vaso di Pandora è non l'hanno più richiuso.
Al Qaeda, da cui in seguito è nato l'Isis, dall'Afghanistan si spostò in Mesopotamia. I gruppi jihadisti si sono moltiplicati e dopo il Califfato ci sarà qualche cosa d'altro, soprattutto se andremo a bombardare in Libia come nel 2011 senza sapere davvero cosa fare e con chi.
La Tunisia sta già pagando l'instabilità nordafricana del post-Gheddafi che ha contagiato tutto il Sahel e le frontiere europee da un pezzo sono sprofondate di alcune migliaia di chilometri a Oriente e Occidente: l'Europa di Bruxelles è stata l'ultima ad accorgersene finendo con l'arrangiare un dubbio accordo sui profughi con la Turchia.

Il Califfato non aveva inizialmente come obiettivo l'Occidente ma in primo luogo il governo sciita di Baghdad e poi quello filo iraniano di Assad: lo scopo era la rivincita dei sunniti in Mesopotamia e nel Levante, un proposito condiviso dalla Turchia e dalle monarchie del Golfo, Arabia Saudita in testa. Con l'evidente menzogna di sostenere un'opposizione moderata quasi inesistente, gli Stati Uniti hanno dato via libera alla Turchia per aprire “l'autostrada della Jihad” con l'afflusso di migliaia di jihadisti da tutto il mondo musulmano, Europa compresa.
La risacca sanguinosa di un conflitto con 250mila morti e milioni di profughi da qualche tempo è tornata e vive accanto a noi. Il delirio terrorista del jihadismo ha una sua logica alla quale non siamo per niente estranei. Ma oggi versiamo lacrime, stringiamo i denti, paghiamo i nostri errori e magari anche qualche promessa mancata.
Gli Stati Uniti e la Francia progettavano nel 2013 di bombardare il regime di Damasco e fino a ieri hanno continuato a proclamare che Assad doveva andarsene: quando non è avvenuto i jihadisti hanno deciso di vendicarsi. Nel 2014, prima che tagliassero la testa a un cittadino americano, gli Usa non avevano fatto una piega quando Mosul era caduta in mano all'Isis, assistendo alla rotta di Baghdad senza intervenire.
Poi è iniziata una guerra al Califfato tra le più ambigue della storia militare recente. Lo stesso è accaduto con i militanti dell'Isis in Turchia. Ankara ne ha fatti passare migliaia, li ha anche usati contro i curdi siriani, poi con l'intervento della Russia a fianco di Assad ha dovuto rinunciare a entrare in Siria per pendersi Aleppo e Mosul in Iraq grazie agli accordi con l'Isis: anche qui i jihadisti si vendicano del loro sponsor Erdogan a colpi di attentati.

Sono oltre 35 anni che le potenze occidentali si appoggiano a quelle arabe del Golfo che utilizzano, armano e finanziano l'estremismo islamico - è avvenuto anche in Bosnia - per scaricarlo quando non serve più. Questo spiega pure quanto accade sul fronte interno europeo dove legioni di sociologi si affanneranno a spiegare come mai intere periferie sono diventate roccaforti del radicalismo. I jihadisti hanno portato la guerra del Siraq nelle nostre case, che poi sono anche le loro, perché i nostri alleati gli hanno fatto credere che l'avrebbero vinta. 


Nella lotta al terrorismo si intersecano piani differenti ma non così incomprensibili. Per fare la lotta al terrore ci vuole una polizia informata, ad alta penetrazione sociale, come avrebbe detto un grande agente come Calipari, ma l'aspetto più controverso e decisivo è districare i nodi che tengono avviluppato l'Occidente ai complici del jihadismo, ai loro mandanti materiali e ideologici. Prima ancora del fallimento dell'intelligence c'è stato quello della politica.
FONTE 23 marzo 2016 SOLE24ORE

BELGIO SIMBOLO DI UN EUROPA CHE NON SA CONTRASTARE IL FONDAMENTALISMO ISLAMICO


 il Belgio è il paese dove, sistematicamente e da anni, è stata smantellata l’identità europea
TEMPI Marzo 22, 2016 Redazione

Che in Belgio ci sia un problema con il fondamentalismo islamico lo si sa da tempo, e gli attentati di questa mattina ne sono la conferma. Il fatto che sia la sede delle istituzioni europee e che, negli ultimi anni, sia stato uno dei paesi dove più si è spinto verso un’integrazione all’insegna del multiculturalismo più irragionevole, rendono la situazione ancor più emblematica dell’incapacità europea di affrontare il fenomeno.

 Il Belgio non è solo il paese dove è stato arrestato pochi giorni fa Salah Abdeslam, il Belgio è anche il paese dove, sistematicamente e da anni, si è progettato di smantellare l’identità europea per far posto a un indistinto – ma anche feroce – nichilismo e a una neutralità religiosa che non fa che fomentare l’estremismo.


CASI DI ESTREMISMO. Di Molenbeek, il quartiere di Bruxelles base degli attentatori di Parigi si è scritto molto. Ma la situazioni simili sono vissute in altre parti del paese. Quando a gennaio la polizia arrestò tredici jihadisti a Verviers venne a galla che la rete dei terroristi aveva solidi legami con le milizie che agiscono in Siria. In molti quartieri i musulmani erano e sono la maggioranza, il 41 per cento degli allievi nelle scuole pubbliche sceglie i corsi di islam e casi di estremismo sono all’ordine del giorno. Nel 2010, un professore che teneva uno di questi corsi è stato ripreso mentre insegnava che «le ragazze adolescenti che non portano il velo commettono peccato» e che «ebrei e cristiani andranno all’inferno, dove dimoreranno eternamente». L’insegnante è stato sospeso per appena quattro mesi.

RECORD DI JIHADISTI. Secondo alcuni dati, tra i 400 e i 600 belgi si trovano o si sono recati in Siria a combattere con gli islamisti. Molti sono tornati in patria radicalizzati. In rapporto alla popolazione di appena 11 milioni di persone, il Belgio è il Paese occidentale dal quale sono partiti più jihadisti, segno che in uno dei tanti regni del multiculturalismo, dove una persona su sette è straniera, l’integrazione è solo un sogno.

LAICISMO SPINTO. Gli ultimi dati ufficiali sull’immigrazione risalgono al 2012: secondo l’Osce il 15,2 per cento della popolazione è straniera e solo nel 2012 l’immigrazione è leggermente diminuita, dopo due decenni di crescita costante. Per tenere insieme una società sempre più multiculturale, Bruxelles ha scommesso sul laicismo, una giocata che si sta rivelando perdente.

Per non offendere nessuno, ad esempio, le vacanze scolastiche di Natale sono state rinominate “vacanze d’Inverno”, quelle che coincidono con la festa di Tutti i santi sono diventate “congedo d’Autunno” e le vacanze di Pasqua sono ora “le vacanze primaverili”. Il Belgio è anche il Paese dove i simboli religiosi non sono ben visti nello spazio pubblico, dove le Femen hanno tirato una torta in faccia all’arcivescovo di Bruxelles André-Joseph Léonard senza che nessuno protestasse e quello dove i cattolici che hanno provato a mettere in discussione l’eutanasia infantile sono stati accusati di «ingerenza intollerabile».

DERIVA ETICA. Dal punto di vista etico, poi, il Belgio si è lasciato andare da oltre un decennio: nel 2002 ha approvato l’eutanasia, con la quale oggi si possono uccidere anche i neonati o le persone con depressione e problemi mentali, nel 2003 il matrimonio tra persone dello stesso sesso, nel 2006 la possibilità per le coppie omosessuali di adottare bambini, dall’1 gennaio inoltre è in vigore anche la “presunzione di maternità“, legge unica al mondo per facilitare la vita alle coppie di lesbiche.

SHARIA4BELGIUM. La società che i belgi hanno costruito si è rivelata un terreno fertile per il terrorismo e l’estremismo di matrice islamica. E Bruxelles, che nel 2003 ha dovuto processare il terrorista Tarek Maaroufi per falso e «reclutamento per un esercito straniero» perché non aveva nell’ordinamento una legge antiterrorismo, si è ritrovata nel 2014 ad aprire il primo grande processo ai militanti dello Stato islamico con passaporto europeo. Gli imputati sono soprattutto ex ragazzi di strada, abitanti del ghetto islamico di Anversa, reclutati dai salafiti di “Sharia4Belgium”, un gruppo estremista fondato nel 2010, ufficialmente sciolto nel 2012 ma che ancora agisce sul territorio.

NON SONO LUPI SOLITARI. I fatti odierni di Bruxelles hanno risvegliato gli incubi del maggio scorso, quando Mehdi Nemmouche, 29enne franco-algerino, dopo un anno di guerra in Siria è tornato in Europa e ha sparato a quattro persone nel museo ebraico di Bruxelles. Allora tutti si erano affrettati a parlare di lupo solitario, oggi nessuno ha più il coraggio di farlo.

TUTTA LA TERRA DESIDERA IL TUO VOLTO



Il tema fondamentale di tutto il discorso spirituale di mons. Luigi Giussani è quello della domanda come espressione fondamentale della coscienza di se stessi.

Caravaggio, Vocazione di San Matteo : particolare del Volto di Cristo
 Come recita, infatti, l’Antifona dei Primi Vespri del Natale, «tutta la terra desidera il Suo volto». La “terra” della coscienza dell’uomo si esprime strutturalmente in desiderio. Se la domanda è ciò che descrive di più la natura dell’uomo il problema, allora, consiste nel suo stesso contenuto. Il profeta Tobia osserva: «Domanda che [il Signore] ti sia guida nelle tue vie e che […] i tuoi desideri giungano a buon fine»
Questo esito buono cui aspira ogni tensione naturale, come dimostra l’esperienza, non può derivare, però, dall’immaginazione dell’uomo. Esso appartiene alla libertà del Mistero presente. Per questo la domanda ha come contenuto che Cristo venga, allargando la misura in cui inevitabilmente l’uomo rinchiuderebbe il proprio desiderio. Desiderare, perciò, coincide in ultimo con il chiedere la conoscenza e l’amore di Cristo.

La preghiera del cristiano si differenzia dalla semplice espressione di una religiosità naturale perché ha come contenuto qualcosa che è accaduto e che lo investe nel presente.
Per questo se la prima parola della preghiera è «domanda», la seconda è «memoria». 

La preghiera cristiana si compie solo come memoria, come coscienza, cioè, di una grande Presenza che ha preso iniziativa ed è capace di salvare l’uomo. Essa nasce nell’uomo come iniziativa che muove dalla coscienza di Lui, come attesa di Lui. La coscienza di un “io” che Lo attende non è automatica ma coincide con un’iniziativa voluta. 


La preghiera che scandisce la giornata (Angelus, Benedictus,Magnificat, Nunc dimittis
) diventa perciò espressione della verità di se stessi. 

Tutto, infatti, sarebbe niente senza la coscienza della Sua presenza che nella preghiera diventa come roccia contro la quale si infrange tutto il risentimento per ciò che sembrerebbe mancare alla vita. 
Il cristiano, dunque, può andare incontro alla realtà, qualsiasi volto essa abbia, speranzoso e baldanzoso perché sa che l’Essere è positività. Nella preghiera l’uomo “lavora” con Dio: essa è, infatti, il punto in cui «Dio fa e l’uomo fa».

martedì 22 marzo 2016

LA FINE DELL’EUROPA E’ PARTITA DA BRUXELLES


Così il Belgio accettò il ricatto suicida dell’Arabia Saudita: greggio in cambio di islam. E il re Baldovino siglò la trasformazione del “laboratorio multiculti” nel nido del jihad

di Giulio Meotti | 21 Marzo 2016 ILFOGLIO

"Bruxellistan”. “Belgistan”. “Molenbeekistan”. Si sprecano ormai le definizioni per indicare la trasformazione di quel paese fatto di caffè, di teatri, di circoli municipali, di carillon, nella base delle stragi di Parigi del 13 novembre. Per usare il titolo del libro di Felice Dassetto, sociologo dell’Università cattolica di Lovanio, è “L’iris et le croissant” (il giaggiolo, il simbolo di Bruxelles, e la mezzaluna islamica). “Le antiche città del Belgio sono state le culle dell’arte e della cultura cristiana”, ha scritto l’Economist qualche numero fa. “Ma così come il ruolo del cristianesimo è scemato, un nuovo credo, l’islam, sta guadagnando importanza”.



Come rivela un recente sondaggio del Centre Interdisciplinaire d’Etude des Religions et de la Laïcité, nella capitale dell’Unione europea i cattolici praticanti sono scesi al dodici per cento della popolazione, mentre il diciannove per cento sono musulmani praticanti. Succede allora che la città di Maaseik, resa famosa da Jan Van Eyck con la sua Adorazione dell’agnello mistico, sia diventata celebre per il reclutamento di jihadisti dell’Isis.

Come ha fatto Molenbeek, la “Piccola Manchester” che il sindaco socialista Philippe Moureaux definiva orgoglioso “laboratorio socio-multiculturale”, a diventare il quartier generale del jihad europeo da Atocha al Bataclan, il “carrefour de l’islamisme”, il crocevia dell’odio islamista in Europa, come lo definisce Libération?

Nel 1974, il governo belga riconobbe ufficialmente la religione islamica. Fu il primo paese europeo. Il risultato immediato, nel 1975, fu l’inserimento della religione islamica nel curriculum scolastico.
“Fu una decisione del re belga Baldovino”, dice al Foglio Michael Privot, massimo islamologo belga e direttore dell’Enar, l'European Network Against Racism. Baldovino, il “re triste”, cattolico e austero, “aveva stabilito buoni legami con la monarchia saudita e il re Faisal. Questo riconoscimento avvenne nel mezzo della crisi petrolifera, perché il Belgio cercava rifornimenti dall’Arabia Saudita. Nel 1974, i musulmani in Belgio erano alla prima generazione, lavoravano nelle miniere e volevano spazi per pregare nelle moschee. Allora non c’era autorità religiosa in Belgio. Il re Baldovino offrì ai sauditi il Pavillon du Cinquantenaire con un affitto della durata di 99 anni. L’edificio sorge a duecento metri dal Palazzo Schuman e dal quartier generale dell’Unione europea; l’Arabia Saudita lo trasformò nella Grande Moschea del Cinquecentenario, diventando l’autorità islamica de facto del Belgio. Alla fine degli anni Novanta è nata una autorità formale, l’Esecutivo dei Musulmani in Belgio, che si occupa degli aspetti materiali, ma non degli aspetti teologici. Questo spazio è rimasto occupato dalla Grande Moschea sotto guida saudita”. 

Tre anni fa, documenti di WikiLeaks hanno rivelato tensioni fra il Belgio e l’Arabia Saudita. Bruxelles era molto preoccupata per il fondamentalismo islamico diffuso dalla Grande Moschea. Le autorità belghe ottennero così la testa del direttore, Khalid Alabri, un diplomatico saudita.

Una scelta, quella fatta dal Belgio quarant’anni fa, criticata oggi anche dal ministro francofono belga Rachid Madrane, musulmano, che al giornale La Libre ha detto: “Il peccato originale del Belgio consiste nell’aver consegnato le chiavi dell’islam nel 1973 all’Arabia Saudita per assicurarci l’approvvigionamento energetico”.

lunedì 21 marzo 2016

FRANCESCO INVIA LE FAMIGLIE MISSIONARIE: «PARTO CON VOI»



di Angela Pellicciari
da lanuova bussola

Da duemila anni la chiesa, cioè il corpo di Cristo, è attaccata da satana dall’esterno con le persecuzioni e dall’interno con le eresie. Oggi sia le persecuzioni che le eresie godono un tempo di grande fortuna. Ma da duemila anni l’onnipotente fantasia dello Spirito Santo e l’eroismo di quanti hanno incontrato Cristo hanno impedito a satana di trionfare: non prevalebunt.

In un tempo in cui, in occidente, l’età media di chi frequenta la chiesa è molto alta, in cui le chiese si chiudono, si vendono o vengono smantellate, in un tempo in cui l’apostasia –Italia compresa- delle nazioni ex cristiane è generalizzata, in questo tempo di sconforto, denatalità, solitudine e disperazione, la Chiesa, come sempre, è giovane, fresca, allegra. Intendendo per chiesa i corpi, le comunità, di quanti capiscono e accettano che la volontà di Dio sulla loro vita è la missione, cioè l’annuncio della vittoria sulla morte.

Ieri mattina, in Vaticano, il Papa ha inviato in missione uno stuolo di famiglie (270) piene di figli (1500): sono le nuove 56 missiones ad gentes del Cammino neocatecumenale che vanno ad aggiungersi alle altre 128 già inviate negli anni passati. Le missiones ad gentes sono un tipo di evangelizzazione radicalmente nuova che lo Spirito Santo ha suscitato per venire incontro alla desolazione dei nostri tempi. Sono famiglie che hanno sperimentato la tenerezza di Dio nella loro vita e nella vita delle comunità di cui fanno parte, tenerezza, amore e provvidenza, che li spinge ad essere generosi con Dio come Dio è stato generoso con loro: dando la vita per l’annuncio del kerygma.

E così, provenienti da tutte le parti del mondo, coi loro tanti, tantissimi bambini, tutti ben vestiti, attenti ed educati, consapevoli dell’importanza del momento che stanno vivendo, hanno ricevuto dal Santo Padre la croce missionaria e l’invio ufficiale della Chiesa che li manda nei territori più scristianizzati o mai evangelizzati, ovunque un vescovo ne faccia richiesta, a vivere la fede in mezzo ai pagani. Una novità radicale nella millenaria vita della chiesa. Vanno senza niente, devono inventare tutto, cercare lavoro, casa, scuola per i figli. Nei luoghi di missione non c’è chiesa, non ci sonno edifici di muratura, ci sono corpi sui quali è chiamata a scendere la Shekinà di Dio. La carità di Dio. Come nei primissimi tempi apostolici non ci sono edifici adibiti al culto e la comunità si riunisce nelle case.

Ogni missio è formata da quattro o cinque famiglie coi loro figli, un presbitero col suo socio, alcune sorelle: una quarantina di persone, una comunità cristiana. “Guardate come si amano”: dice Tertulliano della meraviglia che suscitano i cristiani presso i pagani. Guardate come si amano, guardate come non sono soli, come si perdonano: questo aspetto della vita comunitaria, oggi come ieri, attira i tanti che sono soli e la cui vita non ha sapore perché non ha senso. 

«Le famiglie sono un vero spettacolo», ha detto l’iniziatore del Cammino Kiko Argüello prima dell’arrivo del Papa. E’ vero. Le famiglie, quelle famiglie, sono uno spettacolo. 

E il papa ha dedicato loro parole commosse. Parole che hanno richiamato la caratteristica fondamentale della vita cristiana che è l’umiltà, manifestando la gratitudine della chiesa, di tutta la chiesa, per quello stuolo di missionari: «Vi ringrazio, a nome mio, ma anche a nome di tutta la Chiesa per questo gesto di andare, andare verso l’ignoto e anche soffrire. Perché? ci sarà? sofferenza, ma ci sarà? anche la gioia della gloria di Dio, la gloria che è sulla croce». 

«Non sarà facile per voi – ha aggiunto - la vita in Paesi lontani, in altre culture, non vi sarà facile. Ma è la vostra missione. E questo lo fate per amore, per amore alla madre Chiesa, all’unità di questa madre feconda; lo fate perché la Chiesa sia madre e feconda». 

Alla fine del suo intervento, prima di benedire le croci che ogni membro delle missio teneva alzate, prima della benedizione solenne dell’invio, il Papa ha detto: «Io resto qui, ma con il mio cuore parto con voi». Dopo duemila anni la chiesa è giovane e bellissima.


LUCI SPENTE A SAN PIETRO

UN CEDIMENTO ALLA CULTURA DOMINANTE

Sabato sera anche la Basilica di San Pietro è stata oscurata per un’ora, come tanti altri monumenti importanti in tutto il mondo, dalla Torre Eiffel di Parigi al Cristo Redentore di Rio de Janeiro, dal Ponte sul Bosforo all’Opera House di Sidney. Tutti insieme per l’Ora della Terra (The Earth Hour), un evento creato dall’associazione ecologista World Wildlife Fund (WWF) nel 2007 per mobilitare l’opinione pubblica contro i cambiamenti climatici. Il WWF chiede l’abbandono dei combustibili fossili, l’uso dei quali è imputato del riscaldamento globale, ma che continuano necessariamente ad essere la principale fonte energetica mondiale. E per quanto si faccia un gran parlare di energie rinnovabili, la semplice verità è che allo stato attuale esse possono essere aggiuntive, ma non certo sostitutive dei combustibili fossili. Da qui anche l’iniziativa di spegnere le luci, un segno per invitare a fare a meno di tanta energia, magari riscoprendo la bellezza del buio; così in occasione dell’Ora della Terra vengono lanciate iniziative locali per fare apprezzare il piacere di stare senza luce: ristoranti che preparano menù romantici per una cena a lume di candela sono ormai un classico.

Come stanno effettivamente le cose a proposito dei cambiamenti climatici lo abbiamo detto molte volte (e ora c’è anche un libro della Bussola, Il clima che non t'aspetti, che spiega quanto siano deboli le basi scientifiche di questa teoria e quanto forti invece gli interessi ideologici e politici), ma l’iniziativa del WWF è criticata anche all’interno del mondo dei “duri e puri” del cambiamento climatico: le accuse vanno dall’inutilità dell’evento, buono solo a mettere in pace le coscienze delle persone, alla pericolosità di trasmettere un messaggio che sottovaluta l’importanza della disponibilità di energia (clicca qui). Peraltro a spezzare il quadro idilliaco di città senza luce, ci ha pensato una piccola città svedese, Östersund, che quest’anno ha deciso di non partecipare all’evento. Motivo? Ultimamente si sono registrate in città troppe violenze sessuali: l’Ora della Terra è importante, dicono i responsabili della municipalità, ma ci sono problemi di sicurezza che esigono strade illuminate (clicca qui).  

Ma torniamo a San Pietro: la sua partecipazione non è una novità, è da molti anni ormai che la principale basilica della cristianità spegne le luci per un’ora, unendosi al resto del mondo. Non sappiamo da chi sia dipesa la decisione originale di aderire all’iniziativa e da chi dipenda il rinnovarla ogni anno, però non possiamo non guardare con una certa inquietudine a questo buio su San Pietro. A maggior ragione per il fatto che l’iniziativa del WWF è anzitutto simbolica. E ci sono infatti almeno due aspetti simbolici che dovrebbero risvegliare qualcuno in Vaticano.

Il primo è il cedimento della Chiesa alla cultura dominante. La Chiesa si è accodata tristemente a un’iniziativa propagandistica figlia di un neo-paganesimo in pieno sviluppo (il culto della Madre Terra), che sogna il ritorno a mondi ideali mai esistiti, che suggerisce ricette e politiche che porterebbero il mondo alla povertà generalizzata. 

È il segno di una Chiesa in cui la fede ha smesso di diventare cultura e tende quindi a diventare subalterna a ogni cultura che sia di moda. È successo con il marxismo, che ancora affascina tante fette di clero; succede oggi con l’ecologismo, ed è ancora più pericoloso perché i suoi concetti sembrano così in sintonia con la dottrina della Creazione. Sembrano: in realtà nascono da una concezione dell’uomo radicalmente opposta a quella cattolica. 

Il secondo aspetto, dal punto di vista simbolico è ancora più inquietante. La battaglia tra la luce e le tenebre è da sempre un modo per raccontare lo scontro tra Cristo e il mondo. Il prologo del vangelo di Giovanni, ma anche tutta la liturgia, descrive Cristo come la luce che viene nel mondo. 
La luce è un tratto caratteristico anche delle feste cristiane, perché Cristo è la luce. In questi tempi di grande confusione non può dunque non creare una certa inquietudine la decisione di far calare le tenebre sulla basilica che rappresenta il centro della cristianità. Certo si tratta di un’ora, in un anno, una cosa da nulla si potrebbe dire. 
Ma i simboli sono importanti, e San Pietro che sceglie volontariamente le tenebre, che alla missione di testimoniare la luce preferisce unirsi al coro di chi quella luce vorrebbe spegnere, non può che lasciare perplessi, per usare un eufemismo. Per fortuna a rincuorare c’è ancora il vangelo di Giovanni che comunque promette che, per quanto le tenebre non accettino la luce, non riusciranno a offuscarla.



SE ANCHE LE TRIVELLE SONO UNA PRIORITÀ PER LA CHIESA


Un insulto al buon senso: far discendere dal dovere di custodire il creato l’obbligo immediato di rinunciare al gas come fonte energetica è la forma peggiore di integralismo.

Era appena ieri che in un editoriale firmato da Robi Ronza, prendendo spunto dalla prolusione del cardinale Angelo Bagnasco al Consiglio Permanente della CEI si auspicava una forte iniziativa dei vescovi italiani a favore della famiglia. Come non detto. Ieri, il comunicato finale dei lavori della CEI ha spiegato molto bene che dal punto di vista sociale, le priorità dei vescovi italiani sono altre: i migranti e le trivelle. Di famiglia e inverno demografico, ci informa il comunicato, si è parlato nel corso del Consiglio permanente e monsignor Nunzio Galantino, segretario della CEI, nella conferenza stampa di ieri ha riferito di un invito al governo italiano a occuparsi della famiglia, ma ormai sa un po’ di qualcosa di rituale, qualcosa che si deve dire per obbligo di ufficio. Ma i veri interessi sono altri.

Per quanto riguarda gli immigrati – a cui è dedicato il capitolo più ampio del Comunicato finale – c’è un reale coinvolgimento della Chiesa italiana e non certo da oggi. Ventimila persone sono accolte nelle strutture ecclesiali italiane – afferma la CEI -, un quinto dell’intero sistema di accoglienza in Italia e si tratta di un impegno che punta all’integrazione. I vescovi mettono anche in rilievo un problema abbondantemente sottovalutato, quello dei minori non accompagnati. Detto questo, però, la posizione della Chiesa italiana sembra giocarsi sempre all’interno di uno schema fin troppo semplicistico: muri contro accoglienza. Da cui l’ovvia conclusione: non dobbiamo costruire muri ma proporre percorsi di integrazione. E guai alla «selezione per nazionalità» ventilata da qualcuno.
La realtà però, come abbiamo spiegato molte volte, è decisamente più complessa e non si risolve con facili schematismi. Proprio oggi pubblichiamo un articolo che dà conto delle previsioni degli sbarchi in Italia previsti per quest’anno: 450mila persone, e stiamo parlando di immigrazione irregolare. La stragrande maggioranza di queste persone in base al diritto internazionale non ha diritto allo status di rifugiato, non fugge da guerre o persecuzioni. Ovviamente fugge da situazioni difficili, talmente difficili da affrontare viaggi rischiosissimi, ma in queste situazioni in Africa ci sono purtroppo centinaia di milioni di persone. 

Quando parliamo di porte aperte a tutti, nessuna selezione, nessun filtro, solo processi di integrazione, è questi numeri che dovremmo avere in mente. Significa porre le basi per il caos prossimo venturo, non solo in Europa. Perché alla fine a scappare dai propri paesi sono i più giovani e quelli che se lo possono permettere, essendo che i passaggi per l’Europa sono ben costosi: vale a dire fuggono le forze che sono la principale speranza di sviluppo per l’Africa. E questo senza neanche contare che incentivare l’immigrazione irregolare e selvaggia equivale a ingrassare la criminalità organizzata e il terrorismo fondamentalista, che di questi traffici si nutrono.


UN NUOVO PRINCIPIO NON NEGOZIABILE

Se sul tema delle migrazioni si può parlare di veduta parziale, sul fronte trivelle si raggiungono toni surreali.
In riferimento al referendum fissato per il 17 aprile, circa il rinnovo (o meno) delle concessioni per una ventina di piattaforme marine già esistenti, ieri mattina un editoriale di Avvenire aveva già schierato la Chiesa italiana con i “no triv”, facendo discendere questa posizione direttamente dall’enciclica Laudato si’ e dall’esortazione apostolica di papa Francesco Evangelii Gaudium: «La difesa di 'nostra matre Terra' è tutt'uno con la condanna dell'economia che 'uccide' della Evangelii gaudium», dice Avvenire. 

Ora, tenendo conto della realtà effettiva delle trivellazioni in mare e il quesito referendario posto agli italiani (cosa che abbiamo spiegato in questo articolo) siamo davanti a un insulto al buon senso. Far discendere dal dovere di custodire il creato l’obbligo immediato di rinunciare al gas come fonte energetica è la forma peggiore di integralismo.
Guarda caso, coloro che rifiutano anche la sola idea che vita, famiglia e libertà di educazione possano essere definiti princìpi non negoziabili, poi diventano assolutamente intransigenti in materie decisamente opinabili. 

Si “dialoga” sulle unioni civili, non si deve giudicare sull’eutanasia (vedi questo incredibile servizio dell’agenzia Sir, stessa proprietà di Avvenire), ma guai a chi è a favore delle trivellazioni per garantire almeno un po’ di gas (e anche posti di lavoro). Nella solita conferenza stampa, Galantino ha chiaramente lasciato intendere di condividere la posizione di Avvenire (e non sorprende visto che è lui a dettare la linea), ma ha dovuto spiegare un comunicato della CEI decisamente più prudente: segno che nel Consiglio permanente c’è stato qualche vescovo che ha imposto almeno un minimo di buon senso. Il dovere che discende dall’enciclica papale infatti, spiega il comunicato, si limita (e comunque non è poco) al dibattere del tema trivelle in tutte le comunità. Ed è solo l’inizio, ha aggiunto Galantino, perché «domani ci sarà il problema del nucleare e poi altri ancora». C’è il fondato rischio che prossimamente chi entrerà in parrocchia penserà di essere capitato nella sede di Legambiente.

Comunque, visto che sul nucleare c’è già stato un referendum recente e che quindi l’Italia per molti anni non ne parlerà più, suggeriamo un altro tema di estrema attualità: l’inefficienza di quell’energia solare a cui – stando ai nostri vescovi - dovremmo convertirci rapidamente chiudendo i rubinetti del gas e del petrolio. È di questi giorni infatti la notizia che due mega-progetti mondiali di energia solare, in Spagna e in California, malgrado ingenti sussidi statali stanno andando in bancarotta.


di Riccardo Cascioli da lanuovabussola

domenica 20 marzo 2016

SE È DIO A DOVERSI GIUSTIFICARE

LUCIETTA SCARAFFIA
16 marzo 2016
L’intervista che Benedetto XVI ha rilasciato al teologo gesuita Jacques Servais sul tema della fede tocca temi cruciali. Non si rivela tanto come un appoggio offerto dal Papa emerito a un presunto partito della misericordia, e quindi a Francesco, come ha rilevato chi ha dato dell’intervista soprattutto un’interpretazione giornalistica*: come se il tema della misericordia costituisse un’esclusiva del Papa regnante e non un tema fondativo della tradizione cristiana, anche se spesso emarginato e dimenticato.

Piuttosto l’intervista è importante perché contiene un’interpretazione storica di grande rilievo, di quelle che ribaltano il pensiero comune: per l’uomo di oggi «le cose si sono in un certo modo capovolte, ovvero non è più l’uomo che crede di aver bisogno della giustificazione al cospetto di Dio, bensì egli è del parere che sia Dio che debba giustificarsi a motivo di tutte le cose orrende presenti nel mondo e di fonte alla miseria dell’essere umano. Tutte cose che in ultima analisi dipenderebbero da lui».

Edith Birkin, Auschwitz
A questo infatti ci ha portato l’affermazione continuamente ripetuta: «Dio è morto ad Auschwitz», la cui diffusione ha dimostrato ancora una volta come sempre il male tenda a generare altro male, in questo caso la perdita della fede in un Dio buono che ama l’essere umano.

Aveva percepito questo pericolo la mistica Etty Hillesum, giovane ebrea olandese profondamente attratta dal cristianesimo, che, immersa nell’angoscia di un campo di transito verso la fine con gli altri ebrei olandesi, scrive: «Deve esserci qualcuno che passi attraverso tutto ciò e testimoni che Dio è vivo, persino in tempi come questi. E perché non dovrei essere io quel testimone?».

La perdita nella fede in un Dio buono sta all’origine — certo insieme allo scientismo, ma con un ruolo non secondario — anche delle novità bioetiche che segnano il nostro tempo: la legalizzazione dell’eutanasia, l’aborto, la manipolazione e l’uso indebito degli embrioni e delle componenti genetiche dell’essere umano. L’uomo pensa di poter intervenire per fare meglio di Dio, quel Dio che lo avrebbe così deluso per le sue colpe.

La riflessione di Benedetto XVI quindi tocca ancora una volta il cuore dei problemi del nostro tempo, aiuta a capire il senso dell’epoca in cui viviamo, senza toglierci la speranza: «Nella durezza del mondo tecnicizzato nel quale i sentimenti non contano più niente, aumenta però l’attesa di un amore salvifico che venga donato gratuitamente».


* Commento di Enzo Bianchi, sempre sull'osservatore romano See more at: http://www.osservatoreromano.va/it/news/la-giustizia-divina-e-misericordia#sthash.15vlcSyp.dpuf

qui tutta l'intervista