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domenica 5 novembre 2023

LA NECESSITÀ DI CAPIRE – COME RAGIONANO ISRAELIANI E PALESTINESI

 30 Ottobre 2023 - di Luca Ricolfi

Dopo l’orrore, per molti di noi è il tempo dello sconcerto. Il 7 ottobre abbiamo assistito, sia pure da lontano, al più barbaro episodio di violenza antisemita dai tempi delle camere a gas, eppure una parte dell’opinione pubblica tentenna. Non solo c’è chi inneggia ad Hamas (pochi, per fortuna), ma c’è un vasto movimento di opinione che, pur senza esaltare esplicitamente l’eccidio, non trova le parole per condannarlo. Si scende in piazza a sostegno della causa palestinese, si denuncia il bombardamento dell’ospedale di Gaza city (come se fosse opera di Israele), si nega il diritto di Israele a decidere come difendersi. 


Più fondamentalmente, e semplicisticamente, si pensa la vicenda israelo-palestinese come una tragedia in cui i buoni sono tutti da una parte (palestinesi) e i cattivi tutti dall’altra (Israele).

Di qui lo sconcerto. Come è possibile che, dopo 78 anni di retorica anti-fascista e anti-nazista, dopo aver spedito centinaia di migliaia di scolaresche ad Auschwitz, dopo aver istituito, celebrato e

ricelebrato innumerevoli volte il “giorno della memoria”, dopo il diluvio di discorsi sul “dovere di non dimenticare”, siamo ancora qui a fare i conti con l’antisemitismo? Come è possibile che l’antisemitismo riemerga in occidente? E come è possibile che, quando lo fa, sia quasi sempre a sinistra?

La risposta facile è: noi ce l’abbiamo solo con Israele, non con gli ebrei. Ma è una risposta fasulla, oltreché vecchia (la ascolto dagli anni ’60). Se fosse così, non assisteremmo a migliaia di episodi – aggressioni, profanazione delle tombe, discorsi d’odio sui social media – che hanno come bersaglio singole persone di fede ebraica in Europa, negli Stati Uniti, in Canada. Soprattutto, ascolteremmo le più severe condanne nei confronti di Hamas, i cui uomini non hanno attaccato lo Stato di Israele, i suoi militari, i suoi politici, ma hanno rivolto la loro cieca violenza contro singoli e inermi cittadini, colpevoli soltanto di essere ebrei.

Ma allora qual è la risposta? Perché una parte dell’opinione pubblica è così severa con Israele e così indulgente verso Hamas?

Una ragione, senza dubbio, è l’infantilismo della mentalità woke: oggi, molto più di 30 o 40 anni fa, il mondo progressista ragiona secondo lo schema manicheo forti-deboli, con l’occidente, i paesi ricchi, e quindi innanzitutto Israele, nel ruolo di forti & cattivi. Siamo sempre lì, al “singhiozzo dell’uomo bianco” (come lo chiamava Pascal Bruckner) che vede automaticamente dalla parte del torto la civiltà occidentale, e nel ruolo di vittime tutte le altre, specie se sono ancora povere.

Ma c’è anche un’altra ragione, ed è che ci ostiniamo a leggere le vicende del medio-oriente con le nostre categorie e i nostri fantasmi, senza fare il minimo sforzo per entrare nella testa di israeliani e palestinesi. Eppure, se lo facessimo, potremmo renderci conto di tante cose. Ad esempio, che sia la società israeliana sia la società palestinese sono (ancora) società “durkheimiane”, in cui l’individuo è meno importante dell’entità collettiva cui appartiene (comunità, stato, nazione). A noi fa orrore il solo pensiero che la gioventù di Israele possa essere mandata a combattere, come non ci capacitiamo del fatto che gli ucraini sparsi per il mondo volessero tornare in patria per respingere l’invasore russo. La nostra avversione al rischio è incomparabilmente maggiore di quella dei membri delle società durkheimiane (e di quella della nostra stessa società un secolo fa), e ci rende inconcepibile il ricorso alle armi. Non per nulla al tempo degli euromissili (1977) e dell’Unione sovietica c’era chi diceva “meglio rossi che morti”, e al giorno d’oggi si possono sentire ascoltati giornalisti proclamare che gli ucraini avrebbero dovuto arrendersi ai carri armati russi. L’idea che per la libertà si possa mettere a repentaglio la propria vita ci è divenuta del tutto estranea. Come ci è divenuta estranea l’idea che in ogni guerra vi siano vittime civili, come se non avessimo memoria dei bombardamenti alleati durante la seconda guerra mondiale.

Ma altrettanto incomprensibile, per molti di noi, è diventato quel che succede sul versante palestinese. Da un lato, si esita a riconoscere che quel che distingue il terrorismo dalle varie forme di resistenza e di lotta armata è la deliberata uccisione di civili, compresi anziani, donne e bambini. Dall’altro si dimentica che, nel conflitto israelo-palestinese, almeno dagli anni ’80, la componente religiosa è fondamentale. Si uccide in nome di Allah, convinti che sia doveroso farlo e – spesso – che si otterrà una ricompensa nell’aldilà. Una ventina di anni fa mi è capitato, come sociologo, di studiare le missioni suicide in Palestina, di leggere i resoconti dei “martiri” e delle loro famiglie, di studiare i passi del Corano che legittimano l’uccisione degli infedeli e di coloro che “portano la corruzione sulla terra” (in particolare: Sura V, versetto 32). Difficile, se non si hanno pregiudizi, non vedere la potenza motivazionale della religione, specie se ci si attiene alla lettera del Corano, e la guida politica di un popolo passa dalle organizzazioni laiche (l’Olp di Arafat e Abu Mazen) a quelle a matrice religiosa (come Hamas, organizzazione caritatevole involuta in terrorista).

Certo, tutto questo non deve farci recedere dai nostri sforzi di cercare una via di uscita ragionevole dalla crisi. Ma dovrebbe insegnarci che, se le vie semplici non esistono, è anche perché loro non pensano come noi, e noi non pensiamo come loro. Capire come pensa un israeliano e come pensa un palestinese, forse, è la prima cosa che dovremmo fare per aiutarli a trovare una strada meno sanguinosa di quella percorsa fin qui.

 

venerdì 3 novembre 2023

TORNARE A RATISBONA

 

Card. SAKO
Il Patriarca Caldeo, il Cardinale Louis Raphael I Sako,
intervistato sulla situazione in Medio Oriente, ha posto una questione di fondamentale importanza:” In Medio Oriente bisogna separare la religione dallo stato.” 

Questo punto era stato perfettamente spiegato da Benedetto XVI a Regensburg, parlando dell’incontro fra Fede e Ragione ai rappresentanti della scienza. “Non agire secondo ragione (συν λόγω) è contrario alla natura di Dio”

 Invitiamo a riprendere tutto il discorso, non solo l’estratto che presentiamo che pure è attualissimo in relazione alla tragedia mediorientale. Questo discorso è un inno al Logos: Gesù è il Logos incarnato, l’origine e il fine di tutto, il senso di tutto

 

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
A MÜNCHEN, ALTÖTTING E REGENSBURG

(9-14 SETTEMBRE 2006)

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Aula Magna dell’Università di Regensburg
Martedì, 12 settembre 2006
 

Fede, ragione e università.
Ricordi e riflessioni.

 

(…OMISSIS )

BENEDETTO XVI a Ratisbona

Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue.[1] Fu poi presumibilmente l'imperatore stesso ad annotare, durante l'assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non quelli del suo interlocutore persiano.[2] Il dialogo si estende su tutto l'ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull'immagine di Dio e dell'uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione tra le – come si diceva – tre "Leggi" o tre "ordini di vita": Antico Testamento – Nuovo Testamento – Corano.  Di ciò non intendo parlare ora in questa lezione; vorrei toccare solo un argomento – piuttosto marginale nella struttura dell’intero dialogo – che, nel contesto del tema "fede e ragione", mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema.

Nel settimo colloquio (διάλεξις – controversia) edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della jihād, della guerra santa. Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È probabilmente una delle sure del periodo iniziale, dice una parte degli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente brusco, brusco al punto da essere per noi inaccettabile, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava".[3] L'imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue - egli dice -, non agire secondo ragione, „σὺν λόγω”, è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…"[4]

L'affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio.[5] L'editore, Theodore Khoury, commenta: per l'imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest'affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza.[6] In questo contesto Khoury cita un'opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazm si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l'uomo dovrebbe praticare anche l'idolatria.[7]

Viaggio in Germania 2006

A questo punto si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia. Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, il primo versetto dell’intera Sacra Scrittura, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: "In principio era il λόγος". È questa proprio la stessa parola che usa l'imperatore: Dio agisce „σὺν λόγω”, con logosLogos significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l'evangelista. L'incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. (…)

https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2006/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20060912_university-regensburg.html

 

 

martedì 24 ottobre 2023

CARD. PIZZABALLA: LETTERA A TUTTA LA DIOCESI

Carissimi, il Signore vi dia pace!

Stiamo attraversando uno dei periodi più difficili e dolorosi della nostra storia recente. Da or-mai più di due settimane siamo stati inondati da immagini di orrore, che hanno risvegliato traumi antichi, aperto nuove ferite, e fatto esplodere dentro tutti noi dolore, frustrazione e rab-bia. Molto sembra parlare di morte e di odio senza fine. Tanti “perché” si accavallano nella nostra mente, facendo aumentare così il nostro senso di smarrimento.

Tutto il mondo guarda a questa nostra Terra Santa, come ad un luogo che è causa continua di guerre e divisioni. Proprio per questo è stato bello che qualche giorno fa, tutto il mondo fosse invece unito a noi con una giornata di preghiera e di digiuno per la pace. Uno sguardo bello sulla Terra Santa e un importante momento di unità con la nostra Chiesa. E questo sguardo continua. Il prossimo 27 ottobre il Papa ha indetto una seconda giornata di preghiera e di digiuno, perché la nostra intercessione continui. Sarà una giornata che celebreremo con convinzione. È forse la cosa principale che noi cristiani in questo momento possiamo fare: pregare, fare penitenza, intercedere. E di questo ringraziamo il Santo Padre di vero cuore.

In tutto questo frastuono dove il rumore assordante delle bombe si mischia alle tante voci di dolore e ai tanti contrastanti sentimenti, sento il bisogno di condividere con voi una parola che abbia la sua origine nel Vangelo di Gesù, perché in fondo è da lì che tutti noi dobbiamo partire e lì dobbiamo sempre ritornare. Una parola di Vangelo che ci aiuti a vivere questo tragico mo-mento unendo i nostri sentimenti a quelli di Gesù.

Guardare a Gesù, ovviamente, non significa sentirci esonerati dal dovere di dire, denunciare, richiamare, oltre che consolare e incoraggiare. Come abbiamo ascoltato nel Vangelo di dome-nica scorsa, è necessario rendere “a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Matt. 22,21). Guardando a Dio, vogliamo dunque, innanzitutto, rendere a Cesare ciò che è suo.

La coscienza e il dovere morale mi impongono di affermare con chiarezza che quanto è avvenuto il 7 ottobre scorso nel sud di Israele, non è in alcun modo ammissibile e non possiamo non condannarlo. Non ci sono ragioni per una atrocità del genere. Si, abbiamo il dovere di affermarlo e denunciarlo. Il ricorso alla violenza non è compatibile col Vangelo, e non conduce alla pace. La vita di ogni persona umana ha una dignità uguale davanti a Dio, che ci ha creati tutti a Sua immagine.

La stessa coscienza, tuttavia, con un grande peso sul cuore, mi porta oggi ad affermare con altrettanta chiarezza che questo nuovo ciclo di violenza ha portato a Gaza oltre cinquemila morti, tra cui molte donne e bambini, decine di migliaia di feriti, quartieri rasi al suolo, man-canza di medicinali, acqua, e beni di prima necessità per oltre due milioni di persone. Sono tragedie che non sono comprensibili e che abbiamo il dovere di denunciare e condannare senza riserve. I continui pesanti bombardamenti che da giorni martellano Gaza causeranno solo morte e distruzione e non faranno altro che aumentare odio e rancore, non risolveranno alcun problema, ma anzi ne creeranno dei nuovi. È tempo di fermare questa guerra, questa violenza insensata.

È solo ponendo fine a decenni di occupazione, e alle sue tragiche conseguenze, e dando una chiara e sicura prospettiva nazionale al popolo palestinese che si potrà avviare un serio processo di pace. Se non si risolverà questo problema alla sua radice, non ci sarà mai la stabilità che tutti auspichiamo. La tragedia di questi giorni deve condurci tutti, religiosi, politici, società civile, comunità internazionale, ad un impegno in questo senso più serio di quanto fatto fino ad ora. Solo così si potranno evitare altre tragedie come quella che stiamo vivendo ora. Lo dobbiamo alle tante, troppe vittime di questi giorni, e di tutti questi anni. Non abbiamo il diritto di lasciare ad altri questo compito.

Ma non posso vivere questo tempo estremamente doloroso, senza rivolgere lo sguardo verso l’Alto, senza guardare a Cristo, senza che la fede illumini il mio, il nostro sguardo su quanto stiamo vivendo, senza rivolgere a Dio il nostro pensiero. Abbiamo bisogno di una Parola che ci accompagni, ci consoli e ci incoraggi. Ne abbiamo bisogno come l’aria che respiriamo.

“Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!” (Gv 16,33).

Ci troviamo alla vigilia della passione di Gesù. Egli rivolge queste parole ai suoi discepoli, che di lì a poco saranno sballottati come in una tempesta di fronte alla Sua morte. Saranno presi dal panico, si disperderanno e fuggiranno, come pecore senza pastore.

Ma questa ultima parola di Gesù è un incoraggiamento. Non dice che vincerà, ma che ha già vinto. Anche nel dramma che verrà, i discepoli potranno avere pace. Non si tratta di una pace irenica campata in aria, né di rassegnazione al fatto che il mondo è malvagio e che non pos-siamo fare nulla per cambiarlo. Ma di avere la certezza che proprio dentro tutta questa malva-gità, Gesù ha vinto. Nonostante il male che devasta il mondo, Gesù ha conseguito una vittoria, ha stabilito una nuova realtà, un nuovo ordine, che dopo la risurrezione sarà assunto dai disce-poli rinati nello Spirito.

È sulla croce che Gesù ha vinto. Non con le armi, non con il potere politico, non con grandi mezzi, né imponendosi. La pace di cui parla non ha nulla a che fare con la vittoria sull’altro. Ha vinto il mondo, amandolo. È vero che sulla croce inizia una nuova realtà e un nuovo ordine, quello di chi dona la vita per amore. E con la Risurrezione e con il dono dello Spirito, quella realtà e quell’ordine appartengono ai suoi discepoli. A noi. La risposta di Dio alla domanda sul perché della sofferenza del giusto, non è una spiegazione, ma una Presenza. È Cristo sulla croce.

È su questo che si gioca la nostra fede oggi. Gesù in quel versetto parla giustamente di coraggio. Una pace così, un amore così, richiedono un grande coraggio.

Avere il coraggio dell’amore e della pace qui, oggi, significa non permettere che odio, vendetta, rabbia e dolore occupino tutto lo spazio del nostro cuore, dei nostri discorsi, del nostro pensare. Significa impegnarsi personalmente per la giustizia, essere capaci di affermare e denunciare la verità dolorosa delle ingiustizie e del male che ci circonda, senza però che questo inquini le nostre relazioni. Significa impegnarsi, essere convinti che valga ancora la pena di fare tutto il possibile per la pace, la giustizia, l’uguaglianza e la riconciliazione. Il nostro parlare non deve essere pieno di morte e porte chiuse. Al contrario, le nostre parole devono essere creative, dare vita, creare prospettive, aprire orizzonti.

Ci vuole coraggio per essere capaci di chiedere giustizia senza spargere odio. Ci vuole coraggio per domandare misericordia, rifiutare l’oppressione, promuovere uguaglianza senza pretendere l’uniformità, mantenendosi liberi. Ci vuole coraggio oggi, anche nella nostra diocesi e nelle nostre comunità, per mantenere l’unità, sentirsi uniti l’uno all’altro, pur nelle diversità delle nostre opinioni, delle nostre sensibilità e visioni.

Io voglio, noi vogliamo essere parte di questo nuovo ordine inaugurato da Cristo. Vogliamo chiedere a Dio quel coraggio. Vogliamo essere vittoriosi sul mondo, assumendo su di noi quella stessa Croce, che è anche nostra, fatta di dolore e di amore, di verità e di paura, di ingiustizia e di dono, di grido e di perdono.

Prego per tutti noi, e in particolare per la piccola comunità di Gaza, che più di tutte sta sof-frendo. In particolare, il nostro pensiero va ai 18 fratelli e sorelle periti recentemente, e alle loro famiglie, che conosciamo personalmente. Il loro dolore è grande, eppure, ogni giorno di più mi rendo conto che loro sono in pace. Spaventati, scossi, sconvolti, ma con la pace nel cuore. Siamo tutti con loro, nella preghiera e nella solidarietà concreta, ringraziandoli della loro bella testimonianza.

Preghiamo infine per tutte le vittime innocenti. La sofferenza degli innocenti davanti a Dio ha un valore prezioso e redentivo, perché si unisce alla sofferenza redentrice di Cristo. Che la loro sofferenza avvicini sempre di più la pace!

·       Ci stiamo avvicinando alla solennità della Regina di Palestina, la patrona della nostra diocesi. Quel santuario fu eretto in un altro periodo di guerra, e fu scelto come luogo speciale per pre-gare per la pace. In quei giorni riconsacreremo nuovamente la nostra Chiesa e la nostra terra alla Regina di Palestina! Chiedo a tutte le chiese nel mondo di unirsi al Santo Padre e a noi nella preghiera, e nella ricerca di giustizia e pace.

Non potremo quest’anno ritrovarci tutti, perché la situazione non lo permette. Ma sono certo che tutta la diocesi sarà unita in quel giorno per pregare unita e solidale per la pace, non quella del mondo, ma quella che ci dona Cristo.

Con l’augurio di ogni bene,

†Pierbattista Card. Pizzaballa

Patriarca di Gerusalemme dei Latini

·         24 OTTOBRE 2023

martedì 17 ottobre 2023

PIZZABALLA: PREGARE È LA NOSTRA ARMA PER FERMARE L’ODIO


Il patriarca di Gerusalemme ha lasciato i lavori sinodali per stare vicino alla sua gente

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, è tornato nella Città Santa, lasciando i lavori del Sinodo. Un pastore deve stare con il suo gregge. Specie se ha addosso la porpora, con il suo pregnante significato. E infatti, ieri, a chi gli chiedeva se fosse disposto all’eventualità di uno scambio di prigionieri tra lui e bambini tenuti in ostaggio da Hamas a Gaza, ha risposto con prontezza: « Assolutamente sì».

Brani da alcune interviste

La linea della Chiesa può apparire equidistante e fatica a portare a casa risultati, non trova?

Il mio compito non è quello di portare a casa un risultato, è quello di essere voce, di lavorare per la giustizia, ma anche di dire le cose con chiarezza, di non cedere al gioco molto facile che c’è qui, quello delle due narrative: uno contrapposto all’altro, quindi o stai con gli uni o stai con gli altri. Tutti e due sono parte della mia attività, del mio servizio. Ed è chiaro che in questo contesto di grande lacerazione, di grande tensione, anche se non porterai a casa alcunché, sarà però importante essere la voce che crede che sia possibile fare qualcosa insieme. Poi il tempo è galantuomo, ma se lo scopo è portare a casa subito i risultati, allora siamo falliti in partenza.

C’è il tema, per esempio, degli ostaggi. Ecco, figure importanti dal punto di vista religioso come la sua possono in qualche modo svolgere un ruolo da questo punto di vista?

La disponibilità c’è senz’altro, non si discute, ma in questo momento, ripeto, in questo preciso istante, vedo ogni possibilità di mediazione non ancora possibile perché non c’è la volontà. Manca anche l’interlocutore. Con chi mediare dall’altra parte? Un’altra parte, realisticamente, in questo momento non c’è. Si dovrà attendere, penso, la fine delle ostilità militari, se non altro per capire con chi si potrà parlare, se c’è un interlocutore, se c’è una volontà di mediazione. La disponibilità senza altro c’è, ma sarà molto difficile: è una situazione totalmente nuova per noi. La difficoltà principale subito dopo questa guerra sarà non tanto ricostruire le macerie fisiche ma quelle relazionali.

Intanto, però, ha lanciato con forza l’idea di una giornata di digiuno e di preghiera, per oggi, che è stata ampiamente ripresa e fatta propria in moltissime Chiese di tutto il mondo.

Eminenza, si aspettava un’adesione così grande alla proposta?

Sapevo che molte persone, molte Chiese nel mondo avrebbero aderito, ma l’adesione è stata molto più ampia di quanto pensassi. Anche il Papa domenica ne ha parlato all’Angelus, chiedendo di unirsi alla preghiera e di questo gli sono profondamente grato, anche a nome dei cristiani di Terra Santa. Sono molto contento di questo segno di unità di cui abbiamo estremamente bisogno.

Quale sarà la sua personale preghiera?

La mia preghiera sarà innanzitutto un grido. Cioè portare al Signore il dolore di queste comunità: comunità ebraica, islamica, cristiana, ciascuno in maniera molto diversa. E anche il mio personale dolore, la lacerazione, che avverto come tutti nel mio intimo e la offrirò al Signore. E poi chiederò di trovare un lume, una parola, che mi aiuti, ci aiuti tutti, a leggere questa situazione e a dargli per quanto possibile un senso.

 

domenica 15 ottobre 2023

LA LINEA SACRA CHE NON SI PUÒ OLTREPASSARE

 LEONARDO LUGARESI

Chi fa violenza ai bambini – chiunque, mosso da qualunque causa e in qualsiasi modo, fa violenza anche ad un solo bambino oltrepassa una soglia. Un confine sacro, oltre il quale la capacità di perdono degli uomini non può, e oso dire non deve (nel senso che non ne ha il diritto) spingersi.

L'eccidio di Kfar Aza
Dio sì, Lui può perché non c’è male che, nella sua onnipotenza d’amore, Egli non possa redimere, purché l’uomo peccatore glielo chieda. Ma per chiederglielo, il peccatore deve esserne pienamente consapevole e provarne autentico dolore; e il dolore del pentimento di aver fatto violenza a un bambino, per colui che veramente lo provasse, sarebbe di una tale intensità da spaccargli il cuore. Contrizione si chiama, nel lessico cristiano, il dolore dei peccati commessi, e vuol dire appunto che a pensarci ti si frantuma il cuore: qualche crepa, per i peccati più piccoli; un mezzo infarto, per quelli più grossi; del tutto, per una colpa di questo genere. L’uomo che ha ucciso, violentato, offeso dei bambini, se si pente, può solo urlare a Dio la supplica di farlo morire presto. E Dio, che solo può e vuole perdonarlo, è stato chiaro sull’argomento: chi “scandalizza” – (in questo verbo ci sta tutto il male che gli adulti fanno ai bambini) – «uno di questi piccoli che si fidano di me» – (e tutti i bambini si fidano, naturaliter, di Dio) – «conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare» (Mt 18, 6).

La ragione della “sacralità” dei bambini è profonda e radicale, e non ha molto a che fare con quel sentimento, peraltro universalmente diffuso, che tanto concorre a far scattare in tutti noi una reazione istintiva di ripulsa nei riguardi del male fatto ai bambini: quella cosa che chiamerei cucciolaggine, cioè l’intenerimento empatico che è così difficile non provare nei riguardi dei piccoli di tutti gli animali. Gli etologi sostengono che si tratta di un dispositivo accortamente messo in atto dalla natura per proteggere gli individui più deboli e più preziosi per la sopravvivenza della specie: con un aspetto così accattivante è più difficile per gli adulti non proteggere i cuccioli, o addirittura accanirsi su di loro. È un meccanismo di difesa che sembra efficientissimo, ma che in realtà mostra tutta la sua debolezza quando i piccoli “non hanno apparenza né bellezza”, o perché sono malformati o perché non si vedono proprio. Nel caso dell’animale razionale che siamo noi, inoltre, l’inanità di tale ragione per garantire il rispetto dei piccoli si rivela proprio nella sua comprovata incapacità di difendere dall’odio i “figli del nemico”, cioè i figli di colui che ha ucciso i tuoi figli.

La ragione vera della sacralità dei piccoli è un’altra: i bambini, tutti i bambini (anche quelli “fatti male”, anche quelli che non si vedono perché non sono ancora venuti alla luce e addirittura non hanno ancora le fattezze di un bambino, ma sembrano piuttosto dei girini come gli embrioni) sono partecipi di una umanità iniziale, più vicina a Dio. Dio ha preso parte al loro concepimento, infondendo direttamente l’anima immortale nel corpo generato dai genitori (con buona pace di quei teologi, anche illustri, i quali sostennero la dottrina opposta, chiamata traducianismo, che la chiesa non ha approvato), e quelle piccole creature, benché soggette alle conseguenze del peccato originale, sono esenti dalla benché minima traccia di peccato attuale. Totalmente innocenti, benché segnati dall’impronta della caduta dei progenitori: in nessun altro essere, come in loro, risplende il mistero della creazione “a immagine e somiglianza”. Nessuno, a questo mondo, è altrettanto vicino al Padre. Ecco perché è così blasfema, così insopportabilmente turpe, così intrinsecamente malvagia ogni offesa all’infanzia. Maxima debetur puero reverentia: benché dettata da un pagano, questa massima trova adeguata fondazione e comprensione solo nella rivelazione cristiana.

 

I bambini di Gaza

Faccia dunque il governo di Israele tutto ciò che deve fare contro i terroristi di Hamas assassini di bambini. Nessuna obiezione morale, nessuna garanzia giuridica, nessun interesse politico valga più a difenderli: chi ammazza i bambini, oltrepassando quel solco sacro, si inoltra per sua scelta in un terreno in cui non reggono più le norme di tutela dell’umano consorzio. Ma non faccia violenza in alcun modo ai figli di quegli stessi assassini, neanche se fosse necessario per raggiungere e colpire i padri. Se lo facesse, se lo farà (e se lo ha fatto) si collocherebbe sullo stesso piano, diventerebbe (diventerà) uguale a loro. L’ipocrita distinzione tra vittime di omicidio volontario e vittime di “danni collaterali” (ampiamente previsti e dolosamente voluti) può forse avere un qualche gioco davanti a una corte penale internazionale, non davanti al tribunale di Dio.

L’occidente, che ha eretto l’aborto a diritto fondamentale, queste cose non le può capire. Tantomeno possono capirle i barbari di Hamas, che non amano né gli uomini né Dio. Peggio per noi, peggio per loro. Mai Gesù è stato così terribile come quando ci dato questo avvertimento: «Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18, 10).

 

APPELLO PER LA PACE



“Perché Dio non è un Dio di disordine, ma di pace”
(1 Cor 14,33)

Fratelli e sorelle carissimi, che il Signore davvero ci doni la sua pace!

Il dolore e lo sgomento per quanto sta accadendo sono grandi. Ancora una volta ci ritroviamo nel mezzo di una crisi politica e militare. Siamo stati improvvisamente catapultati in un mare di violenza inaudita. L’odio, che purtroppo già sperimentiamo da troppo tempo, aumenterà ancora di più, e la spirale di violenza che ne consegue e creerà altra distruzione. Tutto sembra parlare di morte.
Ma in questo momento di dolore e di sgomento, non vogliamo restare inermi. E non possiamo lasciare che la morte e i suoi pungiglioni (1Cor 15,55) siano la sola parola da udire.

Per questo sentiamo il bisogno di pregare, di rivolgere il nostro cuore a Dio Padre. Solo così potremo attingere la forza e la serenità di vivere questo tempo, rivolgendoci a Lui, nella preghiera di intercessione, di implorazione, e anche di grido.
A nome di tutti gli Ordinari di Terra Santa, invito tutte le parrocchie e comunità religiose ad una giornata di digiuno e di preghiera per la pace e la riconciliazione.

Chiediamo che nel giorno di martedì, 17 ottobre, tutti facciano un giorno di digiuno e astinenza, e di preghiera. Si organizzino momenti di preghiera con adorazione eucaristica e con il rosario alla Vergine Santissima. Probabilmente in molte parti delle nostre diocesi le circostanze non permetteranno la riunione di grandi assemblee. Nelle parrocchie, nelle comunità religiose, nelle famiglie, sarà comunque possibile organizzarsi per avere semplici e sobri momenti comuni di preghiera.

È questo il modo in cui ci ritroviamo tutti riuniti, nonostante tutto, e incontraci nella preghiera corale, per consegnare a Dio Padre la nostra sete di pace, di giustizia e di riconciliazione.

Assicurando il ricordo nella preghiera,


+Pierbattista Card. Pizzaballa
Patriarca di Gerusalemme dei Latini

mercoledì 11 ottobre 2023

CONTRO I PICCOLI UCCISI IL MALE ASSOLUTO

Nella tragedia infinita del Medio Oriente Kfar Aza è la vertigine dell'abisso. Nemmeno Pol Pot aveva ucciso i bambini.

 

«Possono i popoli morire? Intendo essere dispersi nel vento, sprofondare nel silenzio fino a diventare solo nomi scritti nei libri di storia, o reperti etnografici e artistici di un museo. La risposta è sì. Basta camminare nella Terra dei due fiumi e in Palestina e quanti nomi incontrate sul vostro cammino: cananei filistei urriti assiri frigi...alcuni erano potenti imperi altri miti contadini e allevatori, avevano costruito possenti città che sono diventate cenere e sono servite a costruire strato dopo strato quelle dei loro vincitori. Alcuni hanno lasciato memorie, altri sono solo nomi che risuonano nel vuoto, nel silenzio. E ancora in tempi più recenti quanti, usando la modernità, hanno tentato di portare a termine lo stesso progetto: gli armeni, gli ebrei, i tutsi... Il pianificatore di una strage collettiva forse più esplicito e orgoglioso di sé, il cambogiano Pol Pot, aveva deciso che l'uomo nuovo poteva sbocciare solo se tutti gli uomini adulti, con le loro impurità abitudini e peccati, venivano uccisi. Uno ad uno. Ma aveva ordinato di salvare i bambini: non per pietà ma perché erano innocenti, si poteva lavorare sulle loro anime, modellarle.

 


Innocenti: fate attenzione a questa parola mentre nei cieli di Gaza e di Israele si accendono selvaggi tramonti di missili e di bombe. I soldati di Tzahal che ieri hanno ripreso il controllo del kibbutz di Kfar Aza, dopo aver eliminato i jihadisti che lo hanno tenuto per due giorni, hanno annunciato di aver scoperto, tra gli altri, i cadaveri di quaranta bambini tra cui alcuni neonati. Massacrati. Alcuni pare decapitati. 

Allora: gli innocenti. Che parola! La più misteriosa e affascinante parola del mondo. Mi rifiuto di annegare nella matematica dei morti degli uni e degli altri, di avviare la partita doppia delle rispettive perdite, che nella tragedia infinita del Medio Oriente strozza la ragione e ogni progetto di convivenza.

Mi fermo davanti a quei quaranta bambini, un vortice che chiama senza voce, un abisso da cui sale la vertigine. Di loro, solo di loro, sono obbligato a parlare. È un dovere. Non posso andare oltre. Lo devo al tempo misurato di un bimbo che cresce e che un giorno sorride come riconoscendovi. E che è stato fermato per sempre. Hanno sentito le madri urlare, si sono messi a piangere sopratutto perché loro piangevano. Forse hanno capito, i più grandi, che si trattava di questo, di morire. La morte è stata un cuneo feroce di verità nel dolce non sapere della infanzia. Ha strappato l'ingenuità come una benda dagli occhi. Davanti ai bambini assassinati, senza aggettivi ebrei palestinesi curdi ucraini siriani... riuscite ancora a dire: seppelliamo i morti e divoriamo la vita? ...il tempo stringe? Riuscite a evocare il solito attrezzaio di ciarpaglie: le bandiere scolorite dei diritti dell'uomo ...i crimini di guerra… i popoli spinti lentamente al macello, come sempre? E già: sopravvivere solo questo conta, una volta o l'altra verranno i buoni, finalmente. Occorre essere salvi per allora. Già: ma questi quaranta bambini? E i loro assassini che evocano, ma non sono soli, evocano Dio? 

Uccidere i bambini è l'atto simbolo della volontà di annientamento dei popoli, fa sì che l'uomo si senta estraneo alla creazione. È la vittoria assoluta della morte. Su Israele incombe l'ombra immane di Auschwitz. Lo so. Ma a Kfar Aza la storia è una e indivisibile. 

 

Non ho mai creduto che esista un Male metafisico, astratto. Il Male è laddove c'è qualche cosa che è capace di soffrire. È nel far subire violenza: anche quella che sconciamente viene definita «giusta» perché proclamata come riparazione, occhio per occhio, vendetta della memoria, aiutare il tuo dio a diventare Storia.

Ecco: per me Kfar Aza è la più recente manifestazione del Male, è l'illusione del potere assoluto che offre il dare la morte, di far soffrire soprattutto chi è innocente. Questi quaranta corpi di bambini portati via sulle barelle sono il riassunto del Male. Vi è in questa offerta sanguinosa di puri un tremendo mistero. In questo caso al contrario di quanto hanno fatto anche per i capitoli più sanguinosi del loro raid in Israele i jihadisti non hanno filmato per mostrare. Davanti alla strage degli innocenti hanno spento le videocamere della loro comunicazione. Non hanno osato. I bambini di Kfar Aza erano e sono rimasti innocenti in eterno».

DOMENICO QUIRICO

La Stampa