giovedì 7 giugno 2018

REFERENDUM IN IRLANDA: A USCIRE SCONFITTA È LA CHIESA



La Chiesa perde così la trascendenza rispetto al proprio tempo e finisce per assimilarne le categorie mondane e perfino il linguaggio. Essa termina di combattere, perché non vede più il proprio tempo dal punto di vista dell’eternità e quanto muta dal punto di vista di quanto non muta. Accettando la modernità per motivi pastorali, la Chiesa finisce per accettarne la dottrina. Nel caso del referendum irlandese la Chiesa ha brillato per afasia ed assenza.


L’esito del referendum irlandese sull’aborto è una tragica sconfitta per l’Irlanda che comincerà a uccidere sistematicamente i propri figli. L’approvazione di una legislazione abortista uccide una nazione e un popolo, perché lo fa andare contro-natura nel punto più delicato e importante, gli fa negare l’accoglienza nel momento sorgivo e più decisivo, lo educa a pensare che ciò che è legale sia anche buono, abituandolo a non distinguere più tra carnefice e vittima. Il riconoscimento legale dell’aborto è per un popolo una morte spirituale che lo priva della sua coscienza, lo obbliga a vivere perennemente col rimorso senza chiamarlo tale, lo lacera in quanto c’è di più originariamente sacro e mette nelle mani dei cittadini l’indisponibile. Quando l’indisponibile diventa disponibile tutto è perduto.
La sconfitta della vita, del buon senso, della naturale umanità, della maternità e della paternità che è seguita al referendum irlandese conferma tre punti di grande rilevanza per la lettura della storia dei nostri tempi. 

Il primo è che la secolarizzazione religiosa porta con sé sempre anche la secolarizzazione etica. L’Irlanda, forse ultima in Europa, ha subito negli ultimi decenni un forte processo irreligioso che le ha fatto raggiungere velocemente il deserto già raggiunto da tempo da altri Paesi europei. Si è trattato di un processo devastante e violento che ha sradicato da quel popolo il suo legame naturale e storico con la fede cattolica. I fautori della laicità direbbero che ciò non rappresenta di per sé un pericolo, perché la società può comunque coltivare e difendere valori naturali legati alla vita e alla famiglia anche senza il sostegno della religione. Ma questo non è vero, e proprio il referendum irlandese è lì a dimostrarlo.

Il piano della ragione naturale, che in linea di diritto dovrebbe essere in grado di riconoscere il valore assoluto della vita anche senza fare riferimento alla rivelazione cristiana, in realtà non ci riesce senza essere sostenuto in ciò dalla fede cattolica. Dio ha voluto che anche la legge naturale fosse oggetto di rivelazione e ha posto la Chiesa a sua tutela. Se la rivelazione e la Chiesa sono estromesse dalla scena pubblica, la legge naturale viene perduta.

Il secondo è che quando un popolo si modernizza è inevitabile che succeda quanto ho descritto nel primo punto, ossia che venga escluso Dio dalla vita pubblica e, di seguito, anche i più naturali tra i valori vengano dissolti. Non mi sembra che esistano esempi storici che contraddicano questa constatazione. Ciò significa che nella modernità c’è qualcosa di essenzialmente inquinato ed inquinante.
Intendo qui per modernità non un’epoca cronologica ma una categoria culturale, che sostituisce la natura con la storia, la verità con la libertà, l’intelligenza con la volontà, la volontà con la prassi, i doveri con i diritti, i diritti con i desideri, la realtà con la coscienza, la conoscenza con l’interpretazione. L’ingresso nella modernità intesa in questo senso comporta sempre dei danni spirituali e una decomposizione del quadro di senso che nelle epoche precedenti era coeso e solido. Nel modo di pensare proprio della modernità come categoria mentale ci sono degli errori fondamentali le cui influenze fanno trattenute e combattute, in caso contrario l’esito confermato anche in Irlanda è inevitabile.

Il terzo è il pericolo che l’ingresso di un popolo nella modernizzazione alla lunga spinga la Chiesa stessa ad entrarvi, pensando, nel caso contrario, di non poter incontrare pastoralmente l’uomo contemporaneo. Solo che, nell’illusione di incontrare l’uomo contemporaneo collocandosi essa stessa nel suo orizzonte di modernità, essa finisce per accettare la modernità come categoria mentale e morale. La modernità in senso cronologico (incontrare l’uomo contemporaneo) viene confusa con la modernità in senso culturale e morale (con tutti i suoi errori). La Chiesa perde così la trascendenza rispetto al proprio tempo e finisce per assimilarne le categorie mondane e perfino il linguaggio. Essa termina di combattere, perché non vede più il proprio tempo dal punto di vista dell’eternità e quanto muta dal punto di vista di quanto non muta.

Accettando la modernità per motivi pastorali, la Chiesa finisce per accettarne la dottrina. Nel caso del referendum irlandese la Chiesa ha brillato per afasia ed assenza. Nessuna mobilitazione di popolo, nessun intervento da Roma, nessun aiuto da parte degli episcopati europei, eppure si trattava dell’ultimo Paese del nostro continente ad avere finora resistito contro la morte di Stato. É sotto gli occhi di tutti, del resto, che la Chiesa ha da tempo cessato di combattere per la vita e di mobilitare sistematicamente le coscienze contro l’aborto. Ciò significa che le categorie intellettuali della modernità sono penetrate a fondo anche dentro di essa e l’hanno resa mondanamente innocua.

Stefano Fontana da lanuovabussola

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