CI MANCAVA SOLO LA
«CARRIERA ALIAS» NEI BAGNI
Eccoli, sono tornati a manifestare. Dopo anni di letargo.
Venerdì scorso è andato in scena il “No Meloni day'. Giovani cazzoni chic che
hanno bisogno di alimentare il loro odio, che è poi l’unico modo per darsi
un’identità. Sono caricature degli anni 70, ma quando la storia si ripete due
volte, la tragedia diventa farsa. Comunque il copione è stato rispettato:
fumogeni, scritti, insulti (alla premier).
La lotta
degli studenti,
guidati, come tradizione da sparuti gruppi di Collettivi Studenteschi, è contro
la Scuola "del merito” promessa
dal
nuovo governo ma soprattutto a sostegno del
“meticciato
di una società queer”. Queer significa chi è sessualmente, etnicamente o
socialmente eccentrico. Sintetizzando si tratta di una promozione della cultura
“WOKE”, proveniente dalla parte decadente dell’America.
Con il termine woke viene indicata quella prassi che vuole
criminalizzare il passato e imporre i “valori” delle minoranze alle maggioranze.
In sostanza modellare la società secondo i desiderata di piccoli gruppi.
Anche in Italia paradigmatico il caso del movimento LGBTQ (Lesbiche-Gay-Bisessuali-Transessuali-Queer)
che nelle nostre scuole vuole imporre la cosiddetta “carriera alias”. Si tratta di uno strumento da applicare per trattare
alunni e studenti in base alla loro “identità di genere” aut0-percep1ta e non
del sesso biologico maschile o femminile.
Parliamo di una percezione psichica soggettiva che si declina
in varianti potenzialmente infinite ma prive di qualunque riscontro scientifico.
Una casistica approssimativa comprende: agender
(chi non si riconosce in un genere sessuale), bigender ( persona che si identifica in due identità di genere
diverse), pangender (individuo che si
identilìca in più generi), cisgender
(chi è a suo agio con il proprio genere biologico), transgender (chi combina caratteristiche maschili e femminili contemporaneamente),
genderfluid (colui che rifiuta di
riconoscersi in un'identità di genere definita), no-binario (chi non riconosce di appartenere al genere maschile né
a quello femminile).
Se una scuola approva la “carriera
alias" alunni e studenti possono chiedere di essere trattati in base
all'identità di genere auto-percepita e non al sesso biologico. A questo punto
in registri, elenchi e documenti scolastici si sostituisce il nome anagrafico con
quello scelto in base alla nuova identità di genere.
Bagni e spogliatoi saranno, quindi, utilizzati in base al
genere percepito e non al sesso biologico. Questo passaggio può essere fatto
senza informare i genitori e non serve alcuna diagnosi medica di distrofia di
genere. Un’aberrazione che però si sta rapidamente diffondendo nelle nostre
scuole: sono oltre cento trenta gli istituti scolastici che hanno introdotto la
carriera alias nei loro regolamenti interni.
È stata l'associazione Pro Vita e Famiglia a lanciare
l'allarme. Il portavoce Iacopo Coghe spiega: «La carriera alias non rispetta la
legge perché non si possono modificare dati anagrafici senza apposita sentenza
del Tribunale, non rispetta la scienza perchè ci vuole una diagnosi medica per
accertare la distrofia di genere, non rispetta i giovani ei loro fisiologici momenti di incertezza, non rispetta le
famiglie che possono non essere informate della scelta e non rispetta la scuola
perché i docenti devono accettare un'autodichiarazione e se non si adeguano
possono essere accusati di discriminazione o transfobia».