mercoledì 30 agosto 2023

PAPA FRANCESCO ACCUSA DI “INDIETRISMO” IL MONDO CATTOLICO STATUNITENSE

  Nel suo recente colloquio con i gesuiti portoghesi a Lisbona durante la Giornata Mondiale della Gioventù, Papa Francesco ha commentato che la situazione della Chiesa cattolica negli Stati Uniti “non è facile”, perchè “c’è un atteggiamento reazionario molto forte” che “è organizzato e modella il modo in cui le persone appartengono, anche emotivamente”.


Si è parlato anche di quello che dovrebbe essere l'atteggiamento pastorale nei confronti delle persone LGBT e non solo, come rivela la trascrizione del colloquio pubblicato oggi su La Civiltà Cattolica, da Antonio Spadaro, sj, direttore della rivista, presente all'incontro. La trascrizione completa può essere letta qui .

Questa è la versione della rivista Americamedia edita dai gesuiti americani

Papa Francesco si rivolge ai cattolici americani che si “isolano”

Il papa ha parlato della situazione nella Chiesa statunitense dopo che un fratello gesuita portoghese, chiamato anche Francisco, che aveva trascorso un anno sabbatico negli Stati Uniti, gli ha detto di essere molto colpito e perfino sofferto nel vedere «molti, anche vescovi, criticare la tua guida della Chiesa. E molti addirittura accusano i gesuiti, che solitamente sono una sorta di risorsa critica del papa, di non esserlo adesso. Vorrebbero addirittura che i gesuiti ti criticassero esplicitamente».

L’America ha appreso che Papa Francesco sa quali cardinali, vescovi, clero e laici di spicco sono apertamente critici nei confronti della sua leadership nella Chiesa cattolica, ma nella sua risposta al gesuita portoghese non ha menzionato alcun nome. Invece, ha detto,

“Vorrei ricordare a loro che l'indietrismo è inutile e bisogna capire che c'è un'adeguata evoluzione nella comprensione delle questioni di fede e di morale purché si seguano i tre criteri che già Vincenzo di Lérins indicato nel V secolo: la dottrina evolve ut annis consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate . In altre parole, anche la dottrina progredisce, si espande e si consolida con il tempo e si consolida, ma è sempre in progresso. Il cambiamento si sviluppa dalle radici verso l’alto, crescendo in accordo con questi tre criteri.

Il Papa ha poi citato alcuni esempi dell'evoluzione della dottrina nella Chiesa cattolica negli ultimi tempi. “Oggi è un peccato possedere bombe atomiche; la pena di morte è un peccato. Non puoi impiegarlo, ma prima non era così. Per quanto riguarda la schiavitù, alcuni pontefici prima di me l’hanno tollerata, ma oggi le cose sono diverse. Quindi si cambia, si cambia, ma con i criteri appena citati”.

«Anche le altre scienze e la loro evoluzione aiutano la Chiesa in questa crescita della comprensione. La visione della dottrina della Chiesa come monolitica è errata”.


 

Il primo papa latinoamericano ha ricordato che «Vincenzo di Lérins fa il paragone tra lo sviluppo biologico umano e la trasmissione da un'epoca all'altra del depositum fidei [deposito della fede], che cresce e si consolida con il passare del tempo. Qui la nostra comprensione della persona umana cambia con il tempo e anche la nostra coscienza si approfondisce”. E ha aggiunto: «Anche le altre scienze e la loro evoluzione aiutano la Chiesa in questa crescita della comprensione. La visione della dottrina della Chiesa come monolitica è errata”.

Ha osservato, tuttavia: “Alcune persone rinunciano; vanno all'indietro; sono quelli che io chiamo ' indietristi '. Quando si va indietro si forma qualcosa di chiuso, di staccato dalle radici della Chiesa e si perde la linfa della rivelazione. Se non si cambia verso l'alto si va indietro e poi si assumono criteri di cambiamento diversi da quelli che la nostra fede dà per la crescita e il cambiamento. E gli effetti sulla moralità sono devastanti.

Papa Francesco ha detto: «I problemi che i moralisti devono esaminare oggi sono molto seri, e per affrontarli devono correre il rischio di fare dei cambiamenti, ma nella direzione che dicevo». Rivolgendosi al fratello gesuita che aveva sollevato la questione, Francesco ha rimarcato: «Lei è stato negli Stati Uniti e dice di aver sentito un clima di chiusura. Sì, questo clima può essere vissuto in alcune situazioni. E lì puoi perdere la vera tradizione e rivolgerti alle ideologie per ottenere supporto. In altre parole, l’ideologia sostituisce la fede, l’appartenenza a un settore della Chiesa sostituisce l’appartenenza alla Chiesa”. (…)

E ha concluso: “Quei gruppi americani di cui parli, così chiusi, si stanno isolando. Invece di vivere di dottrina, della vera dottrina che sempre matura e porta frutto, vivono di ideologie. Quando abbandoni la dottrina nella vita per sostituirla con un’ideologia, hai perso, hai perso come in guerra”.

Il Papa incoraggia il ministero verso le persone omosessuali e transgender

Un altro gesuita portoghese, João, che lavora nel centro universitario di Coimbra, ha ricordato che Francesco aveva detto ai giovani alla Giornata mondiale della gioventù di Lisbona che «tutti siamo chiamati come siamo e che nella Chiesa c’è spazio per tutti». Ha detto al papa che fa lavoro pastorale con gli studenti universitari, e “tra loro ce ne sono molti davvero bravi, molto impegnati nella Chiesa, al centro, molto amichevoli con i gesuiti, che si identificano come omosessuali”. Ha detto che sono “parte attiva della Chiesa, ma spesso non vedono nella dottrina il loro modo di vivere l’affettività, e non vedono la chiamata alla castità come una chiamata personale al celibato, ma piuttosto come un’imposizione”.

Ha chiesto al papa: “Poiché sono virtuosi in altri ambiti della loro vita, e conoscono la dottrina, possiamo dire che sono tutti in errore, perché non sentono, in coscienza, che le loro relazioni sono peccaminose? E come agire pastoralmente affinché queste persone si sentano, nel loro modo di vivere, chiamate da Dio ad una vita affettiva sana che produca frutto? Dobbiamo riconoscere che le loro relazioni possono aprirsi e dare semi di vero amore cristiano, come il bene che possono realizzare, la risposta che possono dare al Signore?”

Papa Francesco ha detto: «Credo che non si discuta della chiamata rivolta a tutti. Gesù è molto chiaro su questo: tutti. Gli invitati non volevano venire al banchetto. Allora ha mandato in piazza a chiamare tutti, tutti, tutti. Perché resti chiaro, Gesù dice “sani e malati”, “giusti e peccatori”, tutti, tutti, tutti ”, ha detto, facendo eco al canto che ha guidato durante la Giornata Mondiale della Gioventù. «In altre parole, la porta è aperta a tutti, ognuno ha il suo spazio nella Chiesa. Come lo vivrà ciascuno? Aiutiamo le persone a vivere in modo che possano occupare quel posto con maturità, e questo vale per tutti i tipi di persone”.

Il papa ha poi citato un sacerdote che conosce a Roma: “Conosco un prete che lavora con i giovani omosessuali. È chiaro che oggi la questione dell'omosessualità è molto forte, e la sensibilità al riguardo cambia a seconda delle circostanze storiche. Ma quello che non mi piace per niente, in generale, è che guardiamo al cosiddetto 'peccato della carne' con una lente d'ingrandimento, proprio come abbiamo fatto per tanto tempo per il sesto comandamento. Se sfruttavi i lavoratori, se mentivi o imbrogliavi, non aveva importanza, e invece rilevanti erano i peccati sotto la vita.”

Papa Francesco ha ripetuto: «Allora tutti sono invitati. Questo è il punto. E occorre applicare l’atteggiamento pastorale più adeguato a ciascuno. Non dobbiamo essere superficiali e ingenui, costringendo le persone a fare cose e comportamenti per i quali non sono ancora mature o non sono capaci”. Ha detto: “Ci vuole molta sensibilità e creatività per accompagnare le persone spiritualmente e pastoralmente. Ma tutti, tutti, tutti sono chiamati a vivere nella Chiesa: non dimenticatelo mai».

«Tutti sono invitati. Questo è il punto. E occorre applicare l'atteggiamento pastorale più adatto a ciascuno. Non dobbiamo essere superficiali e ingenui, costringendo le persone a cose e comportamenti per i quali non sono ancora mature o non sono capaci. "

Nella sua risposta Francesco è passato a parlare anche delle persone transgender. Ha ricordato che alle udienze generali del mercoledì partecipa una sorella di Charles de Foucauld, suor Geneviève, ottantenne, cappellana degli artisti circensi a Roma insieme ad altre due sorelle. Ha detto che suor Geneviève “lavora molto anche con le persone transgender” e un giorno lei gli ha chiesto: “Posso portarle al pubblico?” Francesco rispose: “Certo! Perché no?" e così, ha detto, “gruppi di trans [persone] arrivano continuamente. La prima volta che vennero, piangevano. Stavo chiedendo loro perché. Uno di loro mi ha detto: 'Non pensavo che il Papa mi avrebbe ricevuto!' Poi, dopo la prima sorpresa, presero l'abitudine di venire. Alcuni mi scrivono e io li rispondo via email. Tutti sono invitati! Mi sono reso conto che queste persone si sentono rifiutate ed è davvero difficile”.

'La gioia che ho di più... viene dalla preparazione al sinodo'

Un terzo gesuita portoghese ha dato a Francesco la possibilità di parlare dell'incontro romano del Sinodo sulla sinodalità che si aprirà il 4 ottobre, quando ha chiesto: “Potresti condividere con noi ciò che più pesa nel tuo cuore in questo momento? Cos'è che ti fa soffrire di più? Da una parte cosa ti pesa nel cuore e dall’altra quali gioie stai vivendo in questo momento?”

Papa Francesco ha affermato: «La gioia che provo di più in questo momento viene dalla preparazione del Sinodo, anche se a volte vedo che, in alcune parti, ci sono delle carenze nel modo in cui viene condotto. La gioia di vedere come dai piccoli gruppi parrocchiali, dai piccoli gruppi ecclesiali emergono riflessioni molto belle e c’è un grande fermento, è una gioia». In quella che sembrava una risposta indiretta ai suoi critici, Papa Francesco ha sottolineato: “Il Sinodo non è una mia invenzione. Fu Paolo VI alla fine del Concilio a rendersi conto che la Chiesa cattolica aveva perso il senso della sinodalità. Lo sostiene la parte orientale della Chiesa. Perciò ha detto: 'Bisogna fare qualcosa' e ha creato la Segreteria del Sinodo dei Vescovi. Da allora in poi i progressi sono stati lenti, a volte imperfetti”. (…)

Il papa argentino ha sottolineato ancora una volta che «la sinodalità non consiste nel rincorrere i voti, come farebbe un partito politico. Non si tratta di preferenze, di appartenenza a questo o quel partito. In un sinodo la figura principale è lo Spirito Santo. Lui è il protagonista. Quindi devi lasciare che lo Spirito conduca le cose. Si esprima come la mattina di Pentecoste».

Ha concluso individuando una delle preoccupazioni che ha in questo momento: “Una cosa che mi preoccupa molto, senza dubbio, è la guerra. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, in tutto il mondo, le guerre non sono mai cessate. E oggi vediamo cosa sta succedendo nel mondo. Inutile aggiungere altre parole”.

Gerard O'Connell 28 agosto 2023 Americamedia

 

Testo completo qui

 

 

sabato 26 agosto 2023

GESÙ, OLTRETUTTO, NON ERA PER NIENTE SINODALE.

LEONARDO LUGARESI

Esiste un passo dei vangeli, uno solo, in cui Gesù “consulta la base”? Un solo passo in cui chieda il parere dei suoi discepoli, discuta con loro il da farsi, ascolti ed accolga le loro proposte? Un solo passo in cui “si metta al loro livello” e “si comporti come uno di loro”?


Non mi pare. Tra Cristo e i suoi discepoli c’è amicizia, anzi la più grande amicizia che si possa concepire, perché Egli dà la vita per loro e perché non li lascia all’oscuro ma gli fa integralmente conoscere la volontà del Padre, ma è una amicizia radicalmente asimmetrica. Gesù non è mai sullo stesso piano degli apostoli.

Non cerca insieme a loro la Verità, perché la Verità è Lui; non impara da loro, come almeno qualche volta può accadere ad un maestro umano, ma sempre e solo insegna come un maestro divino.

La forma del movimento a cui dà vita con la sua predicazione, dunque, non è mai quella di un’assemblea in cui ciascuno dice la sua e poi un presidente – o piuttosto un “coordinatore”, come è buona creanza dire oggi – dopo avere ascoltato tutti, fa la sintesi (tirando peraltro l’acqua al suo mulino, cioè facendo prevalere quelle idee e quelle proposte che piacciono a lui e che aveva già deciso in cuor suo: così funziona la logica dell’assemblearismo, da che mondo è mondo; e così, c’è da temere, funziona anche quella dell’odierna “sinodalità”).

La forma del movimento di Gesù è invece quella di una scuola in cui Uno insegna e gli altri cercano faticosamente di capire le lezioni; e quando provano ad intervenire, il più delle volte sbagliano e vengono ripresi.

Questo mi pare un dato di fatto, al quale non si può certo obiettare citando l’episodio di Mc 8, 27-33 e paralleli (Mt 16, 13-23 e Lc 9, 18-22), in cui il maestro domanda: «voi, chi dite che io sia?». Quello, infatti, non è affatto un sondaggio, ma piuttosto un esame; e quando Pietro, inopinatamente, azzecca la risposta giusta («Tu sei il Cristo»), Gesù lo dichiara sì «beato», ma proprio perché la risposta non è sua, ma gli è stata suggerita: «né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli» (Mt 16, 17).

Masaccio, Il pagamento del tributo,
Cappella Brancacci, Gesù e Pietro (part)

Complimenti ed elogi – se la memoria non mi inganna – Gesù non ne fa mai ai suoi discepoli, e del resto non ne fa a nessuno (salvo un paio di eccezioni che dirò tra un momento). Se quella risposta vale a Pietro il posto di futuro capo del collegio apostolico e la funzione di fondamento della chiesa (Mt 16, 18-19: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli») è proprio perché non è farina del suo sacco.

Su tale sfondo spicca, con ironico contrasto e profondo significato teologico, il fatto che gli unici due personaggi a cui Gesù tributa pubblicamente un elogio e gli unici da cui, in un certo senso, si “lascia vincere”, siano due pagani, due che non appartengono al popolo eletto, due che sono fuori dall’Alleanza: in definitiva due nullità da un punto di vista ebraico teologicamente corretto. Uno è il centurione di Cafarnao, quello che ha il servo malato, e a cui Gesù dice che verrà a a fargli la visita domiciliare (Mt 8, 7) e lui replica che non ne è degno e che non ce n’è nemmeno bisogno: «Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va’, ed egli va; e a un altro: Vieni, ed egli viene; e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa» (Mt 8, 8-9). Di fronte a lui Gesù resta ammirato (θαύμασεν dice il testo, e ce ne vuole per lasciare a bocca aperta uno che aveva la conoscenza dell’uomo che aveva Lui!) e se ne esce con quella lode stratosferica che tutti conosciamo («In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande») e si comporta esattamente come gli ha chiesto l’altro, non come aveva deciso lui: «Va’ e sia fatto secondo la tua fede».

Il secondo caso è appunto quello della donna cananea del vangelo di domenica scorsa (Mt 15, 21-28 e parallelo Mc 7, 24-30). L’altro giorno notavamo che coloro che oggi tendono, aspirano o pretendono di essere più buoni di Gesù, leggono quell’episodio come la documentazione di un percorso di conversione che anche Cristo deve fare, superando giocoforza le chiusure mentali e i pregiudizi ereditati dall’ambiente, per aprirsi alla misericordia. (https://leonardolugaresi.wordpress.com/2023/08/23/piu-buoni-di-gesu/)

Noi che invece consideriamo normativa la forma del fatto cristiano incarnata da Gesù, pensiamo che vi sia un grande e ironico insegnamento nel fatto che gli unici personaggi in tutto il vangelo a cui il Figlio di Dio sceglie di “dar retta”, dando loro ragione, e gli unici a cui tributa pubblicamente una lode così impegnativa come quella che abbiamo detto, siano due che non appartengono al popolo. Dunque due che al sinodo – a qualunque sinodo – non potrebbero mai partecipare e comunque non avrebbero diritto di voto.

Il fatto è che, in entrambi i casi, Gesù non “dà ragione a loro”, ma alla loro fede in Lui. Non c’è una “base”, un popolo (o pueblo), una periferia esistenziale, un’umanità derelitta o lontana che sia portatrice di una verità da cui anche Cristo deve imparare. C’è la fede, la nuda e pura fede che può travalicare i confini delle appartenenze, ma che è tale solo in quanto è fede in Lui. La stessa fede che aveva ispirato la risposta di Pietro. Quando Pietro (come chiunque altro) si mette invece a guardare dentro di sé, a rimestare nel proprio sacco e ricavarne la propria farina, viene respinto da Gesù con durezza inaudita: «Vai dietro di me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (Mc 8, 33).

Sederci in cerchio, guardarci in faccia, scavare dentro di noi per esprimere i nostri desideri, scambiarci i nostri pensieri e discutere le nostre proposte possono essere tutte attività rispettabili, forse in qualche caso persino utili, ma Gesù ci chiede essenzialmente un’altra cosa: volgere lo sguardo e tenerlo fisso su di Lui, ascoltare la Sua parola e credere.

Il significato cristiano della parola sinodo, perciò, non può essere “riunione tra noi per parlare di noi” e nemmeno “riunione tra noi per parlare di Cristo”, bensì “camminare insieme verso Cristo”.

 

MATTARELLA A RIMINI: IL LIBRO DEI SOGNI

Fausto Biloslavo

Patria multietnica, nessuna barriera o muro per i migranti, nazionalismi anacronistici sono alcuni dei messaggi lanciati dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, al Meeting di Rimini. Un discorso pace e bene, amore e amicizia, che tutti in cuor proprio vorrebbero tradurre in realtà, ma alla fine resta un libro dei sogni.

Le opposizioni stanno usando le parole del presidente come una clava contro il governo. Anche se fosse una tirata d'orecchi, sarebbe più costruttivo fare scaturire un dibattito costruttivo, che si elevi dal guazzabuglio politico quotidiano. Nel nostro piccolo ci permettiamo di proporre alcune considerazioni ancorate alla realtà e agli umori di una bella fetta di italiani, chiedendoci se mai riusciremo ad applicare concretamente il libro dei sogni.

Bella la patria multietnica, ma solo se riusciamo a vincere la sfida dell'integrazione. Altrimenti si rischia di finire non solo nell'odio, ma di sprofondare nella rabbia che scaturisce a singhiozzo dalle banlieue francesi.

Il faro è la Costituzione, ma non possiamo piegarla al va bene tutto in nome del rispetto dell'altro e del diverso, che magari disprezza il nostro mondo, la cultura e le tradizioni.

Il presidente non ha mai citato, nemmeno alla lontana, il generale Vannacci, ma alcuni passaggi del discorso a Rimini sulle etnie, l'odio, i nazionalismi suonano come critiche dirette al suo libro «Il mondo al contrario». Giusto stigmatizzare frasi e pensieri esagerati, pesanti o provocatori, soprattutto se formalmente sei al «comando delle Forze armate». Però, dall'alto del Colle, bisognerebbe chiedersi perché il libro di Vannacci ha surclassato, in copie vendute, quello di Michela Murgia. E soprattutto comprendere che, al di là del linguaggio, fa suonare il campanello d'allarme di temi politicamente scorretti, che sono fortemente sentiti dall'opinione pubblica.

Mattarella fa sempre bene a pungolare la Ue, ma per affrontare l'immigrazione non basta cancellare «muri e barriere». Il presidente ha nel suo studio il disegno di una delle tante vittime innocenti della folle traversata del Mediterraneo. Straziante, ma vorremmo inviare al Quirinale anche una altrettanto toccante foto - pubblicata dal Giornale - dei bambini afghani che, con un cartello in mano, chiedono aiuto all'Italia. I figli dei collaboratori dei nostri soldati in Afghanistan, che sono già stati accettati come profughi di guerra, ma languono in Iran (2.900 con i familiari), anche da un anno, in attesa che il nostro Paese mantenga la promessa dell'evacuazione. Chi più di loro avrebbe diritto agli «ingressi regolari», giustamente citati nel discorso? Invece a causa dell'arrivo di un'ondata di irregolari (107.530 fino a ieri) non accogliamo gli amici afghani.

Tutte realtà di un mondo alla rovescia, che andrebbero affrontate e risolte in maniera corretta e umana, ma pragmatica e, per farlo, bisogna scendere con i piedi per terra. Purtroppo non basta la bellezza del libro dei sogni

IL GIORNALE 26 agosto 2023

 

giovedì 17 agosto 2023

LE RAGIONI DEGLI ALTRI E I PROPRI TORTI

 FASCISMO E COMUNISMO: LE DUE PATOLOGIE ANTIDEMOCRATICHE CHE NON SI RIESCE A SUPERARE

Il 9 maggio 1996, con il suo discorso d’insediamento come presidente della Camera,
Luciano Violante compì il tentativo più importante mai fatto dalla democrazia repubblicana (dopo l’amnistia promulgata da Togliatti esattamente mezzo secolo prima) per cercare di eliminare il fattore che fin dal primo dopoguerra continua a dividere la memoria e la vita politica del Paese: il giudizio sul suo passato novecentesco.


Una spaccatura che ancora oggi non cessa di suscitare ogni giorno tentazioni di reciproche delegittimazioni tra le due parti di un’opinione pubblica e di un mondo politico profondamente divisi.

L’oggetto della divisione è ben noto: il fascismo. Ma può essere, è davvero, solo il fascismo? No. La peculiarità della storia italiana — la «complessità» fu il termine esattissimo del discorso di Violante — non è stata infatti forse proprio quella di aver dato vita al fascismo, ma insieme anche a un fortissimo movimento comunista senza eguali in questa parte d’Europa? E non è forse vero che seppure in modi ovviamente ben diversi entrambi — il fascismo e il comunismo — hanno rappresentato due patologie antidemocratiche?

 

Sarebbe bene prenderne atto una buona volta: quanto ho appena detto non corrisponde solo all’opinione della destra. È né più né meno, infatti, quanto ha sempre pensato e continua a pensare la maggioranza degli italiani, anche quelli che con la destra non hanno mai avuto niente a che fare. E cioè che per stare dalla parte della democrazia — dell’unica forma reale di essa, quella liberale — non basta aver combattuto il fascismo: altrimenti anche Stalin e tutti i suoi accoliti sarebbero da considerare dei veri democratici. In certe circostanze si può stare dalla parte giusta anche avendo per il resto idee e principi completamente sbagliati.

 

Il fatto è che questa duplicità antidemocratica tanto del fascismo che del comunismo, data per scontata negli universi politici (e quindi lessicali) di tutti i Paesi occidentali, in Italia invece non ha molto corso. Da noi è già considerato sospetto qualunque accenno di accostamento/confronto tra i due. Da noi, a cominciare dal piano del linguaggio e dunque della costruzione di una memoria pubblica — entrambi ad ogni effetto decisivi per dar forma ad un comune sentire — vige la regola assoluta dei due pesi e due misure.

 

Un esempio? Giustamente, se un attentato o un delitto terroristico, una strage, sono commessi da qualche militante dei Nar, di Ordine Nuovo, o di qualche altro gruppo eversivo di destra, si parla senza problemi — ripeto, giustamente — di delitto «fascista», di trame «fasciste». Che io sappia, invece, se i medesimi reati sono stati commessi — e Dio sa quante volte è capitato — da militanti di gruppi eversivi di sinistra, mai una volta l’ufficialità repubblicana ha parlato o scritto di delitto «comunista», di trame «comuniste» ecc.


Mai: perfino quando — ed il più delle volte è stato proprio questo il caso — i fatti di sangue di cui sopra erano commessi da gruppi che si definivano loro stessi «comunisti», inneggiavano al «comunismo», auspicavano loro per primi nei loro documenti l’avvento di un regime comunista. Le Brigate Rosse, ad esempio, si sono sempre chiamate «Partito Comunista Combattente». Ma qualcuno ha mai sentito parlare a loro riguardo di «trame comuniste», di «delitti comunisti» da parte della stampa che conta o delle Tv che vanno per la maggiore? A me sembra di aver sempre sentito parlare ogni volta solo di trame «brigatiste», di delitti «brigatisti».

Ancora: se non ricordo male su nessuna delle tante targhe che nelle vie e nelle piazze d’Italia ricordano l’assassinio di qualche vittima del terrorismo rosso è scritto «vittima delle violenza comunista», laddove non si contano, invece, le targhe che nei casi opposti parlano senza problemi di «violenza fascista». Mi chiedo: non si nutre forse anche di queste cose l’inestinguibile e insopportabile faziosità italiana?

 

Nel nostro Paese non riusciremo mai a spezzare l’intreccio perverso delegittimazione/negazione fintanto che non ci si convincerà che la storia dell’Italia contemporanea — non quella dal 1922 al 1945, ma tutta quanta, quella dal 1922 al 1991 — ha fatto sì che il discorso sul fascismo non possa che essere al tempo stesso pure un discorso sul comunismo. Che la memoria pubblica e cioè il sentire comune riguardo al primo non possono andare disgiunti dalla memoria pubblica e cioè dal sentire comune riguardo il secondo. Non già perché così la pensa qualche Settimale che cerca di intorbidare le acque o qualche obliquo «revisionista», ma perché questo è il lascito del nostro Novecento. Questa è stata la nostra storia. E perché questo è, io credo, ciò di cui è convinta nel proprio intimo la maggioranza degli italiani: come si vede regolarmente ogni volta che si aprono le urne.

 

In Italia, il discorso ufficiale sul passato del Paese fatto proprio dalle istituzioni e considerato il solo legittimo, l’ethos pubblico accreditato che le agenzie pubbliche e i maggiori mass media cercano quotidianamente di diffondere e di inculcare riguardo i tanti problemi della nostra società (da quello dei migranti a quello della sicurezza urbana a quello della bioetica) corrispondono solo limitatamente, spesso molto limitatamente, al sentire comune. È lecito dire che un fatto del genere costituisce un tratto di ipocrisia del nostro stare insieme nonché un permanente motivo di grave debolezza delle stesse nostre istituzioni democratiche?

A suo tempo fu oltre che coraggioso, giustissimo l’invito che a proposito dei «ragazzi e delle ragazze di Salò» Luciano Violante rivolse innanzitutto alla sua parte perché si cercasse di capire «le ragioni degli altri». Ma c’è una domanda che un tale invito immediatamente suscita: è possibile capire le ragioni degli altri, e serve, senza riconoscere insieme i torti pro pri?


ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

tratto dal corriere della sera

 

martedì 15 agosto 2023

JOSEPH RATZINGER: PERCHÉ SONO ANCORA NELLA CHIESA

Era il 4 giugno 1970 quando a Monaco di Baviera, davanti a un migliaio di ascoltatori attentissimi, l’allora professore di teologia all’Università di Ratisbona Joseph Ratzinger tenne una conferenza dal titolo: “Perché sono ancora nella Chiesa”.

Qui di seguito ne è riprodotta la parte iniziale, quella in cui Ratzinger descriveva lo stato della Chiesa cattolica in quegli anni turbolenti del dopo Concilio e del dopo ’68.

A rileggerla oggi, a più di mezzo secolo di distanza, è impressionante notare quanto la stessa “confusione babelica” di quegli anni si sia protratta ed estesa fino ai nostri giorni, con qualche  differenza in più ….

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PERCHÉ SONO ANCORA NELLA CHIESA

di Joseph Ratzinger

Di motivi per non restare più nella Chiesa ce ne sono oggi molti e contraddittori. A voltare le spalle alla Chiesa si sentono spinti non più solo coloro ai quali la fede della Chiesa è diventata estranea, ai quali la Chiesa appare troppo arretrata, troppo medievale, troppo ostile al mondo e alla vita, bensì anche coloro che amarono nella Chiesa la sua figura storica, la sua liturgia, la sua indipendenza dalle mode del momento, il suo riverbero di eternità. A questi ultimi sembra che la Chiesa stia tradendo la propria vera natura, che si stia svendendo alla moda e stia quindi perdendo la propria anima: sono delusi come un innamorato che deve vivere il tradimento di un grande amore e considerano seriamente di voltarle le spalle.

D’altra parte però vi sono motivi molto contraddittori anche per rimanere nella Chiesa. In essa restano non solo quelli che conservano in modo instancabile la loro fede nella sua missione, o quelli che non si vogliono staccare da una vecchia e cara abitudine (anche se ne fanno scarso uso). Oggi rimangono in essa con maggior vigore proprio coloro che rifiutano tutta la sua realtà storica e contestano con passione il significato che i suoi ministri cercano di darle o di conservarle. Sebbene essi vogliano rimuovere ciò che la Chiesa fu ed è, sono anche determinati a non lasciarsi mettere fuori, perché sperano di trasformarla in ciò che secondo loro essa dovrebbe diventare.

In questo modo, però, si ha una confusione davvero babelica per la Chiesa, nella quale non solo sono intrecciati nella maniera più strana i motivi a favore e contro di essa, ma un’intesa sembra quasi impossibile. Innanzitutto nasce la sfiducia, perché l’essere-nella-Chiesa ha perso il proprio carattere inequivocabile e nessuno osa più avere fiducia nella sincerità dell’altro. L’affermazione piena di speranza che Romano Guardini fece nel 1921 sembra ormai capovolta: “Un processo di grande portata è iniziato: la Chiesa si sveglia nelle coscienze”. Oggi al contrario la frase sembrerebbe dover suonare: “È in corso un processo di grande portata: la Chiesa si spegne nelle anime e si disgrega nelle comunità”. In un mondo che tende all’unità, la Chiesa si disgrega in risentimenti nazionalistici, denigrando ciò che è estraneo e glorificando il proprio particolare. Tra i fautori della mondanità e quelli di una reazione che si aggrappa troppo all’esteriorità e al passato, tra il disprezzo della tradizione e la fiducia positivistica di una fede presa alla lettera, sembra non esserci alcuna via di mezzo. L’opinione pubblica assegna inesorabilmente a ognuno il suo posto. Essa ha bisogno di etichette chiare e non accetta le sfumature: chi non è per il progresso, è contro di esso; si deve essere o conservatori o progressisti.

Grazie a Dio, la realtà è indubbiamente molto diversa: in segreto e quasi senza voce ci sono anche oggi, tra questi due estremi, coloro che semplicemente credono di realizzare la vera missione della Chiesa anche in questo momento di confusione: il culto e l’accettazione della vita quotidiana a partire dalla parola di Dio. Ma essi non si adattano all’immagine che se ne vuole avere e così rimangono in larga misura muti: la vera Chiesa non è certamente invisibile, ma profondamente nascosta sotto le malefatte degli uomini.

Si è così ottenuto un primo abbozzo dello sfondo sul quale si pone oggi la domanda: perché rimango ancora nella Chiesa? Per poter dare una risposta sensata, bisogna innanzitutto approfondire ulteriormente l’analisi di questo contesto storico che con la parola progresso entra direttamente nel nostro tema, e dobbiamo intendere le ragioni che hanno portato a questa situazione.

Come si è potuti arrivare a questa singolare confusione babelica, nel momento in cui ci si aspettava invece una nuova Pentecoste? Come è stato possibile che, proprio nel momento in cui il Concilio sembrava aver raccolto il frutto maturo del risveglio dei precedenti decenni, invece della ricchezza del compimento sia emerso un vuoto inquietante? Com’è potuto accadere che dalla grande spinta verso l’unità sia sorta la disgregazione?

Nel nostro sforzo di comprendere la Chiesa, e fare un lavoro concreto su di essa, tramutatosi nel Concilio in una vera e propria lotta, sembra che le siamo giunti così vicino da non riuscire più a percepirla nel complesso: sembra che non siamo più in grado di vedere la città oltre le case, la foresta oltre gli alberi. La prospettiva del presente ha trasformato il nostro sguardo sulla Chiesa in modo tale che noi oggi in pratica la vediamo solo sotto l’aspetto della fallibilità, chiedendoci cosa possiamo fare di essa. Il grande sforzo di riforma interno alla Chiesa ha fatto dimenticare tutto il resto; essa è per noi oggi solo una struttura, che si può trasformare e che ci porta a chiederci cosa si debba cambiare in essa per renderla più efficiente per i singoli scopi che ognuno le attribuisce.

Nel porsi questa domanda, il concetto di riforma è ampiamente degenerato nella coscienza comune ed è stato privato del suo nucleo centrale. Infatti la riforma, nel suo significato originario, è un processo spirituale molto vicino alla conversione e in questo senso fa parte del cuore del fenomeno cristiano; soltanto attraverso la conversione si diventa cristiani, e questo è valido per tutta la vita del singolo e per tutta la storia della Chiesa. Anche essa continua a vivere convertendosi sempre nuovamente al Signore, tenendosi lontana dal chiudersi in se stessa e nelle proprie care abitudini, così facilmente contrarie alla verità.

Ma se la riforma viene allontanata da questo contesto, dallo sforzo della conversione e se ci si aspetta la salvezza solo dal cambiamento degli altri, da forme e adattamenti al tempo sempre nuovi, forse si può raggiungere qualche risultato, ma nel complesso la riforma diventa una caricatura di se stessa. Una simile riforma, in fin dei conti, può portare solo a ciò che è irrilevante, che è di second’ordine nella Chiesa; non c’è da meravigliarsi che alla fine la Chiesa stessa le sembri qualcosa di secondario.

Se si riflette su ciò si comprende meglio anche il paradosso che si è apparentemente delineato negli sforzi di rinnovamento della nostra epoca; lo sforzo per rendere meno pesanti strutture ormai irrigidite, per correggere forme del ministero ecclesiastico che derivano dal medioevo o ancora di più dai tempi dell’assolutismo e per liberare la Chiesa da tali sovrapposizioni verso un servizio più semplice secondo lo spirito del Vangelo. In effetti questi sforzi hanno condotto a una sopravvalutazione dell’elemento istituzionale, che è quasi senza precedenti nella Chiesa. Le istituzioni e i ministeri nella Chiesa di certo vengono criticati oggi in modo più radicale di un tempo, ma essi assorbono l’attenzione in modo più esclusivo che mai: non pochi credono oggi che la Chiesa consista solo di essi. La problematica della Chiesa si esaurisce allora nella battaglia sulle sue istituzioni; non si vuole lasciare inutilizzato un apparato così vasto, ma lo si trova per molti aspetti inadatto ai nuovi scopi che gli vengono assegnati.

Dietro di ciò si profila un secondo punto, il problema effettivo: la crisi della fede, che è il vero nocciolo della questione.

domenica 13 agosto 2023

DEL NOCE: IL MITO ANTIFASCISTA E L'ELEVAZIONE DEL FASCISMO A CATEGORIA METASTORICA ED ETERNA

 Terza e ultima parte della rassegna dell’intervento pronunciato da Augusto Del Noce a Rimini nel corso II Convegno nazionale per insegnanti e operatori della scuola promosso da Comunione e Liberazione nell’agosto 1976.

Del Noce e l’innegabile «continuità» tra il fascismo di ieri e l’antifascismo di oggi. La formidabile e impietosa critica del grande filosofo al «mito antifascista», che estendendo il concetto di fascismo a qualunque avversario è divenuto perfetto strumento «reazionario» in mano al potere

 

Manifestazione antifascista per le vie di Roma

* * *

Nella terza e ultima parte del suo intervento al II Convegno nazionale per insegnanti e operatori della scuola promosso da Comunione e Liberazione, Augusto Del Noce affronta da par suo la questione della contrapposizione fra fascismo e antifascismo, che giudica viziata da una visione «mitologica» del fascismo e da un uso politico dell’antifascismo destinato a fare il gioco dell’egemonia borghese e capitalistaA sostegno di questa tesi cita i lavori di Tito Perlini, intellettuale marxista critico del gramscismo e dell’antifascismo contemporaneo.

« Giustamente scrive il Perlini, dal punto di vista rivoluzionario, che “oggi l’antifascismo è la peggiore mistificazione che ci si possa trovare di fronte, quella che è necessario maggiormente smascherare svelando gli inganni micidiali che essa contiene in sé. Attualmente l’antifascismo […] ha un ruolo in effetti reazionario, molto simile a quello che ebbe un tempo il fascismo. Il ricatto costituito dal pericolo di una ricaduta in quest’ultimo (motivo mitologico interessante, coltivato ad arte e sfruttato sapientemente ai propri fini dal potere capitalistico, per il quale una socialdemocrazia a sfondo tecnocratico ha oggi la stessa funzione che fu del fascismo…) è una mera facciata di cartapesta dietro cui si nasconde il potere del capitale che tende a farsi totalitario” (Tito Perlini, Gramsci e il gramscismo, Celuc, 1974, p. 63 e passim); per cui l’elevazione del fascismo a categoria metastorica ed eterna, in cui sia da ravvisare la personificazione stessa del male e l’unico avversario da combattere, maschera in realtà la subordinazione del partito comunista al neocapitalismo (pp. 150, 160, op. cit)».

La formuletta magica dell’“industria culturale” gramsciana

«Come si vede, l’antifascismo sarebbe oggi diventato il simbolo della riduzione del comunismo a strumento nel passaggio dalla vecchia alla nuova borghesia, dal vecchio al nuovo capitalismo, alla compiutezza della razionalità capitalistica, eccetera. Siccome preferiamo esprimerci in termini etico-politici, diciamo che il mito antifascista è diventato oggi il simbolo dell’involuzione del pensiero rivoluzionario nel laicismo radicale». Per Del Noce si dà un’analogia di funzione fra il fascismo di ieri e l’antifascismo di oggi, che si evidenzia per esempio nella prospettiva, evidente negli anni Settanta in Italia, di «un processo verso il partito unico per semplice autodissolvimento di tutte le altre tradizioni politiche e assorbimento della loro eredità nel Pci».

Con Schlein il Pd è un partito radicale di massa?

«Il nemico, dunque, di questo blocco, sarà il “fascista”, ma poi del “fascista” non si saprà dare altra definizione oltre quella di chi “guarda al passato”. Da ciò l’estensione presente dei termini “progressivo” (antifascista) e “reazionario” (fascista), tali che essi inglobano quelli di vero e di falso, di buono e di cattivo. Decisamente le formulette dell’“industria culturale” si riducono al minimo. […] Pure è da osservare come questa identificazione del male e del fascismo sia essenziale a quel radicalcomunismo a cui il pensiero di Gramsci ha dato luogo; così da non poterne essere rimossa, per mitologico che sia il suo carattere».

Mussolini, un rivoluzionario socialista «adeguato all’Occidente»

Il fascismo come male in sé è un errore di sintassi proprio dal punto di vista marxista e materialista: ogni sistema politico è sovrastruttura di un sistema economico, non può esistere un pericolo politico che non sia il riflesso dei rapporti di produzione nell’economia capitalista dominante. Da qui il carattere “mitologico” del fascismo oggetto dell’antifascismo contemporaneo. Mentre nella realtà storica il fascismo rientra nello stesso processo rivoluzionario al quale appartengono le altre ideologie moderne.

«La storiografia autentica, quella che intende operare il passaggio dalla polemica alla storia, sta oggi demolendo il mito antifascista, fondato sull’identificazione tra fascismo e reazione, per il riconoscimento che il fascismo nacque dal socialismo rivoluzionario e continuò a essere permeato di intenzione rivoluzionaria. […] Il fascismo si presentò come rivoluzione ulteriore alla marxleninista, adeguata all’Occidente, con pretese universalistiche, che il comunismo, diventato ormai fenomeno russo, non avrebbe più potuto vantare. Dal suo fallimento possiamo dedurre che fu una rivoluzione fallita, e niente di più; non che un’intenzione rivoluzionaria non ci fosse. Come negare che abbia tratto le sue origini dal socialismo e dall’interventismo rivoluzionari, che abbia avuto stretti collegamenti con i movimenti culturali d’avanguardia; come negare addirittura, se ci riferiamo al 1914, la stretta affinità tra le critiche di Mussolini e di Gramsci al socialismo riformista? Come negargli i caratteri del giovanilismo, del movimento di massa, della tensione verso il nuovo, della ricerca del consenso? E neppure si può negare, per riguardo a quel carattere sincretistico che ora il Pci sta assumendo, che sia stata mira costante di Mussolini il recupero del partito socialista, e la funzione di rappresentanza di quel che era vivo nel socialriformismo». Secondo Del Noce tutte queste considerazioni avvalorano la sua personale tesi di fondo:

«Se sommiamo questi giudizi, vediamo come il fascismo debba venir considerato come un momento, ormai sorpassato e dissolto, di quella rivoluzione ulteriore al marxleninismo, che è il correlato politico della riforma italiana dell’hegelismo, nell’aspetto in cui si formula come filosofia della prassi. […] Certamente, ben mi guardo dal negare il momento di opposizione assoluta che intercorre tra fascismo e antifascismo. Penso tuttavia che, a distanza, la considerazione degli storici si appunterà sulla continuità assai più che sull’opposizione».

La vittoria del nichilismo

Per Del Noce è chiaro che la pedagogia della secolarizzazione auspicata da Gramsci è sfociata in un nichilismo di cui i marxisti gramsciani sono complici.


«L’eclisse della religione è parzialmente avvenuta; ma l’umanità nuova a cui ci troviamo dinanzi per la prima volta nella storia del mondo vive senza ideali, come se verificasse la diagnosi profetica di Nietzsche sul nichilismo, assenza del fine come stato normale. […] Da un punto di vista marxista, questa situazione potrebbe anche essere vista come lo stadio ultimo della dissoluzione borghese. Ma il pensiero rivoluzionario-ateo riesce ad averne ragione? Lasciamo da parte la figura di Gramsci a cui va tutto il nostro rispetto, come a un idealista senza pari. Resta che il gramscismo si è inserito in questo processo verso il nichilismo, restando quanto meno soverchiato. La sua azione si è manifestata non come rivoluzione, né come verità, ma soltanto come secolarizzazione. Lo si è visto; il secolarismo si è dissociato da rivoluzione e da verità».

(3. fine)

fondazione.europacivilta@outlook.it

i precedenti interventi pubblicati dal Crocevia

https://crocevia-adhoc.blogspot.com/2023/07/augusto-del-noce-perche-fu-proprio-il.html

https://crocevia-adhoc.blogspot.com/2023/07/1976-la-logica-del-compromesso-storico.html


 

IL FASCISMO IMMENSO E ROSSO

 E’ morta nei giorni scorsi a 51 anni la scrittrice e attivista politica Michela Murgia.

Autrice originale, ex Azione Cattolica, già insegnante di religione per 8 anni, laureata in teologia, coraggiosa appassionata e coerente col suo pensiero “fluido” fino alle recenti nozze “queer”, per le quali ha avuto un momento di notorietà sui giornali, aumentato al momento della sua morte, affrontata con grande forza e dignità, fra lacrime e allegria degli amici, come lei aveva chiesto.

“Combatteva per difendere le sue idee, ha detto Giorgia Meloni per esprimere cordoglio, idee diverse dalle mie, e di questo ho grande rispetto.”

Ma oltre ai libri e alle polemiche, anni fa ha inventato “IL FASCISTOMETRO” una specie di test per capire quanto chi lo fa possa essere fascista, attraverso la risposta a 15 quesiti i più disparati.

Interessanti i risultati. Con quante frasi siete d’accordo? Fatevi il vostro test e contatele per capirlo. Ma capirete subito che il fascistometro più che stabilire il grado di fascismo che è in noi, ci fa capire cosa considera fascista lei.


E alla fine si conviene che per capire il fascismo meglio leggere i libri di Renzo de Felice.