Visualizzazione post con etichetta BARONCINI FABIO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta BARONCINI FABIO. Mostra tutti i post

martedì 2 febbraio 2021

ANDAR PER LA VITA COSÌ COME SI VA PER MONTI.

 Un grande amico ci ha lasciato sul tramonto dell’anno passato, si chiamava Fabio Baroncini e, come scrive Giancarlo Cesana su Tempi, «non era un prete famoso, ma il primo soldato che don Luigi Giussani ricordava del suo “esercito”». Lui, questa vicenda del tempo la sapeva bene.

FABIO BARONCINI E ANGELO SCOLA

Era un gran montanaro Baroncini e, come ogni buona guida, ha saputo “dettare il passo” a generazioni e generazioni di giovani, mai scandalizzandosi dei limiti di nessuno, ma sempre spronando chiunque a sopportare la fatica, a guardare la cima, a “tenere il ritmo”.

Ecco un messaggio che scrisse in occasione di una serata il 25 maggio 2019 a Lecco.

Diceva così:

«Vivere la montagna educa l’uomo a guardare il reale per quello che è: a volte duro, tremendo, altre volte meraviglioso. Essa non cela la sua bellezza, ma neppure fa sconti alla fatica: d’altra parte, sconti non possono essere concessi. All’uomo che vi si impegna, essa svela tutto il valore della realtà e della sua variegata composizione e diventa perciò oggetto di stupita contemplazione.

Il dono che si riceve vivendo pienamente e umilmente la montagna è la consapevolezza di quanto la nostra sia una semplice presenza a qualcosa di più grande, e ci libera così dalla sicumera di volerle imporre i nostri schemi. Andare per monti permette quindi di sperimentare e di accrescere le proprie capacità di affrontare in modo adeguato le varie difficoltà della vita (paura compresa) e parallelamente la disposizione a coglierne la bellezza.

Giunti in cima alla vetta la soddisfazione merita una festa: l’importante è che, scendendo, con l’acquietarsi del desiderio, non si cada nel tranello di veder esaurita la ricerca prima ancora di avercela fatta. La maturità aiuta a dare la misura giusta al tempo.

La scelta dei compagni coi quali andar per monti è fondamentale: io vado con chi sa andare come me e che, fraternamente, mi sa anche aiutare quando sono in difficoltà».

Dunque il nostro augurio per l’anno che comincia non ha nulla a che spartire con le previsioni degli astrologi o quelle degli economisti, dei virologi o dei vari venditori di almanacchi che si presentano in tv o sulle prima pagine dei giornali. 

Il nostro augurio è di non attardarsi mentre si cammina, di scegliere con magnanimità i compagni, di saper ben giudicare sia il «tremendo» sia il «meraviglioso». Che don Fabio ci detti il passo, come sempre.

Tratto da Tempi, Gennaio 2021

 

mercoledì 31 agosto 2016

DON FABIO BARONCINI, GIUSSANI E CL



Tra i primi a seguire don Luigi Giussani, per 40 anni gli è stato a fianco nella guida di Comunione e Liberazione. Ora, appena celebrati i 50 anni di sacerdozio, in questa intervista don Fabio Baroncini racconta la sua vocazione («la testimonianza che Dio è fedele») e il suo incontro con don Giussani («la scoperta che Cristo è la salvezza per ogni uomo»). E lascia un compito: «Resistere, resistere....»

La lunga vita sacerdotale? «È vedere realizzata la promessa di Dio». Don Giussani? «Per me ha significato scoprire che Gesù Cristo è la salvezza per tutti gli uomini, scoprire l’orgoglio di essere cristiani». Comunione e Liberazione? «Non ha ancora realizzato la genialità di Giussani». A parlare così è don Fabio Baroncini, che del movimento fondato dal servo di Dio don Luigi Giussani non è soltanto uno della prima ora, ma è stato parte del ristretto gruppo di amici che per 40 anni ha condiviso con Giussani la responsabilità del movimento. 
Don Fabio Baroncini e Lidia Giussani

Lo incontro in un caldo pomeriggio di fine luglio nella canonica della sua parrocchia di San Martino a Niguarda, un paesino inglobato nella città di Milano, a due passi dal famoso Ospedale Maggiore Ca’ Granda. A 74 anni, e dopo 30 anni da parroco in questa chiesa, tra pochi giorni lascerà questa casa parrocchiale perché si è dovuto dimettere per motivi di salute e si trasferirà in un nuovo appartamento. Incontrandolo oggi, in questo uomo alto e magro, reso curvo e fragile dalla malattia, che cammina con difficoltà e parla con un filo di voce, apparentemente è difficile riconoscere quel prete “montanaro” che con agilità fuori dal comune guidava i suoi ragazzi su tutte le montagne delle Alpi – anche in escursioni notturne – per fare apprezzare il gusto della bellezza del Creato. Eppure, proprio in questa fragilità risalta ancora di più un’energia che non viene dall’uomo, quello spirito indomito e quella urgenza di rendere presente a tutti il fatto cristiano che ancora oggi, a dispetto della debolezza fisica, lo vede girare instancabilmente per tante famiglie, gruppi, comunità di giovani e vecchi di Cl, per rendere presente il carisma di don Giussani. Don Fabio Baroncini ha appena celebrato i 50 anni di sacerdozio: venti anni passati da coadiutore a Varese, dove è stato l’anima di una delle comunità più numerose e vivaci di Cl e che per l’occasione gli ha dedicato una grande festa, e poi trenta da parroco a Milano.

Don Baroncini, come sintetizzerebbe questi 50 anni di vita sacerdotale?
Sono la testimonianza della fedeltà di Dio al compito che ci dà, alla vocazione cui ci chiama. Arrivato a 50 anni della mia ordinazione sacerdotale vedo oggi che il Signore è stato fedele. All’inizio ho dovuto rischiare sulla speranza, cioè sulla certezza che il futuro mi avrebbe restituito quello che io desideravo, quando tutto apparentemente sembrava dire il contrario. Oggi, dopo 50 anni di vita sacerdotale, dico che questa fedeltà di Dio l’ho verificata.

Come si concretizza questa fedeltà? In cosa consiste questa promessa realizzata?Consiste nel fatto che la mia vita così com’è, con le sue banalità quotidiane, può essere un’offerta a Dio attraverso la quale tanta gente, mi pare di poter dire, abbia creduto in Gesù Cristo. 

In 50 anni di sacerdozio sono sicuramente tanti i fatti e le suggestioni che varrebbe la pena fossero raccontati. Ma quale aspetto in particolare l’ha colpita?
Mi ha sempre colpito la stima di cui sono stato circondato come prete, da tanta brava gente. Ricordo che quando sono diventato parroco qui a Niguarda, andai a parlare con monsignor Ferrari, che era vicario generale di Milano. E lui mi disse: “Guarda, a Niguarda troverai tanta brava gente, che ti darà quello che potrà. E infatti a Niguarda la cosa che mi ha stupito in questi tempi recenti è di quanto la gente voglia bene ai suoi preti.