giovedì 27 gennaio 2022

LA LIBERTA’ NON E’ POSSIBILE SENZA UN GIUDIZIO

 Luigi Giussani

Tratto da: "Ciò che abbiamo di più caro", Rizzoli, Milano 2011, pag. 34-35

 (...)

Intervento: Anche a me questa sembra una questione importante. Vorrei aggiungere che la libertà si impara con una responsabilità, cioè si impara rispondendo.Ma essere responsabili vuole dire rischiare e rischiare vuole dire percepire l’ostacolo, cioè percepire che cosa si pone e che cosa si oppone, e questo è l’ambiente. La liberta si impara come presenza nell’ambiente.

 Giussani: Ripeti questa catena, che è uno shock che è meglio imparare a memoria. Dunque, la liberta si impara...

 Intervento: ...nella responsabilità, cioè rispondendo. Ma rispondere significa rischiare e per rischiare bisogna percepire l’ostacolo, ciò che si pone davanti, che si oppone, vale a dire l’ambiente. La liberta si impara come presenza nell’ambiente. Che cosa ci si oppone oggi? O a che cosa noi ci opponiamo? La risposta non può che essere concreta. La liberta, perciò, non e la pratica di uno schema all’infinito, ma viene in un rischio, perciò nel comprendere contro cosa vai.

Giussani: La liberta non è un sentimento, ma è un dinamismo. 

Comunque, quello che ha detto lui me l’ha detto il professor Lazzati la prima volta che abbiamo fatto, in diciassette ragazzi, a Gressoney, una tre giorni, da cui l’idea di movimento poi e nata. Lui, dopo, ha dimenticato tutto questo.

E quella famosa frase che abbiamo gia citato tante volte: Pour se poser il s’oppose, per porsi uno si oppone. Se non c’e il senso della responsabilità rischiosa, perciò se non ci sono il giudizio e la volontà e l’affettività per andare contro, per cambiare – perche andare contro vuole dire cambiare – ciò che c’e, ciò che mi si oppone, che mi sta davanti, che mi si impone, se non ho questa responsabilità, cioè se io non sono presente nell’ambiente, la libertà diventa un “sogno di una notte di mezza estate” che il vento soffia via.

E dopo viene, come è stato detto, l’anoressia dell’umano. L’anoressia, normalmente, spessissimo, viene alle ragazze che non hanno avuto un rapporto col padre, un rapporto giusto col padre, o con la madre, che è lo stesso. Il padre e la madre sono il potere: se non abbiamo un rapporto giusto con il potere, ci viene l’anoressia dell’umano, la nostra umanità non mangia più, non si ciba più, non dorme più, diventa magra, e c’è soltanto una sembianza che par persona, una cosa inconsistente (non puoi abbracciarla perchè non è consistente). Il mondo adesso e pieno di anoressici dell’umano: per il potere. Ma come si fa a liberarsi da questa soggezione al potere che ci mette in anoressia?

Bisogna opporsi, cioè bisogna porsi con tale consapevolezza, giudizio e affettività, con tale libertà reale, che si cambi o si cerchi di cambiare quel che ci sta davanti (è questa la presenza nell’ambiente, perche quel che ci sta davanti e l’ambiente). Si tratta anzitutto di cambiarlo come giudizio e quindi di manipolarlo, di usarlo diversamente.

Per questo il potere odia la liberta. Ciò sta avvenendo in Occidente in una forma tragica e umanamente più deleteria di come sia accaduto in Russia sotto Lenin e Stalin e di quanto accade ancora adesso. Perche in Occidente è tutto liscio. Il discorso sui valori comuni, portato avanti anche da vescovi, la stabilizzazione sui valori comuni e proprio l’abolizione della liberta: e quando uno si muove “divide”! Ma noi dovremmo poter dire: “Liberta andiam cercando, come sa chi per lei vita rifiuta”. E un po’ dura! ( testo del 1988)

Commentando questo brano, Mons. NEGRI scrive in “Con Giussani” (Ares, 2021, pag.55)


“ La più terribile tentazione, all’inizio della storia del Movimento di Comunione e Liberazione come adesso, è quella di parlare degli uomini in senso del tutto soggettivistico, emozionale, costruendo attraverso questo soggettivismo sentimentale delle iniziative ricreative o culturali, che hanno più carattere consolatorio che non missionario. Si rischia cioè di percorrere quella strada che porta verso quella “religione del fai da te”(*), dalla quale ci ha messo in guardia Benedetto XVI, perdendo così l’oggettività dell’incontro con Cristo.

Invece seguendo Giussani era chiaro a tutti noi era chiaro che la lotta in cui ci sentivamo implicati non era definita dal suo essere contro, ma dall’affermare la verità di Cristo in ciascuno di noi….; perciò giudicare l’ideologia del mondo è essenziale per l’annuncio.”

Una dilatazione del cuore e dell’intelligenza caratterizzata dal non avere paura di nessuno, ovvero quella “baldanza ingenua” , come la definì lo stesso Giussani nel messaggio della Domenica delle Palme del 1975:

Man mano che maturiamo, siamo a noi stessi spettacolo e, Dio lo voglia, anche agli altri. Spettacolo, cioè, di limite e di tradimento, e perciò di umiliazione, e nello stesso tempo di sicurezza inesauribile nella Grazia che ci viene Donata e rinnovata ogni mattino. Da qui viene quella baldanza ingenua che ci caratterizza, per la quale ogni giorno della nostra vita è concepito come un'offerta a Dio, perché la Chiesa esista dentro i nostri corpi e le nostre anime, attraverso la materialità della nostra esistenza."

 

(*) BENEDETTO XVI, UDIENZA GENERALE, Piazza San Pietro, Mercoledì, 17 ottobre 2012

venerdì 21 gennaio 2022

PEDOFILIA ACCUSE A RATZINGER: È L’IDEOLOGIA DI UNA CHIESA CHE SI PURIFICA DA SOLA

 La sensazione è quella di trovarsi davanti non un rapporto giudiziario, ma il tentativo di confermare con i fatti i propri assunti teorici

È notizia ufficiale di ieri che l’indagine del potente studio legale Westpfahl Spilker Wast sugli abusi sessuali da parte di membri del clero avvenuti nella diocesi di Monaco nel secondo dopoguerra, indagine commissionata dalla stessa diocesi di Monaco, sia arrivata a toccare direttamente Benedetto XVI nella sua veste, tra il 1977 e il 1982, di arcivescovo della città. Senza presentare alcun rapporto scritto, ma solo preannunciando l’arrivo di un dossier, l’avvocato Martin Pusch respinge con durezza la memoria di 82 pagine presentata da Ratzinger in cui il papa emerito afferma con forza la propria estraneità ai fatti più volte emersi sulla stampa tedesca nell’ultimo decennio: la reiterata accusa di aver coperto quattro preti pedofili, spostandoli semplicemente ad altre mansioni senza irrorare loro alcuna condanna, cozza terribilmente con la dura presa di posizione che ha contraddistinto non solo il Benedetto pubblico, primo pontefice a chiedere perdono per gli abusi del clero, ma anche il Ratzinger privato, quel cardinale che stigmatizzava la curia romana per l’eccessiva indulgenza quando, all’inizio degli anni duemila, si accendevano le prime luci sugli scandali sessuali d’oltreoceano.

Pusch, insomma, dà del bugiardo al Pontefice quando asserisce di non credere al fatto che furono altri ad ordire trame alle spalle del mite arcivescovo di Monaco, trame che ignorarono bellamente le dure prese di posizione di Ratzinger verso i sacerdoti incriminati, offrendo loro di nascosto nuove occasioni di ministero pastorale.

All’uomo che non ha avuto paura di fare un passo indietro rispetto al potere più grande della Chiesa, si rinfaccia di aver avuto paura di esercitare il proprio potere di arcivescovo per punire i colpevoli delle nefandezze emerse nel rapporto di Pusch. L’avvocato non sente ragioni: suo scopo è dimostrare che c’è una Chiesa brutta e cattiva che arriva a Benedetto XVI, una Chiesa che insabbia pedofili, nasconde assassini e spalleggia opachi banchieri. L’assunto è molto semplice: se si elimina il passato, e lo si carica di tutte le colpe del presente, allora è possibile purificarsi e rinascere.

Questo modo di vedere le cose nasconde una terribile tentazione che è vivissima in ciascuno di noi: che per correggersi bisogna farsi del male, bisogna censurarsi, bisogna sentirsi in colpa per la propria storia, le proprie scelte e la propria vita.

La purificazione di questi signori nasce da un certo odio che essi nutrono per una Chiesa che non esiste, a cui hanno addossato tutto il male in modo tale da poterne prendere le distanze. 

Questa storia degli abusi, al contrario, c’è, esiste, perché la comunità cristiana possa fare i conti con il proprio male, possa prendere sul serio qualcosa che solo la Grazia può vincere e che noi ci illudiamo di addomesticare con buone strutture e ottimi ragionamenti.

La mitezza di Ratzinger, in questo caso, diventa parafulmine di una nuova ondata di fango, identificando nel papa tedesco l’epicentro di tutto il male.

Una Chiesa che si guarda così, al pari di una persona è destinata ad implodere.

I motivi di tale implosione potrebbero essere tanti, ma forse uno è più grande degli altri: una Chiesa così crede che risani di più la propria giustizia che il perdono di un Altro, una Chiesa così crede – insomma – di potersi purificare senza Dio.

Ratzinger, nel suo pontificato, indicò a tutti una strada; questi signori pensano di poter ritrovare la pace tracciando la scorciatoia più veloce verso il colpevole, verso il già scritto, verso ciò che si è deciso debba accadere già in partenza.

 

Federico Pichetto

Il Sussidiario

giovedì 20 gennaio 2022

IL CRISTIANESIMO VIVRÀ FINCHÉ SAPRÀ RISPONDERE ALLE DOMANDE ULTIME DELL'UOMO

 Il "cambiamento d'epoca" e la fede. E il rischio che questa possa ridursi a «qualcosa di sentimentalmente ornamentale o politicamente strumentale». Un contributo di Ubaldo Casotto (Il Foglio, 14 gennaio 2022)

 In questa società una qualche forma di cristianesimo potrà ancora sopravvivere?

Ho sempre pensato che un pezzo di Alfonso Berardinelli  (*) valesse l’acquisto del giornale. Non ha atto eccezione il fascione di prima pagina dell’8 gennaio scorso, esplicito nel titolo– “Le nostre società non sanno che farsene del cristianesimo. Basterà ‘l’umanesimo evangelico’ di Bergoglio per cambiare? Un libro e dubbi” – e inequivocabile nell’incipit: “Se si volesse parlare chiaro, si dovrebbe cominciare a dire, per prima cosa, che il mondo attuale, o meglio l’occidente, cioè le nostre società e il nostro modo di vivere e di pensare, la nostra economia, tecnologia e politica, non sanno che farsene del cristianesimo.


Il Cristianesimo è ancora rilevante oggi?

In caso contrario, il maggiore rischio è che il cristianesimo sia o sentimentalmente ornamentale o politicamente strumentale,tanto per opporre il cosiddetto occidente cristiano, cioè una antica e quasi estinta tradizione, al mondo islamico e a quello asiatico”. Berardinelli non cade nell’equivoco, in cui incorrono invece molti cattolici (e non solo) di identificare il cristianesimo con la cristianità, cioè con la civiltà (morale civile e sociale,ideologia, politica …) che ne è nata, ma che è ormai esperienza passata. Certo non liquidabile con sprezzatura (la cancel culture non è di casa in Vaticano, Francesco l’ha detto chiaro), però non è qui il cuore della questione.

Berardinelli ci invita alla lettura di Cristianesimo e modernità di Guglielmo Forni Rosa – lo farò – ed evidenzia la domanda a cui il libro vuole rispondere: in questa società una qualche forma di cristianesimo potrà ancora sopravvivere? La forma individuata da ForniRosa, che la deduce dalla lettura dell’Evangelii gaudium di Papa Francesco sarebbe quella di un “umanesimo fondato sul Vangelo”, il quale “dovrebbe misurarsi con un cambiamento più o meno radicale dell’economia mondiale”, che inevitabilmente implicherebbe, richiederebbe non solo un’etica ma una politica adeguatamente attiva, cioè una lotta.

Sono cresciuto con la convinzione che “militia est vita homini super terram”, non mi sono tirato indietro in università negli anni del terrorismo, né in seguito in battaglie culturali, politiche, giornalistiche e civili, ma non credo che fosse quella citata la lotta a cui si riferisce Giobbe. Per nominarla non trovo definizione migliore delle parole di Gesù Cristo riportate dall’evangelista Matteo“Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde sé stesso?Che darà l’uomo in cambio di sé stesso?”.

Il dramma, la lotta, sta qui. E sta qui – a mio parere – anche il possibile interesse del cristianesimo per l’uomo di oggi. La domanda di Berardinelli-Forni, d’altronde, era già quella di Fëdor Dostoevskij, che più di centocinquant’anni fa si chiedeva: “Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni, può credere, credere proprio, alla divinità del Figlio di Dio, Gesù Cristo?”.

Può – ha risposto Joseph Ratzinger – finché il cristianesimo avrà qualcosa da dire di corrispondente

Eugene Burnard: La corsa degli Apostoli
al Sepolcro
. Oggi come in passato, alle domande ultime dell’uomo. Quelle domande che inevitabilmente riemergono nel più laico dei pensieri e nel più agnostico degli uomini, bucando la patina di cinismo o di nichilismo con cui ci proteggiamo dagli eventi.

Ad esempio sulla giustizia. “Non me ne importa niente della prova dell’esistenza di Dio. Però, come Monod, ho questo sasso sullo stomaco: non accetto volentieri l’idea che il carnefice e la vittima scompaiano insieme nel nulla”, come ha scritto il filosofo Paolo Rossi. Ad esempio sulla speranza. “Io ero entrato in una notte senza fine, eppure nella parte più profonda di me persisteva qualcosa, molto meno di una speranza, diciamo un’incertezza persisteva l’idea che qualcosa nel cielo riprenderà la situazione in mano”, come scrive in Serotonina Michel Houellebecq.

Ad esempio sulla sofferenza e la morte,tornate protagoniste dei nostri timori negli ultimi due anni: come ricordatoci da una copertina dell’Espresso del dicembre 2020. “Avere paura del morire significa sapere che c’è qualcosa che trascende la nostra esistenza individuale. Un Fine. E gli Eredi”. Ad esempio sulla felicità. “Sei felice in questo mondo moderno? O ti serve di più? C’è qualcos’altro che stai cercando?”, come canta Lady Gaga.

La tentazione di vivere facendo a meno di Dio è vecchia come l’uomo, i primi a pensarlo e a farne una prassi sono stati Adamo ed Eva. Pilato fu campione di indifferenza con il suo beffardo “che cos’è la verità?”.

Gli illuministi sulla scia di Kant – che ammetteva che “si può tranquillamente riconoscere che se il Vangelo non avesse insegnato le norme morali universali nella loro pura integralità, la ragione non li avrebbe conosciuti nella loro pienezza. Però, una volta che esistono, ciascuno può convincersi della loro validità attraverso la sola ragione” – tentarono di preservare i valori cristiani (alcuni sì altri meno) staccandoli dalla loro radice e forzando l’“etsi Deus non daretur” di Ugo Grozio.

I positivisti esclusero drasticamente Dio dall’orizzonte della ragione umana. I laicisti contemporanei concedono che possa esistere, ma “se c’è, non c’entra”, come icasticamente sentenziò Cornelio Fabro.

Invece c’entra. Non come dottrina che abbia la sua da dire in opposizione ad altre dottrine, ma perché ha qualcosa da dire a me.

Papa Francesco ripete spesso una frase: “Il cristianesimo non si propaga per proselitismo ma per attrazione”.L’attrazione è un fatto umano. Occorre incontrare un uomo, o una donna, che si dice cristiano. Il grande regista russo Andrej Tarkovskij lo dice in modo forse insuperabile: “Tu lo sai bene: non ti riesce qualcosa, sei stanco e non ce la fai più. Ed’un tratto incontri nella folla lo sguardo di qualcuno – uno sguardo umano – ed è come se ti fossi accostato a un divino nascosto. E tutto diventa improvvisamente più semplice”.

E’ un metodo lento, ma pare sia quello scelto da Dio: un’ininterrotta catena di incontri che ha attraversato e continua ad attraversare la storia. “Che cosa accade [allora] – chiede Ratzinger – quando io stesso mi faccio cristiano, quando mi sottometto al nome di questo Cristo, approvandolo così come l’uomo modello,come il parametro normativo d’ogni agire umano? Quale tipo di svolta dell’essere,quale posizione di fronte all’umanità mi assumo io, così facendo? Quale profondità raggiunge questo processo? Quale valutazione complessiva della realtà ne scaturisce?”.

E’ un soggetto nuovo presente oggi, che parla di politica, di giustizia,di lavoro, di economia, di welfare, di educazione, di cultura… usando creativamente tutti gli strumenti che la realtà gli offre.

Primo fra tutti, se non è un minus habens, la tradizione, che è – come dice Chesterton – la più grande forma di democrazia perché dà la parola anche ai morti.

 La riaffermazione letterale di formule del passato, o l’accodarsi al mainstream (quanta voglia clericale – di chierici e laici aspiranti chierici – di avere un posto in questo mondo!

Dimentichi del monito di san Giovanni Paolo II: i cristiani sono senza patria, e di quello di san Paolo VI: i cristiani sono una realtà etnica sui generis) possono generare solo ciò che Berardinelli denuncia: un cristianesimo sentimentalmente ornamentale o politicamente strumentale.

 

UBALDO CASOTTO

 

(*)    https://www.ilfoglio.it/chiesa/2022/01/08/news/bastera-l-umanesimo-evangelico-di-bergoglio-per-cambiare--3525200/

martedì 18 gennaio 2022

IO NON SONO ROBA MIA: IL FILO ROSSO CHE UNISCE EUTANASIA E VACCINI

LEONARDO LUGARESI

Se sono cristiano, so che non mi appartengo. So che il mio corpo e la mia vita appartengono a Dio che mi crea, cioè che mi fa essere in ogni momento, anche ora che scrivo queste parole. Né la mia nascita, né la mia morte dipendono da me. In altri termini, che forse suonano più brutali alle orecchie dei miei contemporanei, io ho un signore, anzi diciamo pure un padrone. La buona notizia è che il Signore è infinitamente buono, infinitamente sapiente e, incomprensibilmente, innamorato di me. Per questo, essendo amico del padrone – Lui dice addirittura “figlio adottivo” – nella mia condizione di servo sono libero, sicuro e felice.

Se sono cristiano, quindi, non posso decidere io quando smettere di vivere, e poiché so che tutti gli uomini appartengono a Dio – non vi è infatti un solo uomo al mondo che non sia una Sua creatura – non posso cooperare alla formazione di leggi che consentano (o addirittura promuovano) l’eutanasia o il cosiddetto “diritto al suicidio”. Checché ne dica la Civiltà Cattolica. Non discuto l’apparente ragionevolezza delle tesi contrarie, anzi concedo che, se non sapessi ciò che ho detto prima, anch’io le troverei plausibili. Dico solo che non si possono accettare per il semplice dato di fatto che le vite e i corpi umani non sono roba nostra.

Noi siamo, per così dire, non i proprietari bensì gli amministratori della nostra vita e del nostro corpo. Di qui discende anche il nostro dovere morale di averne la miglior cura possibile. Per questo, tra molte altre cose, ciascuno di noi ha il dovere di fare il possibile per mantenersi in buona salute, astenendosi per esempio da comportamenti che direttamente e in modo grave la compromettano (a meno che non vi siano ragioni superiori che richiedono di correre tali rischi).

La coscienza è, sempre per esprimersi alla buona, l’interfaccia tra la nostra appartenenza a Dio e la nostra libertà. Il suo primato, su ogni altra istanza, va quindi difeso ad ogni costo.

Da questo punto di vista, allo stato delle nostre conoscenze a me pare evidente che nella presente situazione gli adulti e ancor più gli anziani debbano vaccinarsi contro il covid, però non dimentico neanche per un momento che anche la coscienza erronea obbliga.

Chi, erroneamente, si ritiene vincolato ad un dovere morale di non vaccinarsi deve essere rispettato e tutelato. Se le autorità pubbliche hanno motivo di ritenere che le conseguenze sociali di tali scelte individuali producano un insopportabile danno alla collettività (ad esempio un numero di malati gravi tale da compromettere la funzionalità del sistema sanitario) sono legittimate, anzi potrebbero avere il dovere di imporre obblighi che comprimono la libertà dei singoli individui, ma non possono e non devono mai, in nessun caso, demonizzarla come invece hanno fatto, a quantomeno lasciato fare sciaguratamente negli ultimi mesi in Italia.

Dire che l’uomo non appartiene a se stesso, infatti, significa anche affermare che, a maggior ragione, il suo corpo e la sua vita non appartengono allo stato, non appartengono alla società,alla “scienza”, all’economia, non appartengono a nessuna delle “potenze mondane“ che oggi invece se lo contendono con sempre maggiore iattanza.

Questo è il filo rosso che lega, in perfetta coerenza a mio modo di vedere, il no all’eutanasia e al cosiddetto “diritto al suicidio“ e tanti altri no controcorrente che il cristiano deve dire (per esempio quelli alle tante depravate follie in materia di sessualità che oggi vengono imposte come dogmi del pensiero unico) e il no che occorre pronunciare contro la pretesa di un controllo biopolitico dei corpi che oggi non è più un fantasma ma una concreta possibilità. Anche al prezzo di difendere strenuamente il diritto all’errore, o all’irragionevolezza, di posizioni personali che non condividiamo, ma che vanno comunque tutelate per la ragione che ho appena detto, spero in modo sufficientemente chiaro.

Questo è anche il motivo per cui sono estremamente diffidente nei riguardi dell’uso della categoria di cattolibertarismo che è stata impiegata per stigmatizzare il rifiuto dei vaccini da parte di cattolici notoriamente impegnati sul fronte di altre battaglie in favore della vita. Non mi interessa e non mi sento abilitato a discutere i singoli casi e le eventuali incoerenze personali; come ho già detto, personalmente considero irragionevole la scelta di non vaccinarsi, ma il punto su cui credo che non si possa transigere è un altro: la signoria sul corpo non è dello stato. Mai. Il libertario penserà che il corpo è il suo; il cattolico invece sa che il corpo è di Dio.

Ma tenere fermo il punto che in ogni caso non è dello stato non è cattolibertarismo, è semplicemente cristianesimo.

 

Post scriptum. Il frutto più lieto della coscienza di essere “roba di Dio” è la possibilità di vincere la paura. Si dà infatti credito a quella parola di Gesù: «anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete, voi valete più di molti passeri» (Lc 12, 7).

La paura resta come paura carnale, istintiva, ma non più come paura spirituale. Il grande compito dei cristiani – in un mondo ormai devastato dalla paura (che di paura sta facendo morire gli adolescenti e i bambini, i quali vedono gli adulti e i vecchi dominati dalla paura) – sarebbe quello di testimoniare che è possibile non avere paura (almeno non averne così tanta). Invece – bisogna dirlo onestamente – in molti casi abbiamo dato una testimonianza di segno opposto e siamo apparsi i più spaventati di tutti. Chiediamoci perché.

 

domenica 16 gennaio 2022

SCONTRO SU EUTANASIA E SUICIDIO ASSISTITO

Comunicato di 70 associazioni cattoliche contro l'articolo della rivista dei gesuiti che si esprime a favore della legge sul suicidio assistito 

 “Non possiamo rimanere convinti – osservano in una nota le associazioni – da un articolo pubblicato oggi su La Civiltà cattolica in tema di norme sul suicidio assistito.

Sorprende, infatti, che una testata autorevole, da cui ci si attende eco del Magistero della Chiesa, rischi posizioni che -seppur indirettamente- possono dar campo di fatto a quella ‘cultura dello scarto’, dai cui effetti negativi richiama costantemente Papa Francesco. Ciò avviene -spiegano- in quanto ci sembrano fraintese le norme già approvate e quelle in discussione”.

L’articolo dà una lettura positiva della legge n. 219/2017, la quale permette invece la morte sulla base di un inammissibile ‘ora per allora’ e ha creato le basi per la sentenza della Corte costituzione sul ‘caso Cappato’ sull’aiuto al suicidio.

Apre al testo sulla c.d. ‘morte volontaria medicalmente assistita’, in discussione alla Camera, negando che sia un testo eutanasico, quando al suo interno ogni singola norma va in quella direzione, inclusa quella che – pur in presenza del diniego del medico e del Comitato per la valutazione clinica – stabilisce che il giudice può comunque decidere per il decesso”.

“Né si deve –aggiungono- nemmeno dare l’impressione di cedere al ricatto referendario, prima ancora che la Consulta si esprima sull’ammissibilità del quesito. Questa presa di posizione, al netto delle intenzioni dell’articolista, sarà certamente valorizzata dai sostenitori della ‘morte di Stato’”.

Le Associazioni ritengono, poi, che, “laicamente, e in adesione al dato antropologico” sia ora necessario “ribadire che la tutela della vita e l’affiancamento di chi soffre è una battaglia di ragione e di civiltà, che dovrebbe, perciò, interessare tutti, e che certamente muove chi porta nel nome l’ideale di una civiltà cattolica, auspicando, dunque, l’intensificazione di un dialogo con questo intento certamente comune”.

“E -concludono- se a tutti chiediamo di riflettere se possa essere ragionevole scartare la vita, alle istituzioni rivolgiamo uno specifico pressante appello affinché la sostengano nei momenti più difficili attraverso cure palliative effettive e capillari nei territori italiani e con un’assistenza domiciliare h24”.

Nota: questo comunicato è stato firmato anche  dal CROCEVIA

Leggi anche

https://www.laciviltacattolica.it/articolo/la-discussione-parlamentare-sul-suicidio-assistito/

https://lanuovabq.it/it/eutanasia-e-gesuiti-riecco-il-deprimente-male-minore

 

 

giovedì 13 gennaio 2022

IL PAPA DENUNCIA LA “CANCEL CULTURE” COME FORMA DI COLONIZZAZIONE IDEOLOGICA

 La condanna  fa notizia all’estero. In Italia, no

Il Papa non parla di migranti o d'ambiente ma condanna la cancel culture e quindi, in Italia, non fa notizia. Dov'è la novità? Si dirà: è la routine dal marzo del 2013. In effetti, mentre all’estero, sulla laicissima stampa internazionale - davvero laica, quella, non troppo interessata a essere cooptata adorante nelle sacre corti - la notizia era la denuncia cristallina fatta dal Papa del’ideologia che in nome di una riscrittura della storia abbatte le statue e invoca la parità di genere sui monumenti che adornano le piazze.

Si guardi Bloomberg, ad esempio, che scrive senza troppe perifrasi che “il Papa denuncia la cancel culture come forma di colonizzazione ideologica”.

Qui da noi, nulla. Il Corriere della Sera ha però intervistato una suora attiva nel campo lgbt che ha ricevuto una lettera di Francesco. Lei, ovviamente emarginata da san Giovanni Paolo Il - che fino ai 2013 era “santo subito” e quello di “Jesus Christ you are my life” a Tor Vergata anno 2000 e ora è l’emblema dell’oscurantismo reazionario - ora è riabilitata da Bergoglio.

E’ l’ultimo capitolo della narrazione melensa e rintronata che da otto anni e mezzo ritrae Francesco come un liberatore della Chiesa dai lacci dell’insostenibile passato, castigatore dei costumi dei perfidi conservatori e rivoluzionario per definizione. Un gioco che risulta facile se si omette di ricordare ogni bordata papale - ed è solo un esempio - contro il gender considerato “une sbaglio delia mente umana che fa tanta confusione”, una “bomba atomica”, “l’espressione di una frustrazione che cancella le differenze".

Si porta meglio, comunicativamente parlando, il santino di un Papa lassista, che entra in un negozio di dischi a Roma (ieri sera era la notizia più commentata sul social), un “Papa buono” del Terzo millennio, ottimo profilo per fiction da prime time tra preti in bicicletta e suore canterine.

Anche questo, in fin dei conti, è un po' il segno dei tempi.

lunedì 10 gennaio 2022

HO VISTO NASCERE LA CHIESA DI DOMANI

 Non si può partire guardando al passato. Tutto deve nascere ora, davanti a noi, in noi. Poi si ritroverà tutto. Il più grande, inconsapevole, assetato, cercatore della Chiesa è l’uomo.

Massimo Camisasca  

Oggi, lunedì 10 gennaio, il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Reggio-Emila Guastalla di Monsignor Massimo Camisasca. Con questo articolo  inizia la sua collaborazione con Tempi online. Sul nostro mensile, da gennaio Camisasca cura una rubrica di dialogo con i lettori. Per inviare una domanda al vescovo basta indirizzarla via email a lettereacamisasca@tempi.it

* * *

Da sessanta anni nella mia biblioteca della casa di campagna c’è un libro, che ho letto tanto tempo fa, scritto da un giornalista e uomo politico, Igino Giordani. Egli è stato, accanto a Chiara Lubich, uno degli iniziatori del movimento dei Focolari. Nelle pagine di quel testo sono raccolti alcuni dei reportages di viaggio nei paesi che, all’epoca della spartizione bipolare della Terra, erano chiamati “Terzo mondo”.

Mi ha sempre colpito il titolo di quel volume: Ho visto la Chiesa nascente. Parlava di speranza e di cammino in avanti. Desidero dare un titolo analogo ad alcuni di questi miei appuntamenti su Tempi. Saranno interventi aperti alle osservazioni e agli arricchimenti dei lettori.

 Perché ritornare a parlare oggi di Chiesa? Non rischiamo di soffermarci su una realtà ampiamente ai margini dell’attenzione e delle attese più profonde degli uomini? Un istituto logorato da scandali e tradimenti? Un peso ingombrante, con le sue regole, i suoi riti, i suoi comandamenti che quasi nessuno più capisce e forse neppure conosce?

Chi è la Chiesa? Forse il Vaticano, il Papa, i vescovi? Forse un popolo spesso disorientato, che non sa a chi guardare e cosa pensare? Comunità polarizzate pro o contro nelle necessarie scelte della vita: nascita, morte, malattia, sessualità, denaro, tempo libero, divertimento…?

Avevano ragione gli illuministi che profetizzavano la fine della Chiesa e la sparizione del cristianesimo dalla faccia della terra? Era un visionario Romano Guardini che, all’inizio del Novecento, parlava di rinascita della Chiesa nel cuore degli uomini? Forse due guerre mondiali hanno spazzato via la sua speranza?

 Per molte persone del nostro Occidente gli interrogativi che ho accennato non sono affatto retorici. Ne potrebbero aggiungere (e noi con loro) infiniti altri. E la conclusione sarebbe che la Chiesa, almeno come esperienza pubblica, rilevabile nella storia, non confinata alla pura interiorità della coscienza, non esiste più. O, almeno, rimane come residuato, pronto a sparire in breve tempo.

Ma le cose stanno veramente così? Dopo aver portato per secoli l’Eucarestia ai morenti, toccherebbe ora alla Chiesa ricevere il suo viatico?

 In queste mie note, mi riferirò prevalentemente alla nostra Europa. Penso, infatti, che il futuro del cristianesimo non possa assolutamente prescindere dal nostro continente, dove san Paolo ha portato Cristo, iniziando una storia che certamente non riguarda solo l’Europa, ma che ha avuto una manifestazione tra noi per ora senza pari. Generando (assieme ad altre religioni, culture, filosofie…) duemila anni di bellezza in ogni campo, dalla musica alla letteratura, dal diritto alla poesia, dall’architettura all’accoglienza dei poveri e dei malati.

 Ma non si può partire guardando al passato.

Tutto deve nascere ora, davanti a noi, in noi. Poi si ritroverà tutto. Come l’amore tra un uomo e una donna che ha bisogno di bruciare nel presente per poter amare i figli e i nonni e scoprirne la gratuita necessità.

Il più grande, inconsapevole, assetato, cercatore della Chiesa è l’uomo. Non l’uomo con le sue filosofie, teologie, schemi morali, con la sua conoscenza del passato o altro, ma l’uomo con i suoi desideri, la persona umana, la cui struttura profonda è desiderio.

 Dobbiamo partire da qui per capire chi è la Chiesa. Non perché Dio, Cristo, la Chiesa siano il frutto dei nostri desideri. Tanti filosofi dell’Ottocento e del Novecento hanno sostenuto questo come ragione del proprio ateismo, ma non sono riusciti a spegnere la sete dell’infinito che abita nell’uomo. Non siamo noi a generare Dio. Piuttosto, questa dannata fame e sete ce la troviamo dentro. Basta a riaccenderla una musica, un verso poetico, un paesaggio, un volto… un incontro. Chi ci ha fatti affamati e assetati?

La Chiesa nasce come cooperativa di affamati e assetati. Se non c’è questo, tutto ammuffisce. Per questa ragione nessuno ci è estraneo. La lotta alle ideologie si deve accompagnare ad una apertura sconfinata verso le persone. In ogni trasgressione c’è un grido.

La Chiesa nasce quando la grazia del desiderio si incontra con la grazia di una o più persone che hanno accolto, almeno come ipotesi, la pretesa di Cristo di essere l’atteso della loro sete. «Sono io che ti parlo» (Gv 4,26), ha detto Gesù alla Samaritana.

 In un colpo, duemila anni di storia – con la loro grandezza e la loro pesantezza – non spariscono, ma si concentrano in un punto. Esso, che è un incontro, ha sempre una struttura ternaria (trinitaria?): il mio io, con tutte le sue attese e la sua libertà – Cristo con la sua proposta – coloro che me lo rendono presente.

È interessante notare che questa circolarità è quella che regge il mondo ed è scritta dentro il legno, il sasso, la stella, come nel cuore e nelle viscere dell’uomo.

(1. Continua)

TEMPI  10/01/2022

FOTO ANSA

venerdì 7 gennaio 2022

MONS. DELPINI: L’APPARTENENZA DI LUIGI NEGRI A CRISTO, ALLA CHIESA, A MILANO E A COMUNIONE E LIBERAZIONE

 L'arcivescovo di Milano, mons. Delpini, ha celebrato in Duomo le esequie dell'arcivescovo emerito di Ferrara: «Qui ha incontrato, scelto, coltivato il carisma di don Giussani e la sua appartenenza a Comunione e Liberazione. Qui ora gli amici e tutta la Chiesa ambrosiana lo accompagnano con la preghiera, l’affetto, la gratitudine per il bene compiuto»

 


Pubblichiamo l’omelia integrale tenuta dall’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, durante la celebrazione in Duomo delle esequie per mons. Luigi Negri, sacerdote ambrosiano, deceduto il 31 dicembre scorso e arcivescovo emerito di San Marino e di Ferrara.  Dopo la celebrazione, la salma è stata tumulata al cimitero di Vignate nella tomba di famiglia, secondo le volontà del defunto.

Il luogo in cui si trovavano i discepoli 

1. I discepoli: l’appartenenza.

Non si distinguono per santità, non si distinguono per una esemplare armonia e facilità di rapporti, non si distinguono per una inclinazione all’eroismo o per il coraggio della testimonianza. Sono uomini come tutti, santi e peccatori, mediocri e litigiosi, generosi e disponibili. I discepoli si riconoscono perché “sono quelli che sono stati con Gesù” e formano la comunità che si raduna nella memoria e nel nome di Gesù. Gesù, come testimonia il vangelo che è stato proclamato, li raduna, li istruisce, li rimprovera, li rende partecipi delle sue confidenze, celebra con loro la Pasqua desiderata, in quell’ultima sera. Gesù si manifesta a loro radunati in casa a porte chiuse per timore dei Giudei, in quel primo giorno.

La fede, la povera fede dei discepoli, l’obbedienza al Signore, l’obbedienza contrastata e inquieta dei discepoli, prendono la forma dell’appartenenza alla comunità che si raduna nel suo nome. La cura di Gesù, la preghiera di Gesù, la priorità di Gesù sono per dare forma a una comunità di discepoli che con l’essere una cosa sola e con lo stile della loro fraternità siano segno per la fede del mondo.

Perciò la Chiesa. Ciò che separa dalla comunità impoverisce, esaurisce la fede delle persone. L’individualismo che l’epoca moderna ha insinuato anche nella gente della nostra terra suggerisce di indebolire le appartenenze, di cercare nel privato il principio della propria tranquillità e la condizione per realizzare la propria identità. I discepoli di Gesù reagiscono all’individualismo e si radunano nella comunità imperfetta e irrinunciabile, nell’appartenenza decisiva per custodire la fede e praticare la carità ed essere testimoni della speranza seminata dalla risurrezione di Gesù.

Mons Luigi Negri ha vissuto con intensità la sua appartenenza alla Chiesa, la sua appartenenza al movimento di Comunione e Liberazione con i suoi modi perentori e il suo linguaggio tagliente. E noi celebriamo oggi la Pasqua di Gesù perché si compia per lui quell’essere di Cristo che introduce nell’appartenenza alla Chiesa nella comunione dei santi.

2. La vita della comunità: la grazia e il perdono.

La vita della Chiesa è la grazia della convocazione che dà forma alla comunità cristiana. È la grazia di cui tutti viviamo. È grazia! Il tesoro però è posto in vasi di creta, in uomini e donne segnate dalla fragilità e dalla meschinità. Perciò Gesù anche nell’ultima cena, ancora una volta corregge i discepoli che ha scelto. Le loro discussioni rivelano quanto siano lontani dal condividere i sentimenti di Gesù: litigano per distribuirsi ruoli e discutono su chi sia da considerare più importante.

Nelle parole di Gesù si coglie forse un’eco di una certa esasperazione: voi però non fate così: chi tra voi è più grande diventi come il più giovane e chi governa come colui che serve (Lc 22,26). Come potranno questi discepoli, così presi dalle loro beghe interne, diventare testimoni di Gesù che si fa offerta e sacrificio per loro, per la nuova alleanza che raduna un popolo nuovo? Gesù risorto, dopo aver molto insegnato, dopo aver molto sofferto, infine effonde nel luogo dove si trovavano i discepoli lo Spirito della riconciliazione: a colui a cui perdonerete…

La comunità dei discepoli non è una città ideale costruita nella sua perfezione ammirevole, non è una organizzazione perfetta definita per un funzionamento garantito. È una comunità di peccatori perdonati, è sempre una trama di rapporti da ricucire, è sempre una fraternità che chiede riconciliazione, è sempre un popolo un cammino che conosce le stanchezze e le tentazioni, i doni di grazia e l’ardore per giungere fino alla terra promessa.

La comunità dei discepoli non può restare un luogo chiuso per timore delle ostilità e antipatie del mondo che sta intorno: con il dono dello Spirito diventa docilità al Signore risorto, diventa missione: come il Padre ha mandato me, anche io mando voi (Gv 20,21).

Celebriamo questo sacrificio della nuova alleanza per accompagnare Mons Negri nel suo congedo da questa terra chiedendo che con i suoi scritti e il suo insegnamento, con il suo ministero e le sue sofferenze, anche ora interceda invocando per tutti lo Spirito della riconciliazione.

Così vogliamo ricordare e ringraziare Mons Luigi Negri, proprio in questa cattedrale, proprio in questa città. In questa terra, in questa Chiesa, Mons. Negri ha scelto, approfondito, vissuto la sua appartenenza, si è sentito milanese e ambrosiano, come attesta la sua scelta che il suo funerale fosse celebrato anche nella chiesa di Milano, in rito ambrosiano.

Qui ha incontrato, scelto, coltivato il carisma di don Giussani e la sua appartenenza a Comunione e Liberazione.

Qui ora si celebra questo momento solenne del funerale con il mistero della nuova ed eterna alleanza che fa sintesi del suo ministero di prete, di intellettuale, di vescovo di San Marino e di Ferrara.

Qui ora gli amici e tutta la Chiesa ambrosiana lo accompagnano con la preghiera, l’affetto, la gratitudine per il bene compiuto.

Qui ora chiediamo che Mons. Negri preghi per noi per rendere più profondi i nostri rapporti, più intenso il senso di appartenenza, più abituale le vie del perdono e della riconciliazione.

 


sabato 1 gennaio 2022

DON LUIGI NEGRI: DAL BERCHET AL MONDO, UN AVVENIMENTO DI FEDE CHE PASSA DI GENERAZIONE IN GENERAZIONE

Le parole di Davide Prosperi per la scomparsa dell'Arcivescovo emerito di Ferrrara-Comacchio, allievo di don Giussani al Berchet e a lungo tra i responsabili di CL

Cari amici,

è con grande dolore e al tempo stesso con immediato sentimento di riconoscenza che ho appreso poco fa della salita al Cielo del nostro caro don Luigi Negri. Un altro mattone importante della nostra storia non se ne va, ma continua misteriosamente a costruirla come ha fatto in modo appassionato in tutti gli anni della sua vita.


Da quando è rimasto «travolto da giovane» dall’incontro con don Giussani, suo insegnante di religione al liceo Berchet di Milano, si è instancabilmente dedicato alla costruzione del movimento di CL con intelligenza e affezione. La sua preferenza si è esercitata inizialmente nell’educazione di generazioni di giovani, che ha poi continuato a seguire fedelmente nello svolgersi, giorno dopo giorno, della loro vita adulta. Ha così contribuito con dedizione a far crescere la nostra compagnia in tutta Italia come collaboratore stretto di don Giussani. In questa dedizione ha sempre obbedito, realizzando così nella sua vita le parole con cui soleva definire una delle caratteristiche dell’umanità del suo maestro: «L’umiltà è la virtù dell’obbedienza». 
Tra le tante sue qualità, lo ricordiamo per la passione missionaria che non perdeva occasione di richiamare al popolo cristiano, e il fervore culturale che si è tradotto in una intelligente lettura della modernità alla luce dell’avvenimento cristiano. È stato appassionato difensore di quella fede che diventa cultura, secondo la definizione a lui congeniale che ne diede san Giovanni Paolo II: «Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» ( Discorso ai partecipanti al Congresso Nazionale del Movimento ecclesiale di impegno culturale: «Insegnamenti», V, 1 [1982] 131).
Negli anni della sua maturità ecclesiale, rispondendo alla chiamata del pontefice, si è speso come fedele servitore della Chiesa di cui è stato vescovo ardente nella diocesi di San Marino-Montefeltro prima e Ferrara successivamente, mantenendo chiaro il riferimento alla propria origine nell’accoglienza di tutti quelli che incontrava.
Sono certo che i suoi insegnamenti e il suo temperamento vigoroso, che tanto ci hanno accompagnato per tutti questi anni, continueranno ad essere fattore di costruzione della Chiesa e della nostra storia nella memoria della sua amicizia.

Con affetto
Davide Prosperi

Presidente ad interim di Comunione e liberazione

31-12-2021

 

IL MESSAGGIO DI DON LUIGI GIUSSANI PER IL 60° COMPLEANNO DI DON LUIGI NEGRI, 26 novembre 2001 – MILANO

Carissimo Luigi,

i tuoi sessant’anni mi fanno ricordare tutta una vita che abbiamo speso insieme da quando a scuola eri poco più di un bambino e tra i primi hai cominciato a camminare nel grande avvenimento di vita che ci ha presi. Così la fedeltà di allora ci ha fatto crescere in una intimità di amicizia che solo Dio conosce, lui che l’ha voluta per noi e quindi per chi abbiamo incontrato in tanti anni di Movimento, per il mondo.

Chiedo alla Madonna che tu possa essere ricompensato di tutti i sacrifici che hai sopportato sempre con letizia. Per cui ti chiedo di offrire le mortificazioni a cui sei sottoposto e le gratificazioni che ottieni dal tuo lavoro per la mia santità e per l’unità di tutto il movimento, il nostro bene prezioso: amala più di ogni altra cosa.

Il Signore ti renda sempre più immedesimato col cuore della storia incominciata per continuare a dire al mondo la cultura nuova che dalla fede si genera in chi Gli appartiene, nella fedeltà al Papa, con quella energia che ho sempre ammirato in te.

Buon compleanno!

LUIGI GIUSSANI