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venerdì 2 ottobre 2020

I MIGRANTI TRA SILENZI E AMNESIE

   Paolo Mieli | 30 settembre 2020/ Corriere della Sera

Ancora un giorno e il leader della Lega entrerà nell’albo d’oro dei leader politici italiani transitati per le aule giudiziarie. Come Giulio Andreotti, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi

Ci siamo. Ancora un giorno e Matteo Salvini entrerà nell’albo d’oro dei leader politici italiani transitati per le aule giudiziarie. Come Giulio Andreotti, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi. Lui, a differenza dei predecessori, non ha neanche fatto una onorevole sosta a Palazzo Chigi. Senza esser stato presidente del Consiglio (ma esclusivamente vice, oltreché ministro dell’Interno), Salvini dovrà rispondere a Catania di aver sequestrato — da solo, presumiamo — 131 migranti in attesa di scendere a terra dalla motonave della Guardia costiera «Bruno Gregoretti». 


I profughi maschi, al termine di un viaggio infernale che durava da gennaio, dovettero aspettare per cinque lunghissimi giorni, tra il 27 e il 31 luglio del 2019. Donne e bambini per due. Il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro aveva chiesto l’archiviazione di questo caso Gregoretti-Salvini. Un altro magistrato, parlandone con Luca Palamara (quando l’ex capo dell’Associazione nazionale magistrati era ancora in auge) aveva espresso dubbi sull’iniziativa giudiziaria antisalviniana. Ma il presidente dei giudici delle indagini preliminari, Nunzio Sarpietro, è andato avanti con decisione: «A me Palamara non lo dice nessuno», ha dichiarato. E il Senato ha concesso l’autorizzazione a procedere contro l’ex ministro per «sequestro di persona aggravato». Va riconosciuto che Giuseppe Conte, il presidente del Consiglio — di allora e di adesso — è stato assai fortunato.

Nessun giudice ha pensato di coinvolgerlo, neanche marginalmente, nella decisione di trattenere quei disgraziati a bordo della «Gregoretti» in quell’ormai lontano luglio del ‘19. E ugualmente baciati dalla fortuna sono stati i colleghi di governo dell’ex ministro. C’è da aggiungere che anche dovesse uscire indenne dalle forche catanesi, come già capitò ai succitati predecessori, altri procedimenti si prospettano per Salvini. Sicché sabato 3 ottobre probabilmente inizierà per il leader leghista una vita nuova tra tribunali e toghe che — presumiamo — non sarà ininfluente agli effetti della prosecuzione dell’altra sua vita, quella politica.

Nel frattempo i migranti — ovemai a qualcuno stesse tuttora a cuore il loro destino — hanno continuato ad essere «trattenuti» sui ponti delle navi. L’Italia giallorossa sulla scia di quella gialloverde ha poi stanziato dieci milioni per la guardia costiera libica. Nicola Zingaretti il 18 luglio scorso ha annunciato l’intenzione di verificare «con assoluta inflessibilità» che con tale impegno implicasse un «termine alla condizione infernale nella quale sono costretti a vivere tanti migranti». Ma di quella «inflessibile» verifica si è saputo poco. Diciamo meglio: niente.

Fortunatamente si batte per la causa dei fuggiaschi dall’Africa un esperto di diritti umani, il greco Jason Apostolopoulos, che (in compagnia del medico Fabrizio Gatti) avrebbe voluto farle lui questo genere di verifiche imbarcandosi sul rimorchiatore Mare Jonio della ong «Mediterranea». Apostolopoulos è una figura quasi leggendaria da quando nell’ottobre 2015 ha lasciato il lucroso mestiere di ingegnere per andare a Lesbo ad aiutare i profughi provenienti dalla Turchia. Da allora si è occupato solo di loro, dei migranti, in decine, centinaia di casi. Ma stavolta si è imbattuto in un italiano d’acciaio, il comandante della Guardia costiera Donato Zito, che non ha consentito né a lui né a Gatti di imbarcarsi: «trattasi di due profili che non hanno alcuna attinenza con la tipologia di servizio svolto dal rimorchiatore», ha sentenziato. Il governo non ha sconfessato Zito. Anzi ha avallato le sue motivazioni. Si sono levate soltanto le proteste dei radicali Giulia Crivellini e Massimo Iervolino, più a sinistra di Rossella Muroni, Nicola Fratoianni, Erasmo Palazzotto, Matteo Orfini e dell’ex M5S Gregorio de Falco. Tutti concordi su un’unica cosa: dai tempi di Salvini, in Italia non è cambiato niente. Solo che adesso nessuno o quasi ne parla più. Nel frattempo Alarm Phone ha denunciato che tra il 14 e il 25 settembre, centonovanta persone sono morte in sei naufragi davanti alla Libia. Cioè in dieci giorni: sei naufragi e centonovanta morti. Qualcuno ne ha saputo qualcosa?

Secondo la portavoce di Sea-Watch Giorgia Linardi il silenzio che avvolge queste storie risponde ad una «strategia del governo italiano» in complicità con il resto d’Europa. Tra il governo Conte I e il governo Conte II, prosegue la Linardi, «sono cambiate le modalità e i toni ma non è cambiato l’obiettivo di cacciare le Ong dal Mediterraneo». Salvini a suo tempo voleva «porti chiusi»; il governo attuale, con il decreto del 7 aprile scorso, ha dichiarato i porti italiani «non sicuri». «Quasi peggio», sostiene Giorgia Linardi. Quanto al cambiamento dei decreti sicurezza, pare che tale modifica preveda la revisione delle sanzioni. Ma, secondo la portavoce di Sea-Watch, manterrebbe «l’approccio criminalizzante verso chi salva vite in mare». A parole, denuncia l’attivista umanitaria, «le nuove policy italiane ed europee menzionano il soccorso in mare, ma poi, a leggere bene, si coglie che l’unico cambio di passo è il rafforzamento di Frontex e dei respingimenti verso la Libia».


Le critiche mosse da radicali, da sparuti elementi di sinistra varia e dalla rappresentante di Sea-Watch all’attuale governo ci sembrano esagerate. Siamo persuasi che nel suo intimo il presidente del Consiglio sia cambiato dall’agosto 2019 , che a lui sarebbe sufficiente qualche sollecitazione per dar prova di quanto gli stia a cuore la causa dei migranti. Allo stesso modo non può sfuggirci il più che evidente cambio di passo dell’attuale titolare degli Interni: la Lamorgese lunedì scorso è stata persino ricevuta dal Papa che ha dato evidenti segni d’assenso al monito della ministra a «non dimenticare, in un frangente così gravido di domande, il dramma dell’immigrazione».
  

Roberto Saviano

Quel che si è visto meno — ce ne siamo accorti da tempo — sono le manifestazioni di sostegno alla causa dei fuggiaschi da parte del mondo della cultura e delle arti. Pochi letterati, poche personalità dello spettacolo si sono prodigate, negli ultimi e penultimi tempi, per premere sul Parlamento a che vengano presi provvedimenti adeguati al dramma caliamesso in risalto dalla Lamorgese. Ancor meno sono gli scrittori che, sul modello di quel che loro stessi fecero nelle estati 2018 e 2019, abbiano preso la via del mare per portare un pur minimo sollievo ai disperati in fuga dalle coste africane (così da aver poi modo di scrivere libri su quelle loro sofferte esperienze). Per buona sorte ci è rimasto — assieme a un modesto numero di compatrioti — il greco Apostolopoulos che, dopo il cambio d’inquilino al Viminale, non ha modificato la propria sensibilità in materia di migranti. Peccato che Conte, Zingaretti e Grillo non lo abbiano preso a modello.

 

lunedì 26 agosto 2019

GRAZIE DAVIDE


INTERPRETARE LA STORIA NONOSTANTE  IL TRADIMENTO DEI CHIERICI
(con una nota finale)

Il “tradimento dei chierici” , così si chiamava un libro di J. Benda. Ora con tale termine si indica l’allontanamento delle elites clericali e intellettuali dalla vita reale delle persone.
È quanto sta accadendo anche ora con clero, intellettuali ed elites schierate allo stesso modo (il clero con i forcaioli di ieri, intellettuali marxisti di sinistra fucsia e Prodi con i leader della Compagnia delle opere che diceva di essere ispirata a Don Giussani, i Saviano campioni della legalità – ma condannati per plagio – con i banchieri).

E la questione non è ovviamente Matteo Salvini o una crisi di governo, ma , come mostrò Oriana Fallaci,  LA CAPACITA’ DI INTERPRETARE LA STORIA.

E di interpretarla non solo a partire dai propri interessi ma dalla lettura dei fenomeni del mondo e delle sofferenze delle persone. Oggi troppi luogo comunisti, troppi buoni all’ultimo miglio, troppe finte verginelle scandalizzate in giro! Poco coraggio di guardare in faccia i veri teatri del potere. Non mi interessa la politica,ma la lettura del mondo e navigarlo, come pirata se occorre, ma sempre come un signore…

DAVIDE RONDONI

NOTA BENE
In un articolo del 22 agosto del Corriere Bologna, come editoriale, si leggeva un intervento tipo richiesta di “liste di prescrizione democratica” di cui riportiamo la parte finale

I temi in programma nei dibattiti del Meeting e i relatori chiamati a confrontarsi lasciano sperare che da Rimini
possano uscire indicazioni per rilanciare una nuova speranza verso un futuro di pacifica convivenza. 
Di questo segnale hanno urgente necessità non solo i cattolici ma tutte le persone che vogliono dare testimonianza e
impegno nella convinzione che è possibile costruire uno sviluppo possibile e sostenibile a livello locale e globale.
In questa direzione vanno le parole del presidente della Cei Gualtiero Bassetti, che giustamente ha richiamato la
grandezza dellumano, quella capace di dialogo con laltro e di accoglienza degli ultimi. Peccato che le parole
dellarcivescovo Bassetti siano contraddette allinterno di Cl da qualche intellettuale che giustifica luso
strumentale dei simboli religiosi. E sostiene, come fa il poeta Davide Rondoni, che «tanti ciellini hanno votato Lega e la rivoteranno». Se la voce di questo poeta è fuori dallo spirito di Cl, va detto chiaramente nelle conclusioni del Meeting , in modo da indicare senza ambiguità una via di luce per uscire dal tunnel della crisi .

Giovanni De Plato

venerdì 10 ottobre 2014

SENTINELLE, IN PIEDI

IL CALZINO FICCATO IN GOLA

di Mario Adinolfi per la Croce


Qualcuno ce lo spiegherà il perché. Ce lo spiegherà magari Roberto Saviano, l’istigatore di tutta la violenza subita in una domenica pomeriggio da mamme e papà molti con i loro bambini, da ragazze e ragazzi, da sacerdoti e persone anziane che avevano deciso di vegliare per la libertà d’espressione di tutti per un’ora zitti in piedi leggendo un libro. Ce lo spiegherà Roberto, che ha scritto che le Sentinelle in Piedi sono fautrici di una “violenza culturale”, se è contento di aver sentito nei megafoni in cento piazze d’Italia che avrebbero “ficcato un calzino in gola” a chi in realtà manifestava senza dire neanche una parola.

Ce lo spiegherà Saviano perché a Rovereto hanno picchiato donne e sacerdoti, hanno spaccato la faccia a un ragazzo. La veglia era fissata per le ore 16. Verso le 15.30 gli organizzatori arrivano in piazza con il banner delle Sentinelle, il materiale da distribuire ai passanti e il megafono. Le forze dell’ordine sono completamente assenti. Non vi sono volanti di polizia o carabinieri che garantiscano la sicurezza e l’incolumità dei manifestanti, pur avendo loro regolare autorizzazione della Questura (nella quale vi è una specifica disposizione che prevede il dispiegamento di mezzi a difesa di chi manifesta).


Tutto procede tranquillamente fino alle ore 15.45 circa, quando un commando di decine di anarchici fa irruzione in piazza Loreto da un vicolo secondario, tutti vestiti di nero, a volto scoperto e assai incattiviti. Ingiuriano gli organizzatori, dicendo espressamente loro di andarsene via. Li apostrofano con epiteti quali “omofobi” e “fascisti”, poi iniziano a lanciare uova sugli stessi, sul referente di Rovereto e su un sacerdote che viene colpito a una tempia. Era presente anche la referente di Trento, la quale è stata accerchiata da tre anarchici che l’hanno strattonata, colpita con un calcio e minacciata. Il gruppo di facinorosi ha poi commesso un furto, appropriandosi dello zaino di questa ragazza contenente altro materiale necessario per la manifestazione. Il referente di Rovereto, una ragazza e gli altri organizzatori si rifugiano in un bar prospiciente la piazza mentre il titolare dello stesso si prodiga (con successo) per bloccare l’entrata agli aggressori. Una sentinella intervenuta per difendere la ragazza riceve una testata sul setto nasale e finisce in ospedale con la faccia spaccata. Il referente di Rovereto viene a sua volta strattonato e colpito alla spalla. Il blitz termina e gli anarchici abbandonano con calma la piazza, uscendo dal vicolo da dove erano entrati. Il sacerdote colpito alla tempia viene portato via dal 118. La polizia arriverà mezz’ora dopo i fatti

Sarà contento Roberto Saviano di sapere che la sua tirata contro le Sentinelle ha fatto sì che a Torino, Bologna, Milano, Pisa, Genova, Trieste, Napoli, Padova, Modena, Reggio Emilia, Bergamo si siano radunate centinaia di persone che hanno provato violentemente a impedire a migliaia di Sentinelle di manifestare il loro pensiero, che veramente hanno provato a “ficcare il calzino in gola”. A Torino solo un lavoro straordinario delle forze dell’ordine a piazza Carignano ha evitato il contatto con decine di svalvolati che al megafono urlavano tutto il loro odio, insultavano, bestemmiavano con una rabbia incontrollata galvanizzati dai flash dei fotografi. Sarà contento di sapere che alla fine una mamma non ce l’ha fatta più e ha portato via il figlio di dieci anni da quella gazzarra: lo aveva condotto a una veglia silenziosa, non a sentire ogni dettaglio di un atto sessuale sparato in un megafono e le più fantasiose invettive. A casa il bimbo è rimasto in stato di shock per tutto il pomeriggio. 
A Milano l’intelligenza di Raffaella Frullone ha fatto sì che si strappassero i megafoni ai disturbatori del calzino in bocca. A Bologna invece i vigliacchi si sono presentati in quattrocento contro cinquanta padri e madri di famiglia, mobilitando la violenza dei centri sociali e lo scontro fisico è finito a manganellate con teste spaccate e sangue. Contro le Sentinelle sono state lanciate bottiglie di vetro e una è passata a due centimetri dalla testa di una bambina di sei anni. La scena sarebbe piaciuta a Saviano.  E avrebbe apprezzato anche il fotogramma successivo in cui una mamma che spingeva una carrozzina con un bambino di un anno è stata ricoperta di insulti e sputi. Quasi sembrava più accettabile la “contromanifestazione” di Napoli: “solo” lancio di uova sui manifestanti, bestemmie urlate al megafono, solita fantasia di insulti e gay tutti a baciarsi davanti ai bimbi dopo aver lanciato anche addosso a loro preservativi pieni (si spera) d’acqua. Il tutto con il coro incessante che declinava l’aulico verso “la gente come voi non scopa mai”. Almeno non è successo come a Pisa, dove se la sono presa con una mamma che aveva portato alla veglia i suoi cinque figli. Hanno circondato il minore, 11 anni, che leggeva tranquillamente accanto ad uno dei suoi fratelli, e lo hanno assalito: “Che razza di genitori hai che ti portano in questo posto? fanno schifo i tuoi!”, “per cosa manifesti?”, “che ne sai tu dell’amore?”, finché non è scoppiato in lacrime. A questo punto hanno esclamato: “Bene che pianga”.

Caro Roberto, cari articolisti di Repubblica e del Corriere, dei tanti giornali locali che hanno dato tutti addosso alle Sentinelle, nel più classico scambio tra vittime e carnefici, fermatevi e ragionate. Le Sentinelle in Piedi perché provocano in voi tanta agitazione? Perché attraggono tutto questo odio così visceralmente e violentemente espresso? Se dicessero che “l’asino vola” le ignorereste. Evidentemente non dicono castronerie, evidentemente sentite minacciato il vostro castello di carte costruito sul nulla, evidentemente la modalità così pacifica di esprimere con il silenzio e la lettura una forma di resistenza ve la sentite addosso urticante come è urticante spesso la verità.
E allora vai con il calzino ficcato in gola. E persino dopo che bambini, mamme, anziani sono stati insultati, violati, scioccati, nei casi che ho raccontato anche malmenati, non avete una parola di condanna per tutta questa violenza completamente insensata che migliaia di persone libere e silenziose ieri hanno subito. 
A quelle persone resta il plauso, sono state figura cristologica, hanno perdonato loro perché non sapevano quello che facevano. Con questo hanno vinto, silenziosamente hanno gridato il loro anelito d’amore e libertà, unica ricetta salvifica contro il caos doloroso impersonato dai violenti che hanno provato invano a farli tacere.

venerdì 18 maggio 2012

BASTA CON SAVIANO


di Giuliano Ferrara
Tratto da Il Foglio del 14 maggio 2012

Saviano al posto di Bocca. Uno che non ha mai detto nulla di interessante, che non ha un’idea in croce, che scrive male e banale, che parla come una macchinetta sputasentenze, che brancola nel buio di un generico civismo, che è stato assemblato come una zuppa di pesce retorico a partire da un romanzo di successo, si prende la rubrica di un tipo tosto che di cose da dire ne aveva fin troppe.

 Saviano a La7 per tre giorni con l’auricolare di Serra e la bonomia un po’ spenta di Fazio, un rimasuglio di tv dell’indignazione, una celebrazione di quella cazzata che è l’evento, il tutto destinato a sicuro successo di critica e di pubblico: il nulla intorno alle parole, ridotte barbaramente al nulla dell’ideologia, e tutt’intorno un uso cinico della condiscendenza verso il piccolo talento dell’ordinario. Saviano a New York, come un brand scassato alla ricerca della mafia già scoperta da Puzo, Coppola e Scorsese, una specie di Lapo in cerca di marketing sulle orme di Zuccotti Park, tranne che Lapo fa il suo mestieraccio. Saviano in ogni appello, dalla lotta al traffico di cocaina ai diritti dei gay a chissà cos’altro ancora. Saviano sul giornale stylish del mio amico Christian Rocca, perfino. Ma che palle.

L’ho ascoltato al Palasharp, un anno e mezzo fa, via web. Un disastro incolore. Uno fuori posto perfino in un luogo in cui si faceva mercimonio delle idee peggiori della società italiana. Non riusciva ad aderire, malgrado la buona volontà, nemmeno alla semplificazione moralista della politica nella sua forma estrema di faziosità e di odio teologico-politico. Saviano non sa fare niente e va su tutto, è di un grigiore penoso, e i madonnari che lo portano in processione dalla mattina alla sera gli hanno fatto un danno umano, civile, culturale e professionale quasi bestiale. Credo che le premesse fossero genuine, è l’esplosione che si è rivelata di un’atroce fumosità. Già non è dotato, ma poi mettergli in mano una specie di scettro da maghetto della popolarità e della significatività di sinistra o de sinistra, insignirlo di una strana laurea da rive gauche all’italiana, il caffè intellettuale dei mentecatti, chiedergli di pronunciarsi su tutto e su tutti come l’oracolo, di fungere da uomo-simbolo, lui che del simbolico ha appena la scorta, questo è veramente troppo.

I Moccia e i Fabio Volo hanno scritto anche loro libri di successo. E’ un guaio che ti può capitare, una brutta malattia come il premio Nobel e altre scemenze. Un giorno o l’altro qualcuno te le commina, se sei veramente sfortunato, e c’è chi sbava nell’attesa. Ma nessuno li ha trasformati in totem, non si prestavano, non erano all’altezza. Saviano invece è all’altezza di questa mondializzazione del banale, di questa spaventosa irriverenza verso l’allegria e l’eccentricità dell’intelletto come nutrimento della società e della vita, di questa orgia del progressismo finto sexy, il torello triste che combatte la sua corrida in compagnia di milioni di consumatori culturali e di utenti dell’indicibilmente e sinistramente comune, medio.

Siamo il paese di Wilcock, di Flaiano, di Cesaretto, di Manganelli e a parte lo spirito d’avanguardia e di letizia della scrittura, abbondano grandi maestri, filologi, scrittori anche civili che qualcosa da dire ce l’hanno, in trattoria e sui giornali e in tv, e siamo stati trasformati nel paese dei balocchi dei festival e delle seriali conferenze culturali dedicate al libro, al bestseller che ti cambia la vita come una nuova religione e ti immette nel mainstream più compiacente e belinaro.

Ma via. Qualcuno deve pur dirlo. Facciamo un comitato, qualcosa di sapido e di cattivo, qualcosa di rivoltoso e di ribaldo. Basta con Saviano.