Visualizzazione post con etichetta RICOLFI. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta RICOLFI. Mostra tutti i post

lunedì 5 febbraio 2024

TRATTORI E SINISTRA IN EUROPA

 TRATTORI E SINISTRA IN EUROPA

La protesta degli agricoltori che infuria in Europa non è del tutto nuova. Almeno superficialmente, si potrebbero indicare due precedenti: il movimento dei “forconi”, che tra alterne vicende serpeggiò in Italia fra il 2011 e il 2013, e il movimento dei gilet gialli, che paralizzò la Francia dalla fine del 2018 ai primi mesi del 2019. Queste analogie, tuttavia, non devono trarci in inganno.

Trattori alla porta di Brandeburgo a Berlino

Il movimento di oggi è diverso, molto diverso da quelli di allora. La prima differenza che balza agli occhi è il carattere transnazionale della protesta odierna, partita da Olanda e Belgio ma rapidamente propagatasi ai principali paesi europei, fra cui Francia, Italia, Polonia, Spagna, Romania. La seconda differenza è che ora, al centro delle contestazioni, ci sono le politiche europee in materia di ambiente (il cosiddetto green deal), con le loro ripercussioni sulla PAC, la politica agricola comune. La terza differenza è che il movimento dei trattori si espande e si rafforza man mano che ci avviciniamo alla data delle europee.

La ragione è semplice: oggi il cuore della protesta non sono le scelte specifiche dei governi nazionali, ma è l’orientamento complessivo della politica europea non solo in materia agricola, ma – più in generale – in tutte le materie sulle quali le scelte pro-ambiente della Commissione Europea mettono a repentaglio redditi, posti di lavoro, aziende, valore degli immobili.

È il caso, per fare solo i due esempi più macroscopici, delle direttive in materia di motori termici (che comporteranno il deprezzamento del parco veicoli attualmente circolanti), e delle direttive in materia di abitazioni (che costringeranno i proprietari a scegliere fra costosi efficientamenti energetici e ingenti perdite di valore degli immobili posseduti).Cosa che inoltre colpisce indiscriminatamente tutti i cittadini.

È difficile prevedere come tutto ciò potrà influenzare il voto europeo di giugno. Quel che però, fin da ora, è abbastanza evidente, è che questa protesta impatta in modo asimmetrico sulla destra e sulla sinistra. I socialisti, da sempre in sintonia con gli orientamenti dirigisti della Commissione, rischiano di perdere ulteriori consensi tra i ceti popolari. Specularmente, le forze di destra (Riformisti Conservatori e Identità e Democrazia) hanno l’opportunità – ma forse si dovrebbe dire: un’opportunità unica – di consolidare il proprio consenso fra i ceti popolari, finora alimentato soprattutto dalle preoccupazioni in materia di criminalità e immigrazione.

È uno sbocco inevitabile?

Se i principali partiti europei di sinistra sono compattamente schierati pro-immigrazione e pro-transizione ecologica, secondo l’ortodossia finora prevalente a Bruxelles, sono destinati a rafforzare il trend che, ormai da diversi decenni, ha fatto della sinistra la rappresentante privilegiata dei ceti medi e benestanti. E, specularmente, a perfezionare la migrazione dei ceti popolari sotto le ali dei partiti di destra, più o meno estrema.

Dove invece la sinistra prova a essere recettiva delle inquietudini popolari, come in Francia, in Danimarca, in Germania, e fuori dell’Ue nel Regno Unito, i giochi sono più aperti.

E in Italia?

In Italia, a sinistra, non muove foglia che Schlein non voglia. La nuova segretaria del Pd appare ben decisa a perseverare sui pilastri ideologici della linea seguita fin qui: diritti LGBT, migranti, transizione green. Una formula perfetta per fare il pieno di voti dei ceti medi urbani, istruiti e riflessivi. Lasciando ai Cinque Stelle, ma soprattutto alle destre, di raccogliere il voto dei colletti blu, delle periferie, delle campagne. Un mondo di cui i trattori stanno diventando il simbolo.

Da un intervento di Luca Ricolfi su FondazioneHume.it

 

 

giovedì 23 novembre 2023

PATRIARCATO? – ALLE RADICI DEI FEMMINICIDI

 DI LUCA RICOLFI

Luca Ricolfi

Esaurite le lacrime e le indignazioni, chiuso il ciclo degli innumerevoli esercizi retorici che hanno provato a dire il nostro sgomento, sarà il caso – prima o poi – di riflettere anche sui dati che descrivono la violenza sulle donne. Non ce ne sono abbastanza per formulare una diagnosi inattaccabile, ma quei pochi che ci sono bastano a sollevare interrogativi importanti.

Il dato più importante, ben noto agli studiosi da quasi un decennio, è il cosiddetto “paradosso nordico”: come mai i tassi di violenza sulle donne più alti si riscontrano nei paesi considerati più civili, o addirittura in quelli più avanzati in materia di parità di genere?

Non tutti lo sanno, ma nei civilissimi paesi scandinavi, in Germania, in Francia, nel Regno Unito, le donne rischiano la vita più che in Italia. In Europa solo Irlanda e Lussemburgo hanno tassi di uccisione delle donne minori che in Italia. E se allarghiamo lo sguardo alle società avanzate non europee, solo in Giappone le cose vanno meglio che in Italia: paesi come Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Israele, Corea del Sud hanno tutti tassi di uccisione maggiori di quelli italiani. Come mai?

Qualcuno ipotizza che alla base possa esservi un maggiore consumo di alcol. Altri che il problema possa essere la presenza di immigrati, o di stranieri di fede islamica. Ma i dati non sembrano facilmente conciliabili con queste ipotesi. Se vogliamo capire, dobbiamo cercare altrove.

Questo altrove potrebbe essere la sopravvivenza del patriarcato, come si sente affermare ogni volta che una donna viene uccisa da un partner possessivo. Certo. Ma sfortunatamente, anche questa ipotesi è difficilmente conciliabile con i dati. Qualcuno può plausibilmente sostenere che i paesi scandinavi siano società patriarcali? O che lo sia il Regno Unito? O il civilissimo e ultra-avanzato Canada?

Del resto è il caso stesso dell’Italia a mettere in dubbio la teoria del patriarcato. Diversi dati, dagli stupri ai femminicidi, suggeriscono che la violenza sulle donne sia maggiore nel Centro-nord che nel Sud. Se ne deve dedurre che il patriarcato è in via di estinzione nelle regioni del Mezzogiorno, mentre prospera in quelle centro-settentrionali?

Quando si è affezionati a una teoria, si trova sempre un modo di salvarla, anche contro le evidenze empiriche. Il caso della teoria del patriarcato non sfugge alla regola. Quando si è scoperto che gli stupri dilagavano in Svezia, qualcuno ha provato a spiegare le cose così: proprio il fatto di avere reso il paese molto più civile con riforme dall’alto precoci ha provocato la reazione degli uomini, che non erano pronti ad accettare tanta libertà per le donne. Di qui una sorta di contraccolpo (backlash): la violenza sulle donne sarebbe una sorta di reazione del maschio, spiazzato dalla libertà e intraprendenza femminile dopo le riforme illuminate degli anni ’70 e ’80.

Se si accetta questa lettura, si dovrebbe anche ipotizzare una straordinaria lentezza del maschio del Nord: possibile che cinquant’anni non gli siano bastati per assorbire lo shock della liberazione della donna? Mah…

Eppure esiste anche una spiegazione più semplice, per quanto più difficile da accettare. Una delle radici della violenza sulle donne nelle realtà più avanzate potrebbe essere proprio il loro essere avanzate. Quando si parla del grado di civiltà raggiunto da un sistema sociale, infatti, troppo sovente si dimentica che l’aspetto centrale delle società avanzate è la cultura dei diritti. E la cultura dei diritti è una cosa meravigliosa, ma ha anche effetti collaterali perversi. Ad esempio: l’educazione è permissiva, i genitori iper-proteggono i figli, gli insegnanti si colpevolizzano per gli insuccessi dei ragazzi. Sicché una parte di questi ultimi si convince di avere un fascio di diritti fondamentali, o quasi naturali: successo formativo, abitazione, consumi, status, divertimento, sesso. Naturalmente, succedeva anche prima che si desiderassero tutte queste cose. Ma non erano considerate diritti, bensì conquistepossibili, spesso costose in termini di sforzi, e sempre esposte al rischio di fallimento.

In breve, e detto brutalmente: nelle società “arretrate” i giovani sanno (e accettano) di poter fallire, in quelle avanzate non sono preparati all’eventualità. E il momento più critico è proprio quello della ricerca del partner sentimentale, perché quella è la prima sfida in cui i genitori – per quanto ricchi, potenti, dotati di conoscenze – non possono intervenire, né supplire alle inadeguatezze di un figlio. Per diversi ragazzi, quello di essere rifiutati dalla donna che desiderano può essere il primo vero trauma della loro vita, proprio perché è il primo scacco in cui la rete di protezione familiare è fuori gioco.

Da questo punto di vista, non stupisce che negli Stati Uniti – dove l’iper-protezione dei giovani da parte di genitori, insegnanti, istituzioni culturali ha assunto tratti grotteschi e dimensioni patologiche – per una donna il rischio di essere uccisa sia 7 volte quello dell’Italia.

Così come non stupisce l’inquietante sincronismo con cui, negli ultimissimi anni, sono aumentati sia il numero di donne uccise (quasi + 20% fra l’era pre-Covid e oggi) sia il numero di denunce e arresti di minorenni per omicidi, violenze sessuali, lesioni, percosse, danneggiamenti, risse, rapine in strada, minacce, solo per citare alcuni esempi da un recente rapporto della Polizia criminale.

La mia è solo un’ipotesi, naturalmente, ma non mi sento di escludere che, sotto questi repentini cambiamenti, non vi sia solo un deficit di consapevolezza dei diritti e del valore delle donne (un guaio cui la scuola può tentare di porre rimedio), ma una degenerazione della cultura dei diritti, che ha reso tanti maschi del tutto incapaci di fare i conti con il rischio di fallire.

Tratto dal sito Fondazione Hume

i grafici sono tratti dal sito Openpolis 

https://www.openpolis.it/esercizi/femminicidio/


martedì 25 aprile 2023

IL 25 APRILE LUCA RICOLFI: "PERCHÉ TEMO DI PIÙ GLI ANTIFASCISTI ESTREMI"

  

INTERVISTA A LIBERO APRILE 2023

Professore, siamo alla vigilia dell’ennesimo 25 aprile divisivo?
«Temo di sì, anche se ritengo probabile che le “sgrammaticature” arriveranno più dagli antifascisti radicali che dai rappresentati del governo. L’infortunio di La Russa, almeno a una cosa dovrebbe essere servito: d’ora in poi tutti conteranno fino a 10 prima di proferire verbo. O almeno così si spera».

I nostri padri costituenti avevano previsto che i gerarchi fascisti potessero candidarsi in Parlamento fin dagli anni ’50. Pur avendo vissuto la guerra civile erano meno antifascisti dell’attuale sinistra?
«Credo che il punto sia un altro. I padri costituenti sapevano perfettamente che l’essere stati fascisti non era la colpa di una minoranza ma il dramma di una nazione. Questo non poteva che attenuare la colpa di essere stati fascisti, anche nei confronti di chi – come i gerarchi – aveva avuto maggiori responsabilità nelle nefandezze del regime».

Non si dimentica troppo spesso che la nostra Costituzione è democratica oltre antifascista, visto che i due termini non sempre coincidono?
«L’antifascismo non è una categoria politica universale, la democrazia sì. In questo senso quel che c’è di duraturo nella Costituzione è la democrazia, non l’antifascismo.
Il problema, semmai, è che l’Italia Repubblicana non è mai stata una democrazia piena, perché c’è sempre stata una parte delegittimata o non titolata a governare. Nella prima Repubblica i comunisti e i nostalgici del fascismo, negli anni di Mani pulite gli impresentabili del Pentapartito, nella seconda Repubblica prima la destra berlusconiana, ora la destra di Giorgia Meloni. E infatti, se ci facciamo caso,
la storia del nostro sistema politico è una storia ininterrotta di esami cui una parte politica sottopone l’altra. Il PCI di Berlinguer doveva mostrare la sua indipendenza da Mosca, Berlusconi risolvere il conflitto di interessi, Giorgia Meloni ripetere in ogni occasione la condanna del fascismo. Sotto questo profilo, non siamo ancora una democrazia compiuta (un problema che condividiamo con la Francia, dove da decenni vige la conventio ad excludendum verso un partito di grande seguito elettorale, il Front National dei Le Pen, padre e figlia)».

La pacificazione nazionale fu in realtà una scusa per tutti per nascondere la polvere sotto il tappeto?
«Pacificazione fino a un certo punto, a giudicare da quel che accadde nei primissimi anni del dopoguerra, non solo nel “triangolo della morte”: un pezzo di storia affiorato all’attenzione dell’opinione pubblica solo mezzo secolo dopo, con la trilogia di Giampaolo Pansa (Il sangue dei vinti, Sconosciuto 1945, La grande bugia). Né possiamo dimenticare che pure le vicende delle Foibe e dell’esodo giuliano-dalmata hanno dovuto attendere circa mezzo secolo per essere ammessi nella memoria collettiva e nel racconto ufficiale. In breve: la pacificazione nazionale ha sempre avuto un lato inquietante, di ablazione di porzioni della nostra storia».

Il terrorismo rosso degli anni ’70 e ’80 in realtà non fu anti-fascista ma anti-sistema: oggi sarebbe anti-fascista?
«Non lo so, però la tentazione di usare l’antifascismo come bandiera di qualsiasi battaglia politica non è mai stata forte come oggi. Forse anche per una mancanza di fantasia: mi colpisce sempre molto il fatto che, 77 anni dopo la caduta del fascismo, e 55 anni dopo il ’68,
non si riescano a inventare slogan un po’ più attuali».


Quando e perché si è rotto il clima di pacificazione nazionale e siamo ripiombati in una guerra civile a bassa intensità giocata sui media?
«Ci sono stati due grandi momenti di cesura: il 28 marzo 1994, quando l’immorale Silvio Berlusconi vince le elezioni, e il 25 settembre 2023 quando tocca alla fascista Giorgia Meloni conquistare Palazzo Chigi. Sul perché si sia rotto il clima di pacificazione io ho una mia idea, che forse non dovrei tirare fuori davanti a un giornalista: secondo me, una parte dei nostri guai derivano dalla faziosità della stampa, e più in generale dei media, che si è grandemente accentuata nella seconda Repubblica. Gli scambi di opinioni fra comuni cittadini sono molto più civili e tolleranti degli scontri cui i medesimi cittadini sono costretti ad assistere sui media. E il grave è che il trend è in peggioramento: gli spazi in cui discutere in modo informato e rispettoso si sono prosciugati quasi completamente».

La sinistra moderna, anzi l’Italia tutta, è vittima del mito del fascismo eterno concettualizzato da Umberto Eco?
«No, la gente normale è immune. Anzi, direi che è normale precisamente chi è immune da quel mito.
Il testo di Eco sul “fascismo eterno”, un discorso pronunciato negli Stati Uniti il 25 aprile del 1995, è probabilmente il più ideologico (e quindi il meno lucido) fra i suoi interventi pubblici. In quel testo Eco elencava 14 indizi di fascismo primario (o Ur-Fascismo), dal tradizionalismo al complottismo, dal pacifismo alla “paura per la differenza”, dal sincretismo all’irrazionalismo, dal populismo all’uso di una lingua semplificata, che sarebbero ancora presenti fra noi, e che sarebbe nostro preciso dovere scoprire e smascherare “ogni giorno, in ogni parte del mondo”. Credo che ben pochi abbiano mai letto e preso sul serio la lista di Eco, ma l’attitudine a vedere ovunque tracce di fascismo ha attecchito eccome».

L’estensione del concetto di fascismo ormai ha raggiunto un’ampiezza tale che è fascista tutto quello che la sinistra radicale non ritiene conforme al proprio pensiero?
«Non so se sia solo la sinistra radicale ad abusare del termine fascista. C’è anche la sciatteria di pensiero, l’incompetenza lessicale, o più semplicemente ci sono i tic del linguaggio, l’abuso di aggettivi e sostantivi. Come mai per dire che qualcosa è molto cresciuto diciamo che lo ha fatto in modo “esponenziale”? Come mai improvvisamente tutto quel che viene pubblicizzato deve essere “sostenibile”? Per molti l’aggettivo fascista è un passepartout, sinonimo di cattivo, riprovevole, inaccettabile. Viene usato come arma contundente per etichettare tutto ciò che non piace, anche quando con il fascismo ha poco o nulla a che fare».

È questo che impedisce a chi non è di sinistra di dirsi anti-fascista, il fatto di aver sostituito l’eterna diatriba italica tra guelfi e ghibellini con quella anti-fascisti-resto del mondo?
«Un po’ è così, ma c’è anche un sentimento più profondo che complica le cose, non tanto a Giorgia Meloni quanto a chiunque conservi un briciolo di indipendenza di pensiero, comprese tante persone di sinistra. Se si arriva a dare del “camerata” a una persona come Valditara, se l’aggettivo fascista viene appioppato a chiunque non piaccia ai custodi dell’ortodossia antifascista, allora abbiamo un problema. Tanti italiani sono antifascisti nel senso classico (giudicano orribile e indifendibile l’esperienza storica del fascismo), ma non ritengono fascisti la maggior parte di coloro che sono bollati come tali. La loro esitazione a proclamarsi antifascisti deriva, innanzitutto, dal cambiamento di estensione del termine fascista. È come se dicessero, parafrasando liberamente Croce (“Perché non possiamo non dirci cristiani”): se questi li considerate fascisti, allora noi “non possiamo dirci antifascisti”».

Le istruzioni della Murgia per diventare fascisti, con il relativo fascistometro, il test per scoprire quanto sei fascista, in realtà sono un codice d’appartenenza per distinguere al contrario il gruppo di ottimati che comunque, anche quando sbaglia ed è illiberale, ha ragione ed è democratico per postulato?
«Sì, forse è così, ma provi ad applicare il fascistometro e vedrà che di ottimati non fascisti ne sopravvivono pochissimi, forse solo Michela Murgia. È praticamente impossibile, come hanno testimoniato tanti progressisti doc, non sottoscrivere almeno una delle 65 affermazioni del fascistometro. In realtà il libro della Murgia è la versione ad usum delphini del testo di Eco sull’Ur- fascismo. Ne eredita la curvatura ideologica, fornendone una versione ingenua e più digeribile, in cui gli indizi di fascismo passano da 14 a 65. Io l’ho usato nel mio corso di Analisi dei dati, per spiegare agli studenti come non si costruisce un test psicometrico rigoroso. Da questo punto di vista, quel libro è prezioso».

 

lunedì 20 febbraio 2023

ALLE ORIGINI DELL'ASTENSIONISMO

 PERCHÉ CRESCE IL PARTITO DEL NON-VOTO

di Luca Ricolfi

 Il declino della partecipazione alle elezioni regionali è solo uno dei modi in cui si manifesta un cambiamento culturale più ampio, che ha trasformato la società dagli anni '50 a oggi. E ha alterato l'equilibrio fra diritti e doveri


Raramente una consultazione elettorale ha fornito risultati tanto chiari: netto successo della destra, tenuta della Lega, sconfitta della sinistra, evanescenza del Terzo polo. Ma altrettanto raramente il risultato elettorale è stato così fragile: con una partecipazione del 40%, in due Regioni che includono Roma e Milano, il dato sociologico dominante diventa il non-voto.

Sulle ragioni della disaffezione, molto potranno dire i sondaggi che le esploreranno in profondità, analizzandone i risvolti psicologici e politici. Qui vorrei però formulare una riflessione di tipo storico, visto che il calo della partecipazione è in atto da decenni, non solo in Italia.

La mia impressione è che, se vogliamo comprenderne l'origine profonda, dobbiamo metterlo in relazione a fenomeni più generali, anch'essi in atto da tempo. Detto altrimenti, il declino della partecipazione è solo uno dei modi in cui si manifesta un cambiamento culturale molto più ampio, che ha radicalmente trasformato la società italiana dagli anni '50 a oggi.

Volendo andare subito all'osso, la metterei così: è progressivamente sparita la convinzione, profondamente radicata almeno fino agli anni '70, che il progresso sociale e individuale ha costi elevati. La generazione dei miei genitori considerava ovvio che le aspirazioni di ascesa sociale richiedessero duro lavoro, risparmi, sacrifici, differimento della gratificazione.

La mia generazione era perfettamente consapevole che lo studio e l'impegno scolastico fossero prerequisiti necessari per la propria autorealizzazione. Ed entrambe non mettevano in dubbio che il progresso sociale, fatto di migliori condizioni di vita per gli oppressi e conquiste di libertà per tutti, richiedesse la fatica della lotta politica e sindacale, la mobilitazione dei movimenti collettivi, e naturalmente la partecipazione al voto.

Ebbene oggi tutto questo è venuto meno. Poco per volta, all'idea che qualsiasi meta comporti sacrifici e impegno, è subentrata l'idea di essere titolari di diritti, che è compito di altri, Stato e istituzioni innanzitutto, rendere esigibili.

Questa inclinazione alla delega si manifesta un po' in tutti gli ambiti. Ai problemi dello sfruttamento - nelle fabbriche come nei campi, negli uffici come nelle consegne a domicilio - non si pensa di rimediare estendendo il raggio dell'azione sindacale, ma imponendo per legge un salario minimo.

Ai giovani, che aspirano giustamente a fare un lavoro gratificante e ben retribuito, spesso sfugge che studiare poco, male, e solo per gli esami, abbassa drammaticamente le loro chance di vita, e che il cosiddetto "diritto al successo formativo", proclamato 25 anni fa dal ceto politico, è un colossale inganno.

Quanto ai diritti civili, anche lì, dopo i gloriosi anni dei referendum e dell'impegno, subentra l'idea che i nuovi diritti siano, appunto, solo diritti, che tocca alle istituzioni rendere attuali, piuttosto che il risultato di movimenti collettivi, che attraverso l'impegno pubblico affermano nuovi valori, e poco per volta li fanno entrare nel senso comune.

Quel che voglio dire, insomma, è che l'astensionismo di massa è solo una delle manifestazioni di un cambiamento più generale della società italiana, che ha alterato radicalmente l'equilibrio fra diritti e doveri, ben chiaro ai padri costituenti.

Del resto, che questo cambiamento vi sia stato, risulta persino nell'evoluzione dei principi costituzionali. Nella Costituzione del 1948 l'articolo sul diritto di voto stabilisce che votare "è un dovere civico". Negli anni '50 la legislazione ordinaria interviene addirittura per rendere sanzionabile la mancata partecipazione al voto.

Ma a partire dal 1993 le cose si muovono in direzione opposta, con la rimozione delle sanzioni e, più recentemente, con la affermazione del principio secondo cui "il non partecipare alla votazione costituisce una forma di esercizio del diritto di voto", sia pure "significante solo sul piano socio-politico" (Corte Costituzionale, sentenza 173/2005).

Ecco perché, a mio parere, sarebbe riduttivo leggere il crollo della partecipazione elettorale come un mero fallimento della politica, con conseguenti immancabili lezioncine a una classe politica ormai incapace di scaldare i cuori.

Che la maggior parte dei politici non ci piacciano è sicuramente vero. Ma forse dovremmo chiederci prima di tutto se ci piacciamo noi, con la nostra ingenua credenza che il successo sia un pasto gratis, e che tocchi ad altri garantirci quelle "conquiste" per le quali, un tempo, trovavamo normale impegnarci in prima persona.

(www.fondazionehume.it)

 

Commenta su Tempi Emanuele Boffi:

L’analisi di Ricolfi è, come spesso capita, interessante, non superficiale e stimolante perché non si ferma al dato di cronaca, ma cerca di indagare quel «cambiamento culturale» che ha portato la nostra società a trasformarsi da un luogo in cui si bilanciavano i diritti e i doveri, in un altro dove solo i primi vengono rivendicati. Ma anche la sua lucida lettura si scontra col fatto che le comodità offerte dalla società signorile sono “invincibili” (almeno nel breve termine) e non superabili con un mero richiamo al ritorno a costumi di un’età passata. (…)

Quel che è venuto meno, a ben vedere, è il motivo per cui vale la pena impegnarsi, lavorare, costruire una società migliore per tutti. Più in profondità: è venuta meno l’idea della gratuità, cioè che il tornaconto del lavoro che ci si impegna a fare (che sia una sedia, una casa o un’autostrada) non è misurabile col metro della realizzazione personale (intesa come carriera o soddisfazione economica) o del cambiamento della società (conquiste salariali, estensione dei diritti o quant’altro), ma è qualcosa che ha a che fare col senso della vita.

Piero della Francesca Arezzo
la Storia della Vera Croce
Eccoci al punto. Al modello della società in cui “tutto è (apparentemente) gratis” non si può solo opporre il modello di una società in cui tutto è (apparentemente) ottenibile a seguito di “uno sforzo”, ma va indicata una via in cui si possa recuperare una dimensione di “gratuità” che renda ogni obiettivo meritevole di sacrificio. Non ci sembra un caso che la società indicata da Ricolfi (quella degli anni 50 – 70) fosse una società in cui l’impronta cristiana era prevalente: cosciente o meno che fosse e aldilà di qualche eccesso bacchettone e moralistico, era una società in cui era chiaro che l’impegno nella vita era volto a servire qualcosa più grande di sé e che, servendolo senza tornaconto (gratuitamente appunto), in realtà si edificava sé e gli altri.

Allora fu un boom economico e demografico (le cose sono connesse), ma è solo teoria pensare di riproporre oggi quel che fu. Sarebbe più intelligente, laddove si presenta, valorizzare quelle esperienze (famiglie, associazioni, imprese e, perché no? partiti) dove ancora sia vivo un sentimento della vita non ripiegato su di sé, sui propri diritti e sui propri meriti. Si cambia la storia solo in forza di qualcosa che già esiste.

https://www.tempi.it/alla-radice-del-fenomeno-astensione/

 

martedì 15 novembre 2022

CON ELLY SCHLEIN AVREMO UN PD “PARTITO RADICALE SENZA MASSA”

È giovane, ha una compagna, batte sui temi della sinistra "borghese": diritti civili, migranti, ambientalismo. Come aveva predetto Del Noce

Emanuele Boffi


Chissà se, alla fine, avrà ragione quella volpe di Matteo Renzi: «Se Elly Schlein diventerà segretario del Pd, metà partito passerà con noi». Lo disse un mese fa e ora la sua previsione potrebbe diventare realtà.

Schlein, la Ocasio-Cortez italiana, è la nuova “pasionaria de sinistra”. Giovane, di cittadinanza svizzero-americana, lesbica, movimentista, ha dato la sua disponibilità a correre per la segreteria del partito (la solita formula dico-non-dico per buttare il sasso nello stagno e vedere l’effetto che fa, tanti bla bla bla, ma il succo lo si è capito).

Tre concetti

Schlein ha il profilo adatto per incarnare una certa idea di sinistra. È donna (e con Giorgia Meloni al governo, questo non guasta), ha 37 anni, è partita “dal basso” con #OccupyPd, contestando more solito il gruppo dirigente per poi venirne riassorbita prima all’europarlamento poi in Emilia-Romagna, ha una certa preferenza per i toni netti e ultimativi.

Soprattutto batte con costanza su tre concetti: ambientalismo spinto, lotta dura al precariato, diritti civili à gogo (di conseguenza: no trivelle, sì al reddito di cittadinanza, viva le istanze lgbt).

La corsa a segretario del Pd

Dopo la bandiera bianca alzata da Enrico Letta, nel Pd è partita la lotta per la segreteria. Ufficialmente ci sono due candidature: quella del sindaco di Pesaro Matteo Ricci e quella dell’ex ministra Paola De Micheli. Ma tutti sanno che ci sono due big che stanno pensandoci seriamente: il governatore dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini (vincitore designato) e il sindaco di Firenze Dario Nardella.

Finora, il passo in avanti di Schlein – che piace moltissimo ai giornali – non ha raccolto molti entusiasmi e adesioni. Fa eccezione la sardina Mattia Santori, subito schieratosi. Ma, vista la considerazione che ha nel partito, forse non è l’endorsement più gradito.

Un partito radicale di massa

Il grillo parlante della sinistra, Luca Ricolfi, ha detto in una intervista al Qn che «se vince Elly Schlein il Pd diventa esplicitamente quel che già è, ossia un “partito radicale di massa”, concentrato su diritti civili, migranti, con una spruzzatina di ambientalismo».

Non è la prima volta che il sociologo usa questa espressione. Fu lui, già anni fa, a spiegare che il Pd si stava trasformando da «partito popolare» a «partito radicale di massa», secondo la nota profezia del filosofo cattolico Augusto Del Noce.

L’ultima trasformazione

Schlein è l’esatta incarnazione di una sinistra che, col passare degli anni, ha sostituito tutte le sue parole d’ordine con valori sempre più borghesi, individualisti e radicali. Preoccupazioni e temi di cui si dibatte tra le élite e le classi benestanti spiaggiate a Capalbio, non nelle periferie di Sesto San Giovanni.

E, così, stretto tra una pseudo sinistra che sa meglio incarnare le viscere della popolazione (M5s) e una pseudo sinistra che sa meglio rappresentare le necessità di élite e classi colte (Terzo Polo), il Pd come l’asino di Buridano si barcamena tra i due opposti, non sapendo cosa scegliere e lentamente dissanguandosi.

È quello che si augurano Renzi e Calenda che sperano che accada in Italia quel che è successo in Francia con Hollande e Macron. Con Schlein assisteremmo alla nuova trasformazione del Pd: da «partito radicale di massa» a partito radicale, ma senza “massa”

 

Tratto da TEMPI

 

martedì 1 novembre 2022

NOVITÀ O CARISMA?

Luca Ricolfi

Sull’exploit di Giorgia Meloni e del suo partito alle elezioni del 25 settembre circolano teorie curiose. La prima attribuisce il successo alla scelta di stare all’opposizione del governo Draghi, una scelta che avrebbe penalizzato soprattutto la Lega di Salvini. Questa teoria è illogica, perché all’opposizione del governo Draghi c’è stata pure Sinistra Italiana di Fratoianni, che invece ha ottenuto un risultato modesto, di poco sopra la soglia del 3% (insieme ai Verdi), senza intaccare minimamente i consensi dei partiti di sinistra governisti. Ma soprattutto  è incompatibile con i dati: il prof. Paolo Natale, uno dei massimi specialisti di analisi elettorale, ha dimostrato in un recente contributo che l’erosione dei voti leghisti da parte del partito di Giorgia Meloni era iniziata ben prima della nascita del governo Draghi, ed è semplicemente proseguita durante il governo tecnico. Dunque non può essere la scelta di stare all’opposizione ad aver fatto la differenza fra Fratelli d’Italia e Lega.

Politici del 25 settembre

Più ragionevole è la teoria che attribuisce il successo del partito di Giorgia Meloni al fatto di non essere mai entrato in un governo, anche quando avrebbe potuto (nel 2018 e nel 2021). Molti dicono: gli italiani amano le novità, dal 1994 in poi hanno provato di tutto, restava solo da provare lei. C’è del vero in questa lettura, ma manca un tassello fondamentale: il carisma.

Sono passati esattamente 100 anni da quando Max Weber, in Economia e società, introdusse nel lessico delle scienze sociali il concetto di carisma e di leadership carismatica, mutuandolo dall’ambito religioso, in cui allude alla grazia, ossia a un dono straordinario concesso da Dio a una persona a vantaggio di una comunità (la parola carisma deriva da χάρις, che in greco significa grazia). In ambito politico il carisma è molto difficile da definire, ma per lo più allude alla capacità di trasmettere una visione della realtà e di stabilire un contatto emotivo con le masse cui ci si rivolge.

Che cosa si debba intendere oggi per leader carismatico è ovviamente controverso, ma credo che – quale che sia la definizione di carisma che si preferisce – sia difficile negare che nelle ultime elezioni Giorgia Meloni sia stata l’unica leader che ne fosse dotata.

Come mai?

Penso che la risposta sia che, in politica, il carisma molto raramente è un carattere permanente del leader. Il carisma si può benissimo perdere.

Di leader politici intrinsecamente, e quindi permanentemente, carismatici, nella ormai lunga storia della Repubblica ne ricordo solo due: Palmiro Togliatti e Enrico Berlinguer. Tutti gli altri condottieri che, a un certo punto della loro storia, sono parsi toccati dalla grazia, hanno finito per perderla. Nella storia della seconda Repubblica il carisma si è posato su Berlusconi, con la promessa della rivoluzione liberale; su Veltroni, con il sogno della “bella politica”; su Renzi, con il mito della modernizzazione del sistema; su Beppe Grillo, con la rivolta anti-casta.

politici anni 90

Ma per tutti, a un certo punto, sia pure con modalità molto diverse, è calato il sipario. Berlusconi ha perso la grazia perché non ha mantenuto le promesse, e non è stato capace di innovarsi. Veltroni ha tardato troppo a scendere in campo, e quando lo ha fatto è stato messo fuori gioco dalle faide interne del suo partito. Renzi si è autoaffondato per arroganza ed eccesso di sicurezza. Beppe Grillo è stato sommerso dal qualunquismo e dalla pochezza della sua creatura.

Non sarebbe stato un problema se, usciti di scena tutti i leader un tempo carismatici, al loro posto ne fossero emersi di nuovi. Ma non è andata così. Né a sinistra, né a destra. La sinistra si è presentata alle elezioni senza alcun leader carismatico, se si eccettua lo pseudo-carisma (da reddito di cittadinanza) di Conte nel Mezzogiorno. Quanto alla destra, né Berlusconi né Salvini paiono aver capito che la stanca ripetizione di una raffica di slogan e di parole d’ordine vecchie di vent’anni non può scaldare i cuori.

In questo deserto, alle parole di Giorgia Meloni non è stato difficile arrivare ai cuori e alle menti dell’elettorato di centro-destra, cui la visione tradizionalista di Giorgia Meloni, mai così esplicita in una campagna elettorale, è parsa più congeniale delle promesse liberiste dei soliti Salvini e Berlusconi.

Per lei il difficile comincia ora. Perché ci aspetta l’autunno più drammatico dalla fine della seconda guerra mondiale, e la storia insegna che il carisma è più facile conquistarlo che conservarlo.

 

martedì 9 agosto 2022

GLI ESTREMISMI SI TOCCANO

LUCA RICOLFI

Supponete che un partito prevedesse, fra i suoi punti programmatici, il contrasto all’immigrazione irregolare, il rifiuto del politicamente corretto, l’ostilità alle rivendicazioni Lgbtq+. Come lo definireste? Credo che molti risponderebbero, senza troppe esitazioni, che lo considererebbero un partito di destra. E in effetti è così, molti partiti di destra radicale, in Italia come in Europa, rispecchiano questo profilo.
Però sarebbe un errore pensare che questo genere di idee siano prerogativa esclusiva della destra radicale. Idee del tutto affini si incontrano in alcune formazioni della sinistra radicale, ad esempio nella nuova lista “Italia sovrana e popolare”, guidata da Marco Rizzo, che in queste settimane sta raccogliendo le firme per presentarsi alle imminenti elezioni politiche. E in modo ancora più netto nei filosofi marxisti anti-capitalisti, come Jean Claude Michéa (francese), Slavoj Žižek (sloveno), Costanzo Preve e il suo allievo Diego Fusaro in Italia.

Peter Brueghel il Vecchio, La torre di Babele

Ma qual è la ratio di simili idee? In parte è la medesima a destra e a sinistra. Sia la destra radicale sia la sinistra radicale vedono nei flussi migratori un doppio pericolo: l’abbassamento dei livelli salariali dei lavoratori nativi, dovuto alla concorrenza degli immigrati, la competizione fra cittadini e stranieri nell’accesso ai servizi sociali.
Diverso è il discorso sulle rivendicazioni Lgbtq+ e il politicamente corretto. Qui le motivazioni della destra e della sinistra radicali, almeno in parte, divergono.

A destra l’ostilità al mondo Lgbtq+ è genuinamente culturale, perché deriva semplicemente da una concezione tradizionalista del ruolo della famiglia e del rapporto fra uomini e donne. A sinistra, invece, la medesima ostilità deriva da due idee distinte ma convergenti: il consumismo sessuale sarebbe un capitolo della colonizzazione di tutti gli ambiti della vita da parte del capitalismo globale trionfante; l’attenzione ossessiva della sinistra ufficiale al mondo Lgbtq+ e agli immigrati avrebbe completamente cancellato la questione sociale (occupazione, salari, povertà, disuguaglianze).

Più in generale, destra e sinistra radicale, considerano le questioni sollevate dal politicamente corretto (a partire dalla riforma del linguaggio) come problematiche “borghesi”, che possono interessare solo i ceti alti.
Soprattutto, destra e sinistra radicale convergono su una diagnosi: il nemico numero uno sono gli organismi sovranazionali, come l’Unione Europea, la Bce, le Nazioni Unite, la Banca mondiale, che togliendo autonomia agli stati nazionali renderebbero più difficile la difesa degli interessi nazionali e delle istanze popolari.
Di qui la fusione, a destra come a sinistra, fra sovranismo e populismo, e la comune ostilità alla sinistra ufficiale, che in tutte le società democratiche moderne è tendenzialmente liberale, cosmopolita, fiduciosa nei meccanismi di mercato, rispettosa delle istituzioni sovranazionali.

Questa convergenza può turbare chi tende a vedere destra e sinistra come due mondi antitetici e incompatibili. In compenso permette di spiegare fatti altrimenti incomprensibili, come le transizioni dall’estrema destra all’estrema sinistra e viceversa. È dei giorni scorsi, ad esempio, la notizia che Francesca Donato, parlamentare europea eletta nelle liste della Lega, si appresterebbe a correre nella lista del comunista Marco Rizzo, leader della neonata lista di sinistrissima “Italia sovrana e popolare”.

Risalendo indietro nel tempo, possiamo rintracciare conversioni ben più clamorose e interessanti, perché frutto di meditate elaborazioni teoriche. Penso, ad esempio, al caso dell’economista di sinistra (radicale) Alberto Bagnai, che qualche anno fa aderì alla Lega di Salvini. Ma penso, soprattutto, a Costanzo Preve, raffinato filosofo marxista anti-capitalista, che nel 2012, in occasione delle presidenziali francesi, dichiarò (e spiegò con un raffinato ragionamento) che, se fosse stato francese, in caso di ballottaggio Sarkozy-Marine le Pen avrebbe votato per la candita di estrema destra.

Ebbene, tutti questi casi, a prima vista incomprensibili, hanno una logica precisa. Alla base del sovranismo populista, che rende quasi intercambiabili destra e sinistra radicali, ci sono due idee forti: primo, l’assoluta centralità della questione sociale; secondo, la convinzione che solo gli stati nazionali abbiano qualche chance di fornire risposte alla domanda di protezione degli strati popolari.
L’analisi può essere sbagliata, ma la sfida che lancia è reale. E tocca alla sinistra ufficiale raccoglierla, innanzitutto mostrando che non ha dimenticato la questione sociale.

 

Tratto da La Stampa

mercoledì 19 maggio 2021

BANDIERE AMMAINATE

 Luca Ricolfi

«Sono culturalmente di sinistra ma riconosco che la libertà di pensiero oggi è migrata da sinistra a destra».

Ora che abbiamo due possibili leggi sulla “omotransfobia” (che parola orribile!), ovvero la legge Zan, già approvata alla Camera, e la legge Ronzulli, presentata pochi giorni fa, possiamo star certi che se ne parlerà per un po’. Su entrambe ho maturato qualche idea, ma non è di questo che voglio parlare qui, se non altro perché l’argomento ha aspetti tecnico-giuridici che non si lasciano affrontare nello spazio di un articolo di giornale. Quello su cui vorrei attirare l’attenzione, invece, è lo sfondo sociologico e culturale su cui questo dibattitto prende forma. Perché lo sfondo è importante, e inevitabilmente influenza il modo in cui le leggi sono interpretate e applicate.

Ebbene, qual è lo sfondo?

con la scusa del ddl Zan,
vogliono farci omologare tutti a un unico tipo di pensiero

Se la questione me l’avessero posta 20 anni fa, avrei risposto soltanto: lo sfondo è il politicamente corretto, ovvero la pretesa di una parte politica (per inciso: quella cui, con crescente imbarazzo, mi sono sempre sentito più vicino) di avere il monopolio del bene. I diritti di gay, lesbiche, transessuali, “diversi” in genere, sono sempre stati a cuore più alla sinistra che alla destra, e anche su questo – oltreché sulla difesa intransigente degli immigrati – il mondo progressista ha costruito l’intima convinzione di essere dalla parte del bene o, peggio, di rappresentare “la parte migliore del paese”. Visto da sinistra, il conflitto politico non è fra due diverse idee del bene, ma fra i paladini del bene e quelli del male (fascisti, razzisti, odiatori delle minoranze oppresse). Io stesso, quando scrissi Perché siamo antipatici? (era il 2004), vedevo nel “complesso dei migliori” il principale disturbo della cultura di sinistra.

Ma oggi?

Oggi non è più così. O meglio non è solo così. Non tanto perché, dopo la (purtroppo breve) parentesi di Veltroni, unico leader progressista che abbia almeno provato a trattare la destra come avversario e non come nemico, il complesso dei migliori si è aggravato, ma perché sul complesso dei migliori si è innestata una nuova patologia: la costruzione sistematica, talora al limite del ridicolo, di categorie di persone definite fragili, e come tali bisognose di tutela. Il fenomeno è nato negli Stati Uniti, si è diffuso nei paesi europei eccessivamente civilizzati (sto usando l’ironia, per chi non sapesse riconoscerla), ed ora sta sbarcando anche in Italia. L’aspetto interessante di questo fenomeno è che mescola e confonde fragilità incontrovertibili (ad esempio i disabili, o comunque vogliate chiamarli), fragilità connesse a pregiudizi (ad esempio gli omosessuali), fragilità per così dire naturali (ad esempio gli introversi) e infine fragilità indotte dalla deriva vittimistica in atto nella maggior parte dei paesi occidentali.

Lo zenit di tale deriva è la pretesa dei singoli (ad esempio gli studenti di un campus) di essere chiamati con articoli e desinenze appropriate (he, she, ze) e, ancora più demenziale, l’obbligo per i professori di avvertire i loro studenti che potrebbero essere turbati da opinioni contrarie alla propria, o da passi scabrosi, offensivi, o politicamente scorretti di opere classiche: la Divina Commedia, il libro Cuore, Biancaneve, la mitologia greca, eccetera. Come se la suscettibilità individuale, la paura del diverso, la pretesa di non incontrare mai – nemmeno in un film, o in un racconto, o in una poesia – cose che urtano la nostra sensibilità, fossero caratteristiche ascritte e immodificabili, e non limiti soggettivi che individui maturi dovrebbero imparare a superare (….)

Ne ha parlato più volte Federico Rampini, che ha definito la società americana “una collezione di minoranze suscettibili”. Ma ben prima avevano iniziato a discuterne gli psicologi americani, preoccupati della tendenza dei genitori a iper-proteggere i figli, scusandone ogni manchevolezza e alimentandone ogni insicurezza. E’ del 2004, ad esempio, il saggio di Hara Estroff Marano A Nation of Wimps, che assiste allibita e preoccupata alla costruzione di una generazione di “schiappe”. E, più recentemente, è di un’altra psicologa americana, Jean Twenge, la più accurata radiografia della distruzione di ogni autonomia e fiducia in sé stessi della i-generation, la generazione degli iper-connessi. Processi di cui, finalmente, si comincia a parlare  anche in Italia, grazie a libri come quello di Walter Siti (Contro l’impegno, Rizzoli), che descrive minuziosamente la degenerazione della letteratura in pedagogia politica, o come quello di Guia Soncini (L’era della suscettibilità, Marsilio),  un capolavoro di intelligenza e ironia che mette a nudo la follia dei nuovi censori del pensiero e guardiani del linguaggio.

Ed eccoci al punto, il clima in cui le leggi Zan e Ronzulli si contendono il campo. Qualsiasi cosa si pensi dei pregi e difetti delle due leggi, è difficile non riconoscere che nell’arduo (in realtà: impossibile) compito di tutelare alcune minoranze e al tempo stesso preservare pienamente la libertà di espressione, il pendolo della legge Zan pende dal lato della tutela delle minoranze, quello della legge Ronzulli dal lato della libertà di espressione.

E’ un male?

No, è solo sorprendente. Sono stato abituato a pensare che la censura fosse “una cosa di destra”, e che la difesa delle libertà di opinione, di pensiero e di espressione fossero ben incise nelle tavole dei valori del mondo progressista. Così come ero abituato a pensare che la lotta contro le diseguaglianze fosse il primo imperativo della sinistra.

Mi ritrovo invece a constatare che, contro la più grande frattura sociale dell’Italia post-Covid, quella fra il mondo dei garantiti (a reddito fisso) e quello dei non garantiti (esposti ai rischi del mercato), oggi è la destra – con la risoluta difesa dei lavoratori autonomi e dei loro dipendenti – ad agitare la bandiera della lotta alle diseguaglianze.

E che, di fronte alle problematiche della “omotransfobia”, è innanzitutto la destra a farsi carico della difesa della libertà di espressione, mentre la sinistra semplicemente si rifiuta di vedere un problema che l’onda del politicamente corretto e “l’era della suscettibilità” rendono drammaticamente attuale.

tratto da Fondazione Hume