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martedì 18 febbraio 2025

PRIMA DI GRIDARE AL RAZZISMO BISOGNA GUARDARE I DATI

 


Immigrazione e violenza

I numeri ministeriali sui reati commessi dagli stranieri, l'odio sempre più diffuso verso le forze dell'ordine, l'ambiguità della sinistra.

 


Scontri tra manifestanti e forze dell'ordine a Roma durante la manifestazione per Ramy Elgaml a gennaio (foto Ansa)

Su Startmag Luca Ricolfi ha scritto: «Stanno suscitando un discreto sconcerto i dati sulla criminalità che, da alcuni giorni, filtrano dal Ministero dell’Interno. Da essi, infatti, si deduce che la percentuale di reati presumibilmente commessi (persone denunciate o arrestate) da stranieri irregolari (circa il 28%), è enormemente superiore al peso degli irregolari stessi (meno dell’1% della popolazione presente in Italia). Ancora più sconcerto suscitano i dati su uno dei reati più odiosi, ossia le violenze sessuali: nei primi 9 mesi del 2024 quasi la metà (il 44%) sono state perpetrate da stranieri (regolari e non), che costituiscono appena il 10% della popolazione. E ancora più preoccupanti appaiono i dati delle violenze sessuali commesse da giovani, che vedono un’incidenza degli stranieri che sfiora il 60%, circa 6 volte il loro peso sulla popolazione. Ci vorrà tempo e pazienza per ponderare bene questi dati, confrontandoli con quelli rilasciati in passato, anche per capire se la pericolosità relativa degli stranieri irregolari è aumentata o diminuita nel tempo (a una prima analisi pare aumentata). Quello che per ora i dati ministeriali sembrano suggerire sono almeno due cose. Primo, la pericolosità relativa degli stranieri irregolari è circa 50 volte superiore a quella dei cittadini comunitari (italiani e stranieri). Secondo, quasi un terzo dei posti occupati in carcere è imputabile a cittadini stranieri, in buona parte irregolari (con i dati disponibili, la percentuale esatta può solo essere stimata). Si può tranquillamente affermare che senza questi detenuti non vi sarebbe alcun sovraffollamento carcerario, anche se – ovviamente – resterebbero i gravissimi problemi di degrado, trattamenti disumani, carenza di servizi giustamente (e inutilmente) denunciati da alcune associazioni (a partire da Antigone) e da alcune forze politiche (a partire dai Radicali)».

Anche per contrastare ogni forma di razzismo e disumanità, Ricolfi ci spiega come si debba partire dalla "realtà".

* * *

Su Huffingtonpost.it si scrive: «Nel corso del 2024, secondo i dati del Ministero dell'Interno, in Italia sono state organizzate 12.302 manifestazioni (+9,7% rispetto al 2023). In particolare, 4.187 sono state organizzate per motivazioni sindacali e occupazionali (+38,8%), mentre 1.874 sono state promosse a sostegno della pace (+39,3%). In 322 casi si sono registrate delle criticità (-18,9% rispetto al 2023). In totale, nel 2024 i feriti tra gli appartenenti alle Forze di polizia sono stati 273 (+127,5%), mentre nel 2023 erano stati 120».

Anche Huffingtonpost.it ci aiuta a capire con quale realtà debba fare i conti l’Italia.

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Sulla Zuppa di Porro Franco Lodige scrive: «Il bilancio – dice Walter Mazzetti, segretario generale dell’Fsp Polizia – è gravissimo ma non rende l’idea dei pericoli che i colleghi stanno correndo in queste giornate di follia. I poliziotti sono a rischio della vita perché queste manifestazioni non hanno a che fare con il grave lutto per Ramy, che merita il più assoluto rispetto, ma che è solo la scusa per scatenare il proprio odio mortale verso chi porta la divisa. Sono sempre i soliti violenti che non aspettano altro. La situazione sta degenerando in una velenosa escalation ed è ora di fermare questi criminaliridando il corretto nome alle cose: aggredire le forze dell’ordine che stanno svolgendo il proprio lavoro è un reato, non ammette alcuna giustificazione e ci aspettiamo che sia condannato unanimemente senza se e senza ma».

I dati generali riportati nella nota precedente da Huffingtonpost.it illustrano una situazione che, come spiega Lodige, sta peggiorando.

* * *

Sulla Nuova bussola quotidiana Stefano Magni scrive: «Il sabato sera si sono verificati gli scontri peggiori, a Roma e a Bologna, mentre a Milano la protesta è stata più pacifica: i manifestanti si sono limitati a imbrattare palazzi e strade. A Roma, invece, scene di guerriglia urbana, con negozi vandalizzati e otto agenti feriti. A Bologna è andata peggio: dieci agenti di polizia feriti, barricate e lanci di oggetti contundenti di tutti i tipi. Bologna ha fatto notizia soprattutto perché i manifestanti hanno anche preso di mira gli ebrei locali, imbrattando i muri della sede degli uffici della Comunità, nella via parallela a quella della sinagoga. Avendo così provocato un incidente diplomatico (anche l’ambasciatore di Israele è intervenuto sulla vicenda), almeno in questo caso la sinistra ha stigmatizzato la violenza. Anche in questo caso, la sinistra tace o accusa la destra di "strumentalizzare". Elly Schlein, segretaria del Pd, è intervenuta solo dopo che è stata sollecitata dalla premier Giorgia Meloni. E, oltre a una generica e doverosa condanna alla violenza di piazza, ha chiesto al centrodestra di "non strumentalizzare". La posizione più netta è quella di Alleanza Verdi e Sinistra: contro la polizia. Con il segretario verde Angelo Bonelli che paventa l'introduzione di "norme da Stato di polizia" dietro "il pretesto" delle aggressioni ai poliziotti. Insomma, neppure di fronte a diciotto agenti feriti in una sola sera, di cui otto nella stessa capitale, la sinistra riesce a prendere le distanze dai violenti».

Bisogna avere coscienza che il razzismo (una bestia terribile sempre da sorvegliare con attenzione e da combattere con fermezza) e la violenza sono due facce dello stesso problema, cioè quello di mantenere un adeguato grado di civiltà nella nostra società: e ciò non può avvenire se non nella piena legalità, anche dell’immigrazione.

 

mercoledì 3 aprile 2024

L’ANTISEMITISMO ITALIANO E’NATO NEGLI ANNI 30 NELLE UNIVERSITA’

 E oggi il vertice della Normale di Pisa, università d'eccellenza, prende posizioni compatibili (messa al bando della scienza israeliana) con le leggi razziali e le teorie naziste.

 

La Scuola Normale di Pisa

Non è detto che la storia debba sempre ripetersi nello stesso modo, ma ricordare può aiutare a non ripetere gli errori del passato. Oggi, per esempio, vale la pena ricordare che il clima d'odio che portò all'Olocausto in Italia non fermentò nelle sezioni periferiche del Partito nazionale fascista, bensì nelle università italiane. Il Manifesto della razza che nel 1938 portò alla messa al bando degli ebrei in Italia non fu scritto da podestá o gerarchi in camicia nera, bensì da una decina di professori (tre della prestigiosa università La Sapienza di Roma) e poi sottoscritto da decine di accademici che rappresentavano la crème della cultura italiana dell'epoca. 

È un fatto che nelle più importanti università del mondo, Harvard in testa, spira un vento antisemita che prende forza di settimana in settimana. L'Italia non fa eccezione negli atenei più importanti - Bologna, Torino, La Sapienza di Roma e ora la Normale di Pisa - la deriva anti-Israele e pro-Hamas appare sempre più evidente, pilotata da un corpo docente che certamente ci mette del suo e che in parte è impaurito da una minoranza di studenti violenti che godono della grancassa di importanti mezzi di comunicazione.

Se il vertice della Normale di Pisa, università d'eccellenza, prende posizioni compatibili (messa al bando della scienza israeliana) con le leggi razziali e le teorie naziste, è evidente che si pone un problema che va oltre le legittime opinioni sulla guerra in corso a Gaza. Il problema è la qualità accademica e l'orientamento politico-culturale antioccidentale e filo-razzista (ovviamente solo con gli ebrei) dell'élite culturale del Paese che discrimina, censura ed emette sentenze allo stesso modo dei dittatori.

Sarà anche la Normale, ma non è normale che le università schierino l'intero Paese da una parte (sbagliata) della storia senza alcun fondamento di rappresentanza. E forse non è neppure normale che il governo - abbiamo un ministro dell'Università - assista a tutto ciò in un silenzio che a questo punto sa di sudditanza psicologica, o se volete di sindrome di Stoccolma (l'infatuazione per il nemico).

Credo che sia venuto il momento di dire chiaramente se quello che sta accadendo nelle università corrisponde o no al pensiero degli eletti dal popolo, l'unica élite legittimata a decidere in nome e per conto del popolo italiano.

31 Marzo 2024 -

Alessandro Sallusti Il Giornale

 

giovedì 14 marzo 2024

LA DITTATURA WOKE CONTRO LA LIBERTÀ E LA CIVILTÀ

L'OCCIDENTE IN GUERRA CON SE STESSO

di Marcello Veneziani

L’Occidente è in guerra con l’Est – russo, medio ed estremo oriente – e con mezzo sud del mondo. Ma è in guerra prima di tutto con se stesso. Se non credete alle analisi e alle critiche, leggete le testimonianze dirette e le biografie.


Dunque, parliamo di una ragazza veneta, progressista e radicale, che va a studiare negli Stati Uniti. E’ una storia esemplare che racconta la realtà e annuncia come finirà da noi, imitatori pappagalleschi degli americani. La ragazza partì per uno stage negli Stati Uniti quindici anni fa, poi rimase a svolgere un lavoro culturale in un’istituzione italo-americana. Ora che ha superato i quarant’anni non ce la fa più a vivere sotto la dittatura woke, che si è fatta irrespirabile, minacciosa, oppressiva, soprattutto per i bianchi e gli eredi di civiltà europea. “Qualsiasi cosa dica o faccia può essere condannata come una micro-offesa rivolta contro afroamericani o latinos”. Nelle prove d’ammissione ha dovuto scrivere un saggio preliminare di buone intenzioni, non circa il suo impegno negli studi ma contro il razzismo. Ovvero, non deve solo ripudiare il razzismo ma deve anche impegnarsi a militare contro il razzismo. Non ogni razzismo, perché la cultura woke sostiene che ci sia un solo razzismo, quello dei bianchi occidentali verso i neri, i latinos e gli asiatici. All’inizio del master ha dovuto scusarsi con i compagni di corso coloured; e non per una colpa reale e specifica, ma per il fatto di essere bianca, occidentale, e dunque portatrice insana di razzismo. A settimane alterne, riferisce la donna, i bianchi devono fare anche un corso di contrizione, chiamato White accountability, responsabilità dei bianchi, in cui si devono sottoporre a un umiliante interrogatorio di due ore per rispondere del loro razzismo, pur latente, e pentirsi. Parallelamente i suoi colleghi di studi afroamericani si riuniscono in Spazi neri e sicuri, Black men (o Women) safe space, per coltivare la loro identità e denunciare le microaggressioni subite dai colleghi bianchi. 

In cosa consisterebbero queste “micro-aggressioni”? Frasi considerate offensive e vietate, anche se al buon senso e all’esperienza di sempre, appaiono del tutto neutre e innocue. Gli esempi rendono meglio l’idea di quale follia masochista e giacobina stiamo diventando vittime: mai chiedere a un collega di colore da dove proviene perché quella domanda implica una discriminazione etnica; guai a citare a un nero la parola campo di studi perché può alludere ai campi di piantagione di cotone e dunque allo schiavismo dei suoi avi; o può evocare l’attività bracciantile di suo nonno messicano. E se cadi in quell’errore ti devi subito scusare e fare autocritica, ripudiando il “privilegio bianco” che ti ha fatto sbagliare.

Alla Columbia University, dove hanno insegnato fior di docenti (anche il nostro Giuseppe Prezzolini), il mantra è nell’acronimo Prop, che sta per Potere razzismo oppressione privilegio. Naturalmente il bianco è iscritto d’ufficio, per ragioni razziali – è il caso di dire -alla categoria del razzista oppressivo e privilegiato; e gli altri per ragioni etniche alla categoria di vittima dei succitati. Dietro quell’etichetta c’è un’ideologia dominante, la critical race theory, eletta ormai a bibbia delle università americane. 

E con gli ebrei? Si distingue, se sono di origine est-europea e dunque ashkenaziti, rientrano tra gli oppressori, se sono sefarditi di origine orientale sono tra gli oppressi. Analoga divisione vige sul piano geostorico: sul versante storico gli ebrei sono le vittime per eccellenza, sul versante geografico in quanto israeliani sono i carnefici per antonomasia. 

E se partecipi ai gruppi di volontari che aiutano immigrati clandestini, poveri e homeless, ti devi sincerare che a guidare il collettivo non sia una bianca, altrimenti è neocolonialismo. Poi dice che uno vota Trump… Ma per forza, per esasperazione. 

Ma tu come lo sai, da quale fonte, da quale blog pieno di fake news hai ricavato questa storiella? Non è farina dei social né mia personale; la fonte è il Corriere della sera di ieri, e l’autore è un noto e credibile giornalista “di sinistra”, Federico Rampini; è lui che ha incontrato la ragazza e ha riportato questa testimonianza.

Il problema, come capite, non riguarda le disavventure di una singola persona malcapitata; è l’orizzonte prevalente negli Stati Uniti e a rimorchio, dell’Occidente intero, Italia inclusa. Noi siamo un paese piccolo, gli Usa ci sovrastano, e come si sa, ci baciano in testa quando siamo allineati; ma sono pronti a schiacciarcela se non la pensiamo come loro. 

Quel clima irrespirabile, che pure il Corriere chiama dittatura, non vige solo nei salotti e nei circoli radical chic di New York ma nelle scuole e nelle università, nei media e nelle istituzioni, nei tribunali e negli uffici, nella comunicazione social e nei rapporti interpersonali; obbligati a norma di legge e di cultura a vergognarsi della nostra civiltà, storia, religione e identità e della nostra pelle. Costretti a sentirsi inferiori, in debito, in penitenza, rispetto a chiunque provenga da altri mondi. E non abbiamo aperto l’altro capitolo della dittatura, quello riguardante l’omofobia, il femminismo, il lessico corretto e il sesso in transito…

La ciliegina sulla torta e insieme il paradosso di questa dittatura è che mentre in casa vige questa legge autolesionista e questa ideologia “vergognista”, poi a livello di politica estera, lo stesso Paese, con gli stessi protagonisti dem, cioè liberal, radical e progressisti, pretende di essere l’Arbitro del mondo e minaccia guerre, armi, interventi e sanzioni dappertutto. 

La dittatura woke, imperniata sul politically correct e la cancel culture, sta distruggendo rapidamente una civiltà che si è formata nei millenni. Se fate attenzione vi accorgete che si sta insinuando velocemente anche da noi, in tema di razzismo, gender e affini; di solito si eludono i divieti o li si accettano passivamente, per furbo quieto vivere, per non affrontarli e criticarli. Ma prima o poi diventeranno soffocanti come una cappa, e saremo anestetizzati. Allora sarà troppo tardi per capire e per reagire.

La Verità – 5 marzo 2024

 

 

giovedì 6 luglio 2023

IL SENSO DEI FRANCESI PER LA RIVOLTA

IL “NUOVO ORDINE” CHE HA PRESO IN OSTAGGIO LA FRANCIA

UN’ANALISI DI RODOLFO CASADEI CHE HA LETTO I QUOTIDIANI FRANCESI


Sulla stampa francese che conta, i commenti sulle violenze e i saccheggi seguiti all’uccisione del giovane Nahel da parte di un poliziotto si dividono sostanzialmente in due campi: quello di chi accusa la brutalità della polizia e la politica delle istituzioni francesi per ciò che sta accadendo, e quello di chi vede nell’immigrazione incontrollata la miccia di un’esplosione inevitabile e nella morte del ragazzo il pretesto che molti aspettavano per dare il via a razzie. I primi trovano spazio soprattutto sul quotidiano Le Monde, i secondi soprattutto su Le Figaro.

I ragazzi in piazza che dicono «avrei potuto essere io»

«Sono ragazzi della stessa età di Nahel che reagiscono in maniera intima e violenta per una semplice ragione: sarebbero potuti morire nello stesso modo», commenta Fabien Truong, sociologo e docente dell’Università di Parigi VIII sul Monde. «Ognuno di loro dice a se stesso: “Avrei potuto essere io”. Ogni adolescente di questi quartieri conserva nella memoria ricordi di alterchi con la polizia. I controlli di identità sgradevoli e ripetuti sotto casa sono umilianti, generano stress e nutrono, alla lunga, un profondo risentimento. Sottintendono che la presenza di questi adolescenti, anche nei pressi di casa, non è legittima e deve essere giustificata. Questa logica del sospetto è quasi metafisica ed esistenziale. Questi giovani pensano che li si sottopone a controlli per quello che sono e non per quello che fanno. Sono esperienze che lasciano tracce durevoli».

Sono indispensabili dei cambiamenti: «Una polizia più vicina alla popolazione, che consolida la sua autorità con operazioni mirate e una repressione graduata, è una delle chiavi. Ma è una riforma di tutta la società che bisognerebbe realizzare! Lo sanno anche i poliziotti, loro stessi evocano le conseguenze della miseria sociale e morale davanti alla quale si trovano».

Le banlieue e l’eredità coloniale della Francia

Argomentazioni simili a quelle, sempre sul Monde, di Rachid Benzine, politologo e scrittore: «Di fronte all’aumento della povertà e della disperazione nei quartieri popolari, sono state sostanzialmente sviluppate, soprattutto a partire dal 2005 (data delle grandi sommosse nelle banlieue seguite alla morte accidentale di due adolescenti che fuggivano da un controllo di polizia – ndt), tecniche di mantenimento dell’ordine modellate più o meno su quelle americane o della polizia israeliana. Tecniche a volte efficaci per quel che riguarda un miglioramento dell’ordine pubblico, ma che hanno per effetto di accrescere le tensioni fra le forze di polizia e le popolazioni interessate, di distruggere ogni vera comunicazione fra di loro (…). La questione cruciale del rapporto tra l’istituzione di polizia e le popolazioni delle banlieue, per lo più provenienti dall’ex impero coloniale francese, è oggetto di una rimozione. Fino a quando non sarà affrontata in maniera radicale, non potremo sperare in un cambiamento positivo significativo. La Francia soffre della sua eredità coloniale. Nei fatti, l’uguaglianza fra i cittadini è lungi dall’essere una realtà, le popolazioni provenienti dall’ex impero sono ancora largamente stigmatizzate e viste con sospetto. Se non siamo capaci di mettere tutto questo sul tavolo e di discuterne insieme, le cose non faranno che peggiorare».

«Lo “sfogo” delle distruzioni delle notti scorse non ha nulla di legittimo e non può produrre giustizia. La risposta sta nella mobilitazione, nell’organizzazione e nella rappresentanza democratica, allo scopo di costruire attraverso la partecipazione politica delle istituzioni – la polizia come la giustizia o la scuola – “non umilianti”. Solo delle istituzioni riconosciute dai cittadini e che riconoscono i cittadini possono permettere di ricostruire la legittimità del monopolio della violenza di cui dovrebbe disporre lo Stato».

Le responsabilità del «sinistrismo culturale» in Francia

Tutt’altra musica sulla pagine del Figaro. Ultimo in ordine di tempo è intervenuto lo storico di origine ebraico-marocchina Georges Bensoussan, che nel 2002 aveva pubblicato sotto pseudonimo I territori perduti della Repubblica: antisemitismo, razzismo e sessismo in ambito scolastico, che raccoglieva le testimonianze di insegnanti e presidi delle scuole di banlieue.

«La negazione della realtà è largamente responsabile della situazione attuale, coltivata dalle classi dirigenti e nutrita di quel “sinistrismo culturale” che, in buona parte, domina i media del paese», dice in un’intervista del 3 luglio. «Qui si oppongono due sistemi di valori, e il sostrato socio-economico non spiega da solo questa situazione, come ci diceva già il sociologo Hugues Lagrange a proposito delle sommosse del 2005. A dispetto del discorso conformista che la vede come una nuova forma di razzismo, dobbiamo ricorrere anche all’antropologia culturale per comprendere i fondamenti di questa crisi. L’odio alimentato contro il paese di accoglienza nutre il risentimento e favorisce la negazione della legittimità dell’autorità. E lo psichiatra infantile Maurice Berger, che studia da trent’anni l’iperviolenza dei preadolescenti, ha notevolmente analizzato queste società che funzionano secondo il “codice dell’onore” e da cui provengono un gran numero di questi ragazzi pervasi da un sentimento di onnipotenza e di assenza di limiti. E la cui follia incontra quella di un mondo il cui consumismo senza limiti sembra essere la sola trascendenza».

lunedì 20 marzo 2023

ROCCELLA: 'LA MATERNITÀ SURROGATA È UN MERCATO DI BAMBINI'

Sui diritti civili ci si mette un attimo a diventare incivili. Ne sa qualcosa Lucia Annunziata, giornalista faziosissima e volto noto della tv di Stato, che ieri, è sbottata in diretta intervistando - ma sarebbe più corretto dire aggredendo - il ministro della famiglia e della pari opportunità Eugenia Roccella.

Nel suo intervento il ministro per la famiglia Eugenia Roccella sintetizza chiaramente l'inganno che si maschera dietro la cosiddetta trascrizione dei "figli di coppie omogenitoriali".


Punto primo: come vengono concepiti questi bambini

"Andrebbe spiegato meglio il concetto di maternità surrogata, che apre ad un mercato di bambini. Ci sono fiere internazionali, una l'hanno provata a fare anche a Milano, ma in Italia è vietata! E non solo la maternità surrogata, ma anche la sua propaganda. Una maternità surrogata costa circa 100mila euro e alle donne arrivano circa 15-20mila euro"

Punto secondo: perché questa pratica non è assimilabile ad una adozione

"Con l'adozione noi rimediamo ad un danno (quello di un bambino che non ha più un padre o una madre). Con la maternità surrogata invece ne programmiamo uno (cioè la privazione programmata del padre e della madre). Noi stiamo tornando indietro, non andando avanti, stiamo arrivando a forme di mercificazione e schiavitù del corpo femminile. Questo non è un fronte del progresso"

Punto terzo: in cosa consiste questa compravendita.

"Da una parte c'è chi compra gli ovociti, dai depliant, dai cataloghi, da donne belle, alte, di una determinata religione e con un altro quoziente intellettivo. Dall'altra invece ci sono le donne che prestano l'utero con caratteristiche molto diverse".

A fronte di una questione etica e sociale di rilievo, fa sorridere (amaramente) che le reazioni giornalistiche abbiano dato più spazio alle parole stizzite della giornalista Annunziata, la quale ha sbottato in diretta dicendo "e fatela questa legge, c***o!", anziché alla questione centrale della vicenda, che consiste nella deriva antropologica in cui siamo immersi.

C’è un modo di fare giornalismo smaccatamente partigiano, nel quale l'intervistato - se non è di sinistra - è un nemico da attaccare e non un semplice politico da interrogare. L'imprecazione sfuggita in diretta è anche la miglior radiografia dell'attuale stato di salute di una sinistra in crisi di nervi. Ma, soprattutto, smaschera un complesso di superiorità che impedisce il dialogo e contempla solo lo scontro.

La sinistra infatti, cappeggiata dalla nuova segretaria del PD Schlein, sta compiendo un vero e proprio condono etico sulla pelle dei bambini. Ormai non fa più scandalo che qualcuno, etero o omo che sia, decida di comprare un bambino all'estero, da catalogo, con pratiche chiaramente razziste, rendendo di fatto la vita umana oggetto di compravendita (una pratica, è bene ricordarlo, alla quale hanno fatto ricorso in tempi non sospetti anche esponenti politici della sinistra). 

Continua  a non scandalizzare anche l'analisi che la stampa italiana compie su queste vicende: da una parte esalta la nuova frontiera dei diritti radicali, come il diritto al figlio ad ogni costo, dall'altra  criminalizza chi vuole mettere al centro, oltre all'interesse del minore, anche a rimarcare il reato, visto che si tratta di pratiche vietate dal nostro ordinamento.

Resta dunque da chiedersi: come società stiamo aiutando a compiere una chiara analisi su queste vicende?

E come Chiesa stiamo educando le giovani generazioni a smascherare questo inganno antropologico? O siamo ormai conformati alla mentalità di questo tempo?



Riportiamo la notizia rilanciata dall'ANSA

https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2023/03/19/roccella-la-maternita-surrogata-e-un-mercato-di-bambini_4e32bc21-0801-4313-ae3f-42fbf48689bb.html

 

 

giovedì 14 ottobre 2021

I NUOVI PURITANI

 Il conformismo ideologico, creato dall’elite progressista americana giudica in modo rapido e spietato coloro il cui comportamento non si adatta velocemente alle nuove norme 

di ANNE APPLEBAUM

Nota: Anne Applebaum (ultimo suo libro "Il tramonto della democrazia"), è una giornalista conservatrice americana che vive in Polonia e che ha sposato Radosław Sikorski, già ministro della Difesa e degli Esteri per quasi dieci anni.

Anne Applebaum
La Applebaum sostiene che ci sia bisogno di una forte destra liberale, moderata. Una destra ‘centrale’ che rispetti la democrazia e le sue regole. Nei Paesi in cui questa destra moderata scompare, come avvenne nella Germania prima dell’ascesa di Adolf Hitler, viene a crearsi un vuoto, uno spazio politico, che viene occupato dalla destra radicale, sovranista e populista. È quello che sta accadendo In Polonia. E forse anche in Italia.

Il lungo e documentatissimo saggio della Applebaum (apparso sull’Atlantic) che pubblichiamo
descrive lo stigma sociale creato dell’élite progressista americana che schiaccia chi non si allinea al pensiero dominante. Applebaum critica con durezza quelli che lei chiama “i nuovi puritani”, coloro che nelle università, sui giornali, nelle aziende e sui social network giudicano ed escludono dal consesso civile chi non si piega alle loro imposizioni.

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“Non c'era molta distanza, a quei tempi, dalla porta della prigione alla piazza del mercato. Tuttavia, sulla base dell'esperienza del prigioniero, potrebbe essere considerato un viaggio di una certa lunghezza».

Così inizia la storia di Hester Prynne, raccontata nel romanzo più famoso di Nathaniel Hawthorne, La lettera scarlatta. Come sanno i lettori di questo classico testo americano, la storia inizia dopo che Hester dà alla luce un bambino fuori dal matrimonio e si rifiuta di nominare il padre. 

Di conseguenza, viene condannata a essere derisa da una folla beffarda, subendo "un'agonia da ogni passo di coloro che si accalcavano per vederla, come se il suo cuore fosse stato gettato nella strada affinché tutti potessero disprezzarlo e calpestarlo". 

Dopodiché, deve indossare una A  scarlatta—per adultero—inchiodato al suo vestito per il resto della sua vita. Alla periferia di Boston, vive in esilio. Nessuno socializzerà con lei, nemmeno quelli che hanno silenziosamente commesso peccati simili, tra cui il padre di suo figlio, il santo predicatore del villaggio. La lettera scarlatta ha "l'effetto di un incantesimo, che la porta fuori dai normali rapporti con l'umanità e la racchiude in una sfera a sé stante".

Abbiamo letto quella storia con una certa autocompiacimento: una storia così antiquata! Persino Hawthorne scherniva i puritani, con i loro "vestiti dai colori tristi e i cappelli grigi con la corona di campanili", il loro rigido conformismo, le loro menti ristrette e la loro ipocrisia. E oggi non siamo solo alla moda e moderni; viviamo in una terra governata dallo stato di diritto; disponiamo di procedure volte a prevenire l'irrogazione di punizioni inique. Le lettere scarlatte appartengono al passato.

Tranne, ovviamente, che non lo sono. Proprio qui in America, in questo momento, è possibile incontrare persone che hanno perso tutto - lavoro, soldi, amici, colleghi - dopo non aver violato nessuna legge, e a volte nemmeno le regole del posto di lavoro. 

Invece, hanno infranto (o sono accusati di aver infranto) codici sociali relativi a razza, sesso, comportamento personale o persino umorismo accettabile, che potrebbero non esistere cinque anni fa o forse cinque mesi fa. Alcuni hanno commesso errori di giudizio eclatanti. Alcuni non hanno fatto proprio niente. Non è sempre facile dirlo.

Eppure, nonostante la natura controversa di questi casi, è diventato facile e utile per alcune persone inserirli in narrazioni più ampie. I partigiani, soprattutto di destra, ora girano intorno alla frase cancel culture quando vogliono difendersi dalle critiche, per quanto legittime. Ma scava nella storia di chiunque sia stato una vera vittima della moderna giustizia mafiosa, e spesso non troverai un ovvio argomento tra le prospettive "woke" e "anti-woke", ma piuttosto incidenti che vengono interpretati, descritti o ricordati da diversi persone in modi diversi, anche lasciando da parte qualunque questione politica o intellettuale possa essere in gioco.

C'è un motivo se il giornalista scientifico Donald McNeil, dopo essere stato invitato a dimettersi dal New York Times ,

 ha avuto bisogno di 21.000 parole, pubblicate in quattro parti , per raccontare una serie di conversazioni avute con studenti delle scuole superiori in Perù, durante le quali potrebbe o meno aver detto qualcosa di offensivo dal punto di vista razziale, a seconda di quale resoconto trovi più persuasivo. 

C'è una ragione per cui Laura Kipnis, un'accademica della Northwestern, ha richiesto un intero libro, Unwanted Advances: Sexual Paranoia Comes to Campus , per raccontare le ripercussioni, anche su se stessa, di due accuse di molestie sessuali contro un uomo nella sua università; dopo aver fatto riferimento al caso in un articolo sulla "paranoia sessuale",gli studenti hanno chiesto che l'università indagasse anche su di lei. Una spiegazione completa delle sfumature personali, professionali e politiche in entrambi i casi richiedeva molto spazio.

C'è anche un motivo se Hawthorne ha dedicato un intero romanzo alle complesse motivazioni di Hester Prynne, il suo amante e suo marito. 


La sfumatura e l'ambiguità sono essenziali per una buona narrativa. Sono anche essenziali per lo stato di diritto: abbiamo tribunali, giurie, giudici e testimoni proprio in modo che lo stato possa sapere se un crimine è stato commesso prima di amministrare la punizione. Abbiamo una presunzione di innocenza per l'imputato. Abbiamo diritto all'autodifesa. Abbiamo un termine di prescrizione.

Al contrario, il moderno ambito pubblico online, luogo di rapide conclusioni, rigidi prismi ideologici e argomentazioni di 280 caratteri, non favorisce né sfumature né ambiguità. Eppure i valori di quella sfera online sono arrivati ​​a dominare molte istituzioni culturali americane: università, giornali, fondazioni, musei. Ascoltando le richieste pubbliche di una rapida punizione, a volte impongono l'equivalente di lettere scarlatte a vita a persone che non sono state accusate di nulla che assomigli lontanamente a un crimine. Invece dei tribunali, usano burocrazie segrete. Invece di ascoltare prove e testimoni, emettono giudizi a porte chiuse.

È da tempo che cerco di capire queste storie, sia perché credo che il principio del giusto processo sia alla base della democrazia liberale, sia perché mi ricordano altri tempi e luoghi. Dieci anni fa ho scritto un libro sulla sovietizzazione dell'Europa centrale negli anni '40, e scoprì che gran parte del conformismo politico del primo periodo comunista era il risultato non della violenza o della coercizione statale diretta, ma piuttosto di un'intensa pressione dei colleghi o dei pari. Anche senza un chiaro rischio per la propria vita, le persone si sentivano obbligate, non solo per motivi di carriera, ma anche per i loro figli, i loro amici, il loro coniuge, a ripetere slogan a cui non credevano, o a compiere atti di pubblico omaggio a un partito politico che privatamente disprezzavano. 

martedì 22 giugno 2021

ESSERE COME TUTTI

MATTIA FELTRI

Se fossi un calciatore della Nazionale, domenica probabilmente non mi sarei inginocchiato e ora passerei un sacco di guai. Dico probabilmente perché forse avrei ceduto alla viltà e per risparmiarmeli, i guai, mi sarei inginocchiato come i più.

Infatti i nostri rimasti in piedi devono ora rispondere dell'accusa di razzismo perché se ti inginocchi a mimare l’assassinio di George Floyd  sei buono e antirazzista, ma se non lo fai sei razzista e cattivo.

Come tutte le cose che non costano niente, inginocchiarsi non fa danno, specialmente a sé: è una facilissima autodichiarazione di irreprensibilità. Questo umiliante manicheismo di stampo liceale - ma senza lo slancio genuino dei quindicenni - nella vita interconnessa è diventato particolarmente invasívo e ricattatorio, ma è una via di fuga antica.

In un suo bel libro (Il desiderio di essere come tutti), Francesco Piccolo raccontava della mania degli appelli: vuoi firmare un appello contro i bambini che muoiono in mare? Vuoi firmare un appello contro la violenza sulle donne? Vuoi firmare un appello contro la guerra e a favore della pace? Ne segue sempre uno scialo d’inchiostro, perché è molto brutto che i bambini muoiano in mare, o le donne siano violentate, o addirittura che la pace non abbia ancora trionfato, e se non firmi è perché sei fascista.

Un gesto, una firma, un click, è quanto basta per mettersi a posto la coscienza e schierarsi dalla parte giusta del mondo, e per puntare il dito con l’infallibilítà di un mirino sulla parte cattiva. Senza nemmeno doversi alzare dal divano.

 E questo mi sembra puro fascismo all'italiana.

tratto da La Stampa

giovedì 28 gennaio 2021

DIO CI SALVI DALLA DITTATURA ETICA

 

IL RAZZISMO ETICO E' PIU' SUBDOLO DEL RAZZISMO ETNICO

dal blog di Marcello Veneziani 

Twitter censura Trump

“Vaccinarsi è un dovere etico” ha tuonato Papa Bergoglio. Il piano pandemico del ministero della sanità, in bozza, decreta: “i principi di etica possono consentire di allocare risorse scarse in modo da fornire trattamenti necessari preferenzialmente a quei pazienti che hanno maggiori probabilità di trarne beneficio”

Traduci: con l’etica scegliamo chi salvare e chi no. L’etica prelude all’eugenetica. Ma il presidente del comitato di bioetica Lorenzo D’Avack condanna questa cernita. All’etica si appella sia chi dice di vaccinare prima i vecchi, sia chi dice di vaccinare prima i giovani. È ancora l’etica il freno d’emergenza che colpisce come una mannaia e una censura il mondo politically uncorrect, da Trump al filosofo Alain Fienkelkraut, fino ai sovranisti di casa nostra. Le leggi speciali, le commissioni di vigilanza, i tutori e i censori social che si abbattono come una scure su chi la pensa in modo difforme, si appellano all’etica. L’etica, l’unico Assoluto in vigore. Rischiamo la dittatura globale dell’etica; i suoi depositari non hanno alcuna legittimazione dall’alto o dal basso, religiosa o popolare, sono solo oligarchi

Tramonta la religione, sparisce la morale, fu sepolta l’ideologia, si modifica la natura e scompare il diritto naturale, si cancellano memorie storiche, tradizioni, principi e valori. Nel mondo globale, dominato dalla tecnologia e dall’economia, di tutta quella moria c’è solo un erede universale: l’etica, appunto. Se perfino un papa non si appella a valori religiosi e morali ma etici, se perfino la sanità non si appella a criteri medici ma etici, se la politica non affronta gli avversari sul terreno del confronto politico ma li squalifica sul terreno etico, e se perfino i colossi privati del web usano l’etica come alibi per censurare e favorire chi vogliono, vuol dire davvero che l’etica è diventata la nuova sovrana e giustiziera del pianeta. L’etica applicata agli algoritmi è devastante e dispotica.

Ma guai a parlare di Stato etico, quello no, è fascismo: ma l’etica che interviene dappertutto, che decide, discrimina, punisce, censura che cos’è se non la sua applicazione urbi et orbi?

Il richiamo costante alla bioetica, all’etica degli affari, all’etica delle professioni, ai codici etici, segna il dominio di questo principio indeterminato; chi la decide, chi prescrive e proscrive ciò che va fatto, detto e pensato? Non una tradizione né un’esperienza storica consolidata, non una religione e un Dio né un dovere patriottico; ma a stabilirla e a decidere, è una casta, un’oligarchia che decide ciò che è etico e ciò che non lo è. Sono i tutori dello Spirito del Tempo, i virtuosi custodi dell’eticamente corretto; sono loro a stabilire il perimetro e poi a decidere chi è dentro e chi è fuori. Per questo anni fa parlai di un nuovo razzismo che sorveglia la società e la controlla come una cupola, dividendola in due razze diverse, una dannata e l’altra dominante: è il razzismo etico, più subdolo e invasivo del razzismo etnico. Anche la giustizia è in mano ai pasdaran dell’etica: sentenze, divieti, condanne e assoluzioni sono decise dai talebani dell’etica, processando parole e intenzioni prima che delitti e reati. L’etica fornisce ai suoi utenti pregiudizi indiscutibili.

Eppure l’etica che avevamo conosciuto negli studi classici, l’etica da Aristotele a Spinoza, a Hegel, era una dimensione culturale, civile, educativa fondamentale. Ma assunta a regina solitaria dal mondo, dopo aver fatto fuori religione e morale, tradizione e diritto naturale, storia e idee, somministrata e decisa da un nucleo inespugnabile e autoproclamato di custodi, diventa inquietante. E può generare una spirale di intolleranze destinata a sfociare nella violenza, nella rivolta e nella prova di forza. Se non si può discutere e dissentire, subentra la prova muscolare… Una deriva pericolosa.

Ci può portare ovunque, anche alla liquidazione dell’umanità, perfino all’avvento del transumanesimo, a un sistema di controllo totalitario, di sorveglianza etica invasiva… È curioso che imprese private come i giganti del web escano dalla neutralità di mezzi di comunicazione e nel nome dell’etica decidano selezioni, esclusioni e censure etiche, al di sopra degli stati e delle leggi.

Come si è visto con TwitterFacebookGoogleYouTubeParler, ecc. Un inquietante scenario che si aggrava se si aggiungono forme sempre più penetranti di controllo e schedatura degli utenti (ora esplode il caso WhatsApp e l’esodo verso Signal e Telegram).

L’etica è l’alibi di questo controllo globale, e a differenza della politica, è al riparo dal consenso e dal dissenso, impermeabile al voto; è perentoria, assoluta benché arbitraria.

Può essere etico il diritto alla vita come il diritto opposto a sottrarsi alla vita, con l’eutanasia, o il suicidio assistito, nel nome della dignità della vita.

Può essere etico lasciare che le donne decidano la loro maternità o che si tuteli in primis la vita del nascituro.

Può essere etico tutelare prima i più fragili, gli anziani, e può essere etico al contrario dare priorità ai più giovani.

L’etica non è una pianta che nasce nella testa di qualcuno, medico, magistrato, ceo, politico o intellettuale, ma rimanda a un terreno precedente, e controverso, fatto di valori, esperienze, religioni, culture, popoli, tradizioni. Temperato dall’esercizio democratico del voto. 

L’etica non può ergersi a giudice assoluto della vita e della sorte, dei rapporti sociali e delle scelte pubbliche e politiche, ma deve far parte di un politeismo di principi, riferimenti e priorità. L’etica non può esistere senza passione di verità e ricerca della verità. Fermate l’etica che vuol farsi sovrana.

 

lunedì 18 gennaio 2021

L’ITALO-COMUNISMO NACQUE CENT’ANNI FA E NON È MORTO

Cent’anni fa di questi giorni, nasceva dal sangue il partito comunista d’Italia. Nasceva dal sangue della rivoluzione bolscevica in Russia, con milioni di vittime. E nasceva dal biennio rosso sangue in Italia, tra rivolte e violenze, anche contro i reduci della guerra mondiale. Erano le “prove tecniche” di rivoluzione, da importare in Italia sull’esempio russo.


(…) Il congresso di Livorno nel gennaio del ’21 sancì la nascita del Pcd’I. I comunisti, rispetto ai socialisti, ritenevano possibile e necessario un salto radicale, la rottura col capitalismo, l’occidente, la borghesia, gli agrari, e dunque col riformismo. Prendeva corpo il mito dell’ordine nuovo, dell’uomo nuovo, del mondo nuovo. Il comunismo era promessa di redenzione. E tuttavia la storia del comunismo fu storia di tradimenti, compromessi ed epurazioni. (…) Il Pci finì trent’anni fa, nel ’91, mentre finivano l’Urss e il Pcus, non prima.

Al comunismo si riconosce il beneficio delle buone intenzioni: i suoi massacri erano ispirati da valori umanitari e pacifisti. Ma più che una giustificazione o un’attenuante è un’aggravante: sterminare per il bene dell’umanità futura è aberrante. Ora si celebrano i cent’anni dell’italocomunismo separandolo dagli orrori del comunismo-regime in ogni luogo del mondo, dimenticando i finanziamenti sovietici, il servilismo verso Mosca e l’appoggio alle peggiori invasioni e la complicità/omertà sugli orrori.

Sopravvivono del vecchio Pci tre miti su tutti: Gramsci, la lotta partigiana e Berlinguer. Gramsci fu un lucido pensatore e pagò per le sue idee ma teorizzò in carcere un sistema più totalitario e liberticida di quello che lo aveva messo in prigione. E quando teorizzò una via nazionale al comunismo lo fece attenendosi alla lezione di Lenin sulla duttilità strategica per conquistare il potere.

I partigiani comunisti non miravano a instaurare la libertà e la democrazia ma la dittatura del proletariato sul modello di quella stalinista. E Berlinguer fu santificato perché ebbe “la fortuna”, come Gramsci, di non andare mai al potere. Lo strappo da Mosca fu faticoso e tardivo; e fu compiuto solo quando l’Urss era una gerontocrazia di burosauri, ormai in declino. “I comunisti che non andarono al potere meritano rispetto”, lo dice pure il “reazionario” Gomez Dàvila. Si deve rispetto ai comunisti i buona fede e a coloro che scontarono la loro idea sulla propria pelle e non su quella altrui. Ma lo stesso criterio vale per tutti, fascisti inclusi.

Caduto il comunismo, i suoi esuli abbracciarono il capitale e l’occidente. Sostituirono l’anticapitalismo e l’antiborghesia con l’antifascismo e l’antirazzismo, l’internazionalismo operaio con la globalizzazione, la difesa dei proletari con la difesa di gay, migranti e femministe. Il Pci mutò in partito radicale di massa, a guardia del politically correct e dell’establishment mondiale.

Cosa è vivo oggi del comunismo? La sua mentalità.

La sinistra dem, liberal e radical ha ereditato dal Pci la presunzione di diversità e superiorità; la pretesa di giudicare il mondo senza essere giudicati; il razzismo etico, forma aberrante di suprematismo; l’egemonia della casta, l’Intellettuale Collettivo che decreta i valori e i disvalori della società.

L’ideologia si è fatta etica e biopolitica. PC è ora la sigla di Politically Correct. Quel codice, derivato dal comunismo e dal giacobinismo, trasformò la sinistra in partito delle classi agiate, del potere global e degli apparati, degli intellettuali e dei magistrati.

Il comunismo reale è stato rimosso come se mai si fosse realizzato, attribuendo ogni nefandezza alle sue degenerazioni come lo stalinismo, concepita come bad company su cui scaricare le negatività. A differenza del nazismo e del fascismo si parla del comunismo come di un evento archeologico. Poi ti affacci, vedi la Cina che dilaga nel mondo e da noi la sinistra che comanda anche quando perde alle elezioni e capisci che non stai parlando di preistoria e dinosauri…

MARCELLO VENEZIANI, La Verità 17 gennaio 2021