Visualizzazione post con etichetta HUMANAE VITAE. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta HUMANAE VITAE. Mostra tutti i post

venerdì 25 ottobre 2019

LA TEORIA MORALE CHE FALLÌ È TORNATA DI MODA


Questa analisi di padre Thomas Berg, vice rettore e professore di teologia morale al St Joseph’s Seminary (Dunwoodie) a Yonkers, New York,  ci mostra come una vecchia versione della teologia morale, il Proporzionalismo, una versione che è stata ed è perdente perchè succube della posizione del mondo, tenuta a bada dai pontificati di San Giovanni Paolo II e papa Benedetto XVI, sia tornata prepotentemente di moda. 
Ecco l’articolo, pubblicato sul Catholic Herald, nella traduzione di Riccardo Zenobi. 
Non c’è bisogno che un cattolico sia un teologo, un giornalista o addirittura un osservatore di affari ecclesiali per comprendere che c’è stata una battaglia in corso durante il pontificato di Francesco. È una lotta per l’egemonia tra due contrapposte teorie morali. Quel conflitto è stato notevolmente più pronunciato nei passati 3 anni spesso con manifestazioni pubbliche.
Dalla promulgazione dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia e la conseguente tempesta infuocata su cosa esattamente è implicato riguardo la Santa Comunione, il divorzio e il risposarsi; alla ricostituzione dell’istituto Giovanni Paolo II di Roma, il licenziamento senza precedenti di due importanti membri di facoltà e l’assunzione di due teologi morali noti per sfidare l’insegnamento della Chiesa su contraccezione e omosessualità; e i vescovi tedeschi, guidati dal cardinale Reinhard Marx, che si imbarcano su un “processo sinodale” apparentemente contrario ai desideri di papa Francesco, e indubbiamente indirizzati al ripensamento del celibato sacerdotale e certamente dell’insegnamento della Chiesa sulla morale sessuale. È tutto connesso.
È uno sforzo finale di un blocco di grigi e vecchi teologi morali e vescovi che la pensano allo stesso modo al fine di ottenere l’egemonia per il loro marchio di teologia morale, ossia, il proporzionalismo.
Proporzionalismo è una parola ombrello che raccoglie un insieme di diversi approcci alla teologia morale che condividono largamente certe credenze sulla natura umana e la vita morale.
Ognuno è una versione dell’approccio “il fine giustifica i mezzi” [applicato] alla risoluzione di problemi morali.
Il proporzionalismo offre la possibilità di impegnarsi in una analisi di valore morale, che presupponendo una buona intenzione o una ragione sufficientemente ponderata nell’attore morale,  potrebbe potenzialmente validare ogni azione – anche quelle che le Sacre Scritture e il magistero perenne della Chiesa hanno dichiarato essere intrinsecamente malvagie.
Il proporzionalismo fiorisce in tre decadi dagli anni ’60 agli anni ’80 e domina i seminari cattolici e i dipartimenti di teologia morale su entrambi i lati dell’Atlantico, particolarmente in Germania e notabilmente negli Stati Uniti. Era il veicolo teoretico per giustificare il dissenso teologico dall’insegnamento di san Paolo VI sulla contraccezione in Humanae Vitae. E ben presto divenne chiaro che il proporzionalismo potrebbe giustificare molto di più.
Molti dei vescovi di oggi sono stati istruiti come seminaristi nel proporzionalismo. Non tutti l’hanno abbracciato, ma molti indubbiamente lo hanno fatto, e la loro comprensione della vita morale cristiana è stata profondamente segnata dalla loro esposizione ad esso.
In aggiunta al suo concetto di coscienza morale radicalmente autonoma (io – e solo io – decido cos’è bene e male), il proporzionalismo segue molti degli altri percorsi del moderno spirito dei tempi: il soggettivo vince l’oggettivo, la coscienza vince la norma, una buona intenzione vince il male intrinseco. La teoria presume che virtualmente ogni esperienza morale umana è talmente irriducibilmente complessa che nessuna norma morale potrebbe potenzialmente venir generata nel tempo per rispondere ad ogni situazione, e nessun comportamento in sé stesso potrebbe essere compreso come sempre immorale in ogni circostanza.
Papa san Giovanni Paolo II sentì l’urgenza di rispondere ai principi fondamentali del proporzionalismo, affrontandoli 26 anni fa nell’Enciclica Veritatis splendor. Nei paragrafi 54-64, ha rifiutato la nozione della coscienza come decisione autonoma, e nei paragrafi 74-83 ha rifiutato la negazione da parte del proporzionalismo degli atti intrinsecamente malvagi.
Da parte sua, il papa emerito Benedetto XVI è stato inesorabile nella sua critica al proporzionalismo, descrivendolo come una teoria morale staccata da fondamenta metafisiche, “sordo e cieco alla parola divina sull’essere” e una teoria morale “che contraddice le basi fondamentali della visione cristiana”. È andato addirittura così avanti – in più di un’occasione – fino a suggerire che le idee proporzionaliste sono almeno in parte da incolpare per la crisi degli abusi nel clero.
Ciononostante, il proporzionalismo ha avuto un largo appeal tra i progressisti cattolici. La sua apparenza esterna di eminente ragionevolezza, risultante primariamente dalla sua sottomissione allo spirito dei tempi della morale secolare, è stata anche aumentata dalle circostanze storiche.
Il proporzionalismo è stato una reazione teologica ad un più vecchio metodo di fare e insegnare teologia morale che aveva dominato nei seminari cattolici dal tardo XVI alla metà del XX secolo. Quel metodo –  certe volte chiamato casuistica – mentre dava alla Chiesa una morale teologica solida, aveva anche un approccio legalistico alla vita morale che toglieva alla verità morale la sua ricchezza e la vitalità centrata in Cristo.
Con buone ragioni il Vaticano II ha chiamato ad un rinnovamento nell’insegnamento della morale teologica: un insegnamento morale profondamente centrato sulle sacre scritture e una nuova enfasi nella virtù, sulle beatitudini e sul discepolato incentrato su Cristo.
E ci sono stati alcuni buoni passi presi in quella direzione. Eppure, nel complesso, molto della teologia morale cattolica corrente è collassata sotto il furioso assalto culturale degli anni ’60. E in quel milieu, le prima teorie proporzionaliste sono proliferate.
Possiamo solo essere grati che molti tra coloro della nuova generazione di studenti tra l’inizio e la metà degli anni ’90 iniziarono a prendere le distanze dal proporzionalismo che continuava ad essere insegnato nei loro corsi di teologia morale. Se la teoria continua ad esercitare un’influenza ancora oggi, lo fa principalmente attraverso una vecchia generazione di preti e vescovi che cocciutamente la sostengono, mentre rigetta l’insegnamento di Veritatis Splendor.
Non sorprende dunque che, attraverso le decadi, una certa narrazione è sorta sul proporzionalismo, difendendo i suoi aderenti con una caricatura dei loro oppositori. Gli aderenti sono ragionevoli e bilanciati; gli oppositori sono rigidi ed estremi. I proponenti usano un “discernimento” morale in modo da comprendere la specifiche situazioni dell’individuo; gli oppositori no. I proponenti sono pastoralmente realisti e sensibili; gli oppositori non tanto.
Papa Francesco, da parte sua, ha mostrato simpatia per quella narrazione. Uno può pensare che ciò sia dovuto al suo essere stato esposto al proporzionalismo per molta parte della sua vita. Quando papa Francesco parla di preti che trasformano il confessionale in una “camera di tortura”, o che farisaicamente “indottrinano il Vangelo”, trasformando il suo messaggio di vita in “pietre morte che vengono gettate sugli altri”, può semplicemente riferirsi al vecchio approccio manualistico alla vita morale. Ma serve anche a rinforzare la narrazione proporzionalista.
L’ultima versione della narrazione afferma che un complotto di cattolici americani conservatori sta minacciando Francesco con lo scisma o almeno stanno provando a minare il suo pontificato. Se i seguaci del proporzionalismo hanno scelto di utilizzare come arma l’idea di scisma, forse è perché sono disperati.
Ciononostante, il “processo sinodale” della Chiesa tedesca, insieme al Sinodo amazzonico a Roma, mostrano un gruppo di vescovi progressisti, teologi e giornalisti hanno costruito  una nuova opportunità per continuare a premere sul Papa per una chiara affermazione della revisione della teologia morale cattolica ispirata al proporzionalismo che, al di là del tacito sostegno, qualcuno ipotizza che sia già accordata.
Fra Thomas Berg è vicerettore e professore di teologia morale al seminario San Giuseppe (Dunwoodie) a Yonkers, New York. È autore di ‘Hurting in the Church: A Way Forward 
for Wounded Catholics’ (Our Sunday Visitor, 2017)

mercoledì 21 marzo 2018

LA “SORPRESA” DEL PAPA EMERITO E IL PASSATO CHE RITORNA



SCRITTO DA ALDO MARIA VALLI

«Solo a margine vorrei annotare la mia sorpresa per il fatto che tra gli autori figuri anche il professor Hünermann, che durante il mio pontificato si è messo in luce per aver capeggiato iniziative anti-papali».
Scrive così Benedetto XVI nell’ultima parte della lettera inviata al prefetto della Segreteria vaticana per la comunicazione, facendogli sapere che, per ovvie ragioni, non scriverà la «breve e densa pagina» che gli era stata chiesta sugli undici libretti dedicati dalla Libreria editrice vaticana alla teologia di Francesco, visto che tra gli autori c’è proprio Hünermann.
Questa parte della lettera del papa emerito, com’è ormai noto, è stata resa pubblica dalla sala stampa della Santa Sede in ritardo, su pressione dei giornalisti, dopo che in un primo tempo era stata tenuta nascosta. Ma qui non vorrei tornare su come la lettera è stata gestita. Desidero invece capire un po’ meglio perché, per Joseph Ratzinger, evocare il nome di Hünermann e, in parte, anche quello di Jürgen Werbick, un altro degli autori scelti dalla Lev, significa riaprire una ferita.
Torniamo dunque alle parole di Benedetto XVI, il quale, a proposito di Hünermann, spiega nella lettera: «Egli partecipò in misura rilevante al rilascio della Kölner Erklärung che, in relazione all’enciclica Veritats splendor, attaccò in modo virulento l’autorità magisteriale del Papa, specialmente su questioni di teologia morale. Anche la Europäische  Theologen Gesellschaft, che egli fondò, inizialmente da lui fu pensata come un’organizzazione in opposizione al magistero papale. In seguito, il sentire ecclesiale di molti teologi ha impedito quest’orientamento, rendendo quell’organizzazione un normale strumento di incontro fra teologi».
La Kölner Erklärung, ricordata da Benedetto XVI, è  la Dichiarazione di Colonia, documento del 1989 sottoscritto da numerosi prelati e teologi, tra i quali appunto Hünermann e Werbick (c’erano anche Küng, Metz, Mieth, Häring) e che rappresentò un attacco senza precedenti nei confronti dell’autorità papale.
Il papa era all’epoca Giovanni Paolo II e a capo della Congregazione per la dottrina della fede c’era, dal 1981, il cardinale Joseph Ratzinger. Nel testo, pubblicato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, i firmatari, dichiarandosi «per una cattolicità aperta, contro una cattolicità messa sotto tutela», contestavano quello che definivano il «nuovo centralismo romano», specie a proposito della nomina dei vescovi e dell’autorizzazione ecclesiastica all’insegnamento per i teologi. E arrivavano ad accusare Karol Wojtyła di «far valere in modo inammissibile, e al di là dei limiti dovuti, la competenza magisteriale, oltre che giurisdizionale, del papa».
Come si vede, un attacco frontale, portato non solo al papa polacco, ma anche al suo fido scudiero tedesco.
«Siamo convinti che non ci sia più consentito tacere», scrivevano i firmatari in preda all’indignazione. E denunciavano: «In questi ultimi tempi l’obbedienza al papa, dichiarata e richiesta da parte dei vescovi e dei cardinali, acquista sempre più sovente l’aspetto di un’obbedienza cieca». Di qui la richiesta di maggiore libertà in tutti i campi, compresa la ricerca teologica (attacco diretto ovviamente al prefetto Ratzinger), ma soprattutto una forte contestazione del primato del magistero papale in campo morale.

domenica 8 novembre 2015

MA CHE COS’È UNA FAMIGLIA?”



Dialogo con Fabrice Hadjadj, il filosofo francese autore di 
“Ma che cos’è una famiglia?” (edizioni Ares).


Fabrice Hadjadj, che ne pensa del Sinodo sulla famiglia appena concluso e della eco che hanno avuto alcuni degli argomenti dibattuti nel suo corso?

Il Sinodo ha invitato al discernimento, a discernere la situazione nuova in cui si trova l’essere umano e a recuperare l’insegnamento della Humanae Vitae, la profetica enciclica di Paolo VI dove si legge che «l’uomo ha compiuto progressi stupendi nel dominio e nell’organizzazione razionale delle forze della natura, così che si sforza di estendere questo dominio al suo stesso essere globale; al corpo, alla vita psichica, alla vita sociale, e perfino alle leggi che regolano la trasmissione della vita». Il dominio tecnologico ha portato con sé degli interrogativi che mai l’umanità si era dovuta porre. Ciò che per gli antichi era semplicemente necessità, per noi è diventato o sta diventando scelta. Volete invecchiare o restare giovani? Volete morire o vivere per sempre? Volete dei figli per la via sessuale, con tutti i rischi connessi per la loro salute e la casualità del loro patrimonio genetico, o volete avere figli sani e forti, selezionati in laboratorio? Volete restare nel vostro corpo di carne o volete moltiplicare i vostri alter ego virtuali? I filosofi e la Chiesa non hanno mai dovuto legittimare il fatto che si muore o il fatto che si nasce da un uomo e da una donna: erano evidenze. Oggi chi cerca di legittimare la sofferenza, la vecchiaia, la morte è giudicato crudele. E siccome la Chiesa continua a fare questo, è considerata il luogo della crudeltà e non della compassione. La compassione sta dalla parte della tecnologia: un bambino geneticamente selezionato attraverso le biotecnologie sarà più sano e potrà meglio integrarsi nella società; un bambino che nasce benché portatore di handicap come esige la Chiesa soffrirà. Noi cristiani siamo i più crudeli di tutti, perché vogliamo che la gente continui a soffrire e a morire.

Messa così, non si vede nessuna via di scampo…
Non siamo alla ricerca di soluzioni. Se cerchiamo la ricetta per la buona famiglia cristiana, abbiamo già sbagliato: ci siamo fatti assorbire anche noi dal paradigma tecno-economico. Proviamo a partire da quello che papa Francesco dice nella Laudato si’, dalla sua critica radicale del paradigma tecno-economico: lui dice che solo se cambiamo modo di vivere possiamo resistere. E per esempio al paragrafo numero 120 scrive: «Non è neppure compatibile la difesa della natura con la giustificazione dell’aborto. Non appare praticabile un cammino educativo per l’accoglienza degli esseri deboli che ci circondano, che a volte sono molesti o importuni, quando non si dà protezione a un embrione umano benché il suo arrivo sia causa di disagi e difficoltà: “Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono” (Caritas in veritate, n. 28)».