martedì 28 febbraio 2017

SI CHIAMAVA FABIANO ANTONIANI



tratto dal blog di LEONARDO LUGARESI
Bernini: il ratto di Proserpina
Non Dj Fabo, come hanno sparato in tanti, in questi giorni di martellante e ignobile campagna propagandistica a favore del diritto al suicidio. Tutti a parlarne come se l’avessero conosciuto, come se gli fossero stati amici, come se ci tenessero a lui … L’uso del soprannome, al posto del nome, è una spia: finge una familiarità che non c’è e nello stesso tempo tradisce che in realtà non si pensa alla persona, ma all’uomo-simbolo, al testimonial di una causa. Diciamolo più brutalmente: al pupazzo mediatico.
Invece di fronte alla morte non ci sono soprannomi, così come non ci sono titoli: di fronte alla morte siamo solo persone, e abbiamo solo il nostro nome. Quello del battesimo, se siamo battezzati (come penso fosse anche lui). È morto Fabiano Antoniani, non Dj Fabo: quello se n’era andato già da anni, insieme con le foto spavalde che piacciono tanto ai giornali e alle tv, quelle messe in prima pagina per farci capire, senza dirlo, che  la vita, se non può più essere quella delle corse in moto e delle notti in discoteca, non è neanche più degna di essere vissuta.
E noi, invece, che cosa possiamo dire di Fabiano Antoniani e per Fabiano Antoniani? Prima di tutto questo: «L’eterno riposo dona a lui Signore, risplenda a lui la luce perpetua».
Poi possiamo esprimere un sentimento di assoluto rispetto per la sua tragedia personale e, se ci riusciamo, provare un vero dolore per lui, anche se non lo conoscevamo. (Non è così facile, perché ormai abbiamo tutti il cuore indurito e i sentimenti, per lo più, li fingiamo).
Basta. Sulla vicenda personale non abbiamo bisogno di dire nient’altro. Non tocca a noi.
Invece sul “caso politico”  siamo tenuti a prendere posizione come cittadini, perché riguarda tutti. Ma dobbiamo farlo seriamente, prescindendo dalla vicenda personale. Diciamolo,  una buona volta: non si fa politica, non si fa diritto, non si fa legislazione (ma non si fa neanche economia, né scienza, né arte, né alcunché di aspirante ad un valore generale) sui casi personali, sullo sfruttamento delle emozioni e dei (presunti) buoni sentimenti. Cioè non si fa quello che da cinquant’anni, in Italia, hanno sempre fatto i radicali – con gli esiti che sappiamo; quello che fa anche in questi giorni il signor Cappato, per dirne uno.
La politica e il diritto si fanno a mente fredda. Cercando, per quello che si può, di ragionare. E allora, se si prende in considerazione la proposta politica di sancire nel nostro ordinamento un “diritto al suicidio”, basta non essere del tutto stupidi per accorgersi che sarebbe (sarà, temo) un’assurdità. L’affermazione di un diritto soggettivo, infatti, implica necessariamente, in capo a tutti gli altri soggetti , l’imposizione di doveri ad esso correlati e senza i quali il diritto stesso non esisterebbe. Per esempio: il mio diritto di proprietà su un bene vige solo in quanto comporta il correlativo dovere di tutti gli altri ad astenersi dall’impossessarsene. Se l’ordinamento riconoscesse un diritto al suicidio scatterebbe il dovere per tutti di astenersi dal compiere qualsiasi atto volto a impedirlo e, nello spirito della nostra costituzione, il dovere per lo stato di “rendere effettivo” tale diritto rimuovendo tutte le circostanze che possono ostacolarlo. Le tensioni che si stanno artificosamente provocando in questi stessi giorni a proposito della legge 194 sono lì a dimostrare gli effetti di questa logica: una volta affermato il diritto all’aborto scatta il dovere di fare abortire. Ma il suicidio è, per sua natura, un atto essenzialmente anti-giuridico. La legge non può normarlo. Eppure è quello che si sta cercando di ottenere.
E come cristiani, che cosa abbiamo da dire? Lasciamo pure da parte il piano politico e giuridico, sul merito della scelta di farsi uccidere quando si è in condizioni così difficili da vivere, che cosa possiamo dire noi cristiani, in un mondo in cui quasi tutti (ma proprio quasi tutti) sono convinti che sia giusto così, che sia anzi l’unica cosa da fare perché “se toccasse a me non vorrei certo continure a vivere ridotto in quel modo”?
La verità, temo, è che non abbiamo più niente da dire. È come se non avessimo più le ragioni. Balbettiamo qualcosa, pensiamo di cavarcela con belle frasi (oggi si porta molto “diciamo no alla cultura dello scarto”), ma le ragioni non le sappiamo più dare. O non abbiamo più il coraggio di dirle. Ci sarebbero, ma sono scritte in vecchi libri che non leggiamo più.
«Perché si deve continuare a vivere quando non si vuole più vivere?»  Se la chiesa non sa rispondere a questo, che cosa sa?


LA STATALIZZAZIONE E LA SUSSIDIARIETA’


IL CASO DELL'IRST - ISTITUTO DEI TUMORI DELLA ROMAGNA



Abbiamo letto con interesse e preoccupazione le osservazioni del prof. Amadori in riferimento all'IRST, pubblicate sul Resto del Carlino del 23 febbraio. La Regione Emilia Romagna direttamente, o per mezzo di qualche altra istituzione pubblica, vorrebbe acquisire la maggioranza assoluta del pacchetto azionario con l'acquisto della partecipazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Cesena che è costretta a vendere le proprie quote per le note difficoltà finanziarie.

L'IRST perderebbe la caratteristica di Ente che agisce nell'ambito del privato sociale, condizione che ha garantito la nascita e lo sviluppo di questa istituzione così importante per la ricerca,la diagnosi e la cura dei tumori.

La crescita è avvenuta grazie alla rapidità del percorso decisionale,alla dimostrata efficienza ed efficacia della operatività e grazie-soprattutto- alla libertà di poter scegliere ricercatori giovani,competenti,motivati che consentono di mantenere l'Istituto a livelli di eccellenza riconosciuti in tutto il mondo scientifico internazionale.

La "statalizzazione" dell'IRST rischia di alterare questo percorso di sviluppo scientifico e di mantenimento di standard elevati, necessari al periodico riconoscimento di istituto di ricerca scientifica (IRCCS) coi relativi finanziamenti statali indispensabili per il lavoro.

Purtroppo il rischio di cui parla il prof. Amadori è molto alto in Emilia Romagna dove la cultura della sussidiarietà non è mai stata, di fatto, accettata e applicata con convinzione. 
Prevale ancora un grande equivoco che confonde il principio di sussidiarietà con la supplenza. L'Ente pubblico, cioè, accetta che la società civile, nelle sue numerose articolazioni, possa intervenire per supplire alle proprie carenze ma, appena può, desidera impossessarsi di quanto è stato costruito, quando funziona e si sviluppa.

Invece, le opere nate dalla responsabilità sociale e dalla decisione di realtà private che amano il bene comune e svolgono un servizio pubblico, dovrebbero essere riconosciute, sostenute, incoraggiate e finanziate da un Ente pubblico che abbia a cuore il benessere del popolo.

Questo naturalmente esige che ci sia il controllo necessario, il coordinamento delle iniziative per evitare sovrapposizioni e duplicazioni costose e la razionalizzazione degli interventi nello stesso territorio, nel rispetto dell'autonomia  dei soggetti che mettono in gioco responsabilità,creatività e rischio finanziario.

Anche in questo specifico caso dell'IRST la Regione dovrebbe impegnarsi per stimolare il mondo del privato-sociale,le imprese e anche i singoli privati a divenire parte della compagine dell'IRST e contribuire così al suo sviluppo per il bene di tutti


Il Crocevia

venerdì 24 febbraio 2017

LA PROTESTANTIZZAZIONE NELLA CHIESA


Il superiore generale della Compagnia di Gesù, il venezuelano Arturo Sosa Abascal, ha dato al vaticanista svizzero Giuseppe Rusconi una lunghissima intervista di cui pubblichiamo qui uno stralcio.
Ma consiglio di leggerla per intero a questo link:

Arturo Sosa Abascal,
D. – Il cardinale Gerhard L. Műller, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, ha detto a proposito del matrimonio che le parole di Gesù sono molto chiare e "nessun potere in cielo e in terra, né un angelo né il papa, né un concilio né una legge dei vescovi, ha la facoltà di modificarle".
R. – Intanto bisognerebbe incominciare una bella riflessione su che cosa ha detto veramente Gesù. A quel tempo nessuno aveva un registratore per inciderne le parole. Quello che si sa è che le parole di Gesù vanno contestualizzate, sono espresse con un linguaggio, in un ambiente preciso, sono indirizzate a qualcuno di definito.
D. – Ma allora, se tutte le parole di Gesù vanno esaminate e ricondotte al loro contesto storico, non hanno un valore assoluto.
R. – Nell’ultimo secolo nella Chiesa c’è stato un grande fiorire di studi che cercano di capire esattamente che cosa volesse dire Gesù... Ciò non è relativismo, ma certifica che la parola è relativa, il Vangelo è scritto da esseri umani, è accettato dalla Chiesa che è fatta di persone umane… Perciò è vero che nessuno può cambiare la parola di Gesù, ma bisogna sapere quale è stata!
D. – È discutibile anche l’affermazione in Matteo 19, 3-6: "Non divida l’uomo ciò che Dio ha congiunto"?
R. – Io mi identifico con quello che dice papa Francesco. Non si mette in dubbio, si mette a discernimento
D. – Ma il discernimento è valutazione, è scelta tra diverse opzioni. Non c’è più un obbligo di seguire una sola interpretazione…
R. – No, l’obbligo c’è sempre, ma di seguire i risultati del discernimento.
D. – Però la decisione finale si fonda su un giudizio relativo a diverse ipotesi. Prende in considerazione dunque anche l’ipotesi che la frase "l’uomo non divida…" non sia esattamente come appare. Insomma mette in dubbio la parola di Gesù.
R. – Non la parola di Gesù, ma la parola di Gesù come noi l’abbiamo interpretata. Il discernimento non sceglie tra diverse ipotesi ma si pone in ascolto dello Spirito Santo, che – come Gesù ha promesso – ci aiuta a capire i segni della presenza di Dio nella storia umana.
D. Ma come discernere?
R. – Papa Francesco fa discernimento seguendo sant’Ignazio, come tutta la Compagnia di Gesù: bisogna cercare e trovare, diceva sant’Ignazio, la volontà di Dio. Non è una ricerca da burletta. Il discernimento porta a una decisione: non si deve solo valutare, ma decidere.
D. – E chi deve decidere?
R. – La Chiesa ha sempre ribadito la priorità della coscienza personale.
D. – Quindi se la coscienza, dopo il discernimento del caso, mi dice che posso fare la comunione anche se la norma non lo prevede…
R. – La Chiesa si è sviluppata nei secoli, non è un pezzo di cemento armato. È nata, ha imparato, è cambiata. Per questo si fanno i concili ecumenici, per cercare di mettere a fuoco gli sviluppi della dottrina. Dottrina è una parola che non mi piace molto, porta con sé l’immagine della durezza della pietra. Invece la realtà umana è molto più sfumata, non è mai bianca o nera, è in uno sviluppo continuo.
D. – Mi par di capire che per lei ci sia una priorità della prassi del discernimento sulla dottrina.
R. – Sì, ma la dottrina fa parte del discernimento. Un vero discernimento non può prescindere dalla dottrina.
D. – Però può giungere a conclusioni diverse dalla dottrina.

R. – Questo sì, perché la dottrina non sostituisce il discernimento e neanche lo Spirito Santo.

MA SULLA SVEZIA TRUMP HA RAGIONE

IL FALLIMENTO DEL MULTICULTURALISMO 
E LA COMPLICITA' DEI MEDIA

L’OCCIDENTALE
23 Febbraio 2017

In questi giorni provate a digitare su Google la parola "Svezia", in italiano o in inglese, il risultato non cambierà. Il misterioso algoritmo del gigante di Mountain View vi rimanderà, immediatamente, alla fantomatica gaffe di Donald Trump che, durante il comizio di sabato scorso in Florida, avrebbe citato un presunto attentato in Svezia. In realtà il Don aveva fatto semplicemente riferimento alla mancanza di sicurezza in quel Paese, considerazione che ha fatto presto, però, a tradursi in una sorta di profezia.
E' così che i sorrisini di scherno dei giornaloni hanno lasciato spazio, in men che non si dica, al silenzio della stessa stampa che ha preferito non riportare quanto accaduto la notte tra lunedì e martedì a Rinkeby, sobborgo di Stoccolma ad alta densità d'immigrati.
Il sobborgo, infatti, è stato devastato dalla furia cieca degli stessi immigrati: aggressioni alla polizia, negozi saccheggiati, auto in fiamme. La rivolta, secondo quanto riporta l'Associated Press, sarebbe scaturita da alcuni arresti nel quartiere per spaccio di droga. E sempre secondo l'agenzia di stampa, quella di mettere a ferro e fuoco i sobborghi delle città svedesi è diventata ormai una consuetudine. 
La verità è che il Paese scandinavo si sta velocemente avvicinando al collasso. Sempre più amministrazioni comunali lanciano l'allarme: se i migranti continueranno ad arrivare a questo ritmo, le amministrazioni locali non saranno più in grado di garantire una vita normale ai cittadini. E se l'ondata di migranti continuerà a crescere, in 10-15 anni, gli svedesi saranno una minoranza nel loro stesso paese.

“NOI, MINORANZA CRISTIANA IN TURCHIA, RIPONIAMO TUTTO NEL SIGNORE”

PARLA BARTOLOMEO 
PATRIARCA DI COSTANTINOPOLI



Negli scorsi mesi è uscita in inglese e poi in francese la prima biografia di Bartolomeo,
patriarca di Costantinopoli. Papa Francesco ne ha scritto la prefazione, e Benedetto XVI vi ha pure dato una testimonianza della sua amicizia col patriarca.
Bartolomeo aveva sempre  scoraggiato chi voleva scrivere su di lui ma per  il 25° della sua elezione non ha più frenato  l'amico John Chryssavgis, greco d'Australia, suo  collaboratore.

Il libro, “Bartholomew. Apostle and Visionary” è il titolo inglese ( Thomas Nelson editore, Nashville, pagine 272), è un grande affresco dell'attività di Bartolomeo e dei problemi che deve affrontare.


Il patriarcato ecumenico di  Costantinopoli vive nella precarietà, potendo  contare, come base di fedeli a Istanbul, su  poche migliaia di cristiani, i soli rimasti  dell'antica folta comunità greca, stante  l'ostilità delle autorità turche. Lo stesso  Bartolomeo, nato nel 1940 nell'isola egea di  Imbros, sotto sovranità turca, ha visto la  popolazione della sua isola, in origine  integralmente ellenica, diventare turca a schiacciante maggioranza, dopo che negli anni '60 e '70 le attività economiche dei residenti cristiani sono state strozzate da misure  amministrative e numerosi villaggi di nuovi coloni turchi sono stati creati dal nulla.

Eppure ciò che caratterizza Bartolomeo e il suo  patriarcato ecumenico non è il risentimento  verso la Turchia, ma il lealismo verso lo Stato nel quale si deve vivere, inclusa la ricerca di  relazioni politiche corrette e comprensive delle  reciproche esigenze.
Così Bartolomeo ha goduto  di una libertà d'iniziativa negata ai suoi  predecessori, potendo celebrare liturgia in  luoghi di memorie cristiane prima vietati al  culto, potendo restaurare 150 chiese ed edifici  in rovina appartenenti al patriarcato, potendo  ottenere la cittadinanza turca per membri del  sinodo patriarcale provenienti quasi tutti dal  vario mondo (cosa rilevante per garantire una  degna successione patriarcale in quanto solo col passaporto turco si può essere eletti).

DOPO BENEDETTOXVI RIFIUTATO, FRANCESCO E’ ACCOLTO CON ENTUSIASMO IN UN ATENEO ROMANO

DOPO BENEDETTOXVI RIFIUTATO, FRANCESCO E’ ACCOLTO CON ENTUSIASMO IN UN ATENEO ROMANO

Come qualcuno ricorderà, nel gennaio 2008 papa Benedetto XVI venne invitato a tenere un discorso all’Università La Sapienza di Roma. La visita, prevista per il giorno 17, fu però annullata due giorni prima.



Ora, il fatto che un altro papa, Francesco, sia stato invitato da un altro ateneo romano, l’Università Roma Tre, e non solo abbia potuto intervenire ma sia stato accolto con grande simpatia ed entusiasmo,  non può che far piacere a tutte le persone che amano il confronto libero delle idee.

Resta però un certo retrogusto amaro se si pensa che Francesco, rispondendo alle domande di alcuni studenti, non ha toccato nemmeno uno dei grandi temi riguardanti la verità e il rapporto tra ragione e fede. Francesco in effetti, più che da papa, più che da vescovo, più che da religioso, ha scelto di parlare da sociologo e da economista. Ha affrontato le questioni legate alla disoccupazione giovanile, alle migrazioni, alla globalizzazione. Ha chiesto, anche con accenti accorati, di cercare l’unità salvaguardando le differenze e non l’uniformità. Questioni importanti, sia chiaro. Ma colpisce il fatto che mai una volta ha nominato Dio o la fede.

È pur vero che nel testo scritto e poi non letto, perché il papa ha preferito rispondere ai giovani improvvisando, c’è un passaggio molto bello, nel quale Bergoglio con umiltà ma anche con efficacia dice così: 

«Mi professo cristiano e la trascendenza alla quale mi apro e guardo ha un nome: Gesù. Sono convinto che il suo Vangelo è una forza di vero rinnovamento personale e sociale. Parlando così non vi propongo illusioni o teorie filosofiche o ideologiche, neppure voglio fare proselitismo. Vi parlo di una Persona che mi è venuta incontro, quando avevo più o meno la vostra età, mi ha aperto orizzonti e mi ha cambiato la vita». 

Altrettanto vero è che il discorso scritto, sebbene non pronunciato, resta agli atti. Tuttavia, nel confronto diretto con gli studenti, e di conseguenza in tutte le cronache della giornata, i riferimenti alla trascendenza e alla fede in Gesù sono spariti.

Sarebbe folle pensare che il papa si sia autocensurato. Sicuramente, scegliendo di mettere da parte il discorso preparato a tavolino, ha semplicemente voluto farsi più vicino ai giovani e dimostrare meglio, con maggiore intensità emotiva, la sua partecipazione ai loro problemi, alle loro preoccupazioni. D’altra parte sono convinto che docenti e studenti di Roma Tre lo avrebbero applaudito anche nel caso in cui Francesco avesse fatto riferimento all’esperienza religiosa.

Tuttavia, osservando gli elogi e la simpatia riservati a Francesco e ripensando al divieto posto a Benedetto XVI nel 2008, è difficile sottrarsi all’impressione che l’uomo di fede, perfino quando è il papa in persona, sia oggi più apprezzato nel dibattito pubblico quando non affronta la questione di Dio e della verità. Quando, cioè, non è troppo papa e non troppo cattolico.


fonte: http://www.aldomariavalli.it/
20 febbraio 2017

Valli, cresciuto seguendo la sequela di GPII, devoto al card. Martini e biografo del card. Tettamanzi, è tutto fuorché un integralista tradizionalista. 
Da alcuni mesi si pone domande sull'attuale pontificato, sempre nel rispetto ortodosso all'autorità ecclesiale.
Ha espresso perplessità sul documento papale sulla famiglia, in concomitanza dei dubia e sulla partecipazione dei mussulmani alle messe dopo l'assassinio del prete francese.
Anche in questo post, con la sua proverbiale prudenza e obbedienza al papa, usa gli stessi argomenti che invece sono occasione dei virulenti attacchi di Socci. Ritengo questa la posizione giusta


lunedì 20 febbraio 2017

IL CAOS DELLE MIGRAZIONI, LE MIGRAZIONI NEL CAOS

IL VERO REALISMO CRISTIANO


L’Ottavo Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel Mondo dell’ Osservatorio Cardinale Van Thuan (edito da Cantagalli) quest’anno ha per titolo “Il caos delle migrazioni, le migrazioni nel caos”.

Lo studio, appena pubblicato, è molto accurato. Nella presentazione dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi si trovano enucleati i veri criteri con cui la dottrina sociale della Chiesa ha sempre giudicato il fenomeno migratorio.

Si possono riassumere così: esiste “il diritto di emigrare, ma c’è anche, e forse prima, un diritto a non emigrare” e “il dovere della comunità internazionale è di intervenire sulle cause prima che sulle conseguenze”.

L’emigrazione non è traumatica solo per i paesi europei, ma anche per i paesi d’origine: “molti episcopati africani” ricorda Crepaldi “insistentemente invitano i propri figli a non andarsene, a non farsi attrarre da proposte illusorie, ma a rimanere per contribuire al progresso del loro Paese”.

Crepaldi sottolinea inoltre che “non esiste un diritto assoluto ad immigrare, ossia ad entrare in ogni caso in un altro Paese. I Paesi di destinazione hanno il diritto di governare le immigrazioni e di stabilire delle regole”.

Anche perché hanno “il dovere di salvaguardare la propria identità culturale e garantire una integrazione effettiva e non un multiculturalismo di semplice vicinanza senza integrazione”.

Il “realismo cristiano” spiega Crepaldi insegna a “non chiudersi a chiave davanti a questi fenomeni epocali”, ma anche a “non cedere alla retorica superficiale”.

Anche perché i governi hanno il dovere di proteggere la propria nazione e se “molti migranti sono senz’altro bisognosi, altri possono emigrare con obiettivi meno nobili” e bisogna tener presente che “esistono reti di sfruttamento delle persone e disegni di destabilizzazione internazionale”.

Il “realismo cristiano” – dice il vescovo – non fa di ogni erba un fascio, perché “è evidente che l’immigrazione islamica ha alcune caratteristiche proprie che la rendono particolarmente problematica. Riconoscerlo è indice di realismo e buon senso e non di discriminazione”.

Con ciò “non si tratta di dare colpe all’Islam, ma di prendere atto che ‘nell’Islam’ ci sono elementi che impediscono di accettare alcuni aspetti fondamentali di altre società e specialmente di quelle di lontana tradizione cristiana”.
Perciò, parlando di integrazione, “è prudente non considerare gli immigrati tutti egualmente in modo indistinto, comprese le culture e le religioni di provenienza”.


LE VERE CAUSE NON DETTE

Quanto poi alle vere cause della marea migratoria che è esplosa di botto qualche anno fa, Stefano Fontana ed Ettore Gotti Tedeschi, nel libro, tracciano un quadro che fa riflettere.
Fontana osserva che i profughi che fuggono da guerre e persecuzioni “sono pochi” (perlopiù dalla Siria destabilizzata anzitutto dalla politica di Obama).

La gran parte è una migrazione economica, ma non dovuta alla fame: “i dati mostrano che spesso a partire sono individui abbastanza benestanti desiderosi di migliorare ulteriormente la propria situazione”.

Prendiamo paesi come Senegal o Ghana, senza conflitti e con buona crescita economica: “i motivi economici non spiegano migrazioni di questo tipo” e “il costo dell’accoglienza di un immigrato è superiore al beneficio che egli può dare al Paese che lo accoglie”. Conclusione: “non si tratta di fenomeni spontanei”.

Gotti Tedeschi, l’economista che Benedetto XVI volle a capo dello Ior, dopo aver considerato i vari motivi (economici o climatici) addotti da alcuni per giustificare questa migrazione, conclude: “Credo che quasi nessuna di queste spiegazioni sia realmente sostenibile per spiegare il fenomeno nella sua interezza. Una serie di considerazioni e riflessioni lascia invece immaginare che detto fenomeno, più che spiegabile attraverso analisi tecniche e valutazioni economiche, sia stato previsto e voluto per modificare la struttura sociale e religiosa della nostra civiltà, in pratica per ridimensionare il cattolicesimo, religione assolutista, fondamentalista e dogmatica”, come viene giudicata dalla cultura “politically correct” oggi dominante che “nel mondo globale pretende culture omogenee e, magari, una sola religione universale, una religione molto laica, tipo luteranesimo, o, ancor meglio, una religione molto gnostica, tipo l’ambientalismo”.


LA DEREGULATION ANTROPOLOGICA

In effetti il Nuovo Ordine Mondiale, che ha avuto il suo centro ideologico imperiale nell’amministrazione Obama/Clinton e nell’Onu, ha imposto in questi anni, insieme alla deregulation economica, la deregulation etica e antropologica (abortismo, Gender ec) per spazzar via identità e religioni e ridurre tutto all’individuo consumatore; ha imposto una fanatica “religione ambientalista”, lo sdoganamento dell’Islam (con la proibizione obamiana di parlare di “terrorismo islamico”) e la lettura in chiave positiva delle maree migratoie, come fenomeni da favorire in tutti i modi.

Oggi sono questi  i pilastri ideologici che dominano in Occidente, iniziato appunto nell’epoca Obama.


È MORTO MICHAEL NOVAK


Tra la libertà e l’America
di ROCCO BUTTIGLIONE

Era considerato uno dei maggiori pensatori cattolici statunitensi Michael Novak, morto a Washington il 17 febbraio. Nato a Johnstown, in Pennsylvania, il 9 settembre 1933, Novak aveva seguito da Roma per il «National Catholic Reporter» il concilio e da questa esperienza era nato il libro The Open Church (1964). Diplomatico, filosofo e teologo, è stato autore di decine di scritti, tra cui The Spirit of Democratic Capitalismo (1982), che ebbe un notevole impatto sui dibattiti politici degli anni ottanta, e “The Catholic Ethic and the Spirit of Capitalism” (1993), nel quale riafferma la centralità dell’uomo e il potenziale dell’economia di mercato. Dall’opera di Jacques Maritain, di cui era grande ammiratore, trasse la propria concezione della persona umana. In un lungo articolo pubblicato nel 1990 su «First Things» lo definisce «il vero architetto della tradizione cattolica moderna sia in Europa che in America latina». Al grande pensatore francese Novak riconosceva il grande merito di aver elaborato le fondamenta della democrazia liberale con un linguaggio aristotelico, ancorandolo alla concezione tomista della legge naturale. (solène tadié)

Ha amato la Chiesa e ha amato l’America. Era convinto che questi due amori fossero perfettamente compatibili l’uno con l’altro e anzi che la Chiesa avesse bisogno dell’America e che l’America avesse bisogno della Chiesa.
L’America di Michael Novak era il paese del libero mercato, in cui ognuno con i suoi sforzi era in grado di guadagnarsi da vivere e, magari, anche di fondare un impero industriale.

Era un paese in cui lo Stato faceva poche cose, ma bene, e una grande massa di bisogni sociali trovavano risposta attraverso la libera iniziativa delle associazioni e delle comunità, e in modo particolare delle Chiese. Era convinto che la libera iniziativa fosse il motore dell’economia e della società, diffidava dello Stato e, naturalmente, era contrario al socialismo.

Credeva nella solidarietà ma era contrario ad affidarne la realizzazione allo Stato. È stato uno dei protagonisti intellettuali della rivoluzione reaganiana che ha ridato forza all’economia americana e al primato degli Stati Uniti nel mondo. Era orgoglioso di essere amico di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher. È stato forse (insieme con Richard John Neuhaus) il primo cattolico vissuto e sentito come una guida intellettuale non solo dei cattolici ma di tutto il popolo americano.

Poi è venuta l’enciclica Centesimus annus di Giovanni Paolo II. Il Pontefice riconosce senza riserve il valore della libertà, e anche della libertà economica. La libertà però esiste per rendere possibile il dono di sé nell’amore, per costruire comunità. E nessun uomo può essere abbandonato al suo destino anche se non riesce a farcela con le sue sole forze. La libertà è legata intrinsecamente con la solidarietà. La libera iniziativa e anche il capitale esistono per rendere possibile il lavoro, il lavoro per tutti. L’economia di mercato ha bisogno di essere sostenuta e limitata da sistemi etici, giuridici e religiosi per impedire che la persona umana sia fatta a pezzi dai meccanismi del mercato.

Michael Novak fu subito entusiasta di questa enciclica, si diede da fare per diffonderla negli Stati Uniti e anche nei paesi dell’Est ai quali era legato a causa della sua origine slovacca. Diceva che il Papa aveva capito sino in fondo il cuore dell’America, ma che proprio per questo le poneva anche una sfida etica a cui essa non si poteva sottrarre: quella di costruire una società più giusta.
Giovanni Paolo II lo volle conoscere e da allora il suo orgoglio più grande fu quello di essere un amico del Papa. Questo incontro lo indusse a sviluppare alcuni temi che non erano del tutto assenti nel suo pensiero precedente ma non avevano certo il rilievo che poi hanno preso.

La parola “capitalismo” non ha lo stesso significato negli Stati Uniti e in America latina. Negli Stati Uniti significa libertà di impresa. In America latina significa il monopolio di élite ristrette che si impadroniscono di tutte le risorse e mantengono grandi masse umane in condizioni di indigenza e di semischiavitù.
 Anche nei paesi più avanzati si va affermando in questi ultimi decenni un altro tipo di capitalismo che vuole fare denaro con il denaro, senza investire e senza creare occupazione, lavoro e benessere per tutti. Ha vinto l’occidente la sfida etica lanciata da Giovanni Paolo II? Sembra proprio di no.


Michael Novak è stato un testimone cristiano nel suo tempo, attento a tutti questi sviluppi. Proprio questo lo ha indotto a entrare in un dialogo simpatetico con il magistero di Papa Francesco che proprio questa crisi dell’occidente denuncia con inesausta energia. L’ultima volta che l’ho visto eravamo a Steubenville, alla Franciscan University dove insegnavamo insieme un corso breve. Abbiamo parlato per una settimana del Papa venuto dall’America latina, delle molte incomprensioni ma anche delle grandi potenzialità di questo pontificato per gli Stati Uniti. Ancora la Chiesa e l’America, i suoi grandi amori, e la fede come anima dell’America. È impossibile ricordare Michael Novak senza dire una parola su Karen, la moglie che tanto lo ha amato e che lui ha tanto amato. Adesso è tornato insieme con lei nel regno dei cieli dove sboccano alla fine tutti gli amori veri. 

FEDE CATTOLICA NEL SACRAMENTO E COMUNIONE CON I PROTESTANTI.



Chi frequenta la “blogsfera ecclesiastica” avrà notato che negli ultimi giorni si è tornati a parlare del tema dell'intercomunione, cioè della possibilità che anche i protestanti prendano parte alla comunione eucaristica. Nel novembre di due anni fa, papa Francesco durante la sua visita alla comunità luterana di Roma, a una signora luterana sposata con un cattolico che gli chiedeva se poteva fare la comunione insieme con il marito,  rispose con le parole che si possono trovare qui: http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/11/16/si-no-non-so-fate-voi-le-linee-guida-del-papa-allintercomunione-con-i-luterani/.
Joos van Wassenhove, 1473, Urbino
Prego i miei meno che venticinque lettori di non formalizzarsi se rinvio ad un sito notoriamente critico nei confronti di papa Francesco: prescindano pure, se vogliono, dai commenti di Magister, ma leggano con attenzione le parole pronunciate dal papa, che sono integralmente riportate dalla trascrizione ufficiale. Per quanto ne so e per quel poco che ne capisco, a me sembrano le più “problematiche” tra tutte quelle che Francesco ha detto finora nel corso del suo pontificato.
Qualche giorno fa, il cardinale Kasper, che oggi conta parecchio nella chiesa, in un'intervista televisiva ha risposto così alla stessa domanda: «Sì, la comunione comune in certi casi penso di sì. Se [due coniugi, uno cattolico e uno protestante] condividono la stessa fede eucaristica – questo è il presupposto – e se sono disposti interiormente, possono decidere nella loro coscienza di fare la comunione. E questa è anche la posizione, penso, del papa attuale, perché c'è un processo di venire insieme; e una coppia, una famiglia, non si può dividere davanti all'altare».
Stupisce che né il papa, né il cardinale Kasper (e nemmeno, a dire il vero, molti di quelli che si sono stracciate le vesti alle loro parole, qui nella blogsfera) abbiano sentito il bisogno di riferirsi innanzitutto al Catechismo della Chiesa Cattolica (ma serve ancora? Anzi: è ancora in vigore?), dove la risposta c'è già. Ed è – questa è la notizia, praticamente uno scoop, visto lo scarso conto che si tiene di quello strumento – affermativa. Ma a certe condizioni. (Dio e il diavolo, come si dice, stanno entrambi nei particolari).
Leggiamolo, allora, questo benedetto catechismo che, per chi ama ancora la chiarezza delle idee e delle parole che le esprimono, è una goduria per quanto è scritto bene.
«1400. Le comunità ecclesiali sorte dalla Riforma, separate dalla Chiesa cattolica, “specialmente per la mancanza del sacramento dell'Ordine, non hanno conservata la genuina ed integra sostanza del Mistero eucaristico” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 22]. Per questo motivo, non è possibile, per la Chiesa cattolica, l'intercomunione eucaristica con queste comunità. Tuttavia, queste comunità ecclesiali “mentre nella santa Cena fanno memoria della morte e della Risurrezione del Signore, professano che nella Comunione di Cristo è significata la vita e aspettano la sua venuta gloriosa” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 22]».
«1401. In presenza di una grave necessità, a giudizio dell'Ordinario, i ministri cattolici possono amministrare i sacramenti (Eucaristia, Penitenza, Unzione degli infermi) agli altri cristiani che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica, purché li chiedano spontaneamente: è necessario in questi casi che essi manifestino la fede cattolica a riguardo di questi sacramenti e che si trovino nelle disposizioni richieste [Cf Codice di Diritto Canonico, 844, 4]».
Essendo scritto bene, si capisce bene che cosa vuole dire: la chiesa cattolica i sacramenti non li tiene per sé, ma proprio perché non sono di sua proprietà bensì li amministra in nome di Cristo, nel metterli a disposizione di tutti i cristiani non può fare quel che le pare e piace ma è tenuta ad averne la cura che è richiesta quando si custodisce un tesoro che non ci appartiene.
Certo che un protestante può fare la comunione (e può confessarsi! ma di questo, curiosamente, non si parla mai), però a certe condizioni,  molto  chiare e ragionevoli: a) in presenza di una grave necessità; b) non per decisione individuale ed autonoma, ma a giudizio dell'autorità della chiesa; c) professando la fede cattolica riguardo ai sacramenti; d) essendo nelle disposizioni ordinariamente richieste anche ai cattolici per ricevere legittimamente la comunione eucaristica.
Perché quel che dice il catechismo (che è del 1992, mica del medioevo) oggi sembra non andare più bene? Dove sta  il problema? Sta in quel «professare la fede cattolica nei sacramenti». Ma non è un problema dei protestanti.

È un problema dei cattolici.

giovedì 16 febbraio 2017

GRAZIE MONS. LUIGI

Ieri, monsignor Luigi Negri, che aveva compiuto 75 anni lo scorso 26 novembre, ha annunciato alla città che dal 4 giugno il nuovo Arcivescovo di Ferrara sarà mons. Giancarlo Perego, cremonese, direttore della Fondazione “Migrantes”.


Mons. Negri, che ha dato un caldo benvenuto al suo successore,  ha ricordato il senso del cammino di questi quattro anni: amare e confermare la fede del «popolo che mi è stato affidato», nella granitica certezza che «la fede è l’unica vera grande risorsa che rende positiva la vita».
In una intervista di alcuni mesi fa al Foglio, Mons. Negri aveva parlato con crudo realismo della situazione delle chiesa in Italia:  
“  (…) Dove stia, la ragione della debolezza, Negri lo dice subito dopo: “Come dice san Giacomo, la religione pura consiste nel soccorrere i bisognosi ma soprattutto nel non uniformarsi alla mentalità di questo mondo”.  Il problema è che “oggi ci troviamo di fronte una cristianità che ragiona secondo il mondo e che non ha la forza di opporre al mondo un’alternativa sul piano della verità della vita. In tal senso ci troviamo di fronte a una crisi culturale della cristianità italiana”.
Il problema è che ormai “i criteri fondamentali di giudizio della realtà sono presi dalla mentalità mondana e ci si rassegna a occupare solo gli spazi che questa società consente, ovvero spazi di spiritualità individuale e di iniziative caritative depotenziate, come ci ricorda Benedetto XVI all’inizio della Caritas in Veritate, quando scrive che “senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo”.
Un quadro allarmante, una diagnosi che necessiterebbe di una terapia forte: “Credo davvero che occorra, a tutti i livelli e ciascuno nel suo campo, riproporre il cristianesimo nella sua oggettiva radicalità, per renderlo attuale ovvero un’esperienza pienamente corrispondente alle esigenze dell’uomo d’oggi”.
Si potrebbe obiettare a mons. Negri che – considerato il livello di secolarizzazione che ormai ha permeato anche la società italiana – la terapia delineata appare di non così facile applicazione. Soprattutto, non si vede chi potrebbe metterla in pratica: “Devo dire che a questo livello la delusione più cocente – non solo mia ma di molti ecclesiastici veramente preoccupati per la presenza significativa del cristianesimo nella nostra società – è la sostanziale vanificazione del mondo associativo e laicale: è come se non ci fossero più i movimenti e le associazioni a sostenere il necessario e continuo confronto col mondo.
La speciosa giustificazione è che non è più il tempo delle proposte forti che, quando ci sono, vengono additate come crociate. Senza considerare poi il fatto che un minimo di sensibilità storica dovrebbe far vergognare del modo con cui tanto mondo cattolico parla di crociate, fenomeno che non si conosce assolutamente e che viene criminalizzato sulla base di un laicismo insopportabile”.
Non è comunque una Chiesa chiusa o arroccata quella che monsignor Negri affida al suo successore, tutt’altro: è una Chiesa che deve incontrare ed evangelizzare, consapevole di essere immersa in «una società senza Dio e contro Dio», e che proprio per questo mostra il suo «volto diabolico».
Parole queste che a Ferrara continueranno ad essere vive e seguite.  


SEDAZIONE PROFONDA, EUTANASIA E SUICIDIO ASSISTITO

 Bettamin Welby Englaro: un tentativo di disinformazione

Non c’entra l’eutanasia, e men che meno il testamento biologico, e non ha niente a che vedere con Piergiorgio Welby o Eluana Englaro la morte di Dino Bettamin, il malato terminale di SLA che è stato accompagnato nei suoi ultimi giorni di vita da trattamenti palliativi, come previsto dalle nostre leggi e dai protocolli sanitari.
Tutto il chiasso, gli articoli, i proclami che si fanno intorno al povero Bettamin sono pure strumentalizzazioni, per cercare di creare un clima di consenso intorno a un obiettivo, l’eutanasia, che di consenso popolare in realtà ne ha ben poco.
E’ brutta e ambigua l’espressione “sedazione terminale” con cui spesso viene chiamata la sedazione applicata a Bettamin, e anche il Comitato Nazionale di Bioetica (CNB), che se ne è occupato in un parere recente, ha proposto un nome diverso, che rispecchia meglio la realtà dei fatti: “sedazione palliativa profonda continua nell’imminenza della morte”.
Si tratta di cure palliative che vengono somministrate quando si verificano contemporaneamente alcune condizioni, e cioè: il paziente deve essere vicino alla morte, a causa di una malattia inguaribile arrivata oramai a uno stato avanzato, e in presenza di sintomi cosiddetti “refrattari”, cioè che non si possono controllare in nessun altro modo se non riducendo il livello di coscienza, anche fino ad annullarla (in altre parole, addormentando il malato). Concretamente i sintomi refrattari più frequenti, come ricorda il parere del CNB, sono “la dispnea, il dolore intrattabile, la nausea e il vomito incoercibili, il delirium, lirrequietezza psico-motoria, il distress psicologico o esistenziale”.
Dino Bettamin si trovava esattamente nelle condizioni appena descritte. La sedazione non aveva lo scopo di ucciderlo, ma di sedare la sua sofferenza grave, perché era il solo modo di calmare il suo stato di angoscia incoercibile, che gli operatori non erano riusciti ad alleviare né farmacologicamente né con un approccio psicologico.
Per essere sottoposti a questo tipo di sedazione quindi non è sufficiente chiederlo, ma devono sussistere le condizioni che abbiamo appena descritto, condizioni di appropriatezza clinica. Come avviene per qualsiasi altro trattamento medico: banalmente, per avere un antibiotico non basta chiederlo, ma devono esserci i presupposti giusti dal punto di vista clinico.
Non c’entra l’eutanasia, perché Dino Bettamin non è stato ucciso, ma sedato e accompagnato alla fine, perché era un malato terminale. Non c’entra il testamento biologico, perché Bettamin era in grado di esprimere direttamente il proprio consenso alla sedazione, un consenso attuale, non scritto in precedenza, quando stava bene, per un futuro ipotetico (come invece prevede la legge sul fine vita attualmente in discussione in parlamento).
Non c’entra Welby, che non era in stato terminale e aveva chiesto per sé l’eutanasia, per iscritto e pubblicamente, alla massima autorità dello stato (ricordiamo la lettera al Presidente Napolitano). Non potendo averla perché vietata in Italia, Welby ha voluto continuare la sua battaglia per l’eutanasia, interrompendo la respirazione artificiale –cosa legittima dal punto di vista legale – ma seguendo una procedura il più simile possibile a un atto eutanasico: è stato Welby a indicare con precisione, passo dopo passo, il percorso per morire. E ha voluto che il dottore che si è prestato allo scopo, Mario Riccio, eseguisse le sue indicazioni pedissequamente.
Per capire quanto possa essere diverso l’atteggiamento di un medico, ricordiamo che il palliativista Giuseppe Casale, interpellato da Welby, aveva accettato di staccare il respiratore artificiale ma con modalità non eutanasiche, garantendogli comunque che non avrebbe sofferto. Ma Welby e i suoi amici radicali non solo rifiutarono il protocollo proposto, ma addirittura lo denunciarono per essersi rifiutato di eseguire le volontà stringenti di Welby.

“Gli ho proposto di assisterlo a casa con farmaci, e sostegno psicologico e spirituale oppure con ansiolitici e antidepressivi. Non ha accettato. Infine gli ho prospettato una sedazione non per accelerare la morte ma per smettere di soffrire. [...] Ma lui vuole essere addormentato e subito staccato dal respiratore”, spiegò Casale in un’intervista.
E infine, non c’entra Eluana Englaro, che non era terminale, non aveva avuto colloqui con specialisti di coma e stato vegetativo ma ne aveva parlato con gli amici e con i familiari: insomma, non aveva espresso nessun consenso informato, ed è morta disidratata. Speriamo almeno sufficientemente sedata.
Sul fine vita le differenze sono spesso sottili, ma fondamentali. Speriamo che lo capiscano giornalisti e opinionisti che spesso discettano di eutanasia e testamento biologico senza capire le differenze da caso a caso; e speriamo che lo capisca anche qualche politico (come il sottosegretario Borletti Buitoni) che ancora sostiene che il dj Fabo, reso gravemente disabile da un incidente, sta aspettando la legge sul biotestamento in discussione alla Camera per morire.

Senza rendersi conto che nessuna legge sul testamento biologico, nemmeno la più apertamente eutanasica, potrebbe dargli quello che chiede, cioè il suicidio assistito.

l'Occidentale
15 Febbraio 2017


mercoledì 15 febbraio 2017

LA CACCIA ALLE STREGHE CONTRO STEPHEN BANNON

LA SCONFITTA DELLA CLINTON È LA SCONFITTA DELLE ELITE MEDIATICHE, IL VERO PARTITO DI OPPOSIZIONE A TRUMP

Nell’attacco conformista dei media a Trump c’è un bersaglio polemico speciale: Stephen K. Bannon, lo stratega del nuovo presidente.
I media – che hanno militato per Hillary Clinton – hanno fatto di lui una sorta di “uomonero”, un Rasputin, ricorrendo ai più stantii codici della demonizzazione.

D’altronde i media sono parte dell’establishment e come tali sono trattati da Trump e da Bannon. Il quale Bannon è un tipo che si rivolge al “New York Times” e agli altri fogli liberal affermando che sono “media delle élite” e non hanno “nessuna autorità” per dire ciò che gli americani vogliono dal nuovo presidente.

Bannon afferma che il sistema mediatico è stato letteralmente “umiliato” dal voto degli americani ed è oggi – di fatto – “il partito di opposizione” dell’attuale amministrazione.

Aggiunge che “i media dovrebbero essere imbarazzati e umiliati” per lo smacco subito e dovrebbero “tenere la bocca chiusa per un po’ ” per “imparare ad ascoltare”.

Perché essi “non capiscono questo paese e continuano a non capire il motivo per cui Donald Trump è il presidente degli Stati Uniti”.

Il risultato delle elezioni – prosegue – dimostra che “i media d’élite hanno sbagliato al 100 per cento, hanno avuto torto marcio” e la vittoria di Trump è stata per loro “una sconfitta umiliante che non potranno mai lavare via, che sarà sempre lì”. Ecco perché – dice Bannon – “non avete più il potere. Siete stati umiliati”.

CHI E’ STEVE BANNON

E’ ovvio che un tipo simile sia detestato dal sistema mediatico. Ma non si capisce perché i giornali italiani lo demonizzano scimmiottando quelli americani e non hanno la minima curiosità di capire il suo pensiero.
Intanto va detto che viene da una famiglia irlandese, di operai, cattolici ed elettori democratici. Dettagli molto importanti per capire il Bannon di oggi.

Il quale ha un curriculum di tutto rispetto: laurea in pianificazione urbana, poi master alla Georgetown University, quindi un MBA con lode alla Harvard Businnes School. Si arruola come ufficiale nella Marina, poi approda alla Goldman Sachs, la potentissima banca d’affari dove capisce come funzionano le élite, quindi va a lavorare a Los Angeles nel mondo della produzione e della distribuzione e nel 2012 diventa executive chairman di “Breitbart” facendone uno dei più importanti network conservatori: è vicino al “Tea party”, contro il “politically correct” dei liberal, contro l’aborto e pure contro l’establishment repubblicano che – come i democratici – non si cura dei “dimenticati” e del massacro sociale provocato dalla globalizzazione e dalla crisi.
Nel 2016 diventa coordinatore della campagna elettorale di Trump e oggi è membro del Consiglio per la Sicurezza nazionale.
C’è una sintesi del suo pensiero in una conferenza tenuta nel 2014 all’Istituto “Dignitatis humanae”, vicino al card. Burke.

ORRORE:TRUMP RIPRISTINA I VECCHI GABINETTI

La festa è finita: il genere percepito non vale più, ma conta l’anagrafe

I maschi vanno nel bagno dei maschi, e le femmine in quello delle femmine. Con questa ennesima decisione, una delle primissime prese dal dipartimento della Giustizia, della nuova amministrazione Trump, che sta facendo montare l'ennesima polemica ovviamente internazionale (è un decreto antistorico, razzista e discriminatorio), si capisce ancora meglio come si era ridotta la precedente amministrazione Obama, e perché la Clinton ha perso le elezioni.
Con il Medio Oriente in fiamme, i terroristi alle porte, la migrazione clandestina che cresce e l’occupazione che cala, con la delocalizzazione delle grandi industrie nel continente asiatico, con l’aumento di disordini e delle violenze razziali nelle città, con il flop della riforma sanitaria, l’amministrazione Obama non ha trovato di meglio che occuparsi intensamente dei gabinetti pubblici, inserendo anche in questo campo il criterio del gender.
L'ex presidente ha ritenuto necessario stabilire, tramite direttiva della Casa Bianca, che si può andare nei bagni secondo il "genere percepito”, e non secondo quanto scritto all’anagrafe, cioè, banalmente, se si è maschi o femmine. Con tutte le conseguenze imbarazzanti del caso (chi decide come accertare le infrazioni? Come controllare se uno va nei gabinetti giusti?). Salvo poi sorprendersi del mancato ritorno in termini elettorali. 
 A livello di consenso elettorale, i gabinetti non pagano, si potrebbe dire. Ma c’è dell’altro. 
Fermo restando che se dicessi di sentirmi un’astronauta non per questo mi farebbero, non dico guidare, ma neanche entrare in un’astronave, e forse chiamerebbero i camici bianchi; dubitando fortemente che per i transgender fosse questione di vita o di morte frequentare i gabinetti pubblici secondo il genere percepito al momento, e non secondo la carta d’identità; anche ammesso che i transgender siano tantissimi, e che frequentino in modo massiccio i gabinetti pubblici; ricordando pure il grande traguardo dei matrimoni gay a cui tutta l’America avrebbe dovuto plaudire; ecco, tenendo ben presente tutto questo, suggeriamo sommessamente alla vecchia amministrazione Obama e ai democratici (anche di casa nostra) di fare comunque quattro conti e provare a capire quanto reale consenso portino politiche come queste.

loccidentale 13 Febbraio 2017