Visualizzazione post con etichetta PRESENZA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta PRESENZA. Mostra tutti i post

sabato 24 febbraio 2024

IL MIO RICORDO DI DON GIUSSANI.

LEONARDO LUGARESI

Oggi è la festa della Cattedra di san Pietro ed è anche l’anniversario della morte di don Luigi Giussani, di cui è avviata la causa di beatificazione. Qualche giorno fa, dalle parti di quella Cattedra, è giunto un importante monito, che tutti gli aderenti a Comunione e Liberazione dovrebbero, a mio modestissimo avviso, prendere molto sul serio. In una lettera al presidente della Fraternità di CL, Davide Prosperi (il cui testo integrale si può leggere qui: https://it.clonline.org/news/chiesa/2024/02/01/lettera-papa-francesco-udienza-gennaio-2024-prosperi), il papa ha scritto queste significative parole:

«Per custodire l’unità e far sì che il carisma sappia interpretare sempre più adeguatamente i tempi in cui siete chiamati a testimoniare la nostra fede in Gesù Cristo, occorre andare oltre interpretazioni personalistiche, purtroppo ancora presenti, che rischiano di sottendere una visione unilaterale del carisma stesso. La incoraggio, perciò, insieme ai Suoi collaboratori, a continuare il lavoro intrapreso che mira a preservarne una visione integrale. Il cammino educativo proposto da Lei e da coloro che La aiutano nella guida del movimento sta anche contribuendo a correggere alcuni fraintendimenti e a proseguire la vostra missione nella fedeltà al carisma donato alla Chiesa per il tramite di don Giussani».

In questo spirito, ho pensato di dare un piccolissimo contributo a tale lavoro, condividendo il “succo” del mio personale ricordo di don Giussani. Occorre infatti che si compia, in questa fase in cui sono ancora vivi tanti che lo hanno conosciuto, ciò che di regola avviene per tutti i grandi personaggi della storia della Chiesa: dopo la loro morte è necessario che si sviluppi un processo, autorevolmente guidato ma responsabilmente condiviso e partecipato dal maggior numero possibile di coloro che li conobbero in vita, di “costruzione di una memoria comune” (analogamente a quanto è avvenuto alle origini del cristianesimo con la memoria di Gesù da parte dei primi discepoli), in modo tale che il dono dello Spirito ad essi elargito continui a vivere, nell’integralità delle sue dimensioni e della sua ricchezza, dentro le esistenze di coloro che ne sono stati, ne sono e ne saranno colpiti lungo il corso della storia, per tutto il tempo che Dio vorrà. Ciascuno porti la sua testimonianza.

Io credo di sapere chi era don Giussani: la sua persona mi è familiare, benché abbia parlato con lui, a tu per tu, solo due volte nella mia vita, per non più di mezz’ora in tutto. Perché ho questa presunzione? Perché dal giugno del 1971, quando lo incontrai per la prima volta a Fai della Paganella, fino agli ultimi collegamenti in video che faceva, ormai anziano e malato, nei primi anni duemila agli esercizi spirituali della Fraternità di CL, per trent’anni l’ho sentito parlare, decine e decine di volte. 

Giussani parlava sempre e solo di . Ma non nel senso narcisistico (orribilmente narcisistico, aggiungerei) in cui più o meno tutti noi intendiamo il parlare di noi stessi, bensì in un modo che è esattamente all’opposto del narcisismo dominante nella nostra cultura: parlava sempre e solo di sé perché parlava sempre e solo di ciò che Dio faceva nella sua vita e della sua vita. E ne parlava per carità, cioè per il bene degli altri (che, come Dante insegna, è uno dei due soli motivi per cui è lecito parlare di sé); non per un’affermazione di sé, lui che era l’uomo più sacralmente devoto alla libertà di ognuno che io abbia conosciuto. Questo è il primo sassolino che porto, come mio ricordo, all’edificio della memoria comune. Gran parte del suo fascino, almeno su di me, era legato a questa caratteristica, perché di qualunque cosa parlasse, fosse anche della più remota o della più universale delle questioni, la sua persona c’era. Dopo di lui, secondo me così non è più stato, almeno in quella misura e in quella forma. Per questo dico che anche per me, che gli ho parlato due volte sole in vita mia, lui era una “persona familiare”.

Ne ho una piccola prova empirica, che ad alcuni ho raccontato altre volte: quando nel 2013 uscì la monumentale Vita di don Giussani scritta da Alberto Savorana, mi affrettai a leggere le 1300 e rotte pagine di quel “mattone” con la curiosità, lo confesso, di conoscere nuovi particolari sulla sua biografia. Chiuso il libro, realizzai con sorpresa di avervi trovato pochissime notizie che non sapevo già. Come mai? Perché tutte le altre le avevo già sentite raccontare da lui. La sua esistenza mi era dunque familiare quanto quella di mio padre.

La seconda pietruzza la estraggo dalla memoria dei due incontri faccia a faccia che ho avuto con lui, ed è la fortissima impressione di una persona totalmente alla circostanza che stavamo vivendo. Sentii, con assoluta certezza, che quella persona era totalmente presente al giovane sconosciuto che gli parlava per pochi minuti e che poi non avrebbe rivisto forse mai più. Questo tratto, che chiamerei della totale presenza alla realtà presente, l’ho percepito poche altre volte nella mia vita, rimanendone sempre stupefatto (io che quasi sempre sono “altrove” mentre fingo di fare le cose): una volta incontrando san Giovanni Paolo II, e un’altra volta confessandomi da padre Guglielmo Gattiani, un cappuccino molto noto in Romagna, che è anche lui Servo di Dio, come Giussani). Un santo “certificato”, dunque, e due aspiranti beati (della cui santità, però, io personalmente sono già certo): mi viene il sospetto che proprio questa della totale aderenza alla realtà non sia, in fondo, altro che una diversa maniera di indicare la “formula della santità”, posto che, come dice Paolo, «la realtà invece è Cristo» (Col 2, 17).

A questo “realismo cristiano” si lega strettamente il terzo filo del mio ricordo: in uno di quei due colloqui, io chiesi a Giussani anche un aiuto a prendere una decisione rilevante per la mia vita di allora. Il criterio che immediatamente sgorgò dalle sua labbra, senza alcuna esitazione, mi colpì per la sua estrema concretezza, direi quasi il “pragmatismo” (intendendo bene questo termine), insomma l’antidealismo che lo ispirava. Allora forse ne rimasi solo colpito; oggi mi sembra di comprenderlo anche un po’ meglio: l’ideale, nella prospettiva di un uomo come Giussani, è la cosa più concreta che ci sia. Oppure non è. (Il mio amico don Giulio Maspero forse direbbe che questo è molto brianzolo, e non mi azzardo a negarlo: aggiungerei però che è anche molto cattolico. Anzi, cattolico romano).

L’ultimo elemento della sua personalità che ebbe sempre un grande effetto su di me è il suo radicamento nella tradizione vivente della Chiesa. Incontrandolo, provai sempre la confortante certezza di avere davanti a me non il fondatore di una novità, ma il figlio ed erede di una storia che risaliva, senza interruzione alcuna, alla testimonianza dei primi discepoli e, attraverso di essa, alla persona di Gesù Cristo. Se ciò che proponeva fosse stata “una cosa nuova”, per quanto geniale e affascinante, credo che non l’avrei seguito. Era invece “una cosa presente”. Ma di questo ho già scritto e parlato in altra sede.

Mi permetto perciò di rimandare chi fosse eventualmente interessato ad approfondire questo punto all’introduzione al libro Giussani e i Padri della Chiesa (qui le indicazioni: https://www.marcianumpress.it/libri/giussani-e-i-padri-della-chiesa) e all’intervento che feci ad un convegno sul Senso Religioso tenutosi alla Pontificia Università della Santa Croce alla fine del 2022. (Qui il video: https://www.youtube.com/watch?v=MlS5vsFeTsE).

Questa minima collanina di ricordi che rendo pubblica in occasione dell’anniversario si riferisce alla sua persona. Del suo insegnamento parleremo forse un’altra volta.

LEONARDO LUGARESI

 

giovedì 11 gennaio 2024

«UNA VITA SPESA PER CRISTO, SENZA CALCOLO»

Il messaggio di Davide Prosperi al movimento di Comunione e Liberazione per la morte di Jesús Carrascosa

Davide Prosperi10.01.2024

Cari amici, nel tardo pomeriggio del 9 gennaio è salito al Cielo il nostro amato Jesús Carrascosa, “Carras” per tutti noi. Il Signore l’ha chiamato a sé dopo poche settimane dalla scoperta di un male che si era da subito capito essere grave. Carras ha pronunciato il suo “sì” definitivo a Cristo con accanto a sé sua moglie Jone e i suoi amici, i volti prossimi di quella grande compagnia alla quale, dopo aver conosciuto don Giussani, ha dedicato instancabilmente la vita.

JESUS CARRASCOSA

Nell’incontro con don Giussani ha trovato risposta convincente a quello che stava cercando: il cristianesimo è un fatto, e il metodo per imparare questo fatto è quello di stare dentro una compagnia di amici che si riconoscono uniti perché Cristo è presente.

In una sua testimonianza durante un Triduo pasquale di studenti di GS, disse: «Giussani diceva che la fede è riconoscere una Presenza, cioè non riguarda uno che è venuto e poi se n’è andato, come pensavo da ragazzo. Diceva anche che pregare è fare memoria di questa Presenza che è la risposta a tutte le nostre domande. Tutto questo l’ho capito grazie a don Giussani e a dei ragazzi come voi che lo hanno seguito. Ho scoperto che il principio unitario è questo Tu; il Tu di Cristo è il principio unitario che desta questa capacità di amicizia che è la comunione; “Dove due o tre si radunano nel mio nome, lì ci sono io”, “Io rimarrò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”, “Ti chiedo Padre che come tu e io siamo uno, che anche loro siano uno in noi, perché il mondo creda”. Questo essere una sola cosa tra di noi grazie a Lui è la felicità della vita».

Per me è stato un amico grande. Pur certo che egli stia godendo dell’abbraccio di Cristo, per il quale ha speso senza calcolo ogni goccia della sua vita, in questo momento sento fortemente la mancanza del suo entusiasmo contagioso, del suo affetto e della sua umile saggezza.

Poco prima di Natale sono andato a Madrid per incontrare lui e Jone. Mi ha colpito vederlo, nella fatica e nella sofferenza, così pieno di gioia, di curiosità e di disponibilità. Così come Jone, ben consapevole di ciò che stava succedendo, mi ha testimoniato una profonda sicurezza. Davanti a un uomo e a una donna così liberi dalle catene della paura e del dolore, che normalmente affliggono nella malattia, cominci a desiderare anche tu la stessa gioia, la stessa curiosità, la stessa disponibilità. Ti viene da attaccarti a loro, a quel legame che esprime in modo straripante che c’è qualcosa di più: Cristo, «principio unitario che desta questa capacità di amicizia che è la comunione». Per molti di noi Carras è stato un padre, perché nel seguirlo abbiamo imparato a riconoscere quel principio della vera unità, della vera comunione. Anche per me è stato così: mi è stato padre per come mi offriva e mi proponeva ciò che lui per primo seguiva, la presenza di Cristo.

GIUSSANI e CARRAS
Questo mi è stato ancora più chiaro negli ultimi tempi, vedendo come è stato semplice per lui assecondare con intelligenza e affezione autentiche, maturate nella gratitudine e nella preghiera, i passi che ci venivano chiesti dalla Chiesa. E ho imparato nei dialoghi con lui quale commozione produce per un padre camminare insieme a un figlio sul sentiero che da giovane un tempo gli ha mostrato.

Unito a tutti voi nella preghiera, vorrei anche esprimere tutta la vicinanza e la gratitudine del nostro abbraccio a Jone con queste tenere parole che don Giussani disse a degli Esercizi della Fraternità: «Pensate a una famiglia come quella di Carras, che si è preso la responsabilità di guidare il movimento in tutte le sue azioni missionarie, che sono in sessantaquattro Paesi del mondo: che moglie deve avere, eh! Perché io dico sempre agli uomini: voi siete così, siete veramente bravi, ma il primo merito è quello di vostra moglie, che vi permette di fare queste cose. Comunque, sua moglie è come lui». Che lui fosse pienamente consapevole e grato di questo si capiva da come l’ha sempre guardata, fino agli ultimi istanti.

Grazie Carras della tua amicizia, grazie di tutto. Ora che contempli il volto del Padre che tanto hai amato, continua ad accompagnarci mentre proseguiamo insieme questo appassionante cammino.

Davide Prosperi

CHI ERA JESÚS CARRASCOSA

Militante in un movimento anarchico-cristiano, Jesús Carrascosa incontrò don Giussani a metà degli anni 70. Un incontro che segnò il suo ritorno alla Chiesa e l’inizio di CL in Spagna. Nel 1978 collaborò alla creazione della casa editrice Ediciones Encuentro e dal 1979 si dedicò all’insegnamento in alcuni licei di Madrid. Nel 1997 venne chiamato in Italia da don Giussani per collaborare alla nascita del Centro Internazionale di Comunione e Liberazione, inaugurato a Roma nel 2000 e di cui fu direttore fino al 2006. Insieme alla moglie Jone ebbe un ruolo fondamentale nei rapporti di CL con san Giovanni Paolo II negli ultimi anni del suo pontificato. Nel 2022, all’età di 83 anni, accolse con docile disponibilità la richiesta di assumere la responsabilità di Cl in Spagna affidatagli dalla Diaconia centrale della Fraternità.

venerdì 1 settembre 2023

I CATTOLICI IN POLITICA.

GIOVANNI COMINELLI

 Il percorso di Cl e la necessità di costruire un nuovo “spartito”(con una nota finale del Crocevia)

Se la coincidenza tra il Meeting ciellino di Rimini e la pubblicazione del libro di Marco Ascione “La profezia di CL”, per le edizioni “Solferino” del Corriere della Sera, sia l’effetto di un complotto demo-pluto-massonico dello stesso giornale, ormai diretto da “comunisti”, secondo Antonio Socci, a noi importa veramente poco.

Preso atto del peso che la Fraternità di Comunione e Liberazione ha esercitato nella Chiesa italiana, nella società civile italiana e nella politica lombarda, è più importante vagliare il discorso. Perché, in ogni caso, esso parla del presente/futuro prossimo del Paese, anche se lo fa “sub specie historica”. Per i complotti, a più tardi…

Prodi e Bindi
La tesi di Ascione è la seguente: Julian Carron ha traghettato CL dalla “presenza” alla “scelta religiosa”. “Scelta religiosa” significa che, in materia di fede, i credenti obbediscono ciecamente alla Gerarchia, ma in politica sono autonomi. È lo schema-Maritain. Sono i “cattolici adulti” di Prodi.

“Presenza” significa che l’esperienza della fede e la dottrina di fede non lascia fuori nulla della vita, politica compresa. E quindi il Magistero ha l’ultima e definitiva parola, anche in politica. Nulla di nuovo. È la riproposizione della dialettica tra De Gasperi-Montini da una parte e Gedda-Curia vaticana degli anni post1943. La Lettera che Julian Carron manda a Repubblica il 1° maggio 2012, in cui chiede perdono per i comportamenti degli uomini di potere della Fraternità, leggi Formigoni, segnerebbe il ritorno di CL alla “scelta religiosa”, che don Giussani a suo tempo aveva fortemente combattuto, nel nome, appunto, della “presenza”. La tesi di Ascione non è né filologicamente né storiograficamente fondata.

Quando fu fondato Movimento Popolare, il 29 maggio 1975 furono don Giussani e lo stesso Formigoni a chiarire, “al fine di evitare gravi equivoci sulla natura ecclesiale del nostro movimento”, che “non esistono candidati di CL, né nelle liste DC, né in alcuna altra lista. Esistono nella lista DC dei candidati che liberamente condividono l’esperienza di CL”. Donde il Giussani del 1977: “Noi di Cl si vorrebbe tutto tranne che diventare un particolare movimento politico, tanto meno un partito”. Donde il Giussani del 1987: “C’è fra tutti noi in quanto Cl, e i nostri amici impegnati nel Movimento popolare e nella Dc, un’irrevocabile distanza critica”.


Il fatto era che CL-MP si sentiva molto di più che “un partito/movimento cattolico”; si viveva come il braccio politico diretto della Gerarchia in campo civile e, quando necessario, anche politico. Lo si vide con chiarezza in occasione del referendum del 1974 sul divorzio. Non il modello De Gasperi-Montini, ma il modello Gedda-Curia. D’altronde, il partito cattolico c’era già. La Balena bianca poteva anche ospitare qualche Giona tra le sue grandi viscere. La Dc pluralista degli anni ’70/’80 era la placenta ideale di questo “ospite inquietante”, che si era legato nei giochi interni ad uno spregiudicatissimo Andreotti – grazie a don Tantardini a Roma – ma che era dotato di una cultura teologica solida e, soprattutto, che era capace di seguito educativo nelle scuole e nelle Università. Anche Moro era venuto al Palalido il 31 marzo 1973 ad ascoltare i giovani rivoluzionari di CL. Era nuovo sangue normanno per la vecchia DC.

La dissoluzione catastrofica della DC, lo scioglimento di MP nel dicembre del 1993 e l’adesione finale al disegno politico di Berlusconi hanno cambiato radicalmente l’ambiente politico in cui si muoveva CL. Si è trovata in mare aperto. Con qualche vantaggio immediato: in Lombardia Formigoni fu presidente della Regione, dal 1995 al 2013. Ma con un handicap sempre più grave: partecipare al declino del berlusconismo, che era già evidente allo scadere della legislatura 2001-06. Sul finire del 2005, quando Roberto Formigoni era stato eletto per la terza volta come Presidente della Lombardia – non erano mancate pressioni anche dall’interno del mondo ciellino, in particolare della Compagnia delle Opere – la gamba sociale di CL – perché egli prendesse atto del declino del berlusconismo e azzardasse un cammino autonomo. Ma già negli anni ’90 Gianfranco Miglio aveva consigliato Formigoni di costruire in Lombardia qualcosa di analogo alla CSU bavarese – Christliche Soziale Union- autonoma rispetto al sistema politico nazionale, minoritaria a Roma, maggioritaria in


Lombardia. A Roberto mancò il coraggio del rischio. Benché nessuno potesse/possa seriamente prevedere quale esito avrebbe potuto avere una mossa coraggiosa di distacco da Berlusconi. Certo, si deve constatare il fatto che il declino di Berlusconi e quello della CL-politica sono andati in parallelo. Così, quando arrivò per Berlusconi il fatale 12 novembre 2011 – giorno delle dimissioni del suo IV Governo – la CL politica si divise: una parte rimase attaccata indefettibilmente a Berlusconi; una parte scelse Mario Monti e poi Letta e qualcuno, in seguito, persino Renzi. Tutto ciò accadeva ben prima della famosa lettera di Carron. Non c’è stata, dunque, nessun ritorno alla “scelta religiosa” dentro CL, ma una frattura politica della “presenza”. Nessuna metamorfosi di CL.

Carron ha continuato a ripetere convintamente la dottrina di don Giussani circa la responsabilità individuale di chi si impegna in politica. Non è CL che ha abbandonato, via Carron, la politica – come sostiene Ascione e con lui, lamentandosene, più di un ciellino – è la politica esistente – in primis Berlusconi – che ha abbandonato CL. La lettera di Carron volava più alto rispetto ai cieli bassi della politica italiana. La violazione pubblica da parte di Formigoni dei voti di castità e povertà ai non credenti importava poco, ma agli occhi di Carron e della sua Fraternità, “il peccato” si trasformava in “scandalo”. Con san Paolo, oggi diremmo: πέτρα σκανδάλου, “pietra d’inciampo”. Pietra che si può rimuovere, qualora il peccatore chieda perdono. Donde la richiesta pubblica di perdono, clamorosa tanto quanto clamoroso, per i credenti, lo scandalo. Lutero raccomandava, con evidente paradosso, “pecca fortiter, sed fortius fide!”. Ma se pubblicamente si esibisce solo il peccato, come si fa a rendere attrattiva la fede? Forse sarebbe più produttivo parlare del fallimento (?) della “CL politica” sullo sfondo del fallimento dell’intero sistema politico-partitico italiano in ordine alle sfide interne e globali del Paese, in ordine alla costruzione della mai intravista Seconda repubblica. L’investimento del collateralismo che la CEI, a guida Ruini, e CL, al seguito, hanno praticato verso Berlusconi non pare sia stato fecondo né ai fini della difesa dei valori cristiani, pur ritenuti non negoziabili, né ai fini di un nuovo Paese, quale promesso dal Cavaliere. La CL politica ha pensato illusoriamente di fare da lievito dell’impasto berlusconiano. Ma la farina berlusconiana si è riempita di tarme prima del previsto.

Sorge una contro-obiezione tutt’altro che infondata: c’erano altri sbocchi possibili di impegno politico per la Fraternità di don Giussani? Forse il primo Prodi, 1996-98? Siamo nel regno della contro-storia virtuale. Impossibile oggi con una sinistra-Schlein!

Sicché, ci si può modestamente limitare qui a due considerazioni.

La prima: la caduta verticale del senso religioso, l’eclissi del Sacro e la crisi del Cristianesimo in Italia, così come nelle società occidentali, minaccia le basi della sopravvivenza della Chiesa e dei suoi movimenti. Ratzinger lo aveva previsto fin dal 1969. Carron e successori possono riproporre o reinterpretare creativamente il lascito teologico di don Giussani, ma questo non basta, per ora, ad invertire una deriva storica epocale. Può solo spronare ad alzare la voce nel deserto. Ed è ciò che la Chiesa e i suoi movimenti continuano a fare. Ma il camminare nel deserto “adagio adagio verso una fontana” è doloroso, a volte si vedono solo miraggi.

La seconda: i credenti possono tentare di costruire non un “partito”, ma un “nuovo spartito”. Il documento del cosiddetto Piano B, presentato al Meeting di Rimini e firmato da un gruppo di intellettuali cattolici, va in questa direzione. Ottime idee, alla ricerca di gambe socio-culturali e politiche su cui camminare.

Giovanni Cominelli

Nota a margine del Crocevia:

 Il movimento di CL, anche coi suoi travagli, la sua ricerca di fede e vita in questo mondo, le sue opere, gli eventi che ha saputo generare,anche con i deragliamenti e sbagli di propri aderenti, continua molto più di altri a interrogare una Chiesa che continua a capire con fatica i movimenti,  in questo momento in cui tracima ovunque un vuoto cosmico di idee e ideali. Certo, c'è anche chi spera CL sparisca. Ma a questo penserà Qualcun Altro, se vorrà, a prescindere da complotti veri o presunti o da incoerenze o pulsioni autolesioniste degli stessi ciellini.

Abbiamo tutti da imparare e rimetterci in discussione, ma soprattutto abbiamo da capire - quelli che l'hanno "ricevuto" gratis - il grande dono di don Giussani, che ci è giunto in questa storia umana. La sfida non è regolare conti o appropriarsi di inconsistenti e presuntuosi meriti e ruoli. Ma rivivere e ridirsi le ragioni, di mente e di cuore, fortemente e inevitabilmente personali, per cui si resta vivi e fedeli, certi e umili in un grande cammino, che non ci è stato rubato in alcun modo, nonostante molti "idoli" e relative idolatrie personalistiche vadano e siano andate in frantumi. Per questo il momento è, nonostante tutto, positivo.

E non serve un nuovo Piano B.


sabato 12 novembre 2022

“LA FINE DELLA CRISTIANITÀ E IL RITORNO DEL PAGANESIMO”,

L’Editore Cantagalli ha pubblicato questo  libro di Chantal Delsol, “La fine della cristianità e il ritorno del paganesimo”,

Il futuro dell’Occidente è pagano. Siamo in un declino da spossatezza, barbarie e cancel culture. Sedici secoli di cristianesimo stanno per finire e oggi siamo testimoni di un’inversione normativa e filosofica che inaugura una nuova era; un’era che non sarà atea o nichilista, come molti credono, ma pagana. La cristianità ha esaurito il suo tempo lasciando spazio a nuove religioni, ad un politeismo che venera gli alberi, la terra, le balene. La transizione è brutale, difficile da accettare per i difensori di un’epoca in via di estinzione.

Dovremmo rimpiangere i tempi passati quando il divorzio era proibito come così l’istruzione superiore delle ragazze? Dobbiamo vivere nella speranza che la cristianità risorga dalle sue ceneri affermando la sua forza morale? Chi vive in questa malinconica nostalgia è già stato cancellato da un mondo che, nel bene o nel male, ormai è cambiato radicalmente.

Il grande Pan è tornato. Il cristianesimo deve inventarsi un altro modo per sopravvivere. Quello del semplice testimone. Dell’agente segreto di Dio.

Dalla Presentazione


«
La grande filosofa francese con coraggio e decisione sentenzia senza troppi giri di parole la fine della Cristianità, della Civiltà che per quasi due millenni ha intriso l’occidente. Riecheggiano in questo libro le parole di J. Ratzinger/Benedetto XVI che affida la custodia e la memoria della Cristianità a minoranze creative, che la Delsol non esita a chiamare “testimoni”, agenti segreti di Dio.
L’analisi della Delsol è sferzante quasi cinica, scevra di quella nostalgia che offusca il giudizio e l’analisi dei fatti e della storia. Pensare, come in molti fanno, ad un risorgere della Civiltà cristiana (“dei bei tempi che non ritornano più”) è utopistico e non funzionale alla bellezza e alla forza del Cristianesimo.

L’autrice prende atto di un dato di fatto: la cristianità è definitivamente tramontata e soppiantata, non dall’ateismo o dal nichilismo, ma da un nuovo paganesimo che venera qualsiasi astrazione iconica dei valori promossi dalla Cristianità. Così sorge una nuova religione ove vengono venerate le piante, gli animali, l’uomo, la tecnica, il progresso etc. che rappresentano immagini sbiadite di quei valori “cristiani” che sono stati prima atomizzati e separati dalla fede grazie ad una crociata anticristiana cruenta ed ineludibile, poi riciclati in una nuova religione che non ha una tradizione e si autoalimenta.
Un modo di vivere è finito e l’autrice descrive “la storia di una sconfitta ove tutto è stato aspramente difeso e nulla si è salvato, la storia di una concreta agonia, di un duello all’ultimo sangue perso in anticipo”.
Una fiammella è rimasta accesa, si muove flebilmente nel buio in attesa che un cuore ed una mente pacificata, affrancata dai rancori del passato, alimenti di nuovo una fiamma che illumini il futuro dell’umanità e del mondo.»

Non sappiamo quello che accadrà nella storia, anche se sappiamo con certezza che "La Chiesa è eterna per i cattolici: ci sarà sempre un gruppo di fedeli, sia pure sparuto, a costituirla".
Ma la cristianità è qualcosa di completamente diverso. Si tratta della civiltà ispirata, ordinata, guidata dalla Chiesa.
Sotto questo aspetto possiamo dire che la cristianità è durata sedici secoli, dalla battaglia del fiume Frigido, vicino a Gorizia, nel 394( ultimo tentativo di restaurazione del paganesimo in occidente, dove Flavio Eugenio fu sconfitto e ucciso da Teodosio imperatore d’oriente), fino alla seconda metà del XX secolo, con il successo dei sostenitori dell’interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Le cosiddette riforme sociali sono essenziali per capire l’inizio e la fine. Infatti questa è davvero una civiltà, in altre parole: un certo modo di vivere, una visione dei confini tra il bene e il male.»

Come pure sappiamo che «La sintesi tra cultura e fede non è solo un’esigenza della cultura, ma anche della fede... Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» (Giovanni Paolo II, «Discorso ai partecipanti al Congresso Nazionale del Movimento ecclesiale di impegno culturale»)

-------------
Credo che questo testo vada letto insieme a queste straordinarie riflessioni di 
Mons. Giussani che, negli anni del suo insegnamento e nella guida del Movimento di Comunione e Liberazione, così si esprimeva:

«La novità è la presenza come consapevolezza di portare “addosso” qualcosa di definitivo - un giudizio definitivo sul mondo, la verità del mondo e dell’umano -, che si esprime nella nostra unità. La novità è la presenza come consapevolezza che la nostra unità è lo strumento per la rinascita e per la liberazione del mondo.
La novità è la presenza di questo avvenimento di affezione nuova e di nuova umanità, è la presenza di questo inizio del mondo nuovo che noi siamo. La novità non è l’avanguardia, ma il Resto d’Israele, l’unità di coloro per i quali ciò che è accaduto è tutto e che aspettano solo il manifestarsi della promessa, il realizzarsi di quello che è dentro l’accaduto.
La novità non è, dunque, un futuro da perseguire, non è un progetto culturale, sociale e politico: la novità è la presenza. Ed essere presenza non vuol dire non esprimersi: anche la presenza è un’espressività.
L’utopia ha come modalità di espressione il discorso, il progetto e la ricerca ansiosa di strumenti e di forme organizzative. La presenza ha come modalità di espressione un’amicizia operante, gesti di una soggettività diversa che si pone dentro tutto, usando di tutto (i banchi, lo studio, il tentativo di riforma dell’università, eccetera), e che risultano prima di tutto gesti di umanità reale, cioè di carità. Non si costruisce una realtà nuova con dei discorsi o dei progetti organizzativi, ma vivendo gesti di umanità nuova nel presente (certo, gesto di carità deve diventare anche, per esempio, il tentativo di mandare ai Consigli di facoltà e di amministrazione della gente che aiuti tutti umanamente, e non degli avventurieri della politica o degli inetti, eccetera).
Insomma, cedendo alla tentazione dell’utopia facciamo concorrenza agli altri, al loro stesso livello e ultimamente con gli stessi metodi; nell’essere presenza, invece, si sviluppa una capacità critica, la capacità cioè di ricondurre tutto all’esperienza di comunione che viviamo, al senso del Mistero che ha fatto irruzione nella nostra vita, al senso della Realtà liberatrice che abbiamo incontrato.»

Chantal Delsol (Parigi 1947) filosofa, scrittrice, docente di filosofia politica, autorevole protagonista del mondo intellettuale francese. Editorialista di «Le Figaro», è membro della Académie des Sciences morales et politiques dell’Institut de France. Autrice di importanti opere tradotte in diverse lingue, tra le quali ricordiamo:  Éloge de la singularité, essai sur la modernité tardive (2000), premio Raymond-de-Boyer-de-Sainte-Suzanne dell’Accademia francese, trad. it. Elogio della singolarità. Saggio sulla modernità tardiva.

copia e incolla: https://www.edizionicantagalli.com/wp-content/uploads/2022/06/Estratto-Delsol-La-fine-della-cristianit%C3%A0.pdf


venerdì 20 agosto 2021

IL CORAGGIO DI DIRE IO

 

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO,
IN OCCASIONE DEL XLII MEETING PER L'AMICIZIA FRA I POPOLI

[RIMINI, 20-25 AGOSTO 2021]

(…) Il titolo scelto – «Il coraggio di dire io» –, tratto dal Diario del filosofo danese Søren Kierkegaard, è quanto mai significativo nel momento in cui si tratta di ripartire con il piede giusto, per non sprecare l’occasione data dalla crisi della pandemia. “Ripartenza” è la parola d’ordine. Ma essa non si realizza automaticamente, perché in ogni iniziativa umana è implicata la libertà. Lo ricordava Benedetto XVI: «La libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo […] sia un nuovo inizio. […] La libertà deve sempre di nuovo essere conquistata per il bene» (Enc. Spe salvi, 24). In questo senso, il coraggio di rischiare è innanzitutto un atto della libertà.


Durante il primo lockdownPapa Francesco ha richiamato tutti all’esercizio di questa libertà: «Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla» (Omelia di Pentecoste, 31 maggio 2020).

Mentre ha imposto il distanziamento fisico, la pandemia ha rimesso al centro la persona, l’io di ciascuno, provocando in molti casi un risveglio delle domande fondamentali sul significato dell’esistenza e sull’utilità del vivere che da troppo tempo erano sopite o peggio censurate. E ha suscitato anche il senso di una responsabilità personale. Tanti lo hanno testimoniato in diverse situazioni. Davanti alla malattia e al dolore, di fronte all’emergere di un bisogno, molte persone non si sono tirate indietro e hanno detto: «Eccomi».

La società ha necessità vitale di persone che siano presenze responsabili. Senza persona non c’è società, ma aggregazione casuale di esseri che non sanno perché sono insieme. Come unico collante rimarrebbe solo l’egoismo del calcolo e dell’interesse particolare che rende indifferenti a tutto e a tutti. Del resto, le idolatrie del potere e del denaro preferiscono avere a che fare con individui piuttosto che con persone, cioè con un “io” concentrato sui propri bisogni e i propri diritti soggettivi piuttosto che un “io” aperto agli altri, proteso a formare il “noi” della fraternità e dell’amicizia sociale.

(…) Ma il coraggio non è sempre una dote spontanea e nessuno può darselo da sé (come diceva il don Abbondio manzoniano), soprattutto in un’epoca come la nostra, nella quale la paura – rivelatrice di una profonda insicurezza esistenziale – gioca un ruolo così determinante da bloccare tante energie e slanci verso il futuro, percepito sempre più come incerto soprattutto dai giovani.

In questo senso, il Servo di Dio Luigi Giussani avvertiva di un duplice pericolo: «Il primo pericolo […] è la dubbiezza. Annota Kierkegaard: “Aristotele dice che la filosofia comincia con la meraviglia, e non come ai nostri tempi con il dubbio”. Il dubbio sistematico è, come dire, il simbolo del nostro tempo. […] La seconda obiezione alla decisione dell’io è la meschinità. […] Dubbiezza e comodismo, questi sono i nostri due nemici, i nemici dell’io» (In cammino 1992˗1998, Milano 2014, 48˗49).

Da dove può venire, allora, il coraggio di dire io? Avviene grazie a quel fenomeno che si chiama incontro: «Solo nel fenomeno dell’incontro si dà la possibilità all’io di decidere, di rendersi capace di accogliere, di riconoscere e di accogliere. Il coraggio di dire “io” nasce di fronte alla verità, e la verità è una presenza» (ibid., 49). Dal giorno in cui si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi, Dio ha dato all’uomo la possibilità di uscire dalla paura e di trovare l’energia del bene seguendo il suo Figlio, morto e risorto. Sono illuminanti le parole di San Tommaso d’Aquino quando afferma che «la vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene e nel quale trova la più grande soddisfazione» (Summa Theologiae, II-II, q. 179, a. 1 co.).(…)

La ragione profonda del coraggio del cristiano è Cristo. È il Signore risorto la nostra sicurezza, che ci fa sperimentare una pace profonda anche in mezzo alle tempeste della vita. Il Santo Padre auspica che nella settimana del Meeting organizzatori e ospiti ne diano testimonianza viva, facendo proprio il compito indicato nel documento programmatico del suo pontificato: «Molti […] cercano Dio segretamente, mossi dalla nostalgia del suo volto, anche in paesi di antica tradizione cristiana. […] I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 14).

La gioia del Vangelo infonde l’audacia di percorrere nuove strade: «Bisogna avere il coraggio di trovare i nuovi segni, i nuovi simboli, una nuova carne, […] particolarmente attraenti per gli altri» (ibid., 167). È il contributo che il Santo Padre si aspetta che il Meeting dia alla ripartenza, nella consapevolezza che «la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti» (Enc. Lumen fidei, 34), nessuno escluso, perché l’orizzonte della fede in Cristo è il mondo intero.

 

venerdì 27 novembre 2020

È NELL’ISTANTE LA PARTITA CON IL SENSO DELLE COSE

 

Solo l’esperienza reale di un presente toccato, masticato, sofferto, ci salva dalla confusione

Non occorrono troppe analisi per renderci conto che viviamo in una situazione confusa. Confusi i dati sulla pandemia,  confusi i provvedimenti, confusa la comunicazione. Confuse probabilmente anche le idee di chi deve prendere decisioni. E noi che a marzo, come ha scritto recentemente Antonio Scurati, “scoprimmo finalmente di essere mortali, noi che ci facemmo animo, cantammo perfino”, oggi non possiamo non accorgerci che sarà dura, che, come aggiunge Scurati, insieme “alla nebbia a banchi è calata la discordia, l’incertezza, la rabbia”.

Anche se i tamponi aumentano, se gli indici del contagio cominciano a mandare segnali positivi, se è in arrivo il vaccino, non aumenta però la nostra sicurezza. È sempre più difficile fidarsi di chi ci governa, la crisi economica incombe, i fondi dell’Europa e i ristori sono sempre introdotti da verbi coniugati al futuro, affidati ad “auspici”.

Un po’ di giorni fa, quando stava per essere emanata l’ordinanza che avrebbe consentito l’accesso a bar e ristoranti solo per l’asporto, sono passata dal mio amico che gestisce il bar sotto casa . “Hai sentito?” gli dico. E mi aspettavo la solita sfilza di lamenti e recriminazioni. Niente di tutto questo. “Guarda, pronto!” mi dice, mostrandomi il cartello con le indicazioni per il delivery, che lui a mano e in fretta aveva già scritto. E aggiunge “Stiamo qua!”. È vicino alla pensione, sa che il guadagno di queste settimane sarà minimo, ma lui sta qua! Lo fa per i figli che lavorano con lui? Per i dipendenti? Sì, forse, ma lo fa per sé, per vivere lui adesso. Vivere l’istante è veramente l’unica possibilità che abbiamo in questa immane confusione. È solo nel presente che ci accorgiamo di esistere, che ci giochiamo la libertà, che decidiamo dove volgere lo sguardo.

Avevo 15 anni, ero nel pieno dell’incandescenza adolescenziale, mi ero trovata a partecipare ad una tre giorni di Gioventù Studentesca. Mi capitò di uscire dal salone con don Giussani e nell’istante di pochi piani fatti in ascensore, davanti al mio scettico disinteresse verso le cose della fede di cui lui aveva appena parlato, mi disse “ma adesso sei qui!”. Le porte dell’ascensore si aprirono, il dialogo finì. Ma in forza di quell’istante, e di quel po’ di libertà con cui lo avrò assecondato, ora sono qui, un po’ più vicino a quelle cose della fede di cui don Giussani aveva parlato. Anche in quel momento ciò che vinse la confusione, e ne avevo tanta, fu la forza di un istante presente. Un presente capace di sconfiggere lo scetticismo del passato e lanciare un ponte verso una speranza per il futuro.

Sembra quasi paradossale che possa essere un istante, una sequenza di istanti, a contare veramente nella vita. Mentre la nostra presunzione vorrebbe affidare tutto ai giudizi (o meglio pre-giudizi, recriminazioni, ostilità) che il passato ha sedimentato in noi, o ai progetti che la nostra intelligenza pensa di costruire per il futuro. Paradossale ma ragionevole, perché la vera partita con il senso delle cose, con la presenza o l’assenza del significato, ce la giochiamo nella concretezza degli istanti quotidiani.

Come Pavese fa dire ad Esiodo nei Dialoghi con Leucò,  “La vita dell’uomo si svolge laggiù tra le case nei campi. Davanti al fuoco e in un letto. E ogni giorno ti mette davanti la stessa fatica e le stesse mancanze. La fatica interminabile, lo sforzo per star vivi d’ora in ora – quest’è il vivere che taglia le gambe”.

Ma è ancora Pavese che, in questo stesso dialogo, mette in bocca alla divina interlocutrice di Esiodo una sorta di promessa: “Non capisci che il sacro e il divino accompagnano anche voi, dentro il letto, sul campo, davanti alla fiamma? Ogni gesto che fate ripete un modello divino. Giorno e notte non avete un istante, nemmeno il più futile, che non sgorghi dal silenzio delle origini”.

E se quelle divine origini silenziose prendono la parola oggi, nel presente, se assumono il volto e i lineamenti di persone e storie concrete, allora sì che possiamo sperare! Solo l’esperienza reale di un presente toccato, masticato, sofferto, ci salva dalla confusione. E non è un caso che sia così, perché, come dice Lewis “il presente è il punto nel quale il tempo tocca l’eternità”. E solo il nostro cuore sa quanto abbiamo bisogno di eternità!

EMILIA GUARNIERI

Il sussidiario

sabato 13 giugno 2020

STATI UNITI. «LA RISPOSTA ALL'IMPOTENZA È UNA PRESENZA»


Quello che c'è in primo piano, però, è un grande «bisogno di vivere, respirare».

 José Medina*

Father Josè Medina
Un grido profondamente umano risuona per le nostre città. Ancora una volta, uomini e donne di colore temono di essere uccisi indiscriminatamente da coloro che hanno il compito di proteggerli e servirli. Si sentono impotenti.

Lo spiega bene Kareem Abdul-Jabbar in un contributo ospitato sul Los Angeles Times: «Vedendo i manifestanti neri nell’era di Trump e del Coronavirus dobbiamo renderci conto che sono persone spinte al limite, non perché vogliono bar e saloni di bellezza aperti, ma perché vogliono vivere. Respirare».

Ci sentiamo tutti impotenti.

Un modo comune per attenuare l’impotenza è quello di identificare un nemico ed escogitare modi per sottometterlo. Gettarsi nella mischia restituisce una sensazione di potere. Se non siamo in prima linea, la sensazione di potere si prova twittando o semplicemente commentando i mali della società.
 
Manifestanti a Minneapolis 2 giugno 2020
Tuttavia questo non risponde adeguatamente al grido dei manifestanti. L’umiliazione pubblica che è seguita al video virale della reazione di Amy Cooper verso Christian Cooper, un nero in Central Park, non ha contribuito a sradicare il razzismo (vedi nota a piè di pagina).

Martin Luther King Jr. una volta disse che potremmo riuscire a uccidere l’assassino, ma non saremo in grado di cancellare l’assassinio. La convinzione che eliminare ogni persona razzista violenta sconfiggerà il razzismo trascura un fatto incontrovertibile: tutti noi desideriamo vivere, e siamo tutti violenti, persino razzisti.

Come disse King: «C’è qualcosa in ognuno di noi che ci fa gridare con Goethe: “Ci sono tante cose in me da rendermi gentiluomo e mascalzone”».

Tutti noi desideriamo vivere, essere amati - e questi desideri non sono estranei nemmeno al poliziotto che ha ucciso George Floyd. E siamo tutti violenti, con chi non conosciamo, e persino con chi amiamo.

Se siamo onesti, possiamo riconoscere in noi la donna nel parco, il poliziotto e il manifestante violento. Si vede nei nostri post su Facebook e Instagram. La facciamo franca perché nessuno li ha registrati.

Indipendentemente dalla condizione sociale, dalla razza o dalla religione, nonostante ciò che abbiamo fatto o siamo capaci di fare, tutti noi condividiamo questo grido di protesta. Vogliamo vivere, e non sappiamo come. Cosa può rispondere a quel grido umano?

Nel 2017, Richard Preston, all’epoca Mago Imperiale del Capitolo del Maryland del Ku Klux Klan, sparò con la pistola contro un uomo di colore durante le proteste a Charlottesville, in Virginia. Invece di condannare drasticamente Preston, Daryl Davis, un uomo di colore, decise di fare amicizia con lui, come aveva fatto con molti altri membri del Klan.

Un anno dopo, la fidanzata di Preston invitò Davis ad accompagnarla all’altare al loro matrimonio. Come King, Davis crede che solo l’amore abbia il potere salvifico di trasformare gli uomini e le donne all’apparenza più “recalcitranti”. Il suo agire evoca le parole di King: «La tenebra non può scacciare la tenebra: solo la luce può farlo. L’odio non può scacciare l’odio: solo l’amore può farlo».

Tanta gente è scettica riguardo all’atteggiamento di Davis. Molti pensano che la sua posizione sia inadeguata per affrontare i problemi endemici della nostra società.

Durante un acceso dibattito nel reportage “Accidental Courtesy” del Public Broadcasting Service, Kwame Rose, un attivista del movimento Black Lives Matter, ha detto a Davis: «Smettila di sprecare il tuo tempo entrando nelle case della gente che non ti ama». Eppure, la “presenza” di Davis cambia misteriosamente le persone.

Nei giorni scorsi, ci hanno commosso le immagini di agenti di polizia che ascoltano quel grido, si uniscono ai manifestanti, leggono le liste delle persone uccise o si inginocchiano insieme in segno di solidarietà per le vittime della violenza e del razzismo.

Abbiamo visto come la risposta all’impotenza non sia il potere, ma una “presenza” capace di comunicare con il presunto nemico. Se manca una presenza, la nostra impotenza è spaventosa.

Il contributo costruttivo che possiamo offrirci gli uni gli altri in questo momento drammatico è quello di ascoltare il grido, di non nasconderlo attraverso soluzioni frettolose e di condividere la nostra esperienza di uno che risponde alla nostra impotenza e risveglia la nostra umanità. Solo uomini e donne consapevoli di essere stati riscattati da una presenza potranno dar vita a leggi migliori e strutture sociali più umane.

CatholicPhilly.com, 9 giugno 2020

*responsabile di CL negli Stati Uniti

Nota
Amy Cooper è una donna bianca che il 25 maggio, giorno dell’omicidio di George Floyd, in un parco di New York mentre non teneva il cane al guinzaglio, come prevede la  legge, ha chiamato la Polizia affermando che un afroamericano(Christian Cooper,che le chiedeva di mettergli la museruola) la minacciava. L’episodio minimo in se dimostra una cosa evidente: Amy infatti è bianca, Christian è nero. 
Perché Christian, che chiedeva ad Amy di rispettare una regola, non ha chiamato la polizia per riportare l’ordine? E perché Amy, consapevole di essere nel torto e di aver trasgredito a una regola, ha pensato di chiamare la polizia per ristabilire l’ordine? Perché nella chiamata alla polizia ha detto di essere in pericolo di vita? E perché ha sentito la necessità di specificare che chi la minacciava era un afroamericano?
I loro comportamenti sembrano rispondere a uno schema di lungo periodo, presente nella società statunitense. Se per Christian evitare il più possibile di avere a che fare con la polizia può essere un comportamento saggio, per Amy la polizia rappresenta la sicurezza di poter far valere i suoi diritti, perfino nel torto.
Il fatto è stato ripreso in un video, ed è diventato virale nei social suscitando indignazione.
Amy Cooper, dopo essere stata sospesa dalla società per cui lavora, che ha aperto una inchiesta per razzismo, ha rilasciato una dichiarazione pubblica di scuse nei confronti di Christian Cooper, sottolineando di non essere razzista.