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venerdì 26 agosto 2016

INTERVISTA A CARRON: I SEGNALI DELLA SVOLTA

«A Cl non serve un nemico né vive per le briciole del potere»

Il successore di don Giussani: non c’è una centralità della questione islamica. Abbiamo riportato al primo posto la pertinenza della fede alle esigenze della vita
DI DARIO DE VICO
tratto dal corriere della sera

Don Julián Carrón (Agf)Don
Sono passati quattro anni dal primo articolo nel quale don Julián Carrón, il successore di don Giussani, invitava Comunione e liberazione a liberarsi del peso della ricerca dell’egemonia e a riscoprire l’autentico valore della testimonianza. Correva l’anno di grazia 2012 e il movimento viveva giorni assai difficili. L’impegno (e il successo) politico si stava rivelando una trappola e i media abbinavano a Cl termini come «lobby» e «corruzione». A molti osservatori quello scritto apparve persino ingenuo e pochi avrebbero scommesso sui risultati

A 50 mesi di distanza le posso chiedere un bilancio?
«Non ho condotto una campagna contro l’egemonia, mi sono limitato a riproporre la bellezza dell’esperienza del nostro fondatore, don Giussani, sostenendo che non ci fosse bisogno di validarla con nessun potere aggiuntivo. L’unica modalità di rapporto con la verità è la libertà e per questo la ricerca dell’egemonia è in contraddizione con la verità».

Però così è stata smantellata una straordinaria macchina politica qual era la Cl degli anni d’oro.
«Il nostro obiettivo è contribuire al bene comune; non voglio perdere il valore della passione politica, ma ho ricordato che avevamo come motivazione qualcosa di più affascinante del raccogliere le briciole del potere».

In questo modo però vi siete disarmati?
«Sì. Abbiamo riportato al primo posto la pertinenza della fede alle esigenze della vita. Preferisco la testimonianza alla militanza. E del resto Dio ha bussato sommessamente alla porta dei nostri cuori, non ha fatto uso della sua potenza esteriore, ma ha suscitato amore».

Non teme che in questa operazione Cl subisca una secca perdita di identità?
«Spogliarsi del potere non vuol dire perdere identità. Dio l’ha fatto ed è diventato carne, potevamo fare anche noi qualcosa di simile, benché infinitamente più piccolo».

Nel frattempo però la Storia non è rimasta ferma (anzi!) e si genera un paradosso. Avete militato contro la secolarizzazione e il Sessantotto e oggi di fronte alla minaccia dell’islamismo radicale vi professate disarmati.
«Le rispondo innanzitutto sugli anni ‘70. Don Giussani spiegò ex post che ci eravamo mossi animati da una “insicurezza esistenziale”, avevamo accettato lo stesso campo di gioco di coloro che criticavamo. Alla fine siamo stati una presenza reattiva quando avremmo dovuto essere una presenza originale. Cl per vivere non aveva e non ha bisogno di un nemico. E vale anche per l’Islam».

Sono pesi diversi. Lo scrittore francese Houellebecq parla dei rischi di sottomissione dell’Occidente alla cultura dell’Islam.
«Il rischio esiste perché tutto passa attraverso la libertà e niente è scontato. Goethe diceva: “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”. Ma le migrazioni e persino gli attentati possono rappresentare uno stimolo per riproporre la nostra originalità di cristiani. È una sfida a noi stessi, prima che agli altri. Domandiamoci cosa trovano i migranti che arrivano da noi».

Trovano l’Occidente con i suoi pregi e i suoi difetti. Ma questi ultimi non possono diventare l’alibi per chi vuole distruggerlo e per chi non vuole difenderlo.
«Io voglio difendere la possibilità di vivere il cristianesimo in uno spazio di libertà per tutti».

... e l’Occidente è l’ambiente migliore per farlo. Se anche i cristiani usano gli errori della nostra civiltà per delegittimarla e per equiparare il «turbo capitalismo» all’Isis siamo alla fine.
«Non voglio delegittimarla, si figuri se non difendo i valori della libertà, della persona, del lavoro e del progresso. Il problema sta nel come. Papa Benedetto XVI ricordava che l’illuminismo ha cercato di salvare i valori fondamentali dell’Occidente sottraendoli alla discussione religiosa, ma ha commesso un errore e non sa come uscirne».

Possiamo dire allora che la crisi dell’Occidente è una crisi di soluzioni e non di legittimità?
«Concordo. E come cristiani quando organizziamo un doposcuola o aiutiamo un migrante diamo un contributo alle soluzioni. I valori degli illuministi sono crollati quasi per inerzia. A questo punto, è urgente “porre coraggiosamente basi nuove, fortemente radicate”, come ha detto papa Francesco, e noi siamo su questa strada. Perciò quando incontriamo un bisogno non ci limitiamo al soccorso materiale, rispondiamo anche a una domanda di senso. Il nemico è il nulla. Quindi siamo tutt’altro che equidistanti. Diamo una chance alla speranza».

Ma lei non crede che ci sia in Europa una centralità della questione islamica?
«No. Penso che il centro della questione in Europa sia trasmettere alle persone una concezione e dei valori che li aiutino a vivere nella confusione di questa fase della modernità».

Con l’esecuzione di padre Hamel a Rouen si è riproposto addirittura il tema del martirio. Non le pare una prova sufficiente?
«Il martirio fa parte dei rischi della fede cristiana. Siamo perseguitati già dai tempi dell’Impero Romano, non ha iniziato l’Islam».


Anche i liberali, le cito l’Economist, sono arrivati alla critica della globalizzazione. E a chiedere un ripensamento. Qual è la sua opinione?
«Credo realisticamente che la globalizzazione non si possa fermare. È anche occasione di incontro perché i muri cadono e tocca alle persone di buona volontà farsi avanti per servire il bene dell’uomo. Se è stato possibile ricostruire dopo la Seconda Guerra Mondiale, perché non dovrebbe essere possibile anche oggi? Perché non è possibile replicare quello che fecero i De Gasperi, gli Adenauer e anche i Togliatti di allora e rifondare le istituzioni?».

giovedì 23 giugno 2016

MONS. CREPALDI, MILITANZA E TESTIMONIANZA

Nel suo libro  Fede e politica dei principi non negoziabili, scrive che “nella mente di tanti cristiani” non esiste più il concetto di militanza cattolica. La Rerum Novarum è minata dunque a causa di una certa ritrosia del mondo cattolico a promuovere la dimensione pubblica della fede?
Leone XIII e la militanza cattolica
Il concetto di “militanza” sembra appartenere all’epoca delle ideologie e delle grandi contrapposizioni di paradigmi sociali che abbiamo vissuto ma che ora sono superate. Anche allora, però, i cattolici non combattevano tanto contro le ideologie o contro i paradigmi sociali del tempo quanto contro il male. Si opponevano al male e alla sua istituzionalizzazione politica tramite le leggi e le politiche appunto. Ora, le ideologie possono essere finite, almeno nella forma di macrovisioni della realtà che abbiamo conosciuto in passato, ma il male non è finito. Non è più portato avanti da eserciti di militanti, sotto bandiere e striscioni, con marce, simboli, adunanze oceaniche, stampa organica, gerarchie rigide e così via. Ma è ugualmente portato avanti. Sembra quasi che la fine delle ideologie dispensi i cattolici dall’impegno non tanto contro le ideologie quanto contro il male che in altre forme continua ad essere promosso. E, ciò che conta per il nostro discorso, che continua a venire istituzionalizzato in leggi e politiche.
Qui si inserisce il discorso della dimensione pubblica della fede. Molti la riducono ad una testimonianza personale con la quale i cristiani dovrebbero “animare” la società e la politica.
Vivendo una vita spirituale personale religiosa intensa e autentica, i cattolici indirettamente animerebbero anche gli ambiti sociali della loro presenza, dal lavoro alla scuola, dalla famiglia alla politica. MA QUESTA È UNA CONCEZIONE DEBOLE DELLA DIMENSIONE PUBBLICA DELLA FEDE.
Partendo da qui si capisce che il concetto di militanza sia messo da parte, sgradito perché ritenuto troppo invasivo e prepotente. NON CI SAREBBERO PIÙ MALI DA COMBATTERE MA SOLO BENI DA TESTIMONIARE personalmente.
Bisogna però chiedersi se le esigenze della dimensione pubblica della fede non siano anche altre. Il Concilio non si limita a chiedere ai laici una testimonianza personale di fede vissuta, ma chiede loro anche di ordinare a Dio le cose del mondo. Ordinare a Dio vuol dire ordinare al fine ultimo, perché il senso delle cose deriva loro dal fine cui sono ordinate e ciò vale anche per la società, la quale è ordinata sì all’uomo, ma non come fine ultimo, come tale essa è ordinata a Dio. Ordinare vuol dire mettere in ordine, disporre secondo un ordine. Questo ordine è quello della creazione ed è quello della ricapitolazione di tutte le cose in Cristo. Questo richiede non solo una testimonianza personale per essere “sale”, ma un impegno ad ordinare, anche con le leggi e le politiche, la comunità degli uomini a Dio. La Dottrina sociale della Chiesa è in fondo lo strumento per collaborare alla realizzazione del progetto di Dio nel mondo. In questo senso il concetto di “militanza” non è superato.
Ma ravvede la volontà di rendere vivo e concreto questo concetto?
Come ho già accennato, se partire dal progetto di Dio sull’uomo e sul mondo viene inteso come proselitismo, violenza, occupazione di spazi, lesione della laicità e dei diritti della secolarizzazione, allora l’atteggiamento cambia. Ci si limiterà ad una testimonianza personale in un mondo pluralista, senza più pretese di ordinamento e di militanza. Per alcuni teologi che non si rifanno ai presupposti filosofici e teologici a cui si rifaceva di Leone XIII, il mondo è il luogo in cui Dio si rivela nel cammino della storia dell’umanità a cui anche la Chiesa appartiene. Questa deve, quindi, stare pienamente nel mondo, imparare dal mondo, camminare insieme con tutti sapendo che in questa storia non ci è mai dato di vedere pienamente la verità. Per questo motivo sparisce la stessa necessità espressa da Leone XIII di avere delle associazioni cattoliche a difesa della prospettiva cattolica considerata nella sua completezza e sparisce quindi anche il concetto di “militanza”. A ciò si aggiunge un altro elemento. Siccome ogni persona – si dice – è una realtà molto complessa e nessuna è completamente santa o peccatrice, bianca o nera, buona o cattiva, ci si deve accompagnare con tutti, discernendo nel dialogo le vie da seguire e le cose da fare. Credo che sia per questi due motivi che la militanza oggi viene intesa come atteggiamento settario e quindi inopportuno.
Tratto da ZENIT, 21 giugno 2016; FEDERICO CENCI