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giovedì 29 maggio 2025

TRUMP VS HARVARD

 

Trump vs Harvard

Il Presidente con i suoi modi esagerati e inaccettabili (per noi europei) riuscirà a riformare l’università ostaggio dell’ideologia woke?


La questione della guerra Trump-Harvard è deflagrata anche sui media italiani, con grande clamore. Inutile dire che, per chi conosca il sistema universitario italiano e americano, nonché la situazione sociale effettiva, le notizie sono esagerate da tutti i lati. Non è vero che alla Harvard University gli ebrei siano perseguitati in stile nazista, come racconta l’amministrazione Trump, così come non è vero che l’amministrazione non abbia né ragioni né diritti rispetto all’università privata ed elitaria di Harvard. I fatti sono nel mezzo. Sì, dall’ottobre 2023 c’è stata una manifestazione continua, da parte di alcuni studenti, a favore di Hamas. Il non averli perseguiti è costato alla rettrice di Harvard il posto anche se al governo c’erano i dem.

Il governo Trump, con i soliti toni apocalittici, ha chiesto in molti modi alle università, e in particolare ad Harvard, di proteggere gli studenti ebrei da bullismo e maltrattamenti (quasi sempre verbali). Harvard si rifiuta e il presidente taglia il contributo governativo di 9 miliardi di dollari a fondo perduto, una parte considerevole ma relativa del bilancio da più di 50 miliardi di Harvard. Tra le richieste c’era anche quella di dare i nomi degli studenti stranieri per verificare se ci sono studenti in rapporto con organizzazioni terroristiche. Harvard, che è privata e non statale, rifiuta legittimamente. Il governo in risposta minaccia di non rinnovare la certificazione federale, propria prerogativa, per l’ospitalità di studenti stranieri.

È una storia grave per tutti gli aspetti ma che rientra da entrambi i lati nella legittima dialettica tra università private e governo. Ciò che non è legittimo sarà visto dai tribunali, ma l’impressione è che tutto si risolverà a giugno e luglio, quando le università americane sono in vacanza e i riflettori puntati altrove.

Il baco di Harvard

Al di là delle esagerazioni dei media italiani, però, ci sono due risultati che vale la pena considerare.

Il primo è di ordine culturale. Dimettendosi dal comitato per la difesa degli ebrei che ha appena prodotto 300 pagine di report (qualcosa è in effetti successo), il ricercatore David Wolpe di Harvard ha dichiarato che si tratta di un comitato inutile perché l’antisemitismo è solo una parte di un’ideologia complessiva pervasiva soprattutto del corpo docente. In effetti, è lo strano marxismo-liberal che trionfa nei campus americani a livello di docenti.


Harvard è nelle ultime posizioni nell’indice di libertà di espressione nei campus. Il punto è che la maggior parte dei suoi professori è convinta che il mondo si divida in modo manicheo in buoni e cattivi e che questi ultimi siano colpevoli di modellare il mondo in modo ingiusto a prescindere da ciò che dicono e fanno. La colpa è in quel che sono – occidentali e dunque colonialisti, suprematisti, cisgenderisti ecc.– che inevitabilmente forgia tutto il resto. Come in ogni ideologia, il nemico è oggettivo. È il solito problema logico delle ideologie: da quel che si è, non da quel che si fa, discende tutto necessariamente, tutto giusto o tutto sbagliato, così che nessuno è mai responsabile per e con la propria libertà, atto per atto, sopruso per sopruso.

Il “grillismo” di Trump

Il secondo punto è di ordine politico. Può essere – si dice – che ci fossero delle esagerazioni on campus, ma i toni e i modi dell’amministrazione Trump sono inaccettabili. Non c’è dubbio, soprattutto visti da qui. Tuttavia, il portato politico della situazione è che Trump è stato votato proprio perché ha toni e modi spiacevoli. La gente americana è evidentemente convinta, come per qualche anno sono stati convinti gli italiani su Beppe Grillo, che the swamp, la palude del circolo di potere delle élite, non si possa cambiare se non rompendo il bon ton. Tutti gli avversari di Trump alle primarie, incluso Marco Rubio che è ora ministro degli Esteri, si sono presentati dicendo che la maggior parte delle idee di Trump su pace/immigrazione/woke/lavoro erano giuste ma erano dette male, da una persona lunatica e irrispettosa delle istituzioni. Hanno miseramente perso. Gli americani non hanno votato Donald Trump nonostante i modi, ma per i modi.

Servirà? Riuscirà a cambiare il sistema, anche quello universitario? O lo romperà mettendo a rischio anche la democrazia? Siamo a una ripresa o al collasso dell’era americana? La verità è che non lo sappiamo ancora. Fra qualche mese, però, tutto sarà chiaro perché, a differenza del precedente mandato, la questione binaria di guerra/pace andrà presto alla conta dei risultati in tutti i campi, anche in quello universitario.

 

 

 da un articolo di Giovanni Maddalena  “Il Sussidiarionet”

29 Maggio 2025

 

martedì 18 giugno 2024

FINKIELKRAUT: ESSERE DI DESTRA NON È SOLO CONSERVARE MA SALVARCI DAL PROGRESSO SFRENATO



Il video integrale dell’intervista concessa a Tempi dal filosofo francese in occasione della consegna del Premio Luigi Amicone - Premio Cultura Città di Caorle 2024 

II tipo di conservatorismo di cui abbiamo bisogno oggi.

Nel suo libro “Noi Moderni” FinkielKraut descrive con esattezza, al di là della divisione politica destra-sinistra, il tipo di conservatorismo di cui avremmo bisogno oggi:” Paul Valery ha questa magnifica frase: “ A rovinare i conservatori è stata la cattiva scelta delle cose da conservare”.

Il conservatorismo si è per lungo tempo identificato con la riproduzi0ne dell’ordine sociale, col mantenimento dei privilegi, col rigido rifiuto dell’equalizzazione  delle condizioni. Questo tipo di conservatorismo non ha più seguaci, anche la destra a cessato di considerarlo proprio. Con ciò non abbiamo ancora finito con l’idea di conservazione. Il progresso è effettivamente in crisi. Sorge un nuovo paradigma, definito molto bene dal filosofo Hans Jonas: al principio di speranza, fondatore della modernità a partire da Cartesio e Bacone, succede, a poco a poco, il principio di responsabilità.. e all’idea di cambiare il mondo quella di salvare ciò che può essere salvato. Certamente la terra, che soffre più che mai, m anche la lingua, la cultura, la bellezza del modo. Abbiamo bisogno di una ecologia generale: “salvare” è diventato il verbo politico per eccellenza; salvare e non più cambiare”.

 L’ecologia deve rendere la terra abitabile, non trasformarla in una galera.

«L’ecologia di cui abbiamo bisogno non è quella di Greta Thunberg e del suo “Come osate?” furibondo». Parlando il 16 giugno alla cerimonia di consegna del Premio Luigi Amicone – Premio Cultura di Caorle 2024, l’intellettuale francese Alain Finkielkraut critica le politiche ambientali dell’Unione Europea, soprattutto quelle che favoriscono la diffusione delle pale eoliche. «Gli impianti eolici riescono a rallentare il riscaldamento globale», afferma il filosofo, «ma i numeri non sono tutto. Gli impianti eolici trasformano le campagne in paesaggio industriale. Bisognerebbe che l’ecologia ridiscendesse sulla terra, che non si preoccupasse più del pianeta, ma di rendere abitabile la terra. Una terra imbruttita, atrocemente imbruttita, non è più abitabile».

L’immigrazione e il ritorno dell’antisemitismo

Nella giornata conclusiva della manifestazione “Chiamare le cose con il loro nome”, organizzata da Tempi e dal Comune di Caorle, Finkielkraut attacca anche le forze politiche che in Francia e nel resto d’Europa si schierano a favore dell’accoglienza indiscriminata dei migranti: «Oggi la sinistra e il padronato sono d’accordo; condividono la stessa filosofia, la stessa ontologia: gli uomini sono intercambiabili. Ecco cosa vorrebbero farci credere. La sinistra ragiona in questo modo in nome del bel principio dell’universalità del simile». Ma questo principio «ha condotto oggi a negare tutte le distinzioni fondatrici delle comunità politiche. La differenza fra l’autoctono e lo straniero è rimessa in discussione, l’idea di preferenza nazionale è criminalizzata. Quando i paesi europei cercano di riprendere il controllo delle loro frontiere, sono censurati dalle varie Corti costituzionali».

In un momento storico in cui «i nuovi antisemiti, gli antisemiti attivi, vengono reclutati fra i migranti», continua l’intellettuale francese, «l’Europa dell’ospitalità rischia di trasformarsi in un’Europa dell’antisemitismo. Perciò dobbiamo uscire dalle nostre illusioni, svegliarci, e soprattutto ricordarci che non è perché gli uomini sono simili che sono intercambiabili. Gli uomini hanno una genealogia, un’appartenenza, e di tutto questo occorre saper tenere conto perché la convivenza non sia una menzogna ridicola e pericolosa».

Contro Hamas e contro Netanyahu

Il filosofo di origini ebraiche sostiene il diritto di Israele a difendersi da Hamas, ma attacca anche le politiche del premier Benjamin Netanyahu: «Hamas è il nemico, il nemico che vuole non solo la sconfitta di Israele, ma la scomparsa di Israele e la morte degli israeliani. È questo il messaggio genocida del 7 ottobre. Al nemico bisogna rispondere con la guerra, ma Netanyahu è il problema perché chiude tutte le vie di uscita, fa sabotaggio a tutte le soluzioni e per restare al potere si è alleato con degli infrequentabili: con Itamar Ben-Gvir del partito Potere Ebraico e con Bezalel Smotrich del Partito sionista religioso. Questa gente ha un programma esplicito e terrificante: vogliono l’annessione della Cisgiordania e non semplicemente la perpetuazione dello status quo, come malauguratamente vuole Netanyahu». La profondità della lacerazione che Israele vive èdata dai due “giudaismi” che si affrontano, e non sono soltanto due visioni politiche del mondo. Due giudaismi: un giudausmo della giustizia, quello deldono della Torah e delSinai, e un giudaismo sulla promessa: questa terra è nostra e Dio ce l’h’ha promessa. Dunque è una questione davvero metafisica.

L’odio “woke”

Finkielkraut si scaglia anche contro il “wokismo” e contro gli studenti che nelle università di tutto il mondo accusano Israele di essere uno stato genocida. ” Che cos’è il wokismo? È la nuova divisione del mondo fra oppressori e oppressi, dominatori e dominati. E che cosa sono gli ebrei per il wokismo? Sono dei dominatori, sono degli imperialisti, sono dei colonialisti, sono la quintessenza del bianco. E da quel momento passano dallo statuto di vittime a quello di torturatori, a quello di carnefici. E anziché riflettere sulla situazione nella sua complessità, di reclamare contemporaneamente il cessate-il-fuoco e la liberazione immediata degli ostaggi, e di solidarizzare con quella parte della società israeliana che vuole girare la pagina Netanyahu, i manifestanti europei non trovano niente di meglio che denunciare Israele come stato genocida; stato genocida, niente meno! Un nuovo slogan infuria: non più “ogni anticomunista è un cane”, ma “ogni israeliano è un cane, ogni sionista è un cane, ogni ebreo è un cane”. Mi trovo dunque nella situazione di combattere palmo a palmo questo antisemitismo per non dovergli abbandonare la critica necessaria della politica israeliana». Verso gli studenti europei, prosegue Finkielkraut, «provo stupore e disgusto». Ci viene detto che gli studenti esprimono le loro emozioni, ma l’emozione non giustifica la semplificazione, non giustifica la stupidità.”

L’impegno come decisione per una causa imperfetta

Infine, prendendo nettamente le distanze da Jean-Paul Sartre e dalla sua idea di intellettuale impegnato «per il vero e per il bene», Finkielkraut nell’intervista a Tempi dichiara di preferire la modestia di Paul-Louis Landsberg, che aveva definito l’impegno come «decisione per una causa imperfetta». Proprio «come Landsberg», spiega Finkielkraut «sono impegnato perché sono coinvolto, sono colpito dagli avvenimenti. Ed è questo stupore, questa collera, questo dolore che mi sottraggono al torpore e mi costringono a riflettere. Dunque ho bisogno di questa emozione per pensare e per scoprire quella che credo essere la verità». “La cultura è l’idea di una umanità corale , e fortunatamente la morte non ha alcun potere sulla cultura”.

 Intervista diRodolfo Casadei

 


lunedì 20 maggio 2024

LA TIRANNIA WOKE

CI VOGLIONO IN MISERIA MA “BUONI”. A QUESTO SERVONO I “DIRITTI CIVILI”

Scrive Francesco Borgonovo sulla “Verità”:

“Ecco la drammatica realtà della tirannia WOKE. Si insiste fino allo sfinimento sull’uso di parole potenzialmente offensive e si sfornano continuamente leggi a favore di presunti diritti civili. Il dibattito pubblico è interamente occupato dai temi politicamente corretti e intanto le popolazioni si impoveriscono, minoranze discriminate comprese. Il meccanismo è sempre lo stesso, in America come in Europa. Dal nostro lato dell’atlantico si polemizza ad esempio sulle questioni Lgbt e la campagna elettorale viene forzosamente orientata sulle norme “antiomofobia”, che le istituzioni europee vorrebbero imporre dovunque. Oppure si discute dei temi ambientali, o ancora del pericolo rappresentato dai fascismi di ritorno. Si punta il dito contro i governi destrorsi accusati di negare il cambiamento climatico o di perseguitare le minoranze, o ancora di accanirsi sui militanti antifa come Ilaria Salis.

E così facendo si evita di affrontare a fondo le conseguenze sociali ed economiche delle politiche europee. Di come le regole green colpiscono le classi medie e medio basse importa a pochi, di come l’austerità continui ad infettare le menti dei governanti europei non si può ragionare. La realtà non ha diritto di cittadinanza, si può discutere e ci si può dividere solo sui provvedimenti arcobaleno, sui regolamenti antiodio e sulla pericolosità dei populisti. Si devia l’attenzione della opinione pubblica su fantomatiche minacce rappresentate dalle destre estreme (“la feccia nera neo-fascista scagliata contro l’Europa” come titola quasi turtti i giorni Repubblica) e intanto si infierisce sui ceti più fragili. L’artificio trionfa, la verità svanisce. Ci si può battere solo per le cause che le ristrette cerchie progressiste giudicano buone, il resto è male associato. Per questo se una attivista antifa viene accusata di aver pestato dei destrorsi diventa una eroina da candidare alle europee, mentre la disobbedienza civile di Flaximan contro gli autovelox che vessano i cittadini è guardata come un atto di intollerabile di insubordinazione egoistica.

Albrecht Durer: I Quattro Cavalieri
dell'Apocalisse, Karlsrhue, 1498

Per questo bisogna approvare senza fiatare i regolamenti delle lobby Lgbt o le leggi antiodio o le restrizioni verdi, e guai ad evocare anche solo per un istante gli interessi delle popolazioni impoverite. Così dispone la nuova religione degli illuminati: sarete poveri, ma buoni, e così purificati potrete attendere serenamente la prossima apocalisse climatica.”

Riprende il tema WOKE anche Claudio Risè che titola:”Non chiamatele comunità, sono Lobby. Si usano spregiudicatamente i problemi di minoranze sessuali per rovesciare il quadro politico e disarticolare la famiglia in favore delle varie tecnocrazie.”

20 maggio 2023

 

lunedì 8 aprile 2024

LA VISIONE BENEDETTINA: UNA CARTA DEI VALORI CONSERVATORI

IL PARTITO EUROPEO DEI CONSERVATORI E DEI RIFORMISTI

In un momento in cui l'identità culturale europea è messa in discussione dalla crescente imposizione di ideologie liberali e progressiste, espresse attraverso narrazioni "woke" e teorie "gender",

il Gruppo ECR ( European Conservatives and Reformists Party, ECR) riconosce la necessità di sottolineare i principi duraturi che hanno plasmato i valori europei nel corso della storia. 

Ci riuniamo a Subiaco, un luogo sacro segnato dallo spirito di San Benedetto, il Santo Patrono d'Europa, per articolare attraverso una Carta dei Valori i principi fondamentali che definiscono il conservatorismo, rafforzando il nostro impegno a promuovere una comunità stabile, giusta e armoniosa.

1. L'Europa è innanzitutto un concetto storico e culturale. Sostenendo gli insegnamenti di San Benedetto, sottolineiamo l'importanza di preservare il nostro patrimonio culturale e i nostri valori tradizionali. Condividiamo un'identità comune con radici profonde nella tradizione ellenistica, romana e cristiana.

2. Non accettiamo la falsa scelta tra più Europa e nessuna Europa. Crediamo invece che, pur apprezzando la cooperazione tra le nazioni europee, limitare qualsiasi interferenza indebita sia essenziale per mantenere le identità culturali e storiche uniche dei nostri Stati membri e garantire la sovranità nazionale.

3. Riconosciamo il significato dell'umiltà nel riconoscere la saggezza di coloro che ci hanno preceduto. Il nostro impegno per la tradizione non è un rifiuto del progresso, ma il riconoscimento che i valori duraturi sono fondamentali per una società stabile e fiorente.

4. Sosteniamo una società che abbraccia la diversità di pensiero. Ci opponiamo fermamente a un'UE intesa come strumento per la realizzazione di un'agenda globalista volta a imporre un pensiero unico progressista e un relativismo etico. Incoraggiamo invece il dialogo aperto e lo scambio rispettoso di idee, riconoscendo la ricchezza che deriva da una varietà di prospettive.

5. Sottolineiamo l'urgente necessità di allineare il nostro progresso con le considerazioni etiche. Promuovendo un rapporto armonioso tra innovazione e principi morali, miriamo a costruire una società che non solo prosperi economicamente, ma che sostenga anche i valori senza tempo che contribuiscono alla forza morale e alla resilienza del nostro patrimonio comune.

6. Riconosciamo il ruolo della fede e della morale nella formazione di una società giusta e compassionevole. Pur rispettando le diverse credenze, riconosciamo l'influenza positiva che una corretta integrazione e principi morali condivisi possono avere sulle nostre comunità.

7. Il conservatorismo incarna intrinsecamente l'essenza dell'ambientalismo, radicato nell'etimologia del termine "ecologia" che sottolinea il nostro incrollabile impegno a salvaguardare l'equilibrio dei nostri ecosistemi. Contrariamente all'agenda verde mainstream, crediamo che gli esseri umani siano parte integrante di questo equilibrio e ci adoperiamo per lo sviluppo di politiche pragmatiche e basate sulla scienza che riconoscano il ruolo centrale delle persone nell'equilibrio tra sostenibilità ambientale e crescita economica.

8. Le nazioni devono proteggere il diritto alla vita trovando modi sempre più efficaci per prevenire i conflitti e risolverli con mezzi pacifici. Crediamo che ogni persona sia preziosa, che le persone siano più importanti delle cose e che la misura di ogni istituzione sia se minaccia o migliora la vita e la dignità della persona umana.

9. Il nostro continente sta vivendo una profonda crisi demografica che minaccia la sua stessa esistenza. Sosteniamo le misure che sostengono i tassi di natalità e incoraggiano le famiglie nella loro nobile ricerca della genitorialità. Un ambiente familiare stabile e accogliente costituisce la base per il benessere degli individui e della comunità in generale.

10. Sosteniamo la famiglia tradizionale come fondamento della società, sostenendo il suo ruolo cruciale nel nutrire le generazioni future con amore, stabilità e guida morale. Ci opponiamo fermamente ai tentativi di decostruire le distinzioni intrinseche tra maschio e femmina, riconoscendo che tali ideologie erodono il tessuto stesso delle nostre fondamenta sociali. Nel promuovere la conservazione dei valori tradizionali della famiglia, affermiamo il nostro impegno a promuovere comunità fondate sulle virtù senza tempo del rispetto, dell'amore e dell'unità.

Monastero di San Benedetto, Subiaco

11.Sosteniamo un sistema educativo incentrato sull'eccellenza e sulla meritocrazia, in cui gli individui siano messi in grado di raggiungere il loro massimo potenziale. Ciò comporta il rifiuto dell'imposizione di programmi ideologici nelle istituzioni educative e la promozione di un ambiente che incoraggi il pensiero critico.

12.Riconoscendo la distrazione posta da tendenze superficiali, divisive ed effimere (come il "wokismo" e le teorie di genere), sottolineiamo l'importanza di rifocalizzare la nostra visione dell'Europa su questioni essenziali che interessano veramente le nostre comunità. Ci sforziamo di costruire una società fondata su valori duraturi, che promuova la stabilità, l'armonia e il benessere di tutti i suoi membri.

Firmato a Subiaco il 21 marzo 2024

Signed in Subiaco on 21 March 2024 ........................................... Co-Chairman Nicola Procaccini On behalf of the ECR Group in the European Parliamen

NB: nostra traduzione del documento originale in lingua inglese 

sabato 16 marzo 2024

IRLANDA: LA BATTAGLIA PER LA RAGIONE

IL POPOLO HA VOTATO NO AI PAZZI INGEGNERI SOCIALI CHE VOLEVANO CANCELLARE LE MADRI DALLA COSTITUZIONE.

 Il flop dei referendum irlandesi, promossi dalle élites e bocciati dal popolo

E così i tempi cambiano. E in Irlanda, forse, sono cambiati più velocemente che in qualsiasi altro posto dell’Europa occidentale.

Ogni nazione è costruita attorno a una storia e a un mito fondativo. Il mito fondativo della Repubblica irlandese era quello di una nazione celto-cattolica che si liberava dalle catene dell’impero britannico e costruiva un paese per il proprio popolo attorno ai propri valori. Ora, con la globalizzazione anzi il globalismo, ne è emersa una nuova, un nuovo mito. La Nuova Irlanda è progressista. È individualista. È tollerante. È irreligiosa. È digitale. È woke. Ora ha persino un presidente che imputa il massacro di cristiani in Nigeria al clima.

L'Irlanda l'8 marzo è andata alle urne per il suo referendum sul cambiamento costituzionale. Questa volta l'obiettivo del governo woke era quello di modificare la formulazione dell'articolo 41, che è “volto a promuovere e tutelare l'istituto familiare”. La domanda è: cos’è una madre? L’attuale costituzione recita:

“Lo Stato riconosce che con la vita domestica la donna fornisce allo Stato un sostegno senza il quale il bene comune non può essere realizzato”. Patriarcale e sessista, il governo proponeva di sostituirla con una nuova versione:

“Lo Stato riconosce che la prestazione di assistenza reciproca dei membri di una famiglia in ragione dei vincoli che esistono tra loro, fornisce alla società un sostegno senza il quale il bene comune non può essere realizzato”.

Molto meglio, no? Niente più “donne” e “madri”. Evviva! La liberazione dall’oppressione è compiuta!

No, il popolo irlandese ha rigettato gli ingegneri sociali e votato per tenersi la vecchia costituzione, riconoscendo che le ombre erano ombre. “Il popolo irlandese si è espresso e ha dato una bastonata al governo e ai partiti” scrive la senatrice Sharon Keogan. “Le donne non vogliono essere ridotte a un linguaggio non di genere. Per quanto mi riguarda, non ho considerato la cancellazione delle parole ‘donna o madre’ come qualcosa degno di essere portato avanti”. Mary Harrington su Unherd spiega che si tratta di una ossessione delle élite: come dovranno sentirsi tutte quelle madri che coniugano vita domestica e lavorativa? The Critic fa notare che è davvero surreale e ironico (davvero?) che a voler cancellare la maternità siano i progressisti. Lo Sinn Fein voleva abrogare le madri dalla Costituzione, ma è filo Hamas.

(…)

L’ho chiesto a John Waters, l’intellettuale più libero e anticonformista d’Irlanda.

Perché questa ossessione di cancellare la maternità?

Non ha nulla a che fare con il progresso, che è solo una parola carina (non per me!) per attirare le persone stupide. Ci sono diverse ragioni per cui si voleva cambiare il riferimento alle madri e alle donne in casa: eliminare il diritto che le famiglie hanno nei confronti dello Stato attraverso la madre di essere sostenute quando i tempi sono duri; ma anche di eliminare le parole ‘donna’ e ‘madre’ perché in futuro si vuole parlare di Genitore 1 e Genitore 2. La loro affermazione che l’articolo 41 è ‘sessista’ è una bugia. Offre alle madri la possibilità di prendersi cura dei propri figli da sole, nella casa familiare. Esiste un altro articolo (articolo 45) che garantisce il diritto della donna a lavorare fuori casa se lo desidera. Sono dei bugiardi disgustosi. Niente di quello che esce dalle loro bocche è la verità. L'altro emendamento riguarda principalmente la creazione di una vaga ridefinizione del concetto di ‘famiglia’ in modo che possano portare sempre più emigranti, per sostituire la popolazione indigena - già ben avanzata, comprese le famiglie musulmane che praticano la poligamia e sono quindi ‘discriminate’ secondo l'attuale legislazione irlandese.

GIULIO MEOTTI

tratto da       https://meotti.substack.com/p/mamma-la-parola-piu-bella-mai-pronunciata?utm_campaign=email-post&r=jotp0&utm_source=substack&utm_medium=email

 

 

giovedì 14 marzo 2024

LA DITTATURA WOKE CONTRO LA LIBERTÀ E LA CIVILTÀ

L'OCCIDENTE IN GUERRA CON SE STESSO

di Marcello Veneziani

L’Occidente è in guerra con l’Est – russo, medio ed estremo oriente – e con mezzo sud del mondo. Ma è in guerra prima di tutto con se stesso. Se non credete alle analisi e alle critiche, leggete le testimonianze dirette e le biografie.


Dunque, parliamo di una ragazza veneta, progressista e radicale, che va a studiare negli Stati Uniti. E’ una storia esemplare che racconta la realtà e annuncia come finirà da noi, imitatori pappagalleschi degli americani. La ragazza partì per uno stage negli Stati Uniti quindici anni fa, poi rimase a svolgere un lavoro culturale in un’istituzione italo-americana. Ora che ha superato i quarant’anni non ce la fa più a vivere sotto la dittatura woke, che si è fatta irrespirabile, minacciosa, oppressiva, soprattutto per i bianchi e gli eredi di civiltà europea. “Qualsiasi cosa dica o faccia può essere condannata come una micro-offesa rivolta contro afroamericani o latinos”. Nelle prove d’ammissione ha dovuto scrivere un saggio preliminare di buone intenzioni, non circa il suo impegno negli studi ma contro il razzismo. Ovvero, non deve solo ripudiare il razzismo ma deve anche impegnarsi a militare contro il razzismo. Non ogni razzismo, perché la cultura woke sostiene che ci sia un solo razzismo, quello dei bianchi occidentali verso i neri, i latinos e gli asiatici. All’inizio del master ha dovuto scusarsi con i compagni di corso coloured; e non per una colpa reale e specifica, ma per il fatto di essere bianca, occidentale, e dunque portatrice insana di razzismo. A settimane alterne, riferisce la donna, i bianchi devono fare anche un corso di contrizione, chiamato White accountability, responsabilità dei bianchi, in cui si devono sottoporre a un umiliante interrogatorio di due ore per rispondere del loro razzismo, pur latente, e pentirsi. Parallelamente i suoi colleghi di studi afroamericani si riuniscono in Spazi neri e sicuri, Black men (o Women) safe space, per coltivare la loro identità e denunciare le microaggressioni subite dai colleghi bianchi. 

In cosa consisterebbero queste “micro-aggressioni”? Frasi considerate offensive e vietate, anche se al buon senso e all’esperienza di sempre, appaiono del tutto neutre e innocue. Gli esempi rendono meglio l’idea di quale follia masochista e giacobina stiamo diventando vittime: mai chiedere a un collega di colore da dove proviene perché quella domanda implica una discriminazione etnica; guai a citare a un nero la parola campo di studi perché può alludere ai campi di piantagione di cotone e dunque allo schiavismo dei suoi avi; o può evocare l’attività bracciantile di suo nonno messicano. E se cadi in quell’errore ti devi subito scusare e fare autocritica, ripudiando il “privilegio bianco” che ti ha fatto sbagliare.

Alla Columbia University, dove hanno insegnato fior di docenti (anche il nostro Giuseppe Prezzolini), il mantra è nell’acronimo Prop, che sta per Potere razzismo oppressione privilegio. Naturalmente il bianco è iscritto d’ufficio, per ragioni razziali – è il caso di dire -alla categoria del razzista oppressivo e privilegiato; e gli altri per ragioni etniche alla categoria di vittima dei succitati. Dietro quell’etichetta c’è un’ideologia dominante, la critical race theory, eletta ormai a bibbia delle università americane. 

E con gli ebrei? Si distingue, se sono di origine est-europea e dunque ashkenaziti, rientrano tra gli oppressori, se sono sefarditi di origine orientale sono tra gli oppressi. Analoga divisione vige sul piano geostorico: sul versante storico gli ebrei sono le vittime per eccellenza, sul versante geografico in quanto israeliani sono i carnefici per antonomasia. 

E se partecipi ai gruppi di volontari che aiutano immigrati clandestini, poveri e homeless, ti devi sincerare che a guidare il collettivo non sia una bianca, altrimenti è neocolonialismo. Poi dice che uno vota Trump… Ma per forza, per esasperazione. 

Ma tu come lo sai, da quale fonte, da quale blog pieno di fake news hai ricavato questa storiella? Non è farina dei social né mia personale; la fonte è il Corriere della sera di ieri, e l’autore è un noto e credibile giornalista “di sinistra”, Federico Rampini; è lui che ha incontrato la ragazza e ha riportato questa testimonianza.

Il problema, come capite, non riguarda le disavventure di una singola persona malcapitata; è l’orizzonte prevalente negli Stati Uniti e a rimorchio, dell’Occidente intero, Italia inclusa. Noi siamo un paese piccolo, gli Usa ci sovrastano, e come si sa, ci baciano in testa quando siamo allineati; ma sono pronti a schiacciarcela se non la pensiamo come loro. 

Quel clima irrespirabile, che pure il Corriere chiama dittatura, non vige solo nei salotti e nei circoli radical chic di New York ma nelle scuole e nelle università, nei media e nelle istituzioni, nei tribunali e negli uffici, nella comunicazione social e nei rapporti interpersonali; obbligati a norma di legge e di cultura a vergognarsi della nostra civiltà, storia, religione e identità e della nostra pelle. Costretti a sentirsi inferiori, in debito, in penitenza, rispetto a chiunque provenga da altri mondi. E non abbiamo aperto l’altro capitolo della dittatura, quello riguardante l’omofobia, il femminismo, il lessico corretto e il sesso in transito…

La ciliegina sulla torta e insieme il paradosso di questa dittatura è che mentre in casa vige questa legge autolesionista e questa ideologia “vergognista”, poi a livello di politica estera, lo stesso Paese, con gli stessi protagonisti dem, cioè liberal, radical e progressisti, pretende di essere l’Arbitro del mondo e minaccia guerre, armi, interventi e sanzioni dappertutto. 

La dittatura woke, imperniata sul politically correct e la cancel culture, sta distruggendo rapidamente una civiltà che si è formata nei millenni. Se fate attenzione vi accorgete che si sta insinuando velocemente anche da noi, in tema di razzismo, gender e affini; di solito si eludono i divieti o li si accettano passivamente, per furbo quieto vivere, per non affrontarli e criticarli. Ma prima o poi diventeranno soffocanti come una cappa, e saremo anestetizzati. Allora sarà troppo tardi per capire e per reagire.

La Verità – 5 marzo 2024

 

 

sabato 9 marzo 2024

IL NUOVO CONFORMISMO CHE CI SOMMERGE

Marcello Veneziani

Intervista a cura di Nathan Greppi del Centro studi Machiavelli per il libro Wokeismo, cancel culture e oicofobia appena edito da Historica edizioni

1) Che differenze ci sono tra il politicamente corretto di oggi e i conformismi sociali delle epoche passate?
 Il conformismo è una tendenza permanente della società ma tradizionalmente attingeva al senso comune e alla necessità di conformarsi al potere civile e religioso dominante. Il nuovo conformismo ha matrice ideologica, finalità correttiva e diffusione mediatica assai più potente. Il carattere più specifico del politicamente corretto è la distorsione della realtà, la maschera che prevale sul volto, il dire che cancella il fare, e l’intimidazione per chi vi si sottrae; il politically correct è un moralismo in assenza di morale, un bigottismo in assenza di religione, un antifascismo in assenza di fascismo.


2) Intervistato a gennaio sul settimanale TPI, ha dichiarato che la sinistra ha sostituito le battaglie degli operai con quelle per i diritti civili. Come è avvenuta questa mutazione nell’anima della sinistra? E quali sono i suoi effetti?
Da una parte il fallimento del comunismo in tutte le sue forme di regime, dall’altra parte il trionfo del capitalismo e del mercato globale, infine la trasformazione della società industriale e operaia in società postindustriale e impiegatizia. L’incrocio di questi tre fattori ha condotto alla perdita dell’anima proletaria, sociale e anticapitalistica della sinistra e alla sostituzione con i diritti soggettivi, le cosiddette diversità, il primato dei diritti sui doveri e dei desideri sui diritti.

La sinistra mantiene la sua struttura conflittuale ma il nemico non è più il capitale, la borghesia, ma il fascismo eterno e la tradizione. Ciò produce una sinistra radical chic, ztl, che conserva della precedente la supponenza e la convinzione di essere lo spirito del mondo e il sale della terra; ma che sposa battaglie civili a favore di minoranze o di popolazioni remote, solitamente contro la maggioranza del proprio paese, il popolo della gente comune, la propria civiltà.

3) Il filosofo inglese Roger Scruton aveva coniato il termine “oicofobia” per identificare l’odio per le proprie radici, specialmente in Occidente. Secondo lei, l’oicofobia costituisce una minaccia? E in cosa si distingue dalla xenofobia?

L’oicofobia, a mio parere, è il rifiuto e il disprezzo di tutto ciò che è nostro, nostrano, che evoca un’identità, un’appartenenza comunitaria, una radice e una tradizione. Quel continuo vergognarsi dei segni, simboli, culture e sentimenti che ci collegano alla nostra terra, al nostro sentire civile e religioso, alla nostra stessa famiglia. L’esatto contrario della xenofobia che è paura dello straniero, del diverso, del lontano e che è una degenerazione del positivo sentimento di appartenenza a una comunità, una civiltà e una polis; una paura che può farsi a sua volta aggressiva.
 

Roger Scruton

4) A suo parere, nel mondo conservatore vi è una consapevolezza dei rischi dovuti alla diffusione del politicamente corretto e dell’oicofobia?
Si, credo che ormai non solo la consapevolezza ma il rifiuto di questo canone artificioso, ideologico, costrittivo, siano assai diffusi e spiccati. Quel che non è invece abbastanza sviluppato è l’elaborazione di un pensiero critico intorno a questa egemonia, e il coraggio intellettuale e civile di contrapporre a questo modello tirannico e irrealistico, un tipo di società che parta da ciò che è reale e naturale, consolidato dalla storia, radicato nel tempo e nel luogo. Il disagio c’è, e anche la rabbia, ma non c’è un’adeguata risposta sia sul piano del ragionamento, sia sul piano della proposta alternativa.

 

lunedì 4 marzo 2024

ERO UN ERETICO AL NEW YORK TIMES

 Confessioni-capolavoro di un giornalista: "I colleghi mi chiesero il mio panino preferito. Risposi uno al pollo fritto. Ma era di proprietà di cristiani contrari alle nozze gay. E mi distrussero"

 

“Ripetiamo a pappagallo slogan in cui non crediamo per proteggere i mezzi di sussistenza, come il fruttivendolo di Václav Havel”. Così la giornalista che se ne è andata dal New York Times, Bari Weiss, in un saggio sul giornale tedesco Die Welt. Il riferimento è alla famosa storia di Havel, drammaturgo, dissidente e presidente ceco dopo il comunismo. "Un fruttivendolo espone tra le mele e le carote una frase: ‘Lavoratori di tutto il mondo unitevi’. Perché lo fa? Perché così facendo dichiara la propria fedeltà, nel solo modo che il regime è in grado di recepire, accettando il rituale prescritto e le regole fissate del gioco”. 

Questa era la Cecoslovacchia comunista degli anni Sessanta e Settanta, che Louis Aragon definì “il Biafra della mente” e Heinrich Böll un “cimitero culturale”, per descrivere la sterilità, la persecuzione e il silenzio che le autorità filosovietiche avevano imposto alla vita culturale di Praga

Ecco cosa succede invece nel 2024 nel più blasonato giornale mainstream e liberal (ma non per questo meno ideologicamente servile) se non esponi la frase :

“Woke di tutto il mondo unitevi”.

 

Adam Rubenstein sull’Atlantic di questa settimana ha pubblicato un clamoroso articolo-confessione sotto il titolo di “Ero un eretico al New York Times”:

Adam Rubenstein
“Ero felice che qualcuno come me, con un background di scrittura per pubblicazioni di centrodestra, fosse il benvenuto sul giornale dei record. In uno dei miei primi giorni al New York Times, sono andato a un orientamento con più di una dozzina di altri nuovi assunti. Ho dovuto rispondere a una domanda che mi chiedeva quale fosse il mio panino preferito. Mi è venuto in mente Super Heebster di Russ & Daughters, ma ho pensato che citare un panino da 19 dollari non fosse un ottimo modo per conquistare nuovi amici. Così ho detto: ‘Il sandwich al pollo piccante di Chick-fil-Ae ho pensato di aver rotto il ghiaccio. Il rappresentante delle risorse umane che guidava l’orientamento mi ha rimproverato: ‘Non lo facciamo qui. Odiano i gay’. La gente cominciò a schioccare le dita in segno di acclamazione. Non avevo pensato che Chick-fil-A fosse trasgressivo negli ambienti liberal per l’opposizione del suo presidente al matrimonio gay. ‘Non la politica, il pollo’, ho detto subito, ma era troppo tardi. Mi sono seduto, vergognandomi”.

 

Non è un problema di differenza di idee. Non è neanche appartenenza politica settaria, è piuttosto uno “state of mind”. Al New York Times credono davvero di essere superiori antropologicamente. E questo li ha portati a diventare la bandiera di un politicamente corretto perbenista e censorio, fino al ridicolo. Fino a non voler mangiare il pollo fritto “omofobo”. Un conformismo che accende fuochi fatui e palustri.

Al New York Times puoi decidere che le donne non sono più donne ma “mestruatrici”, puoi stabilire che la parola “black” vuole la maiuscola e “white” il minuscolo, puoi domandarti se l’estinzione del genere umano non sia cosa buona e giusta per il clima o se non sia il caso di “cancellare Aristotele” visto che era a favore della schiavitù. Ma se un giornalista mangia il pollo fritto di un’azienda conservatrice, questo si merita la gogna.

 

A spicy sandwich and ideological battles
Dan Cathy, imprenditore cristiano presidente della catena di fast food Chick-Fil-A, 1614 ristoranti sparsi per gli Stati Uniti con quartier generale in Georgia, a una conferenza aveva dichiarato: “Siamo per la famiglia, secondo la definizione biblica di nucleo familiare. Siamo un’azienda a conduzione familiare e siamo sposati con le nostre prime mogli. Ringraziamo Dio per questo. Siamo disposti a tutto per rafforzare le famiglie”. Non è favorevole al matrimonio gay, insomma. E questo ha scatenato la reazione woke, fino ai sindaci di Chicago e Boston, Thomas Menino e Rahm Emmanuel, che si sono opposti all’apertura di punti vendita nella propria città.

 

Rubenstein, giornalista ebreo conservatore, continua sull’Atlantic ricordando gli editoriali del Times firmati da Moammar Gheddafi, Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin che non hanno prodotto alcuna polemica interna alla redazione. "L'anno scorso abbiamo pubblicato un articolo del sindaco di Gaza City nominato da Hamas e pochi sembravano preoccuparsene", scrive Rubenstein sull’Atlantic. "Hanno pubblicato la difesa del portavoce del Partito comunista cinese, Regina Ip, della repressione omicida della Cina sulle proteste a favore della democrazia a Hong Kong e un articolo di un leader dei Talebani, Sirajuddin Haqqani (nella cui casa è stato ucciso il leader di al Qaeda Ayman al-Zawahiri). Nessuno di questi ha suscitato scalpore.

Ma se il giornale sia disposto a pubblicare opinioni conservatrici su questioni politiche controverse, come il diritto all'aborto e il Secondo Emendamento, rimane una questione aperta. ‘Lo Stato di Israele mi mette molto a disagio’, mi ha detto una volta un collega. Questo era qualcosa che ero abituato a sentire dai giovani progressisti nei campus universitari, ma non al lavoro. C’era la sensazione che pubblicare occasionalmente voci conservatrici facesse sembrare il giornale centrista. Ma presto mi sono reso conto che le voci conservatrici che pubblicavamo tendevano ad essere d’accordo con la linea liberal".

The New York Times for Kids section often
pushes LGBTQ ideology to children.

Una vota la stampa in Occidente si permetteva il lusso della libertà, si avventurava dove non si aspettava di trovare la verità, metteva in discussione l’ufficialità socialmente accettata, ora questo compito sembra essere stato delegato a pochi superstiti di quello spirito d’avventura oltre la coltre del conformismo che, invariabilmente, pagano un prezzo molto alto. D’altronde, la libertà non è un pasto gratis…

(…)

Dal Guardian anche Hadley Freeman se ne è dovuta andare in quanto “bigotta”. Freeman aveva criticato, da donna, il transgender. L’uomo del meteo di France 2 (l’equivalente di Rai 1), Philippe Verdier, è stato cacciato dalla televisione di Stato per aver scritto un libro sui cambiamenti climatici, denunciando molte tesi assurde di “allarmisti” e “catastrofisti”. 

Wolfgang Wagner, direttore della rivista Remote Sensing, si è dimesso dopo un articolo che metteva in dubbio il cambiamento climatico provocato dall'uomo e secondo cui i modelli computerizzati del clima hanno gonfiato le proiezioni dell'aumento della temperatura. 

Jonathan Bradley è stato cacciato da un giornale studentesco per aver difeso idee cattoliche sull’omosessualità e il gender.

Ian Buruma
Il direttore della New York Review of Books, il liberal Ian Buruma, che ha pubblicato libri in Utalia anche con Einaudi e Mondadori, è caduto per aver pubblicato un articolo critico del Me Too.

Si è dimesso dal New York Magazine Andrew Sullivan, dopo che non gli hanno pubblicato un articolo contro Black Lives Matter. David Mastio era vice redattore della pagina degli editoriali di USA Today (il più venduto giornale d’America), fino a quando ha “peccato” per aver definito l'idea che gli uomini possano rimanere incinti un’“opinione”.

 Il quotidiano scozzese di sinistra West Highland Free Press ha cacciato un giornalista e un editorialista per aver osato scrivere di Islam. E Tara Henley, una delle più note giornaliste canadesi, si è dimessa dalla dalla tv pubblica dopo averla accusata di costringere i dipendenti ad “aderire con entusiasmo a un'agenda radical”.

 

“Non la politica, il pollo”. Che slogan fantastico, degno di Havel e del rinoceronte di Ionesco, e che andrebbe stampato in fronte a tutti i fanatici woke e sotto alla testata di tutti i quotidiani italiani.

Anche se è una di quelle famose speranze che sono le ultime a morire ma che, infallibilmente, muoiono, in questo “Biafra woke” che sembra essere diventato l’Occidente.

 tratto da  Newsletter di Giulio Meotti.  Invitiamo a leggerla e a valutare un abbonamento