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domenica 3 febbraio 2013

LYNCH: RIPARTIRE MILLE VOLTE


Ripartire mille volte (col perdono)

 

Casa nostra è su una collina, da cui si vede un piccolo borgo romano di altri tempi con una parrocchietta dedicata a santa Gemma Galgani. Quando ero seminarista, una volta alla settimana, più o meno, scendevo nella valle frammezzo, piena del traffico pericoloso e rumoroso della via Boccea, per risalire l’altro lato fino alla chiesa. Suonavo il campanello e aspettavo qualche minuto mentre arrivava il padre Anselmo, il mio confessore, vecchio prete con la tonaca lisa. Poi ci mettevamo nel confessionale e raccontavo.
            Se le parole stentavano a uscire, il padre esortava: «Su, che non c’è d’avere paura! Io sono vecchio, non mi ricorderò di niente. E Dio non vede l’ora di perdonarti. Basta che tu dici umilmente “ho fatto questo, ho fatto quello, e non lo voglio più fare”. Allora?».
            Oppure se mi dilungavo troppo, quasi scrupoloso, mi interrompeva: «Va be’, lascia stare, che il buon Dio conosce queste cose e ora te le perdona. Ti assolvo nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo. Ora mi raccomando» – e qui prendeva le mie mani nelle sue, calde, rugose, con la pelle secca da uomo anziano – «ama la Madonna, e falla amare!».
            Adesso padre Anselmo ci aspetta di là, all’altro lato della morte. Egli mi ha insegnato a vivere la confessione come una forma di preghiera drammatica, semplice, liberante. È l’incontro con Gesù. È l’incontro con quello sguardo sconvolgente che nello stesso istante perdonava, ammoniva e consolava. Alla donna adultera, di cui parla Giovanni nell’ottavo capitolo del suo vangelo, Gesù dice: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».
            È un gesto così luminoso. Basta riconoscere la semplice realtà del peccato, chiedere il perdono, e andare avanti con passo rinvigorito sulle strade della vita.
Spesso si sente un’obiezione a questa dinamica fanciullesca: il fatto che il perdono ripetuto tenda a ridurre la serietà del peccato. Anche fra i primi padri della Chiesa c’era questa obiezione, e la confessione come la conosciamo noi ha avuto bisogno di qualche secolo prima di emergere pienamente alla luce.
            Eppure un padre o una madre sa che è giusto così. Certo, il perdono non è arrendevolezza, non deve essere dato per scontato. Ma senza di esso un figlio non può crescere, e non si può mai dire quante volte occorreranno. «Sette? Ti dico: settanta volte sette», disse Gesù.

            Un’obiezione più drammatica ancora è la disperazione strisciante che può insinuarsi nel penitente: «Tanto so che rifarò la stessa cosa, tanto non ce la faccio a cambiare…». Penso che qui si veda in modo chiarissimo la pedagogia di Dio. Per Lui l’importante non è tanto la sequela della legge. Se avesse voluto un popolo perfetto, sarebbe stato ben in grado di crearlo. A Lui sta a cuore l’adesione libera, ed è disposto ad accettare tanti sbagli sulla strada che porta all’amore libero, all’accettazione libera della nostra dipendenza da Lui.  

            Certamente, lasciati alle nostre sole forze, non siamo in grado di cambiare molto. Ma a Dio tutto è possibile. Ritornare a confessarsi, inginocchiarsi, riconoscere il male fatto e desiderare di cambiare, è il gesto che apre il cuore alla grazia di Dio. Lui, sì, può cambiarci.
            Una bellissima pagina verso la fine di Dottor Zivago riporta una frase che dice Maria Maddalena in una preghiera ortodossa: «Sciogli i miei debiti, come io sciolgo i miei capelli». Immaginiamo l’elegante semplicità delle mani di quella donna mentre rilascia la sua chioma fluente, che cade liscia, senza nodi. Così veniamo sciolti dai nostri peccati, ogni volta che lo chiediamo.

 

Jonah Lynch

sabato 26 gennaio 2013

 

lunedì 31 dicembre 2012

LA FORTUNA DI APPARTENERGLI


GIACOMO BIFFI

DALL’ OMELIA NEL "TE DEUM" DI FINE ANNO

Venerdì 31 dicembre 2000, ore 18.00, Basilica di San Petronio

(...) Un po’ più di saggezza di quanto l’umanità non abbia dimostrato in questi decenni, in particolare per quel che si riferisce alle norme fondamentali di comportamento, alla salvaguardia dell’istituto familiare, all’educazione delle nuove generazioni e in genere al rispetto della retta ragione. Ed è, questo, un auspicio accorato perché - come ha lasciato scritto Bonhoeffer prima di essere ucciso da miserabili che credevano di essere superuomini - "contro la stupidità siamo senza difesa".

E un po’ più di pietà, dopo tutto il sangue inutilmente versato nel Novecento, dopo le vite innocenti legalmente sacrificate sull’altare dell’egoismo, dopo gli spaventosi genocidi perpetrati dalle diverse ideologie anticristiane e quindi antiumane. Nessuna epoca della storia - quando la storia non sia infiorata di bugie - può essere giudicata più crudele, più oppressiva, più cruenta del secolo ventesimo; di quel secolo che pure era iniziato proponendo con laicistico candore la religione del progresso e il mito di una felicità terrestre universale.

La nostra attesa fiduciosa perciò è che le innegabili conquiste della scienza e della tecnica, nonché la più ampia diffusione del benessere economico e sociale, non vengano più attuate a spese di ciò che nella natura e nella dignità dell’uomo è essenziale e primario.

Che cosa augureremo poi a quanti nel battesimo sono stati consacrati al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo? Prima di tutto di riscoprire sul serio Gesù di Nazaret per quello che è: l’unigenito eterno di Dio, che nel grembo di Maria è diventato per sempre nostro fratello; il Signore della storia e dei cuori, che è il centro e il senso dell’unica nostra vita; la sola speranza vera e non deludente, in un mondo che di speranze vere e non deludenti non è in grado di offrirne a nessuno. E poiché è l’unico Salvatore di tutti, a tutti deve essere da noi annunciato e testimoniato con la franchezza del nostro dire e la coerenza del nostro operare.

Il secondo augurio che ci facciamo è di renderci conto della nostra fortuna di appartenere alla Chiesa Cattolica, la quale è il capolavoro di Dio: una realtà che riesce a essere santa e senza macchia pur essendo composta da noi peccatori. Essere membra vive del Corpo di Cristo deve tornare a costituire la ragione della nostra gioia più intensa e della nostra più motivata fierezza(...)

 

venerdì 7 dicembre 2012

SCOLA: SUPERARE L'AMBIGUA LAICITE'


C’ è una ferita nel mondo contemporaneo, la ferita che lo stato provoca “alla libertà religiosa”.
Parola del cardinale Angelo Scola, cardinale arcivescovo di Milano, che nel diciassettesimo centenario di quell’Editto di Milano che ha sancito la nascita della libertà di professare il proprio credo, ricorda come la svolta del 313 d. C. sia, nei fatti, “un inizio mancato”.
Al sindaco di Milano Giuliano Pisapia, che davanti al Papa l’estate scorsa aveva rivendicato l’autonomia d’azione delle istituzioni pubbliche, Scola, nel tradizionale appuntamento di sant’Ambrogio – il suo secondo “discorso alla città” nella Messa della vigilia – ricorda invece come il pericolo viene proprio dallo stato quando nel nome della propria autonomia e neutralità di fatto affossa ogni libertà confessionale: l’evoluzione che gli stati democratico-liberali hanno perseguito affossa la svolta dell’Editto di Milano e non garantisce alcuna libertà.
Il presupposto teorico di questa evoluzione, infatti, si rifà al modello francese di laïcité che a sua volta si basa sull’idea dell’indifferenza, definita come neutralità, delle istituzioni statali rispetto al fenomeno religioso.
Ma i risultati sono opposti: più che neutralità lo stato adotta “un modello maldisposto verso il fenomeno religioso”, con conseguenze pericolose. Scola cita il caso statunitense, dove la riforma sanitaria di Obama “che impone a vari tipi di istituzioni religiose di offrire ai propri impiegati polizze di assicurazione sanitaria che includano contraccettivi, aborti e procedure di sterilizzazione” altro non è che “una ferita alla libertà religiosa”. Un esempio, per ricordare come oggi il dissidio nelle nostre società non sia tanto fra credenti di religioni diverse, quanto fra “la cultura secolarista e il fenomeno religioso”. Dice l’arcivescovo: misconoscendo questo dato, “la giusta e necessaria aconfessionalità dello stato ha finito per dissimulare, sotto l’idea di ‘neutralità’, il sostegno dello stato a una visione del mondo che poggi sull’idea secolare e senza Dio”.
Come ovviare “a questo grave stato di cose”? La ricetta di Scola è quella di uno stato che non interpreti la sua aconfessionalità con distacco, ma porti la libertà religiosa a essere “libertà realizzata posta in cima alla scala dei diritti fondamentali”.
In questo senso va recuperato ciò che l’Editto di Milano ha iniziato. Come scriveva Gabrio Lombardi: “L’Editto del 313 ha un significato epocale perché segna l’initium libertatis dell’uomo moderno”. Questo significato lo deve recuperare anche la chiesa. Sulla cattedra che fu di Dionigi Tettamanzi e di Carlo Maria Martini, che qui inaugurò il suo dialogo con i non credenti, Scola invita ora i cristiani, superati i decenni della contestazione “che annunciavano la fine di ogni forma pubblica del cattolicesimo, a testimoniare l’importanza e l’utilità della dimensione pubblica della fede”.
P. Rodari, il foglio 7 dicembre
 
leggi "L'Editto di Milano, initium libertatis"
qui

martedì 27 novembre 2012

LA TUNICA DI GESU'


Una reliquia forse tessuta dalla Madonna


Tutti conoscono la Sacra Sindone. Meno nota è un’altra reliquia riguardante un capo di vestiario appartenuto a Nostro Signore: la Tunica – quella in un pezzo solo, non cucita, che i soldati si giocarono a dadi – e che è attualmente conservata nella Chiesa di Saint-Denys di Argentuil (a dieci chilometri da Parigi).

La storia della Tunica è di grande interesse e padre Leroy la ricostruisce in questo saggio che, per l’impaginazione e le tantissime fotografie, ha l’aspetto di una vera e propria guida ad una reliquia poco nota. Esiste, va ricordato, anche un’altra Tunica, conservata a Treviri: ma non si tratta di un “falso”, bensì di una seconda tunica che Gesù indossò recandosi al Golgota: quest’ultima fu indossata sopra l’altra: infatti la Tunica di Argentuil presenta una serie di macchie ematiche che non sono presenti su quella di Treviri. E a proposito delle macchie, una delle prove scientifiche della sua autenticità è data da due importanti fattori: la maggior parte delle tracce di sangue corrisponde a quelle trovate sulla Sindone (e non è un caso che sulla spalla sinistra, dove pesò il legno della croce durante il tragitto, siano presenti in maggior quantità) e inoltre il gruppo sanguigno è lo stesso che si riscontra sul Lino torinese.

Numerose sono le attestazioni storiche che ricordano le vicende della Tunica, che fu donata a Carlo Magno dall’Imperatrice di Bisanzio Irene; il primo Imperatore del Sacro Romano Impero a sua volta la donò al monastero di Notre Dame d’Humilité, dove sua figlia era badessa. Menzionata da vari scrittori (almeno due secoli prima che si iniziasse a parlare della Sindone), la reliquia rischiò di essere distrutta durante la Rivoluzione Francese: il parroco fu costretto a tagliarla per nasconderne i vari pezzi, i più grandi sottoterra, i più piccoli affidandoli ad alcuni parrocchiani fidati. Purtroppo, dopo i massacri della Rivoluzione, non fu possibile rintracciare tutti i pezzi e ciò spiega l’attuale precario stato di conservazione.

Gli immancabili esperimenti al carbonio 14 hanno dato i soliti risultati, contradditori e insoddisfacenti. Più seria l’analisi del tipo di tessuto, delle spore presenti sulla tela (le stesse riscontrate sulla Sindone), l’analisi del Dna (che ha accertato l’origine medio-orientale, ma non araba, del sangue, peraltro identico non solo a quello della Sindone, ma anche del Miracolo eucaristico di Lanciano). E un’ultima, toccante notazione: la Tunica, tessuta in lana con una tecnica ormai superata nel Medioevo (altro elemento che rende impossibile la datazione del reperto a quel periodo), potrebbe essere stata realizzata in casa, come era costume presso gli Ebrei, da una donna. In altre parole, i suoi fili potrebbero essere stati, con tutta probabilità, filati al fuso e quindi intrecciati al telaio dalle mani della Madonna.

 jean-Charles Leroy - Cantagalli, Siena 2011


(RC n. 78 - Ottobre 2012)

giovedì 1 novembre 2012

CARRÓN: PORTIAMO LA FEDE NEI LUOGHI DELLA VITA


Intervista al Presidente della Fraternità di Cl al termine del Sinodo sulla nuova evangelizzazione.

 la fede non è un presupposto ovvio

      
Don Julián Carrón.

Portare la gioia di essere cristiani in tutti gli ambienti della vita quotidiana. È ciò che da sempre anima la Fraternità di Comunione e Liberazione e che ancora oggi è la strada indicata dai suoi appartenenti per la nuova evangelizzazione. Tra i padri partecipanti al Sinodo sulla nuova evangelizzazione c’era don Julián Carrón, presidente di Cl. Paolo Ondarza lo ha intervistato:
«Mi ha colpito, rileggendo il documento Porta Fidei, il fatto che il Papa comincia dicendo che oggi non si può dare per scontata la fede: non è un presupposto ovvio. Con questa impressione, e rileggendo poi l'Instrumentum laboris per la preparazione del Sinodo, mi ha colpito molto un passaggio in cui si metteva in evidenza la preoccupazione per il fatto che il cristianesimo non viene comunicato nei luoghi in cui si svolge la vita degli uomini: il posto di lavoro, il quartiere... Questa è veramente una sfida che dobbiamo affrontare, perché attualmente non richiamiamo alcun interesse. Questo ci dice della sfida che il cristianesimo diventi una realtà presente in noi, nel modo di affrontare le cose di tutti i giorni, perché altrimenti sarà difficile che gli uomini si possano interessare a quello che facciamo quando la domenica ci incontriamo per la Messa».

Quindi, essere nei luoghi in cui si trova la gente, intercettare la gente e anche la richiesta di assoluto che ha l’uomo. Nella vostra esperienza concreta, questo come si traduce?
Si traduce nel tentativo costante di essere presenti, adesso come prima, nell’ambiente, nella scuola, nell’università e nei luoghi di lavoro, dove - con il nostro tentativo sempre “ironico” - cerchiamo di rendere presente il cristianesimo come proposta e testimonianza. Noi questo ce l’abbiamo a cuore, perché è la possibilità per noi stessi di poter verificare - nella vita concreta, nel lavoro, nella famiglia, nei rapporti - la verità di quello in cui crediamo. E in primo luogo, lo vogliamo per noi stessi, perché se questo sarà vero per noi, noi stessi potremo dimostrare agli altri come la fede sia in grado di rinnovare la vita quotidiana.

Deve partire da un’esperienza di conversione personale?
Certo, è l’inizio di qualsiasi comunicazione della fede. È il primo passo. Convertendoci a Cristo, potremo poi toccare con mano che questa conversione è utile per la vita, per la nostra vita, per la vita degli uomini nostri fratelli e per la vita del mondo.

Oggi, tutto questo ha una motivazione in più, se pensiamo anche alla crisi valoriale - anche a livello politico - che la nostra società sta attraversando. Come può tradursi questo impegno, quindi?
Già nel modo in cui, per esempio, ciascuno vive la propria professionalità sul posto di lavoro, nel modo in cui è presente nel quartiere o nel piccolo paese dove abita. Se quello che prevale è questa novità di vita, insieme con il desiderio di comunicarlo all’altro affinché diventi un bene per gli altri - sottolineando quindi anche l’aspetto del bene comune che può ritornare a tutti - ciò significa che esso potrà poi raggiungere anche le persone che si impegnano direttamente nel campo politico.

In apertura dell’Anno della Fede, qual è il suo auspicio?
Il mio augurio, e il mio desiderio, per me e per tutti gli amici, per tutti i cristiani, è quello che ci dice il Papa: di sapere riscoprire il valore della fede, affinché possiamo uscire da questo Anno della Fede più convinti, più persuasi che mai del fatto che la fede è il dono più prezioso che ci è capitato nella vita

di Paolo Ondarza

31/10/2012 -

venerdì 19 ottobre 2012

FEDE POLITICA E LETAME


Per il post di questa sera, che temo sia più lungo di quanto avrei voluto, vorrei leggere, o rileggere, con voi alcuni articoli.

Quello da cui partiamo è l’editoriale di Tempi di questa settimana. E’, in gran parte, di Antonio Simone. Per coloro che non lo sapessero Simone è stato preventivamente in cella diversi mesi perché accusato di tutta una serie di reati che si vorrebbero associare a Roberto Formigoni. Adesso molte accuse sono cadute e lui è stato scarcerato, e certo la caduta contemporanea della giunta lombarda non può essere che una coincidenza. Infatti coloro che non hanno fede di solito indicano come coincidenze fatti che sarebbe irragionevole pensare slegati ma che sarebbe imbarazzante pensare collegati.

L’articolo di Simone è fatto per gran parte di una lunga citazione di Don Giussani, particolarmente impressionante in quanto pur risalendo a quarant’anni fa sembra scritta ieri.
Nella citazione Giussani osserva che la persecuzione prende spesso spunto da un nostro comportamento, da un nostro modo d’essere. Dalla nostra debolezza, che essendo umani non possiamo non avere. E’ una prova, lunga, crudele, in cui si paleserà la fede che abbiamo o non abbiamo.
Che poi sopra la nostra ferita il persecutore sparga letame occorre metterlo in conto.
A proposito della persecuzione Simone nomina en passant “
la marea di menzogne e insulti che alcuni giornalisti e giornali hanno da un anno a questa parte riversato sul movimento di Comunione e Liberazione“. Sebbene concordi con lui che non vale la pena riassumere, forse potrà essere utile come esempio, per capire meglio, un’analisi di un articolo di stamattina sul “Corriere della Sera”.
Il titolo è “«
Ha creduto di essere diventato il capo» Ora Cl vuole il divorzio da Formigoni”.

La citazione del titolista, per quanto virgolettata, nel testo dell’articolo è strettamente anonima e lascia anche un poco perplessi: “come Lucifero a un certo punto ha creduto di esser diventato il capo di Cl“. Ma chi è il ciellino che direbbe una cosa del genere? Formigoni, da quando ha intrapreso carriera politica, non ha un ruolo in Cl e tutti lo sanno. L’accenno a Lucifero poi sembra messo lì perché un cristiano fondamentalista “deve” parlare così, allo stesso modo in cui i selvaggi hanno tutti un osso al naso. Chi sia poi questa Cl che vuole divorziare da Formigoni non è chiaro, anche perché mi pare che il divorzio non rientri tra le pratiche più gradite ai cattolici.
Se guardiamo poi lo svolgimento c’è veramente da divertirsi.
Come metafora dei rapporti tra Roberto Formigoni e Comunione e Liberazione potremmo scegliere quella legata al nuovo grattacielo della Regione Lombardia.” inizia l’articolo. Affascinante, ma che ci acchiappa? Formigoni verticale, CL orizzontale? E perché non uno quadro e l’altro tondo?
Il distacco quindi non parte…” continua il giornalista. A scuola mi hanno insegnato che il “quindi” si mette dopo che hai dimostrato qualcosa. In che modo un paragone cretino inventato lì per lì potrebbe dimostrare che “l’insofferenza dura da tempo“? Stai a pigliare per il sedere?
Qui si gioca con le parole. Tutto il resto dell’articolo è fatto di analogo vuoto, di virgolettati di non si sa chi, di dichiarazioni ad effetto senza prove, di asserzioni campate in aria di incogniti dietrologi, di causali senza causa.
Ad esempio, che Formigoni sarebbe dovuto andare a suo tempo a Roma è un opinione che anch’io condivido. Che non l’abbia fatto per gelosie di partito può anche darsi. Ma per quale immaginario motivo questo dovrebbe essere “
rivelatore di una volontà di prendere le distanze dal Celeste che ormai sembra conoscere poche eccezioni”? Dove è la consecutio, la causa e l’effetto?
Se dice che “
trovare un ciellino che tifi per Formigoni è difficile“, il giornalista è scusabile, dato che probabilmente ha altre frequentazioni. E se “Nel movimento tanti si vantano di lavorare perché non nasca una lista a suo nome” può essere vero, nel mio caso lo è perché preferirei di molto che fosse lui a guidare una coalizione, piuttosto che un ennesimo frazionamento di un fronte già diviso.
In sostanza l’articolo è gran frittura d’aria. L’unica cosa che mi colpisce è l’asserzione finale che la Compagnia delle Opere non sia poi così importante, in fondo; proprio lei che fino a ieri era la piovra tentacolare.
Per un giornale sparapalle, che tenta di dividere e purtroppo talvolta ci riesce, è un cambio di prospettiva da non sottovalutare. Viene da chiedersi perché.

Da parte mia, piuttosto che perdere tempo con questi figuri dia-bolici – dal greco, “coloro che fanno di tutto per dividere” – preferisco portare l’attenzione su cosa è essenziale. In questo ad esempio è chiarificatore l’intervento di Carron, che di Cl è la guida, lui sì, al Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione.
Come spiega bene, si è in grado di capire appieno la vuotezza di certe parole solo se si è avuto esperienza della pienezza di un incontro. Quello che cambia, che fa uscire dalla politica da tifosi o da cinici, piena d’odio e recriminazione, è solo l’avere conosciuto una umanità diversa.

Come ha scritto un’amica, che mi trova completamente d’accordo,
Se è una questione di egemonia o di potere non è una cosa che riguardi un metodo di educazione alla fede – cioè di percorso verso la Verità (pellegrini della Verità diceva Benedetto XVI) -, ma solo il potere e l’egemonia.
A me non interessa il potere o l’egemonia culturale, ma il lavoro per contribuire, per il poco che posso, a ridestare nelle persone lo stupore per l’Avvenimento cristiano.

Finisco con una cosa che il Papa ha detto oggi all‘udienza generale.
Ma – ci chiediamo – la fede è veramente la forza trasformante nella nostra vita, nella mia vita? Oppure è solo uno degli elementi che fanno parte dell’esistenza, senza essere quello determinante che la coinvolge totalmente? Con le catechesi di quest’Anno della fede vorremmo fare un cammino per rafforzare o ritrovare la gioia della fede, comprendendo che essa non è qualcosa di estraneo, di staccato dalla vita concreta, ma ne è l’anima. La fede in un Dio che è amore, e che si è fatto vicino all’uomo incarnandosi e donando se stesso sulla croce per salvarci e riaprirci le porte del Cielo, indica in modo luminoso che solo nell’amore consiste la pienezza dell’uomo. Oggi è necessario ribadirlo con chiarezza, mentre le trasformazioni culturali in atto mostrano spesso tante forme di barbarie, che passano sotto il segno di «conquiste di civiltà»: la fede afferma che non c’è vera umanità se non nei luoghi, nei gesti, nei tempi e nelle forme in cui l’uomo è animato dall’amore che viene da Dio, si esprime come dono, si manifesta in relazioni ricche di amore, di compassione, di attenzione e di servizio disinteressato verso l’altro.
Dove c’è dominio, possesso, sfruttamento, mercificazione dell’altro per il proprio egoismo, dove c’è l’arroganza dell’io chiuso in se stesso, l’uomo viene impoverito, degradato, sfigurato. La fede cristiana, operosa nella carità e forte nella speranza, non limita, ma umanizza la vita, anzi la rende pienamente umana.

Ecco, ha proprio ragione. Con l’amore, con il ridestare quello stupore tutto cambia in meglio. Senza fede tutto, anche la politica, non è che palle di letame, sfruttamento e boiate sul Corriere.

 DAL BLOG BERLICCHE

venerdì 12 ottobre 2012

DIETRO LE NUVOLE DELLA STORIA C’È UN DIO O NON C’È?


La Chiesa non comincia con il “fare” nostro, ma con il “fare” e il “parlare” di Dio attraverso di essa: è il Vangelo cioè la notizia che Dio ha parlato e quindi parla e parlerà, ha veramente rotto il grande silenzio, si è mostrato, è in continuità con noi, ci rende partecipi della sua vita come figli nel Figlio

 

«La grande sofferenza dell’uomo – in quel tempo, come oggi – è proprio questa: dietro il silenzio dell’universo, dietro le nuvole della storia c’è un Dio o non c’è? E, se c’è questo Dio, ci conosce, ha a che fare con noi? Questo Dio è buono, e la realtà del bene ha potere nel mondo o no? Questa domanda oggi è così attuale come lo era in quel tempo. Tanta gente si domanda: Dio è una ipotesi o no? E’ una realtà o no? Perché non si fa sentire? “Vangelo” vuol dire: Dio ha rotto il suo silenzio, Dio ha parlato, Dio c’è. Questo fatto come tale è salvezza: Dio ci conosce, Dio ci ama, è entrato nella storia. Gesù è la sua Parola, il Dio con noi, il Dio che ci mostra che ci ama, che soffre con noi fino alla morte e risorge. Questo è il vangelo stesso. Dio ha parlato, non è più il grande sconosciuto, ma ha mostrato se stesso e questa è la salvezza.


La questione per noi è:
Dio ha parlato, ha veramente rotto il grande silenzio, si è mostrato, ma come possiamo far arrivare questa realtà all’uomo di oggi, affinché diventi salvezza? Di per sé il fatto che abbia parlato è la salvezza, è la redenzione. Ma come può saperlo l’Uomo? Questo punto mi sembra che sia un interrogativo, ma anche una domanda, un mandato per noi: possiamo trovare risposta meditando l’Inno dell’Ora Terza “Nunc, Sancte, nobis Spiritus”. La prima strofa dice: “Dignare promptus ingeri nostro refusus, pectoris”, e cioè preghiamo affinché venga lo Spirito Santo, sia in noi e con noi. Con altre parole: noi non possiamo fare la Chiesa, possiamo solo far conoscere quanto ha fatto Lui. La Chiesa non comincia con il “fare” nostro, ma con il “fare” e il “parlare” di Dio. Così gli Apostoli non hanno detto, dopo alcune assemblee: adesso vogliamo creare una Chiesa, e con la forma di una costituente avrebbero elaborato una costituzione. No, hanno pregato e in preghiera hanno aspettato, perché sapevano che solo Dio stesso può creare la sua Chiesa, che Dio è il primo agente: se Dio non agisce, le nostre cose sono solo le nostre e sono insufficienti; solo Dio può testimoniare che è Lui che parla e ha parlato. Pentecoste è la condizione della nascita della Chiesa: solo perché Dio prima ha agito, gli Apostoli possono agire con Lui e con la sua presenza e far presente quanto fa Lui. Dio ha parlato e questo “ha parlato” è il perfetto della fede, ma è sempre anche un presente: il perfetto di Dio non è solo un passato, perché è un passato vero che porta sempre in sé il presente e il futuro. Dio ha parlato vuol dire: “parla”. E come in quel tempo solo con l’iniziativa di Dio poteva nascere la Chiesa, poteva essere conosciuto il vangelo, il fatto che Dio ha parlato e parla, così anche oggi solo Dio può cominciare, noi possiamo solo cooperare, ma l’inizio deve venire da Dio. Perciò non è una mera formula se cominciamo ogni giorno la nostra Assise con la preghiera: questo risponde alla realtà stessa. Solo il precedere di Dio rende possibile il camminare nostro, il cooperare nostro, che è sempre un cooperare, non una nostra pura decisione. Perciò è importante sempre sapere che la prima parola, l’iniziativa vera, l’attività vera viene da Dio e solo inserendoci in questa iniziativa divina, solo implorando questa iniziativa divina, possiamo anche noi divenire – con Lui e in Lui –evangelizzatori. Dio è l’inizio sempre, e sempre solo Lui può fare Pentecoste, può creare la Chiesa, può mostrare la realtà del suo essere con noi. Ma dall’altra parte, però, questo Dio, che è sempre l’inizio, vuole anche il coinvolgimento nostro, vuole coinvolgere la nostra attività, così che le attività sono teandriche, per così dire, fatte da Dio, ma con il coinvolgimento nostro implicando il nostro essere, tutta la nostra attività.
Quindi quando facciamo noi la nuova evangelizzazione è sempre cooperazione con Dio, sta nell’insieme con Dio, è fondata sulla preghiera e sula sua presenza reale» [Benedetto XVI, Meditazione del Santo Padre nel corso della Prima Congregazione Generale, 8 ottobre 2012].

Questo tema Benedetto XVI l’aveva trattato il 22 dicembre del 2005 affermando che si fraintenderebbe la natura del Concilio, tanto più quella di un Sinodo come tale ritenerli, agire come fossero o una Costituente. Non possono essere considerati come un specie di Costituente, che
eliminerebbe una costituzione vecchia della Chiesa, una Chiesa pre-conciliare, pre-sinodale e ne creerebbe una nuova. Ma la Costituente ha bisogno di un mandante e poi di una conferma da parte del mandante, cioè del popolo al quale la costituzione deve servire. I Padri conciliari non avevano, come non ce l’hanno i Padri sinodali, un tale mandato e nessuno lo aveva mai dato loro; nessuno del resto, poteva darlo, perché la costituzione essenziale della Chiesa viene dal Signore e ci è stata data affinché noi possiamo raggiungere la vita eterna e, partendo da questa prospettiva, siamo in grado di illuminare anche la nostra vita nel tempo e il tempo stesso. I Vescovi, mediante il sacramento che hanno ricevuto, sono fiduciari del dono del Signore. Sono “amministratori dei misteri di Dio” (1 Cor 4,1); come tali devono essere trovati “fedeli e saggi” (Lc 12, 41-48). Ciò significa che devono amministrare il dono del Signore in modo giusto, affinché non resti occultato in qualche nascondiglio, ma porti frutto e il Signore, alla fine, possa dire all’amministratore: “Poiché sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto” (Mt 25,14-30; Lc 19,11-27). In queste parabole evangeliche si esprime la dinamica della fedeltà, che interessa nel servizio del Signore, e in esse si rende anche evidente, come in un Concilio, e tanto più in un Sinodo, dinamica e fedeltà debbano diventare una cosa sola. Lo strumento più grande della comunicazione del vero vivente nella vita della Chiesa è la sua stessa continuità dinamica: si chiama Tradizione.

 
Autore: Oliosi, Don Gino Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
mercoledì 10 ottobre 2012



giovedì 11 ottobre 2012

PORTA FIDEI



Stemma di Benedetto XVI


 

Lettera Apostolica in forma di motu proprio del Sommo Pontefice Benedetto XVI con la quale si indice l'Anno della fede
Tratto dal sito del Vaticano l'11 ottobre 2011

1. La “porta della fede” (cfr At 14,27) che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa è sempre aperta per noi. E’ possibile oltrepassare quella soglia quando la Parola di Dio viene annunciata e il cuore si lascia plasmare dalla grazia che trasforma. Attraversare quella porta comporta immettersi in un cammino che dura tutta la vita. Esso inizia con il Battesimo (cfr Rm 6, 4), mediante il quale possiamo chiamare Dio con il nome di Padre, e si conclude con il passaggio attraverso la morte alla vita eterna, frutto della risurrezione del Signore Gesù che, con il dono dello Spirito Santo, ha voluto coinvolgere nella sua stessa gloria quanti credono in Lui (cfr Gv 17,22). Professare la fede nella Trinità – Padre, Figlio e Spirito Santo – equivale a credere in un solo Dio che è Amore (cfr 1Gv 4,8): il Padre, che nella pienezza del tempo ha inviato suo Figlio per la nostra salvezza; Gesù Cristo, che nel mistero della sua morte e risurrezione ha redento il mondo; lo Spirito Santo, che conduce la Chiesa attraverso i secoli nell’attesa del ritorno glorioso del Signore.

2. Fin dall’inizio del mio ministero come Successore di Pietro ho ricordato l’esigenza di riscoprire il cammino della fede per mettere in luce con sempre maggiore evidenza la gioia ed il rinnovato entusiasmo dell’incontro con Cristo. Nell’Omelia della santa Messa per l’inizio del pontificato dicevo: “La Chiesa nel suo insieme, ed i Pastori in essa, come Cristo devono mettersi in cammino, per condurre gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita, verso l’amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza” [1]. Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato [2]. Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone.

3. Non possiamo accettare che il sale diventi insipido e la luce sia tenuta nascosta (cfr Mt 5,13-16). Anche l’uomo di oggi può sentire di nuovo il bisogno di recarsi come la samaritana al pozzo per ascoltare Gesù, che invita a credere in Lui e ad attingere alla sua sorgente, zampillante di acqua viva (cfr Gv 4,14). Dobbiamo ritrovare il gusto di nutrirci della Parola di Dio, trasmessa dalla Chiesa in modo fedele, e del Pane della vita, offerti a sostegno di quanti sono suoi discepoli (cfr Gv 6,51). L’insegnamento di Gesù, infatti, risuona ancora ai nostri giorni con la stessa forza: “Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la via eterna” (Gv 6,27). L’interrogativo posto da quanti lo ascoltavano è lo stesso anche per noi oggi: “Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?” (Gv 6,28). Conosciamo la risposta di Gesù: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29). Credere in Gesù Cristo, dunque, è la via per poter giungere in modo definitivo alla salvezza.

4. Alla luce di tutto questo ho deciso di indire un Anno della fede. Esso avrà inizio l’11 ottobre 2012, nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e terminerà nella solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, il 24 novembre 2013. Nella data dell’11 ottobre 2012, ricorreranno anche i vent’anni dalla pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, testo promulgato dal mio Predecessore, il Beato Papa Giovanni Paolo II [3], allo scopo di illustrare a tutti i fedeli la forza e la bellezza della fede. Questo documento, autentico frutto del Concilio Vaticano II, fu auspicato dal Sinodo Straordinario dei Vescovi del 1985 come strumento al servizio della catechesi [4] e venne realizzato mediante la collaborazione di tutto l’Episcopato della Chiesa cattolica. E proprio l’Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi è stata da me convocata, nel mese di ottobre del 2012, sul tema de La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Sarà quella un’occasione propizia per introdurre l’intera compagine ecclesiale ad un tempo di particolare riflessione e riscoperta della fede. Non è la prima volta che la Chiesa è chiamata a celebrare un Anno della fede. Il mio venerato Predecessore il Servo di Dio Paolo VI ne indisse uno simile nel 1967, per fare memoria del martirio degli Apostoli Pietro e Paolo nel diciannovesimo centenario della loro testimonianza suprema. Lo pensò come un momento solenne perché in tutta la Chiesa vi fosse “un'autentica e sincera professione della medesima fede”; egli, inoltre, volle che questa venisse confermata in maniera “individuale e collettiva, libera e cosciente, interiore ed esteriore, umile e franca” [5]. Pensava che in tal modo la Chiesa intera potesse riprendere “esatta coscienza della sua fede, per ravvivarla, per purificarla, per confermarla, per confessarla” [6]. I grandi sconvolgimenti che si verificarono in quell’Anno, resero ancora più evidente la necessità di una simile celebrazione. Essa si concluse con la Professione di fede del Popolo di Dio [7], per attestare quanto i contenuti essenziali che da secoli costituiscono il patrimonio di tutti i credenti hanno bisogno di essere confermati, compresi e approfonditi in maniera sempre nuova al fine di dare testimonianza coerente in condizioni storiche diverse dal passato.

mercoledì 10 ottobre 2012

SANTA ILDEGARDA DI BINGEN E LA NUOVA EVANGELIZZAZIONE


Santa Ildegarda di Bingen (1098-1179), una figura molto cara a Benedetto XVI che ha ricordato come la benedettina tedesca abbia «offerto il suo prezioso contributo per la crescita della Chiesa del suo tempo, valorizzando i doni ricevuti da Dio e mostrandosi donna di vivace intelligenza, profonda sensibilità e riconosciuta autorità spirituale. Il Signore la dotò di spirito profetico e di fervida capacità di discernere i segni dei tempi. Ildegarda nutrì uno spiccato amore per il creato, coltivò la medicina, la poesia e la musica. Soprattutto conservò sempre un grande e fedele amore per Cristo e per la sua Chiesa».

Vale la pena di ricordare qui l’udienza del 20 dicembre 2010 alla Curia Romana – una delle udienze per gli auguri natalizi cui Benedetto XVI ha dato particolare importanza, pronunciando ogni anno un discorso riassuntivo dei temi centrali del suo Magistero nei dodici mesi precedenti – dove, dopo un anno dedicato a fronteggiare la crisi dei preti pedofili, il Papa citò la santa proclamata oggi Dottore della Chiesa. Il brano non è breve, ma è utile citarlo tutto. «In questo contesto – affermava il Papa il 20 dicembre 2010, con riferimento appunto ai preti pedofili –, mi è venuta in mente una visione di sant’Ildegarda di Bingen [1098-1179] che descrive in modo sconvolgente ciò che abbiamo vissuto in quest’anno. “Nell’anno 1170 dopo la nascita di Cristo ero per un lungo tempo malata a letto. Allora, fisicamente e mentalmente sveglia, vidi una donna di una bellezza tale che la mente umana non è in grado di comprendere. La sua figura si ergeva dalla terra fino al cielo. Il suo volto brillava di uno splendore sublime. Il suo occhio era rivolto al cielo. Era vestita di una veste luminosa e raggiante di seta bianca e di un mantello guarnito di pietre preziose. Ai piedi calzava scarpe di onice. Ma il suo volto era cosparso di polvere, il suo vestito, dal lato destro, era strappato. Anche il mantello aveva perso la sua bellezza singolare e le sue scarpe erano insudiciate dal di sopra. Con voce alta e lamentosa, la donna gridò verso il cielo: ‘Ascolta, o cielo: il mio volto è imbrattato! Affliggiti, o terra: il mio vestito è strappato! Trema, o abisso: le mie scarpe sono insudiciate!’ E proseguì: ‘Ero nascosta nel cuore del Padre, finché il Figlio dell’uomo, concepito e partorito nella verginità, sparse il suo sangue. Con questo sangue, quale sua dote, mi ha preso come sua sposa. Le stimmate del mio sposo rimangono fresche e aperte, finché sono aperte le ferite dei peccati degli uomini. Proprio questo restare aperte delle ferite di Cristo è la colpa dei sacerdoti. Essi stracciano la mia veste poiché sono trasgressori della Legge, del Vangelo e del loro dovere sacerdotale. Tolgono lo splendore al mio mantello, perché trascurano totalmente i precetti loro imposti. Insudiciano le mie scarpe, perché non camminano sulle vie dritte, cioè su quelle dure e severe della giustizia, e anche non danno un buon esempio ai loro sudditi. Tuttavia trovo in alcuni lo splendore della verità’. E sentii una voce dal cielo che diceva: ‘Questa immagine rappresenta la Chiesa. Per questo, o essere umano che vedi tutto ciò e che ascolti le parole di lamento, annuncialo ai sacerdoti che sono destinati alla guida e all’istruzione del popolo di Dio e ai quali, come agli apostoli, è stato detto: ‘Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura’ (Mc 16, 15)” (Lettera a Werner von Kirchheim e alla sua comunità sacerdotale: PL 197, 269ss)».
Taufkirke dove fu battezzata

Così il Papa nel 2010 commentava questa impressionante rivelazione privata: «Nella visione di sant’Ildegarda, il volto della Chiesa è coperto di polvere, ed è così che noi l’abbiamo visto. Il suo vestito è strappato - per la colpa dei sacerdoti. Così come lei l’ha visto ed espresso, l’abbiamo vissuto in quest’anno. Dobbiamo accogliere questa umiliazione come un’esortazione alla verità e una chiamata al rinnovamento. Solo la verità salva».

E il 7 ottobre 2012, dopo avere proclamato Ildegarda Dottore della Chiesa, il Pontefice ha ribadito che per contrasto lo sguardo rivolto allo splendore della santità «ci spinge a guardare con umiltà la fragilità di tanti cristiani, anzi il loro peccato, personale e comunitario, che rappresenta un grande ostacolo all’evangelizzazione, e a riconoscere la forza di Dio che, nella fede, incontra la debolezza umana». Alla fine, questo è il centro della nuova evangelizzazione, dell’Anno della fede, del Sinodo: «non si può parlare della nuova evangelizzazione senza una disposizione sincera di conversione. Lasciarsi riconciliare con Dio e con il prossimo (cfr 2 Cor 5, 20) è la via maestra della nuova evangelizzazione».
MASSIMO INTROVIGNE
DA ZENIT 8 OTTOBRE

martedì 28 agosto 2012

PORTA FIDEI


Scola alla tomba di sant’Agostino, «il suo inquietum cor è di lezione all’uomo moderno»

Il Cardinale Arcivescovo di Milano celebrerà l’Eucarestia nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia, Tomba di Sant’Agostino, il 28 agosto, memoria liturgica del Santo, alle 18.30.

Pinturicchio S.Agostino e San Nicola
Sant’Agostino è sepolto a Pavia dal sec. VIII: riposa nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, ai piedi dell’Arca marmorea fatta erigere nel sec. XIV dal priore agostiniano Bonifacio Bottigella, poi vescovo di Lodi. L’Arca di Sant’Agostino, così detta in omaggio al santo, reca incisa la data 1362 in caratteri gotici e festeggerebbe così quest’anno il suo seicentocinquantesimo anno dalla costruzione. Nella giornata del 28 agosto, memoria liturgica del Santo, dinanzi alla sua tomba celebreranno l’Eucarestia alle ore 9 il vescovo di Pavia monsignor Giovanni Giudici, alle ore 11 il Priore Generale dell’Ordine di Sant’Agostino Padre Robert F. Prevost, alle ore 18.30 il Cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano.

Abbiamo chiesto al Cardinale Arcivescovo Angelo Scola una breve riflessione sulla figura di Sant’Agostino. Ringraziamo il Cardinale per l’intervista concessa.

Eminenza, l’Arcivescovo di Milano si reca a celebrare l’Eucarestia alla Tomba di Sant’Agostino: si rinnova lo specialissimo vincolo nella fede cristiana fra Ambrogio e Agostino, che oltre che Pastori del Popolo di Dio sono maestri di cultura e di spiritualità per l’Occidente. Siamo a pochi mesi dal XVII centenario dell’Editto di Milano: cosa Ambrogio e Agostino possono ancora dire a questo proposito?

“Ambrogio ed Agostino vissero i decenni travagliati del passaggio tra l’antico, rappresentato dall’impero romano ormai estenuato ed avviato verso il suo inesorabile declino, e il nuovo che si annunciava all’orizzonte, ma di cui non si vedevano ancora nitidamente i contorni. Furono immersi in una società per molti aspetti simile alla nostra, scossa da continui e radicali cambiamenti, sotto la pressione dei popoli stranieri e stretta dalla morsa della depressione economica dovuta alle guerre e alle carestie.

In queste condizioni, pur nella profonda diversità di storia e temperamenti, Ambrogio ed Agostino furono annunciatori indomabili dell’avvenimento di Cristo ad ogni uomo, nell’umile certezza che la proposta cristiana, se liberamente assunta, è risorsa preziosa per la costruzione del bene comune.

Essi furono strenui difensori della verità, incuranti dei rischi e delle difficoltà che questo comporta, nella consapevolezza che la fede non mortifica la ragione, ma la compie; e che la morale cristiana perfeziona quella naturale, senza contraddirla, e ne favorisce la pratica. Prendendo a prestito espressioni del dibattito contemporaneo, potremmo definirli come due paladini della dimensione pubblica della fede e di un sano concetto di laicità”.

Il Santo Padre, nella Lettera Apostolica Porta Fidei con la quale indice l’Anno della Fede, che si aprirà a ottobre, cita Sant’Agostino: «I credenti», attesta sant’Agostino, «si fortificano credendo». Nell’Anno della Fede quale può essere, secondo Lei, l’insegnamento che si può trarre dall’esperienza umana e spirituale di Sant’Agostino?

“Benedetto XVI, in una delle sue Udienze generali dedicate a Sant’Agostino, riprendendone l’espressione “vecchiaia del mondo” disse: «Se il mondo invecchia, Cristo è perpetuamente giovane. Da qui l’invito di Agostino: “Non rifiutare di ringiovanire unito a Cristo, anche nel mondo vecchio. Egli ti dice: Non temere, la tua gioventù si rinnoverà come quella dell’aquila” (cfr Sermoni 81,8)»(Benedetto XVI, Udienza generale del 16 gennaio 2008). Agostino è un formidabile testimone della contemporaneità di Cristo ad ogni uomo e della profonda convenienza della fede alla vita”.

In cosa consiste la perenne attualità del pensiero e della vicenda umana di Sant’Agostino?

“È l’inquietum cor di cui egli stesso ci parla nell’incipit delle Confessioni. La sua instancabile ricerca, che ha affascinato gli uomini di tutti i tempi, è particolarmente preziosa per noi oggi, immersi (e spesso sommersi) nel travaglio di questo inizio del terzo millennio. Una ricerca che non si ferma alla, sia pur sterminata, dimensione orizzontale; ma si inoltra in quella verticale.

È lo stesso Agostino a descriverne la portata, quando – in un passaggio dei suoi Soliloqui – afferma: «Ecco ho pregato Dio. “Che cosa vuoi dunque sapere?” “Tutte queste cose che ho chiesto nella preghiera” “Riassumile in poche parole” “Desidero conoscere Dio e l’anima” “E nulla più?” “Proprio nulla”» (Agostino, Soliloqui I, 2,7)”.

Eminenza, chi è per Lei Sant’Agostino?

“Un genio dell’umanità e un grande santo, cioè un uomo pienamente riuscito. Mi ha impressionato, in proposito, un’affermazione di Maritain che cito ripetutamente ai giovani, spesso così ossessionati dal problema del successo e della autorealizzazione: «Non c’è personalità veramente perfetta che nei santi. Ma come? I santi si sono forse proposti di sviluppare la propria personalità? No. L’hanno trovata senza cercarla, perché non cercavano questa, ma Dio solo» (J. Maritain)”.

DA Ilsussidiarionet

leggi su S.Agostino
http://www.mistica.info/unagost.htm