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martedì 15 agosto 2023

JOSEPH RATZINGER: PERCHÉ SONO ANCORA NELLA CHIESA

Era il 4 giugno 1970 quando a Monaco di Baviera, davanti a un migliaio di ascoltatori attentissimi, l’allora professore di teologia all’Università di Ratisbona Joseph Ratzinger tenne una conferenza dal titolo: “Perché sono ancora nella Chiesa”.

Qui di seguito ne è riprodotta la parte iniziale, quella in cui Ratzinger descriveva lo stato della Chiesa cattolica in quegli anni turbolenti del dopo Concilio e del dopo ’68.

A rileggerla oggi, a più di mezzo secolo di distanza, è impressionante notare quanto la stessa “confusione babelica” di quegli anni si sia protratta ed estesa fino ai nostri giorni, con qualche  differenza in più ….

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PERCHÉ SONO ANCORA NELLA CHIESA

di Joseph Ratzinger

Di motivi per non restare più nella Chiesa ce ne sono oggi molti e contraddittori. A voltare le spalle alla Chiesa si sentono spinti non più solo coloro ai quali la fede della Chiesa è diventata estranea, ai quali la Chiesa appare troppo arretrata, troppo medievale, troppo ostile al mondo e alla vita, bensì anche coloro che amarono nella Chiesa la sua figura storica, la sua liturgia, la sua indipendenza dalle mode del momento, il suo riverbero di eternità. A questi ultimi sembra che la Chiesa stia tradendo la propria vera natura, che si stia svendendo alla moda e stia quindi perdendo la propria anima: sono delusi come un innamorato che deve vivere il tradimento di un grande amore e considerano seriamente di voltarle le spalle.

D’altra parte però vi sono motivi molto contraddittori anche per rimanere nella Chiesa. In essa restano non solo quelli che conservano in modo instancabile la loro fede nella sua missione, o quelli che non si vogliono staccare da una vecchia e cara abitudine (anche se ne fanno scarso uso). Oggi rimangono in essa con maggior vigore proprio coloro che rifiutano tutta la sua realtà storica e contestano con passione il significato che i suoi ministri cercano di darle o di conservarle. Sebbene essi vogliano rimuovere ciò che la Chiesa fu ed è, sono anche determinati a non lasciarsi mettere fuori, perché sperano di trasformarla in ciò che secondo loro essa dovrebbe diventare.

In questo modo, però, si ha una confusione davvero babelica per la Chiesa, nella quale non solo sono intrecciati nella maniera più strana i motivi a favore e contro di essa, ma un’intesa sembra quasi impossibile. Innanzitutto nasce la sfiducia, perché l’essere-nella-Chiesa ha perso il proprio carattere inequivocabile e nessuno osa più avere fiducia nella sincerità dell’altro. L’affermazione piena di speranza che Romano Guardini fece nel 1921 sembra ormai capovolta: “Un processo di grande portata è iniziato: la Chiesa si sveglia nelle coscienze”. Oggi al contrario la frase sembrerebbe dover suonare: “È in corso un processo di grande portata: la Chiesa si spegne nelle anime e si disgrega nelle comunità”. In un mondo che tende all’unità, la Chiesa si disgrega in risentimenti nazionalistici, denigrando ciò che è estraneo e glorificando il proprio particolare. Tra i fautori della mondanità e quelli di una reazione che si aggrappa troppo all’esteriorità e al passato, tra il disprezzo della tradizione e la fiducia positivistica di una fede presa alla lettera, sembra non esserci alcuna via di mezzo. L’opinione pubblica assegna inesorabilmente a ognuno il suo posto. Essa ha bisogno di etichette chiare e non accetta le sfumature: chi non è per il progresso, è contro di esso; si deve essere o conservatori o progressisti.

Grazie a Dio, la realtà è indubbiamente molto diversa: in segreto e quasi senza voce ci sono anche oggi, tra questi due estremi, coloro che semplicemente credono di realizzare la vera missione della Chiesa anche in questo momento di confusione: il culto e l’accettazione della vita quotidiana a partire dalla parola di Dio. Ma essi non si adattano all’immagine che se ne vuole avere e così rimangono in larga misura muti: la vera Chiesa non è certamente invisibile, ma profondamente nascosta sotto le malefatte degli uomini.

Si è così ottenuto un primo abbozzo dello sfondo sul quale si pone oggi la domanda: perché rimango ancora nella Chiesa? Per poter dare una risposta sensata, bisogna innanzitutto approfondire ulteriormente l’analisi di questo contesto storico che con la parola progresso entra direttamente nel nostro tema, e dobbiamo intendere le ragioni che hanno portato a questa situazione.

Come si è potuti arrivare a questa singolare confusione babelica, nel momento in cui ci si aspettava invece una nuova Pentecoste? Come è stato possibile che, proprio nel momento in cui il Concilio sembrava aver raccolto il frutto maturo del risveglio dei precedenti decenni, invece della ricchezza del compimento sia emerso un vuoto inquietante? Com’è potuto accadere che dalla grande spinta verso l’unità sia sorta la disgregazione?

Nel nostro sforzo di comprendere la Chiesa, e fare un lavoro concreto su di essa, tramutatosi nel Concilio in una vera e propria lotta, sembra che le siamo giunti così vicino da non riuscire più a percepirla nel complesso: sembra che non siamo più in grado di vedere la città oltre le case, la foresta oltre gli alberi. La prospettiva del presente ha trasformato il nostro sguardo sulla Chiesa in modo tale che noi oggi in pratica la vediamo solo sotto l’aspetto della fallibilità, chiedendoci cosa possiamo fare di essa. Il grande sforzo di riforma interno alla Chiesa ha fatto dimenticare tutto il resto; essa è per noi oggi solo una struttura, che si può trasformare e che ci porta a chiederci cosa si debba cambiare in essa per renderla più efficiente per i singoli scopi che ognuno le attribuisce.

Nel porsi questa domanda, il concetto di riforma è ampiamente degenerato nella coscienza comune ed è stato privato del suo nucleo centrale. Infatti la riforma, nel suo significato originario, è un processo spirituale molto vicino alla conversione e in questo senso fa parte del cuore del fenomeno cristiano; soltanto attraverso la conversione si diventa cristiani, e questo è valido per tutta la vita del singolo e per tutta la storia della Chiesa. Anche essa continua a vivere convertendosi sempre nuovamente al Signore, tenendosi lontana dal chiudersi in se stessa e nelle proprie care abitudini, così facilmente contrarie alla verità.

Ma se la riforma viene allontanata da questo contesto, dallo sforzo della conversione e se ci si aspetta la salvezza solo dal cambiamento degli altri, da forme e adattamenti al tempo sempre nuovi, forse si può raggiungere qualche risultato, ma nel complesso la riforma diventa una caricatura di se stessa. Una simile riforma, in fin dei conti, può portare solo a ciò che è irrilevante, che è di second’ordine nella Chiesa; non c’è da meravigliarsi che alla fine la Chiesa stessa le sembri qualcosa di secondario.

Se si riflette su ciò si comprende meglio anche il paradosso che si è apparentemente delineato negli sforzi di rinnovamento della nostra epoca; lo sforzo per rendere meno pesanti strutture ormai irrigidite, per correggere forme del ministero ecclesiastico che derivano dal medioevo o ancora di più dai tempi dell’assolutismo e per liberare la Chiesa da tali sovrapposizioni verso un servizio più semplice secondo lo spirito del Vangelo. In effetti questi sforzi hanno condotto a una sopravvalutazione dell’elemento istituzionale, che è quasi senza precedenti nella Chiesa. Le istituzioni e i ministeri nella Chiesa di certo vengono criticati oggi in modo più radicale di un tempo, ma essi assorbono l’attenzione in modo più esclusivo che mai: non pochi credono oggi che la Chiesa consista solo di essi. La problematica della Chiesa si esaurisce allora nella battaglia sulle sue istituzioni; non si vuole lasciare inutilizzato un apparato così vasto, ma lo si trova per molti aspetti inadatto ai nuovi scopi che gli vengono assegnati.

Dietro di ciò si profila un secondo punto, il problema effettivo: la crisi della fede, che è il vero nocciolo della questione.

giovedì 19 gennaio 2023

MARCELLO PERA, BENEDETTO XVI E L’AUTODEMOLIZIONE DELL’OCCIDENTE.

 L’ultimo giorno dell’anno civile – giorno in cui la Chiesa celebra san Silvestro, il Papa di Costantino e del Concilio di Nicea – papa Benedetto XVI concludeva il suo pellegrinaggio terreno.


Con la morte di Benedetto XVI, non solo ci lascia un fine teologo e un grande intellettuale europeo, ma si chiude un’epoca, quella del Concilio Vaticano II (e del travagliato post-Concilio) e forse si chiude anche l’età della Chiesa come anima di una civiltà. Con san Silvestro I la Chiesa divenne l’anima dell’Impero Romano dalla Britannia all’Egitto, dalla penisola iberica alla Siria, dall’Atlantico al Mar Nero, oggi la Chiesa guidata da Jorge Mario Bergoglio ha completamente rinunciato all’idea di plasmare, informare e guidare una civiltà. L’idea stessa di societas christiana o di Civiltà Cristiana è estranea alla deriva teologico-ideologica e pastorale incarnata dal pontificato di Francesco che pare anzi proporre il paradigma inverso con il mondo, sociologicamente inteso, elevato a luogo teologico a cui conformare Chiesa, dottrina e predicazione.

Joseph Ratzinger, invece, come teologo e Cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, poi come Romano Pontefice, ebbe sempre a cuore l’identità cristiana dell’Europa e della Magna Europa, non si arrese mai all’idea che la Civiltà Cristiana fosse da archiviare come cosa superata, sempre intese ribadire l’inseparabilità di fede e ragione, di fede e cultura, dunque il necessario farsi civiltà del Cristianesimo.

Molto caro al pensatore Ratzinger fu il provvidenziale incontro tra la Divina Rivelazione e il logos greco (e il ius romano) ovvero tra la Parola di Dio e la speculazione razionale classica capace di raggiungere le vette della metafisica così come il rigore della dialettica e della logica analitica, la legge morale naturale e una verace antropologia-psicologia. Ratzinger si oppose con forza al processo di de-ellenizzazione del Cristianesimo in atto da più di mezzo secolo nella Chiesa, ribadì anzi la provvidenzialità dell’incontro tra classicità greco-romana e Rivelazione biblica, incontro da cui nacque la Civiltà Cristiana.

Sul piano morale e politico Ratzinger-Benedetto XVI denunciò il male del nichilismo che corrode l’Occidente moderno e post-moderno, indicò nella dittatura del relativismo la forma di un nuovo subdolo totalitarismo, insegnò con forza la non negoziabilità (non solo sul piano morale personale ma anche su quello pubblico giuridico e politico) di principi naturali quali la difesa della vita umana dal concepimento alla morte naturale, il riconoscimento del matrimonio come unione monogamica e indissolubile di un uomo e una donna aperta alla vita, la libertà educativa dei genitori che hanno, da Dio, loro (e non lo Stato) il compito di educare la prole. Rigoroso e forte anche il rifiuto che Ratzinger oppose all’ideologia gender e alla pretesa di legittimare moralmente e riconoscere giuridicamente le unioni omosessuali.

In questa generosa e grandiosa opera, in questo intellettualmente possente tentativo di arrestare il crollo della Civiltà Cristiana, di puntellarne le mura e di iniziarne la ricostruzione, Ratzinger cercò sempre il dialogo con la cultura europea e nord-americana più sensibile anche se non-cattolica. Ratzinger cercò di costruire una proficua interlocuzione con il mondo laico e non-cattolico sulla base di un comune amore per la verità, la giustizia e la Civiltà occidentale. In questo quadro si inserisce l’incontro, il confronto, il dialogo e l’amicizia con Marcello Pera, illustre filosofo e politico liberale italiano.

Segue la prima parte dell'intervista a Marcello Pera, filosofo e politico liberale, fatta da don Samuele Cecotti dell'Osservatorio Cardinale Van Thuan per la Dottrina sociale della Chiesa,

Al senatore Marcello Pera, ringraziandolo per la generosa disponibilità, rivolgiamo così alcune domande per meglio capire cosa Ratzinger abbia rappresentato rispetto alla cultura europea e occidentale, dunque quale sia il vuoto che la morte di Benedetto XVI lascia nella Chiesa e in Occidente.

Presidente Pera, in Italia pochi intellettuali laici possono dire di aver conosciuto e apprezzato Benedetto XVI come lei. Come nacque il vostro rapporto e cosa la colpì del Ratzinger pensiero?

L’incontro nacque proprio da ciò che mi aveva colpito in lui. (...) Un giorno dell’agosto 2004, lessi il libro Fede, verità, tolleranza di Joseph Ratzinger, pubblicato da Cantagalli, e feci una scoperta che per me, evidentemente ignorante di quel genere di studi, fu scioccante: che il relativismo era una corrente di pensiero diffusa anche nella teologia cristiana. L’autorevolezza di Ratzinger, di cui avevo letto come tanti la sua Introduzione al cristianesimo, non mi fece dubitare che avesse ragione. Ne fui stupito e turbato: come era possibile? Che cosa era successo, nella religione del Verbo rivelato e incarnato, perché la verità non fosse più assoluta? Al rientro dalle vacanze, feci altre letture e chiesi visita a Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.... Cominciammo a parlare senza tanti preamboli o presentazioni, di filosofia, teologia, cristianesimo. Ricordo gli argomenti, ma soprattutto i toni dell’interlocutore, la sua figura, il suo garbo gentile e in particolare il suo sguardo mi impressionarono.... Non ebbi dubbi: Joseph Ratzinger era un grande. Non solo perché ne sentivo la vastità e profondità della cultura, ma per un tratto assai più prezioso: un uomo che sa stare al pari degli altri, che discute e interroga, senza toni di cattedra. Gli occhi non tradivano. Il sorriso non mentiva.

Da liberale laico, anzi da “gran liberale […] certamente il più illustre politico liberal-conservatore oggi in Italia” per usare le parole che l’arcivescovo Crepaldi le riservò a Trieste, cosa trovò in Ratzinger di stimolante, di coinvolgente e di convincente? Ci fu una iniziale difficoltà a comprendere e integrare nel suo sistema di pensiero il pensare teologico di Ratzinger oppure ci fu subito una convergenza di idee?

Nessuna difficoltà di comprensione, ma immediata consonanza di idee. Mi era ben chiaro che, se il relativismo fa male alla scienza, perché la riduce solo a una “cultura”, una “tradizione”, una “narrazione”, il relativismo teologico e religioso ha conseguenze perniciose sul cristianesimo. Se la verità è relativa, Cristo redentore dell’umanità è privo di senso. Non solo. Non era passato molto tempo dall’11 settembre 2001: se il cristianesimo fosse solo una cultura fra tante, la civiltà cristiana non avrebbe particolari fondamenti e meriti. E allora avevano ragione i terroristi islamici a considerarci imperialisti e a combatterci in quanto “giudei e cristiani”. Si ricordi e si rifletta: venivamo considerati colpevoli non tanto per il nostro fare, ma per il nostro essere. Ora, puoi dirti laico quanto vuoi, puoi diventare sordo e anche stimpanato al messaggio di Cristo questo era un dato inaccettabile: il cristianesimo era un nemico!

Solo che il cristianesimo non è una fede e basta, è una fede che ha tenuto a battesimo una civiltà: quella della dignità degli uomini, della libertà, della responsabilità, dell’uguaglianza. Abbattete il cristianesimo e avrete distrutto questa civiltà. Relegate la fede cristiana al ruolo di una narrazione e avrete perso il nostro fondamento. E anche la nostra identità: perché se gli altri ti colpiscono perché sei giudeo e cristiano e tu non dai alcun peso a questo tuo essere, allora gli altri sono qualcuno e tu non sei nessuno, non avendo niente da difendere. Questa è la lezione, del tutto personale, che io trassi dalla tragedia dell’11 settembre e che mi rafforzai durante gli incontri con Ratzinger. Lui aveva lucidità e coraggio. (...)

Politicamente il Magistero di Benedetto XVI avrebbe potuto ispirare una rinnovata identità culturale euro-occidentale cristiana e avrebbe potuto offrirsi come pensiero di riferimento per quanti non si riconoscono nell’universo ideologico progressista, nel relativismo etico e nel globalismo apolide, ovvero per le forze conservatrici e identitarie di Europa, Stati Uniti e America latina. A suo giudizio, come risposero le forze politico-culturali conservatrici/identitarie europee e americane all’estremo appello di Benedetto XVI? Furono all’altezza della sfida? Cosa impedì, secondo lei, un risveglio politico-culturale cristiano in Italia e in Europa tale da corrispondere all’appello di Benedetto?

“Avete perduto una grande occasione”, mi disse una volta, quando ormai era emerito, e noi di centro-destra avevamo perduto il governo. Gli replicai con sincerità e anche amarezza: “è vero, ma neppure la Chiesa ci ha aiutato”. Perché di chiese cristiane cattoliche ce ne erano già due all’epoca del suo pontificato: la sua, del cristianesimo come salvezza, e quella dei più, secolarizzata, del cristianesimo come giustizia. Come nell’affresco della scuola di Atene: una col dito e lo sguardo in alto, l’altra in basso. L’una che voleva correggere il mondo, l’altra che andava incontro e assorbiva il mondo, col pretesto di “aggiornarsi. Benedetto XVI ebbe il conforto di tanti che aveva chiamato a raccolta col nome di “minoranze creative”, fu appoggiato da intellettuali laici, fu sostenuto negli Stati Uniti dal presidente Bush. Ma il sostegno era timido, serpeggiava la paura, la circospezione, la prudenza. Fino a che, dopo la lezione di Ratisbona, tutto precipitò. Nessun capo di stato o di governo si alzò a difendere Benedetto XVI, a dire che non era questione di libertà di religione dell’islam, ma degli strumenti violenti che l’islam usava e non rinnegava. Ancora in questi giorni mi è capitato di leggere una signora sopracciò che dice che Ratzinger citava Manuele il Paleologo “fuori contesto”! E così per mancanza di coraggio, paura e codardia, calcolo e furbizia, le cose andarono male. Il Papa che aveva tenuti sull’attenti i partecipanti al collegio dei Bernardini a Parigi, nella Westminster Hall a Londra, al Reichstag di Berlino, che aveva condotto il laico presidente Sarkozy a dire a Roma che la Francia è cristiana, che aveva sfidato i laici sulle radici dell’Europa in una sala del Senato italiano, fu abbandonato. Fu costretto a spiegarsi, a giustificarsi, ad aggiungere note a piè di pagina. Se quella era una guerra di civiltà, allora la civiltà cristiana si ritirava. Difficile spiegare perché le cose siano andate così. Io penso che la bomba ad orologeria innescata col Vaticano II, e che Woytila e Ratzinger avevano cercato di disinnescare con la loro ermeneutica della continuità, infine sia esplosa. Si sono aperte la cataratte, al punto che oggi siamo alla Madre Terra, cioè alla rinascita del paganesimo, e al sincretismo. Sento ancora parlare di Dio, ma poco di Cristo; sento dire che la misericordia e il perdono prevalgono sul giudizio; non sento più l’espressione “peccato originale”. Stiamo tornando ai bei tempi russoviani, dell’uomo buono, angelico, incorrotto, vittima incolpevole della cultura perversa. O ai tempi di Pelagio, dell’uomo che ce la fa con le sue sole forze. Come se la Caduta fosse un mito. Con la colpevole complicità della chiesa, i secolaristi stanno vincendo.

(segue nel prossimo post)

sabato 6 ottobre 2018

SINODO DEI VESCOVI : OMELIA DI PAPA FRANCESCO


Parte finale dell’omelia di Papa Francesco in occasione dell’apertura del Sinodo dei Vescovo, 3 ottobre 2018

(…) “Fratelli, sorelle, poniamo questo tempo sotto la materna protezione della Vergine Maria. Che lei, donna dell’ascolto e della memoria, ci accompagni a riconoscere le tracce dello Spirito affinché con premura (cfr Lc 1,39), tra i sogni e speranze, accompagniamo e stimoliamo i nostri giovani perché non smettano di profetizzare.

Padri sinodali,
molti di noi eravamo giovani o muovevamo i primi passi nella vita religiosa mentre terminava il Concilio Vaticano II. Ai giovani di allora venne indirizzato l’ultimo messaggio dei Padri conciliari. Ciò che abbiamo ascoltato da giovani ci farà bene ripassarlo di nuovo con il cuore ricordando le parole del poeta: «L’uomo mantenga quello che da bambino ha promesso» (F. Hölderlin).

Così ci parlarono i Padri conciliari:
«La Chiesa, durante quattro anni, ha lavorato per ringiovanire il proprio volto, per meglio corrispondere al disegno del proprio Fondatore, il grande Vivente, il Cristo eternamente giovane. E al termine di questa imponente “revisione di vita”, essa si volge a voi: è per voi giovani, per voi soprattutto, che essa con il suo Concilio ha acceso una luce, quella che rischiara l’avvenire, il vostro avvenire. La Chiesa è desiderosa che la società che voi vi accingete a costruire rispetti la dignità, la libertà, il diritto delle persone: e queste persone siete voi. […] Essa ha fiducia […] che voi saprete affermare la vostra fede nella vita e in quanto dà un senso alla vita: la certezza della esistenza di un Dio giusto e buono.
È a nome di questo Dio e del suo Figlio Gesù che noi vi esortiamo ad ampliare i vostri cuori secondo le dimensioni del mondo, ad intendere l’appello dei vostri fratelli, e a mettere arditamente le vostre giovani energie al loro servizio. Lottate contro ogni egoismo. Rifiutate di dare libero corso agli istinti della violenza e dell’odio, che generano le guerre e il loro triste corteo di miserie. Siate generosi, puri, rispettosi, sinceri. E costruite nell’entusiasmo un mondo migliore di quello attuale!» (Paolo VI, Messaggio ai giovani al termine del Concilio Vaticano II, 8 dicembre 1965).
Padri sinodali, la Chiesa vi guarda con fiducia e amore.”

leggi tutta l'omelia

leggi anche il discorso di apertura del sinodo