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domenica 26 febbraio 2023

STANISLAW GRYGIEL, IL VOLO DELL'AQUILA HA RAGGIUNTO LA META

 È morto a 88 anni il filosofo grande amico e stretto collaboratore di san Giovanni Paolo II, che lo chiamò a Roma dove fu tra i fondatori dell'Istituto per gli Studi su Matrimonio e Famiglia. Nell'insegnamento testimoniava che la verità non è una formula ma una Persona da venerare. Il ricordo di un suo discepolo e amico.

- DOSSIER: STANISLAW GRYGIEL PER LA BUSSOLA

DI MONSIGNOR LIVIO MELINA, dal 2006 al 2016 preside dell'Istituto Giovanni Paolo II

Ludmila e Stanislaw Grygiel

Indimenticabile è per me quella prima sua lezione al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, nella quale ci illustrò l’originalità del modo orientale di pensare rispetto a quello dei sillogismi chiari e distinti del ragionare occidentale. L’ancor giovane professore venuto da Cracovia ci propose la metafora del volo di un’aquila, che disegna nel cielo cerchi concentrici sempre più vicini alla sua preda, giri che le permettono di vederla da punti di vista sempre nuovi. La conoscenza di ciò che è vita non può essere definizione di concetti che pretendono di afferrare un oggetto, ci diceva, ma relazione personale di comunione. La verità è avvenimento che accade e sorprende, che non si ripete uguale, ma sempre si approfondisce e chiede quindi la disponibilità ad un pellegrinaggio continuo, l’umiltà di una ricerca orante, l’apertura ad una comunione con gli altri.

Le sue lezioni erano proprio così, come le traiettorie ampie di quell’aquila: ritornavano sugli stessi temi fondamentali, continuamente ripresi da punti di vista sempre nuovi, suscitando domande, destando curiosità, provocando scoperte nella mente e nel cuore degli uditori, così che ascoltarlo risultava un evento per la vita e non solo per l’intelligenza. Mai era solo erudizione, sempre diventava amore della sapienza. Le tematiche dell’antropologia erano ben radicate nella tradizione culturale della sua patria polacca, ricche di aneddoti e di testimonianza personale, eppure nello stesso tempo attuali e universali, capaci di aprire orizzonti. Le letture filosofiche privilegiavano sempre i grandi filosofi, Platone in primo luogo, e i testi classici. Ma erano i poeti soprattutto che offrivano lo spunto per folgoranti intuizioni: Norwid, Rilke, Goethe, Dante.

Soprattutto Stanislaw Grygiel sapeva che la verità non è né una formula da inventare o da ripetere, né un oggetto da manipolare, ma una persona da venerare. Con sant’Agostino ricordava “Quid est veritas? Vir qui adest!”. La Verità è una persona da adorare: è Cristo Gesù, da lui amato, in una familiarità stupenda, così che i vangeli, specialmente certe pagine di san Giovanni, l’Aquila tra gli evangelisti, diventavano luci per la ricerca anche filosofica. Soprattutto il fascino della Bellezza era per lui ciò che poteva attrarre e convincere: una bellezza che non aveva nulla di un estetismo compiaciuto e narcisista, ma che poneva l’uomo davanti all’imperativo esigente della conversione: “ogni punto di questa pietra ti vede. Devi cambiare la tua vita!” (R.M. Rilke, Antico torso di Apollo). Grygiel non legava a sé, ma orientava a Colui che insieme con i discepoli ricercava e amava, non smettendo mai di cercarlo ancora dopo averlo trovato. E così educava, generando nella bellezza, e formando persone a loro volta capaci di generare.

Era stato chiamato a Roma nel 1981 da Giovanni Paolo II, di cui era stato prima discepolo e di cui era divenuto amico personale, ammirato e stimato. La missione ricevuta non era appena quella di contribuire ad un’istituzione accademica, ma quella di creare un’autentica famiglia, una communio personarum di docenti, studenti e personale addetto, che condividesse l’ideale della ricerca della verità sul piano di Dio intorno all’amore umano, in una pratica di condivisione e di eccellenza. Insieme con il primo Preside, Carlo Caffarra, con i colleghi e amici Angelo Scola, Gianfranco Zuanazzi, Anna Cappella, Ramon De Haro e tanti altri ha posto le basi per un lavoro e una vita comune.

I suoi colleghi e discepoli ricordano la generosa ospitalità nella sua casa, che grazie alla sua moglie Ludmila, ai suoi figli Monika e Jakub, è stata luogo di conversazioni e di scambio, ma anche spazio per consigli personali, per condivisioni, per dialoghi che coinvolgevano la vita di tutti. La formazione accademica diventava pertanto scuola di vita, e le lezioni accendevano la ricerca personale e favorivano la comunione tra le persone. Si era reso disponibile a grandi viaggi e a corsi di qualche settimana come visiting professor nelle sezioni internazionali dell’Istituto, a Washington DC, a Valencia, a Salvador de Bahia, a Changanacherry in India, a Seoul in Corea.

“Dolce e cara guida”, con queste parole di Dante, Stanislaw Grygiel aveva voluto intitolare un suo saggio sul femminile, dedicato alla sua amata moglie, rivelando la sua stima e la sua venerazione per il femminile, che considerava davvero una stella polare per orientare il cammino dell’intelligenza e della vita. Non l’appiattimento della differenza dunque, ma l’esaltazione del genio femminile nella sua originale capacità di accesso alla verità e nella sua complementarietà.

Stanislaw Grygiel ha pensato molto alla morte e al morire, che per lui erano l’accesso alla filosofia. Morire significava per lui passare dal profanum al fanum. Egli con Rilke invocava: “Dà, o Signore, a ciascuno la sua morte. Dà quella morte che nasce dalla vita nella quale egli aveva il suo amore, il suo fine e il suo penare”. Egli si chiedeva: “Il Signore muore con noi? Perché se egli non muore, allora noi moriamo nella solitudine, ossia partiamo da qui veramente senza senso, senza valore, non potendo entrare nel fanum”. Ma concludeva con Pascal: “Gesù agonizzerà fino alla fine del mondo, non dobbiamo dormire per tutto questo tempo…. Ho pensato a te nella mia agonia!”. Gesù ha pensato a Stanislaw nella sua agonia, in cui non è stato solo. E con lui ha pensato anche a noi. E così siamo insieme in modo misterioso e reale nella communio sanctorum.

Il volo dell’aquila è finito. E proprio nel suo termine non ha più puntato sulla preda della terra, ma è volata verso il Cielo. Da lì ci segue e benedice. Grazie tante, caro Stanislaw, Maestro, Padre ed Amico.

 

 

lunedì 5 agosto 2019

CONTINUITÀ PER IL FUTURO DELLA CHIESA.

 IL CONTENUTO DELL'ESORTAZIONE APOSTOLICA
AMORIS LAETITIA VA INTERPRETATO IN CONTINUITÀ 
CON IL MAGISTERO DI TUTTI GLI ALTRI PAPI


Raccomando, a chiunque passi di qui, la lettura attenta e riflessiva di questa lettera che mons. Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia, ha inviato al quotidiano Avvenire, a proposito delle recenti vicende del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia (la lettera è contenuta nel precedente post)
Sevanavank, Armenia (IX secolo)
La lettera ha il merito di mettere a fuoco con precisione la madre di tutte le questioni che agitano in questo tempo la vita della chiesa cattolica, cioè la questione della continuità. «La continuità del magistero è la chiave ermeneutica fondamentale della vita della Chiesa», scrive mons. Camisasca, ed ha ragione perché se si accredita l'idea che ci possano essere, in ciò che la chiesa insegna, delle “svolte” o delle “novità” o delle “rotture” o delle “discontinuità” (o come altro si voglia dire per indorare furbescamente la pillola), la chiesa in quanto tale finisce di esistere. Nel II secolo, la più pericolosa delle eresie fu forse quella di Marcione, un geniale riformatore che sosteneva, con abilità e verosimiglianza, che il Dio di Gesù Cristo non c'entrava niente con quello dell'Antico Testamento e che perciò la chiesa doveva tagliare le sue radici giudaiche.
La chiesa, esiste per continuare l'opera di Gesù Cristo, e per nessun altro motivo. Non per insegnare cose sempre più intelligenti e “adatte alle esigenze degli uomini del nostro tempo”. Ciò che essa insegna, pretende di insegnarlo solo perché lo ha appreso da Lui. L'autorità che rivendica per il proprio insegnamento, deriva unicamente dal fatto che non insegna del suo, ma solo ciò che ha ricevuto dal suo Maestro e che , con l'aiuto dello Spirito, essa non cessa di meditare e di approfondire. Il “progresso” o lo “sviluppo” nella “sua” dottrina non sono altro che un approfondimento della comprensione che essa stessa ne ha.
Affermare invece che vi possano essere, e di fatto vi siano nel magistero della chiesa delle rotture o delle svolte espone necessariamente alla conseguenza che esso diviene tutto opinabile. Se, per esempio, si dice che la dottrina morale di papa Francesco in materia di matrimonio, famiglia e morale sessuale è diversa e per certi aspetti in contrasto con l'insegnamento dei papi precedenti che risulta perciò “superato” e, in definitiva, “attualmente sbagliato”, non vedo in che modo si possa evitare la conseguenza di ritenere che la stessa cosa valga anche per l'insegnamento del papa attuale. Anch'esso potrebbe domani essere superato, dunque “attualmente sbagliato”. Ora, come si può definire una dottrina “che potrebbe essere sbagliata” se non opinabile? E se questo vale su un punto, perché non potrebbe valere per tutti gli altri?
In soldoni, cioè nella comprensione semplice (ma in questo caso giusta) che la gente semplice  può avere di tutto questo: “se prima dicevano una cosa, e adesso ne dicono un'altra e quella di prima non va più bene, perché dovrei fidarmi di quello che dicono adesso?”.
Rotta la continuità, mi pare che restino solo due opzioni. Una è quella che continui ad esserci la chiesa, con tutti i suoi apparati, ma priva dell'unità che viene dalla obbedienza di fede alla “verità tutta intera”. Una chiesa in cui ognuno, in fin dei conti, crede in quel che gli pare e fa quel che gli pare. Per dargli un nome un po' altisonante si potrebbe chiamare latitudinarismo, che era una corrente sorta all'interno dell'anglicanesimo nel XVII secolo. Ecco, la comunione anglicana rende l'idea di quello che potrebbe diventare anche la chiesa cattolica in questa prospettiva. (Per dire come son ridotti gli anglicani: con tutto il rispetto, sono quelli che hanno trasformato la cattedrale di Rochester in un campo di minigolf).
L'altra è quella, che sento sostenere con molto pathos da molte persone ottimamente intenzionate a restare cattoliche: “il papa ha sempre ragione!”. L'unità cattolica, secondo questa idea, sarebbe sempre sufficientemente garantita dal fatto di seguire sempre e comunque il papa. Purtroppo non è così.
È vero che bisogna riconoscere l'autorità del papa e mantenere la comunione con lui per essere cattolici. Questo, tra le altre cose, implica la necessità di affermare che il papa sia in continuità e non in una posizione di rottura con la tradizione della chiesa. Esattamente come fa mons. Camisasca nella sua lettera: «Come vescovo della Chiesa, preoccupato dell’ascolto e dell’attuazione del magistero del Papa, ho sempre cercato di leggere il pontificato di papa Francesco e i suoi documenti in continuità con i pontificati precedenti. [...] Ogni Papa si radica, nella successione apostolica, sul depositum fidei e sull’insegnamento dei suoi predecessori. Non certamente per ripeterlo, ma per aprirlo, sotto la guida dello Spirito Santo, alle nuove necessità che i tempi e la vita della Chiesa urgono. Sono certo che questa è l’intenzione profonda di papa Francesco».
Lo si deve fare anche quando sembra difficile. Così, ad esempio, si deve interpretare il contenuto dell'esortazione apostolica Amoris Laetitia in continuità con il magistero di tutti gli altri papi, anche quando ciò appare, per così dire, controintuitivo. Il compianto cardinale Caffarra diceva che se il papa voleva cambiare la dottrina doveva dirlo chiaramente. Non avendolo fatto, si era autorizzati a ritenere che, per quante ambiguità ci possano essere in Amoris Laetitia, la dottrina della chiesa non è cambiata.
Solo che così si salva il principio, ma non si risolve il problema, enorme oggigiorno, di tutto quello che viene detto e fatto in nome del papa. Ad esempio, cacciare via dall'istituto teologico pontificio intitolato a Giovanni Paolo II degli illustri studiosi colpevoli, come si apprende da Avvenire, di avere appunto cercato di interpretare l'insegnamento di Papa Francesco in continuità con quello tradizionale della chiesa.
Il principio “il papa ha sempre ragione” si estende anche a tutto ciò che vien detto e fatto nel nome del papa? La barca di Pietro è una nave grande e complessa e a comandarne le manovre non c'è sempre il comandante in persona. Anzi ... Hanno “sempre ragione” anche il secondo ufficiale, l'ufficiale di rotta, l'ufficiale di macchina, il commissario di bordo e tutti gli altri che, sotto l'egida del comandante e da lui nominati, di fatto governano la nave?
Se non viene integrato e compreso dentro il principio della continuità, quello della sequela del papa “perché il papa ha sempre ragione”  diviene pericolosamente simile al Führerprinzip, il “principio del capo” di funesta memoria.
Insomma, se non badiamo a restare cattolici, finiamo o nazisti o anglicani. Non è una bella fine.
LEONARDO LUGARESI

MONS MASSIMO CAMISASCA:LA CONTINUITÀ DEL MAGISTERO È LA CHIAVE ERMENEUTICA FONDAMENTALE DELLA VITA DELLA CHIESA.


( NOTA BENE : La lettera ha il merito di mettere a fuoco con precisione la madre di tutte le questioni che agitano in questo tempo la vita della chiesa cattolica, cioè la questione della continuità. «La continuità del magistero è la chiave ermeneutica fondamentale della vita della Chiesa», scrive mons. Camisasca, ed ha ragione perché se si accredita l'idea che ci possano essere, in ciò che la chiesa insegna, delle “svolte” o delle “novità” o delle “rotture” o delle “discontinuità” (o come altro si voglia dire per indorare furbescamente la pillola), la chiesa in quanto tale finisce di esistere.)
Lettera del vescovo di Reggio Emilia – Guastalla ad Avvenire.
Caro direttore, ho seguito con preoccupazione, per quanto mi è stato possibile, i resoconti forniti dalla stampa sulle recenti vicende relative al Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia. Presso l’Istituto ho seguito i corsi di Licenza nei lontani anni Ottanta. Ho così avuto modo di conoscere molto da vicino e di apprezzare l’insegnamento che lì veniva svolto.
Negli anni dei miei studi mi sono incontrato con una nascente comunità di insegnanti che viveva una singolare e preziosa comunione di ricerca e di didattica. Dal 1990 al 1996 ho partecipato alla vita dell’Istituto insegnando, su invito del preside Caffarra, un piccolo corso di Metafisica e Gnoseologia per gli allievi del Master. Dal 1993 al 1996 inoltre sono stato eletto vicepreside della Sezione Romana: erano quelli gli ultimi due anni di presidenza di monsignor Caffarra e il primo di monsignor Scola.
Ho potuto così approfondire le impressioni che mi avevano segnato fin dall’inizio, partecipando a un’esperienza di lavoro accademico che godeva dell’attenzione di tanti vescovi nel mondo, i quali mandavano a studiare a Roma laici e preti, così da arricchire la Pastorale Famigliare delle loro Diocesi. Tutto è sempre avvenuto nel solco delle indicazioni date da san Giovanni Paolo II, che aveva voluto e fondato l’Istituto. Nell’omelia per la sua canonizzazione, Karol Wojtyla è stato giustamente definito da Francesco «il Papa della famiglia».
Penso che in quell’espressione così sintetica il pontefice volesse racchiudere uno dei centri focali del magistero e della preoccupazione pastorale del suo predecessore. La mente va alle catechesi svolte dal pontefice polacco sull’amore umano nel piano divino, all’Esortazione apostolica post-sinodale Familiaris consortio del 1981, all’istituzione del Pontificio Consiglio per la Famiglia voluto da papa Wojtyla lo stesso giorno in cui egli inaugurò l’Istituto per studi su matrimonio e famiglia, il 13 maggio 1981, giorno dedicato alla Madonna di Fatima e segnato dell’attentato alla vita del Papa.
Francesco ha raccolto e proseguito quella sollecitudine attraverso ben due Sinodi dei Vescovi dedicati al tema famiglia e infine l’Esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia, indicando, con accenti nuovi, la cura della Chiesa per la realtà delle famiglie, il cui bene è «decisivo per il futuro della Chiesa e del mondo» (AL 31). Come vescovo della Chiesa, preoccupato dell’ascolto e dell’attuazione del magistero del Papa, ho sempre cercato di leggere il pontificato di papa Francesco e i suoi documenti in continuità con i pontificati precedenti.
La continuità del magistero è la chiave ermeneutica fondamentale della vita della Chiesa. Perché allora rappresentare oggi un’interruzione così profonda e traumatica nei confronti del lavoro svolto dall’Istituto Giovanni Paolo II? Perché offrire agli studenti l’impressione di una novità radicale che preoccupa e confonde, come alcuni di essi hanno manifestato?
Ogni Papa si radica, nella successione apostolica, sul depositum fidei e sull’insegnamento dei suoi predecessori. Non certamente per ripeterlo, ma per aprirlo, sotto la guida dello Spirito Santo, alle nuove necessità che i tempi e la vita della Chiesa urgono. Sono certo che questa è l’intenzione profonda di papa Francesco.
Il popolo cristiano deve essere aiutato a riconoscere questa continuità nella grande tradizione della Chiesa. Solo essa rende possibile ogni nuova apertura missionaria. L’evangelizzazione sempre avviene attraverso la testimonianza del bene per la vita dei fedeli, illuminandoli con la verità sull’uomo e sulla famiglia, che tutti abbiamo ricevuto da Cristo e che a noi, umili servitori del Regno, spetta di trasmettere con la gioia e la sicurezza che nascono da tale servizio.
Massimo Camisasca è vescovo di Reggio Emilia - Guastalla
sabato 3 agosto 2019