Era il 4 giugno 1970 quando a Monaco di Baviera, davanti a un migliaio di ascoltatori attentissimi, l’allora professore di teologia all’Università di Ratisbona Joseph Ratzinger tenne una conferenza dal titolo: “Perché sono ancora nella Chiesa”.
Qui di
seguito ne è riprodotta la parte iniziale, quella in cui Ratzinger descriveva
lo stato della Chiesa cattolica in quegli anni turbolenti del dopo Concilio e
del dopo ’68.
A rileggerla oggi, a più di mezzo secolo
di distanza, è impressionante notare quanto la stessa “confusione babelica” di
quegli anni si sia protratta ed estesa fino ai nostri giorni, con qualche differenza in più ….
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PERCHÉ SONO ANCORA NELLA CHIESA
di Joseph Ratzinger
Di motivi per non restare più nella
Chiesa ce ne sono oggi molti e contraddittori. A voltare le spalle alla Chiesa
si sentono spinti non più solo coloro ai quali la fede della Chiesa è diventata
estranea, ai quali la Chiesa appare troppo arretrata, troppo medievale, troppo
ostile al mondo e alla vita, bensì anche coloro che amarono nella Chiesa la sua
figura storica, la sua liturgia, la sua indipendenza dalle mode del momento, il
suo riverbero di eternità. A questi ultimi sembra che la Chiesa stia tradendo la
propria vera natura, che si stia svendendo alla moda e stia quindi perdendo la
propria anima: sono delusi come un innamorato che deve vivere il tradimento di
un grande amore e considerano seriamente di voltarle le spalle.
D’altra parte però vi sono motivi molto contraddittori anche per rimanere nella Chiesa. In essa restano non solo quelli che conservano in modo instancabile la loro fede nella sua missione, o quelli che non si vogliono staccare da una vecchia e cara abitudine (anche se ne fanno scarso uso). Oggi rimangono in essa con maggior vigore proprio coloro che rifiutano tutta la sua realtà storica e contestano con passione il significato che i suoi ministri cercano di darle o di conservarle. Sebbene essi vogliano rimuovere ciò che la Chiesa fu ed è, sono anche determinati a non lasciarsi mettere fuori, perché sperano di trasformarla in ciò che secondo loro essa dovrebbe diventare.
In questo modo, però, si ha una confusione davvero babelica per la Chiesa, nella quale non solo sono intrecciati nella maniera più strana i motivi a favore e contro di essa, ma un’intesa sembra quasi impossibile. Innanzitutto nasce la sfiducia, perché l’essere-nella-Chiesa ha perso il proprio carattere inequivocabile e nessuno osa più avere fiducia nella sincerità dell’altro. L’affermazione piena di speranza che Romano Guardini fece nel 1921 sembra ormai capovolta: “Un processo di grande portata è iniziato: la Chiesa si sveglia nelle coscienze”. Oggi al contrario la frase sembrerebbe dover suonare: “È in corso un processo di grande portata: la Chiesa si spegne nelle anime e si disgrega nelle comunità”. In un mondo che tende all’unità, la Chiesa si disgrega in risentimenti nazionalistici, denigrando ciò che è estraneo e glorificando il proprio particolare. Tra i fautori della mondanità e quelli di una reazione che si aggrappa troppo all’esteriorità e al passato, tra il disprezzo della tradizione e la fiducia positivistica di una fede presa alla lettera, sembra non esserci alcuna via di mezzo. L’opinione pubblica assegna inesorabilmente a ognuno il suo posto. Essa ha bisogno di etichette chiare e non accetta le sfumature: chi non è per il progresso, è contro di esso; si deve essere o conservatori o progressisti.
Grazie a Dio, la realtà è indubbiamente
molto diversa: in segreto e quasi senza voce ci sono anche oggi, tra questi due
estremi, coloro che semplicemente credono di realizzare la vera missione della Chiesa anche in questo momento di confusione: il
culto e l’accettazione della vita quotidiana a partire dalla parola di Dio.
Ma essi non si adattano all’immagine che se ne vuole avere e così rimangono in
larga misura muti: la vera Chiesa non è certamente invisibile, ma profondamente
nascosta sotto le malefatte degli uomini.
Si è così ottenuto un primo abbozzo dello sfondo sul quale si pone oggi la domanda: perché rimango ancora nella Chiesa? Per poter dare una risposta sensata, bisogna innanzitutto approfondire ulteriormente l’analisi di questo contesto storico che con la parola progresso entra direttamente nel nostro tema, e dobbiamo intendere le ragioni che hanno portato a questa situazione.
Come si è potuti arrivare a questa singolare confusione babelica, nel momento in cui ci si aspettava invece una nuova Pentecoste? Come è stato possibile che, proprio nel momento in cui il Concilio sembrava aver raccolto il frutto maturo del risveglio dei precedenti decenni, invece della ricchezza del compimento sia emerso un vuoto inquietante? Com’è potuto accadere che dalla grande spinta verso l’unità sia sorta la disgregazione?
Nel nostro sforzo di comprendere la Chiesa, e fare un lavoro concreto su di essa, tramutatosi nel Concilio in una vera e propria lotta, sembra che le siamo giunti così vicino da non riuscire più a percepirla nel complesso: sembra che non siamo più in grado di vedere la città oltre le case, la foresta oltre gli alberi. La prospettiva del presente ha trasformato il nostro sguardo sulla Chiesa in modo tale che noi oggi in pratica la vediamo solo sotto l’aspetto della fallibilità, chiedendoci cosa possiamo fare di essa. Il grande sforzo di riforma interno alla Chiesa ha fatto dimenticare tutto il resto; essa è per noi oggi solo una struttura, che si può trasformare e che ci porta a chiederci cosa si debba cambiare in essa per renderla più efficiente per i singoli scopi che ognuno le attribuisce.
Nel porsi questa domanda, il concetto di
riforma è ampiamente degenerato nella coscienza comune ed è stato privato del
suo nucleo centrale. Infatti la riforma,
nel suo significato originario, è un processo spirituale molto vicino alla
conversione e in questo senso fa parte del cuore del fenomeno cristiano;
soltanto attraverso la conversione si diventa cristiani, e questo è valido per
tutta la vita del singolo e per tutta la storia della Chiesa. Anche essa
continua a vivere convertendosi sempre nuovamente al Signore, tenendosi lontana
dal chiudersi in se stessa e nelle proprie care abitudini, così facilmente
contrarie alla verità.
Ma se la riforma viene allontanata da questo contesto, dallo sforzo della conversione e se ci si aspetta la salvezza solo dal cambiamento degli altri, da forme e adattamenti al tempo sempre nuovi, forse si può raggiungere qualche risultato, ma nel complesso la riforma diventa una caricatura di se stessa. Una simile riforma, in fin dei conti, può portare solo a ciò che è irrilevante, che è di second’ordine nella Chiesa; non c’è da meravigliarsi che alla fine la Chiesa stessa le sembri qualcosa di secondario.
Se si riflette su ciò si comprende
meglio anche il paradosso che si è apparentemente delineato negli sforzi di
rinnovamento della nostra epoca; lo sforzo per rendere meno pesanti strutture
ormai irrigidite, per correggere forme del ministero ecclesiastico che derivano
dal medioevo o ancora di più dai tempi dell’assolutismo e per liberare la
Chiesa da tali sovrapposizioni verso un servizio più semplice secondo lo
spirito del Vangelo. In effetti questi sforzi hanno condotto a una
sopravvalutazione dell’elemento istituzionale, che è quasi senza precedenti
nella Chiesa. Le istituzioni e i ministeri nella Chiesa di certo vengono
criticati oggi in modo più radicale di un tempo, ma essi assorbono l’attenzione
in modo più esclusivo che mai: non pochi credono oggi che la Chiesa consista
solo di essi. La problematica della Chiesa si esaurisce allora nella battaglia
sulle sue istituzioni; non si vuole lasciare inutilizzato un apparato così
vasto, ma lo si trova per molti aspetti inadatto ai nuovi scopi che gli vengono
assegnati.
Dietro di ciò si profila un secondo punto, il problema effettivo: la crisi della fede, che è il vero nocciolo della questione.

