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martedì 21 novembre 2023

GIUSSANI E LA RISPOSTA ALLE SFIDE DI OGGI

 Fernando De Haro

La ricchezza e l’attualità della testimonianza di Giussani possono essere d’aiuto per le grandi sfide che il mondo e la Chiesa devono affrontare

 


“Perché sono un uomo” (Ancora), l’edizione italiana della biografia di don Giussani che ho scritto in occasione del centenario della sua nascita, è in libreria. Ricordo di essere rimasto sorpreso nel ricevere l’incarico di prepararla. Ho scritto reportage, sceneggiature per i miei documentari. Mi dedico all’informazione nazionale e internazionale, alla realizzazione di programmi radiofonici. Alberto Savorana aveva già scritto quella che resterà sempre l’opera di riferimento per avvicinarsi alla vita del fondatore di Comunione e Liberazione. Non avevo altri strumenti per svolgere il mio lavoro se non il suo libro, oltre ad alcune testimonianze che avevo potuto raccogliere. E ovviamente il mio sguardo, lo sguardo di un giornalista spagnolo con certe, poche, capacità narrative. Lo sguardo di uno “straniero” a volte offre una certa prospettiva, motivo per cui tendiamo a interessarci a ciò che dicono i corrispondenti esteri. In realtà, ciò che posso offrire al lettore è una vibrazione. La vibrazione intensa, radicale e appassionante che l’umanità di Giussani genera nella mia umanità.

I lettori dell’edizione spagnola e le mie esperienze degli ultimi mesi mi hanno fatto capire, ancora una volta, la ricchezza e l’attualità della testimonianza di Giussani per le grandi sfide che il mondo e la Chiesa devono affrontare in questo XXI secolo. Qualche giorno fa, a Madrid, Juan José Gómez Cadenas, un grande scienziato dedito alla fisica delle particelle e ai neutrini, ha presentato il mio libro. Oltre a essere un ricercatore, è uno scrittore e, come lui stesso afferma, «fondamentalmente ateo». Ho potuto constatare, sorpreso, grazie alle sue parole, l’attualità del modo di Giussani di concepire e usare la ragione per alcuni dei grandi temi del momento.

L’Intelligenza artificiale e la vertiginosa capacità di elaborazione dei dati cui siamo arrivati ci pongono di fronte alla sfida coinvolgente di riscoprire ciò che è proprio della conoscenza umana. Cadenas, che si dedica alla scoperta delle profondità dell’Universo, ha detto di essere stato interpellato dall’esperienza di una ragione che raggiunge il suo culmine attraverso l’esperienza e la sua apertura all’infinito. «Rispondere a Leopardi e a colui che vi parla, così come a tutti gli uomini che hanno guardato il cielo in una notte stellata o hanno abbracciato i loro bambini al petto, è ciò che si prefiggeva quel prete magro e un po ́malaticcio, ribelle, nervoso, instancabile, magnetico e fuori di testa, chiamato don Giussani», ha detto il fisico. Che ha poi aggiunto: «Giussani pedala sulla sua enorme bicicletta e riflette sul problema di baciarsi avendo coscienza dell’universo. Chi vi parla sa esattamente di cosa sta parlando».

Qual è l’identità dell’io che conosce perché ha coscienza dell’universo? Cosa lo rende libero? Queste sono state le due domande sorte spontaneamente nella conversazione che ho avuto all’inizio di novembre con una coppia omosessuale. Libertà e identità, le questioni che emergono, in un modo o nell’altro, in qualsiasi dialogo di questo tempo, sono sorte nel calore di una buona pizza e del vino non così buono. Come avrei potuto capire, amare e provocare la libertà di queste due persone se non avessi imparato da Giussani che la libertà è la soddisfazione più grande? Come sarebbe stato possibile se non avessi imparato e sperimentato che il cristianesimo è l’avvenimento di Cristo che accade proprio ora? Come, se non avessi sperimentato, grazie a Giussani, che il Mistero fatto carne è così reale, così corrispondente, da essere capace di attrarre pienamente la mia libertà?

In quella cena, l’amicizia, il contenuto dell’amicizia di Giussani con Testori, tornò più e più volte alla mia mente e nel mio cuore. In un mondo deserto come il seno di una donna abbandonata, solo l’identità di un io orfano che torna a essere amato, concepito e generato di nuovo, può rinascere e far rinascere la vita.

Fernando De Haro

Una delle prime lettrici spagnole ha voluto raccontarmi in primavera cosa aveva scoperto avvicinandosi alla vita di Giussani. È una donna che si è appena sposata, giovane e molto bella. Una cattolica educata in una delle migliori scuole cattoliche. Mi confessò che fino ad allora, senza mai mettere in dubbio la sua esperienza di fede, era sempre stata in balia delle valutazioni e delle conferme altrui. Non aveva la solidità di una conoscenza irriducibile. Incarnava un’altra delle sfide del momento.

Per coloro che continuano a credere, la fede è una “santa ignoranza”. Per questo credono come se non credessero. Per vivere la fede hanno bisogno di rifugi, di opzioni che permettano di allontanarsi in qualche modo dalla realtà. La giovane donna mi ha fatto notare che Giussani, attraverso la sua biografia, non le aveva detto, come faceva al Berchet, cosa avrebbe dovuto pensare o sentire. Le aveva dato un metodo per sperimentare nel presente una fede capace di trasformarsi in conoscenza amorosa, in una certezza lieta che le permetteva di non difendersi dalla realtà e dal mondo, ma di amarli intensamente.

domenica 4 luglio 2021

QUEI CATTOLICI CHE PER “ABBATTERE I BASTIONI” RINUNCIANO A SE STESSI

Dario Chiesa

Non è tanto la Chiesa a erigere bastioni, semmai è il mondo che erige bastioni contro la Chiesa, confinandola in posizione sempre più marginale. Alcuni cattolici ne sono felici

Nel suo ultimo editoriale, Fernando De Haro invita i cattolici ad abbattere i bastioni per andare incontro all’uomo del XXI secolo. Francamente, non mi sembra che sia la Chiesa a erigere bastioni, semmai è il mondo che erige bastioni contro la Chiesa, cercando di confinarla in uno spazio esclusivamente privato e limitando i suoi interventi pubblici a ciò che è utile o indifferente per il mondo.

In questo senso si può richiamare il sistema sovietico, dove vi era ufficialmente libertà di religione, purché questa rimanesse rinchiusa e silente nel privato. Certamente, i cristiani in Occidente non sono perseguitati come nei Paesi citati nell’editoriale, ma proprio perché rischiano meno hanno ancor più il dovere di proclamare chiaramente la propria fede e il sistema di valori e modi di vivere che ne conseguono.

Giustamente De Haro invita a imparare da quei cristiani che sono realmente perseguitati e a me viene in mente la Lettera ai cristiani d’Occidente che, nel 1970, scrisse padre Jozef Zvěřina, sacerdote ceco che fu prima incarcerato dai nazisti durante la guerra e poi passò 15 anni in un campo d’internamento comunista.

JOSEPH ZVERINA (1913-1990)

In questa lettera, portata clandestinamente oltre la Cortina di ferro, padre Zvěřina richiama i cristiani dell’Occidente: “Fratelli, voi avete la presunzione di portare utilità al Regno di Dio assumendo quanto più possibile il saeculum, la sua vita, le sue parole, i suoi slogan, il suo modo di pensare. Ma riflettete, vi prego, cosa significa accettare questa parola. Forse significa che vi siete lentamente perduti in essa? Purtroppo sembra che facciate proprio così”. E cita San Paolo nella Lettera ai Romani: “Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente”.

Anche don Luigi Giussani citava spesso la frase “Pour se poser, il s’oppose” per sottolineare che bisogna avere coscienza di sé ed essere se stessi per diventare attori, fattori incidenti sul mondo. Il che non vuol dire costruire bastioni, ma porsi per quello che si è e avere la libertà di farlo. Proprio per essere aperti al mondo, per non costruire bastioni, occorre avere una chiara immagine di sé e di cosa la costituisce.

De Haro cita l’evangelico “dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare” per uscire dalle “viscosità della teologia politica”. Bene, ma cosa vuol dire, che il cristiano deve separare ciò in cui crede dalla sua azione pubblica, anche politica? Non credo che De Haro volesse dire questo, perché le due dimensioni dell’essere umano sono distinte ma non separate, come vorrebbe gran parte della cultura dominante. In questo senso, non è senza significato che la Santa Sede sia dovuta ricorrere a un trattato internazionale, il Concordato, perché potesse venire ascoltato il suo parere sul disegno di legge Zan.

A questo proposito, l’amico Fernando dice che “la fede è capace di accogliere tutto il desiderio positivo, tutta la ferita che c’è nelle questioni di genere e di identità che segnano il nostro tempo”. Non vi sono dubbi su questo, ma il punto è che le posizioni che stanno sempre più imponendosi in questo campo, come sull’aborto, sono del tutto contrarie alla visione che dalla fede deriva, e che deriva anche da una corretta e sana concezione dell’umano. La Chiesa è pronta, e ha dimostrato di esserlo, ad accogliere il positivo e le ferite, ma non può accettare medicamenti che rendono le ferite non più guaribili.

In una conferenza del 2005, pochi giorni prima di diventare Papa, il cardinale Ratzinger diceva: “Il concetto di discriminazione viene sempre più allargato, e così il divieto di discriminazione può trasformarsi sempre di più in una limitazione della libertà di opinione e della libertà religiosa. Ben presto non si potrà più affermare che l’omosessualità, come insegna la Chiesa cattolica, costituisce un obiettivo disordine nello strutturarsi dell’esistenza umana. Ed il fatto che la Chiesa è convinta di non avere il diritto di dare l’ordinazione sacerdotale alle donne viene considerato, da alcuni, fin d’ora inconciliabile con lo spirito della Costituzione europea”.

Dopo sedici anni, queste parole sono diventate ancor più attuali e indicano chi realmente eleva baluardi. Basti pensare alla recente delibera del Parlamento europeo in cui si definisce l’aborto un “diritto umano”.

De Haro mette anche in risalto il rapporto tra verità e libertà, un rapporto che il cristiano non può che vedere alla luce di quanto Gesù Cristo ha detto: “La verità vi farà liberi”. Ma non è facile evitare la domanda scettica di Pilato: “Cos’è la verità?”. La risposta di Gesù, “Io sono la verità, la via e la vita”, rimane ancor oggi, e forse più che mai, difficile da capire e da accettare per il mondo. E, nonostante tutto, questo può capitare ancora purtroppo a ciascuno di noi.

ILSUSSIDIARIONET 02.07.2021 – 

 

venerdì 2 luglio 2021

DE HARO I BASTIONI E L’INGENUO CRISTIANESIMO

Fernando de Haro ha scritto qualche giorno fa sul Sussidiario:

https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2021/6/29/la-verita-non-ha-bisogno-di-fortezze/2189414/ (che consiglio di leggere)

Ha risposto Sabino Paciolla: https://www.sabinopaciolla.com/de-haro-i-bastioni-e-lingenuo-cristianesimo/ nel suo blog con l’intervento che segue.

 nota bene:

Rodolfo Casadei sulla sua pagina fb ha condiviso con queste parole:« (…) questa sua reazione all'articolo di Fernando De Haro intitolato "La verità non ha bisogno di fortezze" ci voleva proprio. Sarebbe bello che su questi argomenti ci si potesse confrontare seriamente e fraternamente, consapevoli che nessuno oggi ha l'esclusiva del carisma, e non su Facebook ma in assemblee cristiane vere e partecipate. Prego che quel momento arrivi. Per intanto, grazie Sabino».

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LA COLLINA DELLE CROCI
LITUANIA

A volte, dopo la lettura di certi articoli si corre il rischio di rimanere depressi o arrabbiati. E’ quello che mi è capitato leggendo un articolo a firma di Fernando De Haro, pubblicato su Il Sussidiario. Tenuto conto però dell’autore e, soprattutto, dell’ambiente cui appartiene, è il caso che esprima qualche osservazione.

Il contenuto dell’articolo può essere sintetizzato così: “Quello che scriveva von Balthasar quasi 70 anni fa è ancora oggi molto attuale: il cristianesimo non ha bisogno di fortezze e bastioni”. 

De Haro tenta di sostenere il suo (fragile) argomentare con un nome altisonante, il teologo Hans Urs von Balthasar, prendendo spunto da un suo libro intitolato: Abbattere i bastioni. E’ chiaro che quel libro riflette il periodo e le circostanze in cui è stato scritto (1952), De Haro però non tiene conto della parabola temporale dell’autore e, soprattutto, delle opere scritte nel periodo successivo, in particolare di quelle pubblicate a partire dalla chiusura del Concilio Vaticano II. (…)

 

 Se dunque si cita Balthasar, occorre citarlo tutto. Egli nell’ultima parte della sua vita si è battuto perché il desiderio eccessivo di trovare accordi (o costruire ponti) con tutti e su tutto (religione universale dell’umanità, ecumenismo a buon mercato, ecc.) non conducesse i cattolici a perdere l’elemento distintivo della loro fede.

Non a caso, don Giussani incontrerà von Balthasar proprio qualche anno dopo la conclusione del Concilio Vaticano II. Nel gennaio 1971 Giussani partecipa agli Esercizi spirituali dei gruppi di CL delle università di Friburgo, Berna e Zurigo, che si svolgono a Einsiedeln, sede di una storica abbazia benedettina. Le lezioni saranno tenute da lui stesso e da Hans Urs von Balthasar.

De Haro prosegue:

“Balthasar invitava a non aver paura del mondo. (…) Balthasar per fortuna non era solo. In quegli anni, altri indicarono che un’esperienza di fede sana è caratterizzata dal non trasformare il cristianesimo in una serie di posizioni da difendere, dal non porsi di fronte al nuovo come antitesi, dalla sua capacità di assumerlo, valorizzarlo e salvarlo.

È perciò sorprendente che vi sia chi si impegna ora nel costruire nuovi bastioni, opzioni per ritirarsi dal mondo per vivere senza menzogne. È sorprendente che vi sia chi denuncia un destino di persecuzione dell’ideologia dominante verso il cristianesimo in Europa e in America.

(…) in Occidente i cristiani sono lontani dal subire una persecuzione. La facilità con cui si parla degli attacchi al cristianesimo in Occidente da parte di un presunto sistema totalitario, paragonandolo al sistema sovietico, riflette una mancanza di rigore e visione. Parlare di totalitarismo morbido è un’irresponsabilità che alimenta il vittimismo.

 

Dopo aver letto questi passaggi mi è venuto spontaneo domandarmi se De Haro non viva nel “paese delle meraviglie”. Mi sono chiesto pure se De Haro abbia mai sentito parlare della perniciosa, in termini di libertà religiosa, proposta di legge Equality Act in discussione negli Stati Uniti o degli episodi giudiziari azionati da esponenti del mondo LGBT a carico di artigiani (qui e qui) in odio alla loro fede, o della battaglia legale delle Piccole sorelle dei poveri. Mi sono domandato se De Haro abbia mai sentito parlare di 6 anni di carcere per l’indefinito reato di omofobia previsto nel DDL Zan, reato che potrebbe ricomprendere l’affermazione pubblica dell’unica famiglia stabilita da Dio, quella formata da un uomo e una donna, come Lui li creò. 

Mi sono chiesto se De Haro abbia mai sentito parlare di una “Nota Verbale” inviata alcuni giorni fa dal Vaticano all’ambasciata italiana presso la Santa Sede con la quale viene evidenziata viva preoccupazione per l’eventuale approvazione del testo del DDL Zan, una proposta i cui articoli “avrebbero l’effetto di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa cattolica e ai suoi fedeli”, una proposta che metterebbe a rischio “la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione” sancite con il Concordato. 

Se si è mosso persino il Vaticano invocando il rispetto del Concordato, prima volta nella storia, vorrà dire che una qualche forma di persecuzione giudiziaria il Vaticano la intravvede all’orizzonte persino in Italia. 

 

Ma De Haro forse dimentica che fu proprio don Giussani, in uno dei tantissimi colloqui, a mettere in guardia i cristiani richiamando le parole di Gesù ai discepoli:

«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia.

Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato».

e alla osservazione di uno degli astanti che diceva: “Una persecuzione sottile, una emarginazione culturale….”

don Giussani con decisione rispondeva: 

“Ma quale sottigliezza. Intendo proprio una persecuzione.”

e alla domanda: Una persecuzione vera?

Don GIUSSANI rispondeva: 

“E così. L’ira del mondo oggi non si alza dinanzi alla parola Chiesa, sta quieta anche dinanzi all’idea che uno si definisca cattolico, o dinanzi alla figura del Papa dipinto come un’autorità morale. Anzi c’è un ossequio formale, addirittura sincero. L’odio si scatena – a malapena contenuto, ma presto tracimerà – dinanzi ai cattolici che si pongono per tali, cattolici che si muovono nella semplicità della Tradizione.”

 

E allora chiedo a De Haro: Anche don Giussani era un “irresponsabile” che alimentava il “vittimismo”? Anche don Giussani era affetto da “mancanza di rigore e visione”? Non sarà piuttosto che ci siamo dimenticati di quello che ci ha detto don Giussani, ovvero che lo abbiamo messo tra parentesi?

E allora, piuttosto che pensare che De Haro sia una persona sprovveduta, devo dedurre che sia affetto da quel clericale politicamente corretto oggi così in voga, frutto della riduzione della fede ad un nocivo sentimentalismo, affogato nell’intimismo.

Due aspetti della riduzione della fede che la rendono evanescente fino a scomparire, priva di giudizio, ininfluente nella società. Una fede che non diventa cultura, una fede che non afferma la verità nella carità, una fede che evita di dire che c’è un bene e un male, una fede che fa a meno di dire che c’è una verità che ci libera dal peccato, una fede che non diventa giudizio per paura di diventare offensiva e divisiva è una fede scipita, una fede che priva l’uomo della sua statura veramente umana, una fede che taglia un effettivo rapporto con la realtà.

Ricordiamo a tal proposito l’avvertimento di San Giovanni Paolo II: «La sintesi tra cultura e fede non è solo un’esigenza della cultura, ma anche della fede… Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta».

Quella di De Haro, dunque, sembra essere l’espressione di un cristianesimo ingenuamente allegro, tutto teso ad abbattere fantomatici muri e bastioni perché dimentico che Cristo è “la pietra di scandalo”, quella che i costruttori hanno scartato.

Un cristianesimo in cui è assente la drammaticità del reale e la testimonianza che ad ognuno è esigita, Dio non voglia, fino al martirio. Non basta indicare che ai cristiani dei primi tempi era richiesto di incensare la statua dell’imperatore come fosse un dio, occorre aggiungere che ANCHE OGGI ci viene richiesto di genufletterci e incensare la statua dell’”imperatore” di turno, che si presenta sotto mentite spoglie, consone ai tempi che corrono.

De Haro dimentica, o fa finta di dimenticare, che ogni tempo ha il suo “imperatore”, perché in ogni epoca il “principe di questo mondo” impersona l’”imperatore” che pretende di essere lodato e incensato. A tal proposito, sarebbe bene che De Haro riascoltasse la canzone di Claudio Chieffo intitolata “Martino e l’imperatore”.

Un ultima osservazione, emblematica della distanza dal reale di De Haro. Egli, riferendosi ai cristiani dei primi tempi, a sottolineare il buio dell’epoca, dice: ”Erano tempi in cui i bambini indesiderati si gettavano nel Tevere”. De Haro sveglia!!! Oggi i bambini vengono orribilmente macellati a decine di milioni ogni anno nel grembo materno. E questo genocidio viene chiamato “diritto umano” (Rapporto Matić), espressione della liberazione della donna, nobile manifestazione di civiltà.

Caro Fernando De Haro, non ti pare che oggi i tempi siano bui come allora?


SABINO PACIOLLA

 

martedì 20 aprile 2021

I DANNI DELLA MEMORIA CORTA

FERNANDO DE HARO

Il nostro modo di conoscere riflette una frattura tra la capacità di sviluppare la conoscenza e la gestione politica, tra la ragione scientifica applicata all’immunizzazione e la ragione pratica.

La reazione negli Stati Uniti e in Europa ai vaccini di AstraZeneca e Janssen dice molto di noi. Abbiamo speculato per mesi su come sarebbe stato il mondo dopo il Covid, ma, come sempre, il trailer del futuro è nel presente. Quello che sta succedendo con i vaccini a vettore virale riflette una frattura tra la capacità di sviluppare la conoscenza e la gestione politica, tra la ragione scientifica applicata all’immunizzazione e la ragione pratica.

La precedente grande pandemia di cui ha sofferto l’umanità, nel 1918, è stata l’influenza causata dal virus A (sottotipo H1N1), erroneamente denominata spagnola in quanto il primo caso fu scoperto nel Kansas. Dopo oltre 50 milioni di morti, si dovette aspettare fino al 1930 per isolare il virus e fino al 1945 per iniziare a produrre i primi vaccini.

Un secolo dopo, i primi vaccini, con un’altissima percentuale di efficacia, sono stati disponibili in meno di un anno. La sfida, adesso, non è solo migliorare il farmaco e accelerarne la produzione, in quanto si è presentato un ostacolo imprevisto: la crescente mancanza di fiducia e il rifiuto, in molti Paesi del Sud, nei confronti di AstraZeneca e Janssen. È sorprendente che, dopo aver ottenuto ciò che sembrava più difficile, un problema considerato “minore”, come l’accettazione dei dati oggettivi della scienza, possa ritardare e mettere a rischio il ritmo delle vaccinazioni e il raggiungimento dell’immunità di gregge in ampie zone del pianeta. Si è visto che i risultati freddi e oggettivi non sono sufficienti: stiamo riscoprendo che l’intelligenza emotiva di Goleman, il cuore intelligente, è decisiva.

La sequenza di quanto è successo la ricordiamo tutti. La comparsa di trombosi, collegate alla somministrazione di milioni di dosi di AstraZeneca, ha provocato un primo rinvio delle vaccinazioni con il prodotto di Cambridge. Solo dopo che l’Ema, accertata la relazione causale degli effetti secondari, ha dichiarato che i benefici rimanevano maggiori dei danni, la maggioranza dei governi europei ha ripreso le vaccinazioni. Ancor prima del pronunciamento dell’Ema, era evidente che il rischio era molto basso, ma i governi hanno aspettato che fosse un’altra istituzione a dare il via libera, per l’incapacità di assumersi responsabilità.

Qualcosa di simile è successo con il vaccino Janssen. Dopo che le autorità sanitarie degli Stati Uniti hanno deciso la sospensione per alcune, pochissime, trombosi, perfino meno che nel caso di AstraZeneca, si è prodotto lo stesso effetto. Il discredito di AstraZeneca e di Janssen è poi aumentato dopo che l’Ue ha annunciato che in futuro farà a meno di questi due vaccini.

In buona parte del mondo non vi sono altri vaccini diversi da quelli di AstraZeneca e Janssen. L’eccesso di precauzione si è trasformato in rifiuto da parte di alcuni Paesi dell’Africa, evocando il fantasma di un Occidente che manda al Sud farmaci di serie B: i vaccini che non sono buoni per i bianchi sono buoni per i neri. Le conseguenze possono essere nefaste laddove non vi sono alternative ai vaccini con adenovirus, perché nella corsa contro il virus ritardare le vaccinazioni porta a favorire lo sviluppo di nuove varianti.

Tuttavia, la diffidenza non è aumentata solo nei Paesi del Sud. In questi giorni, opinionisti e responsabili sanitari continuano a riportare statistiche per cercare di superare le incertezze, o direttamente le paure, sorte attorno ai vaccini di AstraZeneca e Janssen. Per il primo la probabilità di trombosi è dello 0,0001 per cento e per il secondo dello 0,00008 per cento. Si continua a dichiarare che è più probabile, molto più probabile, morire per il virus che per delle cifre prossime allo zero come quelle relative ai vaccini.

Le campagne di sensibilizzazione si presentano però molto difficili e i numeri vicini allo zero che allontanano le probabilità negative non sono sufficienti per far recuperare la fiducia. È la conseguenza di una fallimentare gestione politica e comunicativa. 

Tuttavia, dice molto anche di noi. Abbiamo una memoria corta e pare che abbiamo dimenticato la vulnerabilità della quale, solo qualche mese fa, eravamo così coscienti. Torniamo a dimenticarci di ciò che siamo, del nostro bisogno, dell’inesistenza del rischio zero. “Quando la memoria diventa così breve, viene alterata la relazione che abbiamo con l’identità”, sottolinea giustamente Magris. La nostra resistenza a essere convinti da una schiacciante logica statistica dice della nostra memoria corta, ma riflette anche il modo in cui noi conosciamo.

Dovrebbe essere facile arrendersi all’evidenza che ci portano le percentuali bassissime, ma se anche la minima possibilità si trasforma per noi in un ostacolo difficile da superare, è perché non siamo né algoritmi, né computer. 

La possibile trombosi su un milione diventa una barriera se non c’è un affetto, un’intelligenza emotiva, che ci aiuta a far memoria dei mesi che abbiamo vissuto, ad aprire la ragione al bene che ci aspetta. Ancora una volta, questa dolorosa crisi ci insegna come siamo fatti.  

 

IL SUSSIDIARIO NET 20 APRILE 2021

 

(foto LaPresse)