sabato 23 aprile 2016

C È UN SOLO AVVENTURIERO AL MONDO: IL PADRE


Aprile 20, 2016  Caterina Giojelli
Articolo tratto da TEMPI

Tre uomini in un teatro parlano del padre attraverso lo sguardo di Charles Péguy davanti a una folla di gente «di una certa razza». Appunti da un incontro memorabile

È  tutto lì, fuori da una finestra. La sera di martedì 5 aprile, c’è una folla che si accalca nel teatro Rosetum, il centro culturale diretto dai Frati Cappuccini del convento di piazza Velasquez a Milano. Dall’altra parte della piazza, c’è la statua di bronzo di Padre Pio, e sotto, scolpiti nel basamento, sono raffigurati tre episodi dei Promessi Sposi: padre Cristoforo che affronta Don Rodrigo, padre Felice Casati tra gli appestati del Lazzaretto e fra’ Galdino alla questua delle noci. Sono loro, le mani della Provvidenza impegnate in azioni di una misericordia – che, come ricorda papa Francesco, «è il primo attributo di Dio. È il nome di Dio» – sconosciuta ai potenti e al pensiero del mondo, e ti viene a prendere quando meno te lo aspetti.  «Che diavolo hanno costoro? Che c’è d’allegro in questo maledetto paese? Dove va tutta quella canaglia?», si chiedeva l’Innominato guardando dalla finestra il popolo festante che andava dal cardinal Federigo Borromeo. Erano «uomini, donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli; (…) e andavano insieme, come amici a un viaggio convenuto». Guardava, l’Innominato, «e gli cresceva nel cuore una più che curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa». Qual era e quale è oggi questa buona notizia?


Uomini, donne, fanciulle a brigate a coppie o soli, e quella folla accalcata al Rosetum pare proprio la stessa dei Promessi Sposi una sera di primavera, dove tre uomini, un frate cappuccino, padre Marco Finco, un medico, Giancarlo Cesana, e un professore di liceo, Mauro Grimoldi, raccontano “Il padre attraverso lo sguardo di Charles Péguy”, il «più grande avventuriero della storia».

E che quindi parla a tutti, tutti noi che «amiamo la libertà di pensiero, ma per amarla ci vuole un pensiero», dice Cesana che ai tanti in sala presenti per affezione a una storia, mai dimentica di Péguy e iniziata con don Luigi Giussani, ricorda il fondatore di Cl quando raccontava il Vangelo e invitava a vedere, immaginare quello che veniva letto: «La Buona novella non è un trattato di logica, la verità non è una disquisizione, la vita è una cosa commossa, non aridità».

Ecco quindi Péguy, capace oggi come allora di esempi commossi, ed ecco dunque la fecondità del padre, la cui dissoluzione, riduzione a funzionario sociale e immagine stereotipata e sentimentale della realtà (non più creatore, non più padre, non più origine ma ruolo interscambiabile con quello della madre), «è principio logico e cronologico della distruzione della famiglia verso cui rema ogni dottrina moderna».

Già perché il mondo delle virtù della gente di mondo (compiacente, deferente, avvizzito dai diritti dell’amore, dalla libertà di morire e dare la morte) è quello di sempre, «il mondo delle persone intelligenti; progredite, scaltrite, delle persone che la sanno lunga, alle quali non si può darla a intendere (…): il mondo di quelli che non hanno una mistica», inizia Grimoldi, scegliendo pagine da La nostra giovinezza(1910).
Nonostante ci abbiano provato, ci provino sempre ad abbagliare coi fari di auto potentissime – negando gli dèi e adorando gli dèi, professando, diceva Eliot, la Ragione, e poi il Denaro, il Potere, e ciò che chiamiamo Vita, o Razza o Dialettica – troppo evidente, troppo appariscente è l’insufficienza e l’irrealtà dell’intellettualismo moderno, «la medesima sterilità inaridisce la città e la cristianità. La città degli uomini e la città di Dio. È questa la sterilità moderna. È infatti la prima volta nella storia del mondo che un mondo intero vive e prospera, sembra prosperare contro ogni cultura». Lo abbiamo visto, «prosperavano gli intellettuali. Sterili, infecondi, celibi. Senza cultura, essendo la cultura concezione: incontro, affetto, fecondazione, ospitalità, gestazione, e parto, nascita, inizio. Opera e presenza. Amorosa esperienza, che attrae nel proprio vertice ogni fatto, interesse, realtà».
Questi infelici potenti del pensiero debole ben raccontati ne Lo spirito di sistema (1905 ma pubblicato postumo) ignoravano la semplice gioia del cuore e il godimento delle mani, tutto ciò che fa la felicità e la gioia del buon operaio: «Mangiare una buona minestra fumante sotto il chiarore della lampada di casa, (…) tra gli spintoni dei figli magnifici: ecco ciò che essi non conobbero mai. Non così il grande avventuriero, il padre di famiglia. Ci siamo giunti, finalmente».

Fuori dal pensiero del Tempio
Il padre, tutta un’altra cultura. Concezione, opera e presenza. Che attrae nel proprio vertice ogni fatto – e i fatti son testardi e solo dai fatti viene la salvezza. Non è questa la buona novella cui Giussani chiedeva di partecipare? Non è un fatto quello che accade in questa sera di primavera a Milano? C’è tanta gente al Rosetum, come ce ne era tanta in Galilea, personaggi soli, dolorosi pieni di amore che non sapevano comunicare e pieni di voglia di vero che non sapevano incontrare. Fino a quel giorno in cui Lo avevano incontrato. E dal momento in cui aveva fatto effrazione nella loro storia erano diventati tanti, tanti dietro ai dodici che lo avevano seguito.

I personaggi della Buona Novella, la gente del Vangelo, si era coinvolta perché non coinvolgersi non era proprio possibile. Protagonisti insospettabili, che non trovavano spazio o voce tra i pensatori del Tempio, ma che dietro di Lui, con le loro lordure e sozzure, avrebbero rappresento quel residuo di mondo che cambiava il mondo, dove un’incalzante positività era vincitrice in qualunque caso. Non erano capaci che di una piccola speranza, la sola, inconfessata, nascosta speranza che accadesse qualcosa, che avvenisse un’avventura che non solo valesse la pena di essere vissuta nell’istante, ma che desse senso e ragione a tutti gli altri istanti, che vengono prima e che verranno dopo.

C’era gente in Galilea, e c’è gente al Rosetum dove Grimoldi legge Véronique (1910), e molti quel passo lo avevano già ascoltato – ed erano diventati anch’essi padri, uomini, da che avevano avuto il presentimento del vero che spingeva gli apostoli a remare verso l’altra riva – ma Grimoldi vuole rileggerlo tutto perché è in queste pagine che vive il temuto nemico dell’intellettuale moderno, che ha sede lo scontro tra cultura della morte e della vita: «C’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia. (…) Tutto è sapientemente organizzato contro di lui. Tutto si rivolta e congiura contro di lui. Gli uomini, i fatti; l’accadere, la società; tutto il congegno automatico delle leggi economiche. Tutto è contro il capo famiglia, contro il padre di famiglia; e di conseguenza contro la famiglia stessa, contro la vita di famiglia. Solo lui è letteralmente coinvolto nel mondo, nel secolo. Solo lui è letteralmente un avventuriero, attraversa un’avventura (…). Bisognoso di aiuto, di tutto, bisognoso di Dio, uno che segue, che deve seguire, chiedere, imparare tutto. Un padre figlio, un padre che ha bisogno di padre; del Padre. Di Dio. Perché Dio stesso è padre. Più padre di ogni altro padre». Una paternità invincibile che da oltre duemila anni attrae nel proprio vertice ogni fatto.

Tre cose scomode
«La preoccupazione più grande per noi dev’essere questa: che con semplicità di parole l’esperienza del Mistero torni tra la folla, tra la gente-gente. Essere nel groviglio umano l’unico punto di intelligenza. Essere lì come chi dica a ciascuno, qualunque cosa stia facendo o dicendo o scrivendo: “Tu cosa c’entri con questo?”», così Giussani a Libero, il 22 agosto 2002.

Cosa c’entra il padre di Péguy, quel Padre che è «paternità carnale che oltrepassa e trascende il vincolo biologico, che non si compiace di sé ma vive per i figli» con i padri e con i figli in quella sala di Milano, con la paternità di padre Marco, il frate che ha fatto del Rosetum un presidio culturale vivissimo in un quartiere che invece delle statue di Cattelan guarda il bronzo di padre Pio; con quella di Cesana, già guida per migliaia di famiglie della fraternità di Cl; con quella di Grimoldi, che nel mondo sempre più neutro, piallato e frastornato della scuola insegna tre cose tra le mille imparate da Péguy sul padre. Tre cose scomode, figlie del padre e non del mondo moderno.

La prima riguarda la libertà: «Ma cosa sarebbe una salvezza che non fosse libera? – immagina si chieda Dio nel Mistero dei santi innocenti –. Tale è il mistero, tale è il segreto, tale è il valore di ogni libertà. Questa libertà di questa creatura è il più bel riflesso che ci sia nel mondo della libertà del Creatore».
La seconda riguarda la speranza, difficile rischiosa e inconfessata speranza, poiché per sperare, scrive Péguy nel Portico del mistero della seconda virtù, bisogna aver ricevuto una grande grazia: «Un uomo aveva due figli. Di tutte le parole di Dio è quella che ha destato l’eco più profonda. (…) È la sola che il peccatore non ha mai fatto tacere nel suo cuore. (…) Tiene l’uomo per il cuore».
La terza riguarda la giustizia: «In cosa, come, perché una pecora vale novantanove pecore. E soprattutto perché è giustamente quella che s’è smarrita, che era perita, che vale giustamente le novantanove altre, le novantanove che non s’erano smarrite (…) è quella pecora, è quel peccatore, è quel penitente, è quell’anima. Che Dio, che Gesù riporta sulle spalle, abbandonando le altre».

Gente di una certa razza
«Grande sovrano! Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della divinità». È il brano del Racconto dell’Anticristo di Solov’ëv, una pietra miliare del Movimento, di quella gente presente in sala riunita – non perché la pensa nello stesso modo, ma perché, direbbe Péguy, appartiene a una certa razza – a ricordare la buona notizia, l’incredibile avventura del Padre stesso che si trova a dover dipendere da colui che è amato, «singolare avventura per la quale io, Dio, ho legate le braccia per l’eternità, singolare avventura con la quale mio Figlio mi ha legato le braccia». È sempre con Il portico del mistero della seconda virtù che Grimoldi chiude l’incontro.
Quale cristiana umiliazione, quale umiliazione di santo: chi ama viene a dipendere da chi è amato. E sulla Croce il Mistero è diventato uomo per ogni uomo che c’è in questo mondo ieri, oggi, domani. A quel tempo in Galilea, al tempo di Péguy, al tempo nostro che Cesana invita a ravvivare ancora una prossima volta, rileggendo proprio Solov’ëv.
E così uomini, donne, a brigate a coppie o soli, escono dal piccolo presidio antimoderno del Rosetum, spinti oggi come allora dal presentimento del vero, di una notizia lieta, così che qualcuno alla finestra possa domandarsi sempre cosa ci sia di così allegro in questo maledetto paese.



LEGGI IL BRANO COMPLETO DI VERONIQUE
http://www.tempi.it/a-cento-anni-dalla-morte-di-charles-peguy-rileggetevi-cosa-scriveva-sul-padre-di-famiglia-il-vero-avventuriero#.VxtNKvmLSM8



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