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mercoledì 10 luglio 2024

IL FRONTISMO

LA SINISTRA RESTA IN VITA SOLO PER NON FAR GOVERNARE LE DESTRE

Quello francese è un caso eclatante della tattica sistematica di escogitare qualsiasi marchingegno pur di tenere le destre fuori dalle "stanze dei bottoni". Ma non è l'unico. In Europa socialisti e liberali “blindano” la vecchia “maggioranza Ursula” ignorando il verdetto delle urne.

EUGENIO CAPOZZI *

Il secondo turno delle recenti elezioni legislative francesi ha offerto lo spettacolo più emblematico del ritorno, nelle sinistre, dello schema "frontista": la temeraria sommatoria delle forze più disparate e contraddittorie motivata dalla proclamata priorità di impedire la vittoria  di schieramenti di destra demonizzati come "fascisti", antidemocratici, pericolosi.

Emanuel Macron e Charles Michel

Il partito Ensemble del presidente Emmanuel Macron e le sinistre del NFP (a loro volta accozzaglia dei gruppi più diversi, dai socialisti riformisti agli ecologisti più fanatici, a comunisti e gauchisti dalle tendenze filoislamiche e talvolta antisemite) hanno stipulato sistematici accordi di desistenza nei collegi per impedire la vittoria dei candidati del Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella - partito che aveva conseguito nettamente la maggioranza relativa - sfruttando i trabocchetti offerti da un sistema elettorale già molto infido come il maggioritario a doppio turno ad accesso con la soglia limitata del 10% dei voti. Il tutto senza uno straccio di minimo comune denominatore politico o di accordo programmatico, in uno spirito puramente distruttivo ed ostruzionista, appellandosi soltanto alla paura degli elettori. 

Lo scopo di non far governare la destra, come è noto, è stato raggiunto, ma ad un prezzo spropositato, che in una democrazia correttamente funzionante non dovrebbe essere mai contemplato: il più totale caos politico, una frammentazione incomponibile, una sostanziale ingovernabilità, e per giunta l'amplissima agibilità politica offerta a una minoranza estremista di sinistra molto più "antisistema" (anti-occidentale, anti-mercato, filo-dittatoriale) di quanto sia la destra che i macroniani hanno additato come spauracchio. Un prezzo che il presidente ha scelto scientemente, cinicamente di far pagare al suo paese, contando proprio sulla divisione e sull'instabilità post-elettorale per conseguire lo scopo di restare arbitro del potere, usando con spregiudicatezza ogni artificio che la sua carica gli consentirà. Tattica già evidente dalle sue prime mosse successive alla seconda tornata, come il rifiuto di far dimettere il premier Jacques Attali per decantare la situazione, sfruttare le divisioni tra le forze politiche e tentare di imporre di nuovo un capo del governo a lui gradito. 

Quello francese è un caso particolarmente eclatante della tattica sistematica di escogitare qualsiasi marchingegno pur di tenere le destre fuori dalle "stanze dei bottoni". Ma non è certo l'unico.

Giorgia Meloni, Presidente ECR
A livello dell'Unione europea, abbiamo recentemente assistito – e anzi stiamo ancora assistendo – al tentativo da parte del gruppo socialista e liberale (per lo più macroniano, guarda caso), sconfitti alle elezioni europee, di “blindare” la vecchia “maggioranza Ursula” con una parte del gruppo dei Popolari, ignorando il verdetto delle urne che hanno nettamente premiato le forze della destra sovranista e bocciato le politiche dirigiste della Commissione uscente: senza curarsi della possibile paralisi delle istituzioni comunitarie e del concreto rischio di una spaccatura sempre più profonda tra le classi dirigenti Ue e le società civili del vecchio continente. Anche qui, nessun ragionamento propriamente politico, nessuna argomentazione su contenuti programmatici: soltanto la conventio ad
excludendum
 verso qualsiasi gruppo politico facente capo ai conservatori di Ecr
o a Identità e democrazia (oggi in via di trasformazione e ampliamento in Patrioti per l'Europa), trattati come degli appestati da isolare a prescindere. Nonostante il fatto evidente che molti esponenti di quelle destre – da Giorga Meloni e Matteo Salvini al Pis polacco, a Geert Wilders, allo stesso tanto demonizzato Orbán – siano da anni tra le classi di governo nei loro paesi, e, che piacciano o meno, non risulta ci sia stata nessuna apocalisse né a livello nazionale né delle istituzioni dell'Unione.

Negli Stati Uniti, da quando Donald Trump è comparso sulla scena politica praticamente l'unica argomentazione del Partito democratico e degli opinion leader progressisti è stata quella di additare il fulvo tycoon newyorkese come un mostro, accusandolo di ogni nefandezza possibile e facendo della contrapposizione a lui l'unico tratto comune tra le varie anime di una sinistra assolutamente eterogenea e divisa su tutto, dalla politica estera a quella ambientale a quella economica.

E quando – dopo che i Dem pensavano di essersene liberati con l'elezione di Biden e con la raffica di inchieste giudiziarie su di lui – Trump ha riconquistato la sua centralità politica, il consenso e la nomination repubblicana, e ha cominciato a profilarsi con sempre maggiore evidenza la possibilità concreta che nelle prossime elezioni egli sconfigga un presidente uscente sempre più in affanno politico e psicofisico, allora improvvisamente media e classe politica progressista si sono “accorti” delle condizioni di salute a dir poco precarie di Biden. E una parte di quell'establishment è uscita allo scoperto, progettando manovre per sostituirlo in corsa e “incoronare” un nuovo candidato: magari imposto dall'alto senza tener conto dell'opinione degli elettori delle primarie né delle procedure, pur di tentare un ultimo colpo di mano per sbarrare la strada al ritorno di Trump alla Casa Bianca.

Il Fronte popolare italiano per fermare i barbari
Genova Luglio 2024
Anche in Italia, da quando il centrodestra guidato da Giorgia Meloni ha vinto le elezioni nel 2022, interrompendo una lunga sequenza di governi tecnici o di minoranza controllati quasi sempre dal Partito democratico, la tendenza della sinistra promuovere un'”unione sacra” motivata solo dalla delegittimazine della destra al governo si è andata radicando e cronicizzando. Invece di cercare una piattaforma programmatica in grado di catalizzare il consenso degli elettori, il Pd di Elly Schlein e i suoi onnipresenti intellettuali e anchormen/women di riferimento non hanno fatto altro che evocare ossessivamente un ipotetico, lunare pericolo fascismo, cercando di coagulare intorno al loro “al lupo, al lupo” un nuovo “campo largo”, anzi larghissimo, in cui sono risucchiati senza molta voglia anche i 5 Stelle, imperniato solo sulla solita chiamata alle armi per fermare i “barbari” e privo di qualsiasi coerenza.

Questa attitudine puramente negativa e ostruzionistica alla dialettica  politica sottopone oggi molte democrazie europee e occidentali a uno stress continuo che logora i loro elementi di stabilità e di effettiva garanzia, indebolisce le istituzioni e crea una contrapposizione costantemente “avvelenata”. Inserendosi pienamente in quella tendenza a trasformare la democrazia in governo perennemente “emergenziale” e “tecnico” - fondato sulla paura, il moralismo e il ricatto morale - che si è manifestata più volte nel recente passato: dall'allarme pandemico a quello dell'ambientalismo apocalittico, fino alla costante mobilitazione bellicista contro spauracchi esterni utilizzati, molto prosaicamente, come sostituti del consenso per classi politiche del tutto screditate.

 EUGENIO CAPOZZI tratto da LanuovaBussola

* Eugenio Capozzi è professore ordinario di storia contemporanea presso l'Università degli Studi Suor orsola Benincasa di Napoli. E' condirettore della rivista "Ventunesimo Secolo" e redattore della rivista "Ricerche di Storia politica". Fa parte del consiglio scientifico della casa editrice Studium. 


lunedì 11 marzo 2024

L’ERRORE DI ABOLIRE LA CROCE

La croce sulla cupola degli Invalides, che nell’immagine delle Olimpiadi diventa una guglia, è l’Europa che recide le proprie radici e ammaina le proprie bandiere? O è l’Europa plurale del nostro futuro? Innanzitutto, quell’immagine è un falso. 

E quando si ricorre scientemente a un falso, è perché abbiamo un problema. La cupola degli Invalides non è un posto qualsiasi; è uno dei luoghi della civiltà europea. Se il Re Sole avesse voluto erigere una guglia anziché una croce, e se Napoleone avesse voluto essere sepolto — o i suoi posteri avessero voluto seppellirlo — sotto un elemento architettonico anziché sotto un simbolo religioso, l’avrebbero fatto. Poi certo quell’immagine ritoccata non parla solo del Re Sole e di Napoleone — per quanto, insomma, non siano due passanti — ma della Francia di oggi, dove vivono cinque milioni di musulmani, duecentomila ebrei, e soprattutto milioni di francesi che non sentono di appartenere alla civiltà cattolica. E lo stesso, sia pure con numeri diversi, vale per tutti i Paesi dell’Europa occidentale.

 

Il manifesto ufficiale
È un tema abbastanza rimosso, che talora ritorna nella vita pubblica come un rimpianto o come un rimorso. Ci fu un tempo in cui la Francia era chiamata la figlia primogenita della Chiesa, perché Clodoveo era stato tra i primi re barbari a convertirsi e farsi battezzare. Erano francesi i crociati che presero Gerusalemme facendo strage di infedeli. Giovanna d’Arco parlava o credeva di parlare con Gesù, in nome della fede si combatterono guerre civili da migliaia e migliaia di morti, dal massacro degli albigesi — e ancora adesso gli storici discutono se il legato pontificio Arnaud Amaury abbia davvero ordinato «uccidete tutti, Dio riconoscerà i suoi» — alla rivolta controrivoluzionaria della Vandea. Lo Stato laico (e massone) della Terza Repubblica bandì i simboli religiosi dai luoghi pubblici; ma il simbolo del generale De Gaulle era la croce di Lorena, e nel 1981 sui poster del socialista Mitterrand compariva il campanile di una chiesa.

Il cattolicesimo francese è sempre stato collocato politicamente a destra, tra i conservatori se non tra i reazionari. Ma nella seconda metà del Novecento questo schema è saltato, grazie a figure carismatiche del cattolicesimo sociale come l’abbé Pierre e intellettuale come Jacques Maritain e Jean Guitton, che Paolo VI chiamava amicalmente Ghittone, italianizzando il suo nome come se fosse un santo o un teologo medievale (ma era francese pure lo scismatico Lefebvre, indignato dalle aperture del Concilio). 

Il cattolicesimo ha avuto i suoi martiri: i frati che si sono fatti uccidere dai nazisti per salvare i bambini ebrei, come padre Jacques de Jésus, che ispirò il film «Au revoir les enfants» (Arrivederci ragazzi) di Louis Malle; i sette monaci di Tibhirine, sgozzati come agnelli dagli islamisti algerini nel 1996, di cui furono trovate le teste ma non i corpi; padre Jacques Hamel invece fu sgozzato sull’altare della sua chiesa presso Rouen, e lo stesso è accaduto a tre fedeli nella cattedrale di Nizza. Quando Nizza divenne francese, per prima cosa vi fu costruita una cattedrale neogotica, sul modello di Notre-Dame di Parigi.

Nel discorso di Capodanno, Macron ha indicato due obiettivi per il 2024: le Olimpiadi e il restauro di Notre-Dame. Ha proprio detto così: «I Giochi sono una volta ogni cent’anni; ma le cattedrali si fondano o si rifondano una volta ogni mille anni». Se però poi abolisci le croci, le cattedrali diventano orgoglio nazionale, non segno spirituale. I rivoluzionari volevano fare di Notre-Dame un tempio alla Dea Ragione; non fu un prete o un Papa, fu uno scrittore romantico, Victor Hugo, a salvarla.

Gli imperatori romani perseguitavano i cristiani anche perché non li capivano: la povertà da disgrazia diventava virtù; e la croce, da simbolo della morte dolorosa e pubblica, diventava simbolo di salvezza. Un conto è imporla; un altro è proporla; un altro ancora è cancellarla. Quasi tutti i Paesi musulmani hanno la mezzaluna nella bandiera; e nessuno chiede loro di rimuoverla. Forse la risposta alle nostre domande viene dal testamento spirituale di uno dei sette monaci di Tibhirine, padre Christian de Chergé, che ha lasciato scritto: «Se mi capitasse un giorno, e potrebbe essere oggi, di cadere vittima del terrorismo, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e all’Algeria; e che sapessero associare questa mia morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato».

Il cristianesimo non è aut-aut, ma et-et; è nell’aggiungere, non nell’elidere. Umanesimo e cristianesimo sono stati a volte in contrasto, a volte legati. 

Abbiamo impiegato secoli per conciliare fede e ragione, spiritualità e diritti umani. Non gettiamo via tutto. Ai Giochi di Parigi ci saranno croci, ci saranno mezzelune; ed è importante che ci sia anche la stella di David.

 ALDO CAZZULLO

Tratto dal Corriere della sera del 6 marzo 2024

 

NdE: Tutto il materiale presente è pubblicato a scopo non lucrativo informativo e/o documentale, in totale buona fede d’uso. Chiunque avesse eccezioni o vantasse diritti di copyright è pregato vivamente di comunicarcelo via mail (crossroadtom42@gmail.com) per un immediato ritiro del materiale.

giovedì 7 marzo 2024

IL DIRITTO DI UCCIDERE E’ NELLA COSTITUZIONE FRANCESE

 UNA REPUBBLICA FONDATA SULL'ABORTO

Siamo rimasti veramente sbalorditi e amareggiati dalle immagini, trasmesse dalle TV di tutto il mondo, dell’esultanza  dei parlamentari francesi quando è stata approvato l’inserimento del diritto all’aborto nella loro costituzione.


Si tratta dell’evento più grave e più foriero di mutamenti antropologici da quando si ha una conoscenza storica. I Poteri dittatoriali hanno prodotto spesso leggi liberticide, leggi razziali, leggi che mettevano in pericolo la vita delle persone ma nemmeno Stalin e Hitler hanno inserito nella Costituzione dei loro Stati un diritto all’uccisione di innocenti. Un conto è una legge che autorizza l’aborto in determinate situazioni e un altro conto è riconoscere il diritto all’aborto.

La scienza non ha dubbi ad affermare che l’embrione e il feto sono esseri viventi con un proprio e unico patrimonio genetico, e non sono parte del corpo della mamma per cui si possa dire:”il corpo è mio e ne faccio quello che voglio.”

Siamo precipitati negli abissi del male, frutto della libertà che Dio ha dato agli uomini, dal momento in cui la soppressione del più indifeso degli esseri viventi diventa un diritto costituzionale. E questo diritto annullerà altri diritti riconosciuti,come l’obiezione di coscienza. In Italia la legge 194 autorizza l’obiezione di coscienza per coloro che credono nel valore della vita dal concepimento fino alla sua naturale conclusione. In Francia non ci sarà più questa possibilità, perché sancire il diritto in costituzione lo fa diventare assoluto e ciò che rischia di cedere di fronte ad esso è il diritto all’obiezione di coscienza.

Il nostro stupore di cattolici di fronte a un evento così doloroso ci stimola alla preghiera e all’impegno affinché in Europa e nel mondo nessun Paese voglia seguire la Francia in questo percorso.

ARTURO ALBERTI PER IL CROCEVIA


 

giovedì 6 luglio 2023

IL SENSO DEI FRANCESI PER LA RIVOLTA

IL “NUOVO ORDINE” CHE HA PRESO IN OSTAGGIO LA FRANCIA

UN’ANALISI DI RODOLFO CASADEI CHE HA LETTO I QUOTIDIANI FRANCESI


Sulla stampa francese che conta, i commenti sulle violenze e i saccheggi seguiti all’uccisione del giovane Nahel da parte di un poliziotto si dividono sostanzialmente in due campi: quello di chi accusa la brutalità della polizia e la politica delle istituzioni francesi per ciò che sta accadendo, e quello di chi vede nell’immigrazione incontrollata la miccia di un’esplosione inevitabile e nella morte del ragazzo il pretesto che molti aspettavano per dare il via a razzie. I primi trovano spazio soprattutto sul quotidiano Le Monde, i secondi soprattutto su Le Figaro.

I ragazzi in piazza che dicono «avrei potuto essere io»

«Sono ragazzi della stessa età di Nahel che reagiscono in maniera intima e violenta per una semplice ragione: sarebbero potuti morire nello stesso modo», commenta Fabien Truong, sociologo e docente dell’Università di Parigi VIII sul Monde. «Ognuno di loro dice a se stesso: “Avrei potuto essere io”. Ogni adolescente di questi quartieri conserva nella memoria ricordi di alterchi con la polizia. I controlli di identità sgradevoli e ripetuti sotto casa sono umilianti, generano stress e nutrono, alla lunga, un profondo risentimento. Sottintendono che la presenza di questi adolescenti, anche nei pressi di casa, non è legittima e deve essere giustificata. Questa logica del sospetto è quasi metafisica ed esistenziale. Questi giovani pensano che li si sottopone a controlli per quello che sono e non per quello che fanno. Sono esperienze che lasciano tracce durevoli».

Sono indispensabili dei cambiamenti: «Una polizia più vicina alla popolazione, che consolida la sua autorità con operazioni mirate e una repressione graduata, è una delle chiavi. Ma è una riforma di tutta la società che bisognerebbe realizzare! Lo sanno anche i poliziotti, loro stessi evocano le conseguenze della miseria sociale e morale davanti alla quale si trovano».

Le banlieue e l’eredità coloniale della Francia

Argomentazioni simili a quelle, sempre sul Monde, di Rachid Benzine, politologo e scrittore: «Di fronte all’aumento della povertà e della disperazione nei quartieri popolari, sono state sostanzialmente sviluppate, soprattutto a partire dal 2005 (data delle grandi sommosse nelle banlieue seguite alla morte accidentale di due adolescenti che fuggivano da un controllo di polizia – ndt), tecniche di mantenimento dell’ordine modellate più o meno su quelle americane o della polizia israeliana. Tecniche a volte efficaci per quel che riguarda un miglioramento dell’ordine pubblico, ma che hanno per effetto di accrescere le tensioni fra le forze di polizia e le popolazioni interessate, di distruggere ogni vera comunicazione fra di loro (…). La questione cruciale del rapporto tra l’istituzione di polizia e le popolazioni delle banlieue, per lo più provenienti dall’ex impero coloniale francese, è oggetto di una rimozione. Fino a quando non sarà affrontata in maniera radicale, non potremo sperare in un cambiamento positivo significativo. La Francia soffre della sua eredità coloniale. Nei fatti, l’uguaglianza fra i cittadini è lungi dall’essere una realtà, le popolazioni provenienti dall’ex impero sono ancora largamente stigmatizzate e viste con sospetto. Se non siamo capaci di mettere tutto questo sul tavolo e di discuterne insieme, le cose non faranno che peggiorare».

«Lo “sfogo” delle distruzioni delle notti scorse non ha nulla di legittimo e non può produrre giustizia. La risposta sta nella mobilitazione, nell’organizzazione e nella rappresentanza democratica, allo scopo di costruire attraverso la partecipazione politica delle istituzioni – la polizia come la giustizia o la scuola – “non umilianti”. Solo delle istituzioni riconosciute dai cittadini e che riconoscono i cittadini possono permettere di ricostruire la legittimità del monopolio della violenza di cui dovrebbe disporre lo Stato».

Le responsabilità del «sinistrismo culturale» in Francia

Tutt’altra musica sulla pagine del Figaro. Ultimo in ordine di tempo è intervenuto lo storico di origine ebraico-marocchina Georges Bensoussan, che nel 2002 aveva pubblicato sotto pseudonimo I territori perduti della Repubblica: antisemitismo, razzismo e sessismo in ambito scolastico, che raccoglieva le testimonianze di insegnanti e presidi delle scuole di banlieue.

«La negazione della realtà è largamente responsabile della situazione attuale, coltivata dalle classi dirigenti e nutrita di quel “sinistrismo culturale” che, in buona parte, domina i media del paese», dice in un’intervista del 3 luglio. «Qui si oppongono due sistemi di valori, e il sostrato socio-economico non spiega da solo questa situazione, come ci diceva già il sociologo Hugues Lagrange a proposito delle sommosse del 2005. A dispetto del discorso conformista che la vede come una nuova forma di razzismo, dobbiamo ricorrere anche all’antropologia culturale per comprendere i fondamenti di questa crisi. L’odio alimentato contro il paese di accoglienza nutre il risentimento e favorisce la negazione della legittimità dell’autorità. E lo psichiatra infantile Maurice Berger, che studia da trent’anni l’iperviolenza dei preadolescenti, ha notevolmente analizzato queste società che funzionano secondo il “codice dell’onore” e da cui provengono un gran numero di questi ragazzi pervasi da un sentimento di onnipotenza e di assenza di limiti. E la cui follia incontra quella di un mondo il cui consumismo senza limiti sembra essere la sola trascendenza».

lunedì 12 aprile 2021

QUEGLI INTELLETTUALI LAICI FRANCESI CONTRO LA “DOLCE MORTE”

  “Una civiltà che legalizza l`eutanasia merita di scomparire", ha scritto sul Figaro il romanziere Michel Houellebecq, non nuovo a intemerate pubbliche contro la “dolce morte".

“Devo essere molto esplicito, quando un paese, una società, una civiltà, arriva a legalizzare l”eutanasia, perde, secondo me, ogni diritto al rispetto”.

Houellebecq: l'eutanasia uccide la civiltà

Molti media e personalità, come la sempre loquace Line Renaud, hanno castigato gli oppositori della legge sull'eutanasia al vaglio del Parlamento francese, usando il loro cattolicesimo per giustificare una mentalità chiusa. La Francia sarebbe divisa in due: quella “pro” progressista, moderna e intelligente, e quella “contro”, reazionaria e alcolizzata (si vedano i commenti sotto l'articolo di Houellebecq sul Figaro). Peccato che siano gli intellettuali laici quelli stranamente più agguerriti nell’opporsi alla legge.

La tesi dei difensori della “morte con dignità" implica che la dignità umana sarebbe legata all`autonomia, spiega sul Figaro il filosofo Luc Ferry, “Un essere umano sarebbe indegno ai loro occhi perché sarebbe indebolito, il suo stato miserabile lo avrebbe privato della bellezza, del vigore e del fascino della gioventù in piena salute. Ebbene, per dirla tutta, e questa convinzione che trovo indegna, anzi ripugnante”. Un essere umano può mai perdere la dignità? “Basta pensare a coloro che amiamo per rabbrividire all’idea che possano, un giorno, in preda alla disperazione, cadere nelle mani di questi terribili medici dell`”uscita rapida e indolore”, scrive Ferry,

La direttrice del magazine Causeur, Elisabeth Lévy, alla radio spiegava ieri che“l’eutanasia fa ora parte della panoplia progressista, i macroniani ne parlano come di un marcatore sociale, un segno di modernità. Essere contro significherebbe essere ‘reazionari’. Ma affermare di addomesticare la morte attraverso la legge è un misto di ingenuità e arroganza.  Significa semplicemente rifiutare la condizione umana",

“Approvare l’eutanasia durante la pandemia è osceno e indecente”

Ma il commento più duro e forse quello della celebre psicologa Marie de Hennezel, una delle più stimate specialiste dell’invecchiamento, che ha accompagnato François Mitterrand nei suoi ultimi anni di vita. A causa della pandemia, dice al Point,“abbiamo avvolto i corpi in sacchi di plastica direttamente nelle bare, abbiamo impedito alle famiglie di andare a trovarli un”ultima volta, di partecipare al funerale… Dov’era allora la dignità? Ma all'epoca, pochissimi di noi suonavano il campanello d'allarme”.

De Hennezel trova “indecente” una legge simile. “Sono veramente indignata che osiamo parlare di dignità quando, allo stesso tempo, così tante persone muoiono in condizioni poco dignitose. Votare oggi per una legge che alla fine consiste nell'autorizzare l’eutanasia, lo trovo osceno",

Il problema è anche economico.“Le cure palliative costano molto di più di un'iniezione letale". Poi rivela: “Mitterrand, quando l`ho accompagnato, mi ha detto: “Finché sarò vivo, non ci sarà alcuna legge sull'eutanasia”, Quando gli ho chiesto perché, ha risposto: “Perché abbiamo tutti il dovere di proteggere i più venerabili'".

Ma lo scandalo potrebbe essere ribaltato. E se invece, dalla Spagna alla Francia, l'Europa sentisse il bisogno di legalizzare l’eutanasia proprio durante la pandemia, sintomo del proprio cupio dissolvi?

Giulio Meotti, ilfoglio

venerdì 4 dicembre 2020

NON TUTTE LE LIBERTÀ SONO UGUALI

Rosari, slogan, cortei. Lo scorso fine settimana, nella Francia bloccata dal lockdown autunnale, centinaia di cattolici sono scesi in strada ritrovandosi davanti ai portoni sbarrati delle chiese. Un’unica richiesta: poter tornare a partecipare a una messa. 


Ora non si può, dal 3 novembre il governo ha inserito anche le celebrazioni liturgiche nell’elenco delle attività vietate. Il primo ministro, Jean Castex, assicura che si farà il possibile per “una ripresa controllata dal 1° dicembre, sempre che le condizioni sanitarie lo consentano”. Il cardinale Matteo Maria Zuppi l’ha detto in un’intervista al Messaggero: “Un dolore se dovessimo rinunciare alle messe, spero nelle chiese aperte. Non sono gruppi Whatsapp”. Sente, l’arcivescovo di Bologna, che forse dopo le nuove chiusure e la divisione semaforica dell’Italia, tornerà in ballo la questione delle celebrazioni. Focolai, in chiesa, se ne sono visti pochi: tra distanziamenti che sovente superano i limiti normativi, igienizzazione da sala operatoria e abbondante uso di mascherine, non è certo lì, tra una navata e l’altra, che il virus ha ricominciato a correre. Eppure, in tempo di pandemia, non si fanno troppi distinguo. 

Il Consiglio permanente della Cei, riunitosi in questi giorni, ha spiegato saggiamente che si farà quanto necessario per venire incontro alle disposizioni governative: e cioè si farà in modo che la messa in nocte si concluda entro le ore 22. Per un anno non è un dramma, considerando che c’è chi la messa neanche ce l’ha, da anni. 
 
Il problema, al di là della questione sugli orari, è ben più importante e varca in confini del nostro paese. L’ha riassunta bene il Consiglio di stato francese, che di certo non può essere considerato un tribunale della Fraternità San Pio X. La libertà di culto, ha stabilito, è diversa da tutte le altre libertà: “Le attività esercitate nei luoghi di culto non sono della stessa natura, le libertà fondamentali in gioco sono diverse”. Ecco perché, ed è una lezione che tornerà buona in futuro, è meglio se ministri, presidenti e commentatori, si asterranno dall’intervenire in dispute teologiche che non sono di loro competenza. Dopotutto, la Chiesa va avanti da duemila anni. Ben più di un qualunque governo. 
 

MATTEO MATZUZZI, Il Foglio

venerdì 30 ottobre 2020

«L’ISLAMISMO È L’ISLAM PORTATO ALLE SUE ESTREME CONSEGUENZE»

 Il grande studioso Rémi Brague parla dopo la decapitazione di Samuel Paty: «Nelle fonti islamiche c’è tutto il necessario per giustificare la violenza»

«La differenza tra islamismo e islam è reale, ma è di grado e non di natura. L’islamismo non è altro che l’islam portato fino in fondo, alle sue estreme conseguenze. È una religione strana quella in cui i convertiti sono spinti a uccidere il loro prossimo». Così dichiara a Famille chrétienne Rémi Brague, filosofo e teologo, tra i massimi esperti al mondo di pensiero arabo e cristiano, dopo la decapitazione del docente francese, Samuel Paty. «Quando ci si converte al buddismo, si può diventare vegetariani; quando ci si converte al cristianesimo, si cerca di amare il prossimo come se stessi, che non è certo semplice; alcuni convertiti all’islam capiscono che bisogna uccidere il prossimo in modo preciso, sgozzandolo».


NEL CORANO LE RADICI DELLA VIOLENZA

Il docente non sostiene ovviamente che «tutti i musulmani sono violenti» o che «nel Corano c’è solo violenza», ma ribadisce che «nelle fonti islamiche c’è tutto il necessario per giustificare l’uso della violenza. C’è chi le cerca e chi no».

Questo è anche il motivo per cui una delle maggiori autorità islamiche, l’università di Al Azhar, è stata messa tanto in difficoltà dallo Stato islamico, «che ha ripetuto ciò che ci racconta la biografia del profeta. Sposare i guerrieri con delle bambine di 9 anni, è ciò che ha fatto il profeta con Aisha».

«IL MONDO MUSULMANO È IN CRISI»

Rémi Brague mette anche in evidenza la crisi che il mondo musulmano sta attraversando:

«La crisi del mondo musulmano è dovuta a una schizofrenia che risale a molti secoli fa. L’islam si presenta come l’ultima religione, che deve inglobare ebraismo e cristianesimo, portandoli a compimento. L’islam è la religione migliore, la comunità migliore. In realtà, il mondo musulmano è il fanalino di coda del mondo. Che cosa sarebbe l’Arabia Saudita senza il petrolio? Che l’islam sia la religione migliore era credibile fino a quando aveva una cultura avanzata. Ma a partire dall’XI secolo religione e cultura hanno preso due strade diverse. La cultura arabo-musulmana è anchilosata. Quanti premi Nobel scientifici musulmani ci sono? Due, entrambi formati a Oxford».

LA DIFFERENZA TRA CRISTIANESIMO E ISLAM

Il grande filosofo ricorda anche la «teoria dell’abrogazione», che permette di risolvere le contraddizioni contenute nel Corano. Il problema è che una delle ultime sure, la numero 9, «è la più guerriera di tutte» e impone di uccidere i «politeisti» fino a quando non si sottomettano e «questo versetto abroga i precedenti, compresi quelli che parlano di pace e tolleranza».

Rémi Brague sottolinea infine qual è il problema dell’islam con la democrazia e fa un paragone con il cristianesimo:

«Per il cristianesimo il Verbo di Dio si è fatto carne, per l’islam si è fatto libro. A essere decisivo per i cristiani è la vita, morte e risurrezione di Cristo. La parola di Dio non è un comandamento, è un modello, mentre per l’islam è un principio giuridico. La democrazia è un modo di organizzare la vita pubblica. In una democrazia islamica, ogni deputato è governato internamente dall’obbligo di rispettare la legge di Dio. Non può prendere decisioni legislative che siano contrarie a questa o quella forma della sharia in vigore. In una democrazia cristiana, ogni deputato sarà sottomesso non alla legge di Dio ma alla sua coscienza».

TEMPI, 24 OTTOBRE

 

martedì 24 dicembre 2019

TOLOSA: INTERROTTO PRESEPE VIVENTE AL GRIDO DI "STOP AI FASCISTI"



Tanto tuonò che piovve. Accade in Francia, precisamente a Tolosa, dove un gruppo di circa cinquanta soggetti ha interrotto un presepe vivente dei bambini al grido di: «Stop ai fascisti».
Sabato scorso alle 16 in place Saint-Georges i bambini si erano dati appuntamento per la rappresentazione guidati dall’associazione Vivre Noël, il tutto avrebbe dovuto svolgersi fino alle 18 con l’accompagnamento di diversi cori. Ma il gruppo di soggetti di cui sopra hanno cominciato a inveire contro i «fascisti» e gli «sbirri».
Le urla hanno spaventato i piccoli figuranti, mentre questi signori autodefinitosi «anticapitalisti» volevano proprio che la rappresentazione si interrompesse. E hanno raggiunto il loro risultato, perché pastorelli e pecorelle hanno abbandonato il campo o almeno gli è stato fatto abbandonare senza che loro capissero bene il perché.
Mai si era arrivati all’intimidazione fisica, con cui gli autoproclamatisi antifascisti, con metodi da perfetti fascisti, hanno minacciato non solo bambini, ma anche i giornalisti e i fotografi.
l’arcivescovo di Tolosa, monsignor Robert Le Gall, è intervenuto:” Mi dispiace che il semplice ricordo della nascita di Gesù e dei valori che trasmette non sia più rispettato nel nostro paese e susciti anche degli atti di violenza verbale e fisica da parte di quelli che si erigono come difensori della libertà».
Al momento in Francia non c’è stata nessuna reazione, anche se in piazza ad essere insultati c’erano dei bambini delle scuole elementari che ancora non hanno studiato cosa sia il fascismo, e che certamente non sanno cosa sia.
Ma anche in Italia, tra i molti karaoke di Bella ciao (anche in chiesa, al termine della Messa) e le piazze con sardine, si fa presto a dire «fascista» a questo e a quella.
Un po’ come Peppone nel film Don Camillo monsignore… ma non troppo, quando sonnecchiante al Senato si sveglia nel bel mezzo di una scaramuccia tra parlamentari e scatta subito con la parola d’ordine, sempre valida indipendentemente dal merito del contendere: «Fassisti



mercoledì 20 febbraio 2019

L‘ALLARME DI FINKIELKRAUT: "GLI ISLAMISTI VOGLIONO CONQUISTARE LA FRANCIA"



Il filosofo francese ricostruisce quanto accaduto durante l'aggressione a Parigi e collega la violenza antisemita alla crescita dell'islam radicale nelle periferie della Francia
Alain Finkielkraut è il filosofo francese che è stato aggredito da un gruppetto di gilet gialli durante la manifestazione sdi sabato a Parigi. Gruppetto di cui uno dei partecipanti è già stato identificato. E si tratta di un islamico vicino agli ambienti salafiti. All'inizio, tutti hanno pensato fosse un rigurgito antisemita da parte di alcuni militanti dell'estrema destra francese. Poi la realtà si è rivelata differente.

Finkielkraut ha raccontato a Repubblica gli attimi dell'aggressione: "Alcuni manifestanti si sono avvicinati per propormi di entrare nel corteo e indossare il gilet giallo, non so se fossero sinceri o ironici, comunque non erano ostili". Poi sono arrivati gli insulti: "Erano in tanti, urlavano forte. Ho capito solo che era meglio andarsene perché rischiavo di essere linciato. Se non ci fossero stati i poliziotti mi avrebbero spaccato la testa. Detto questo, non mi sento né vittima né martire".
Il filosofo ricostruisce l'accaduto e racconta quello che gli è stato urlato: "Solo dopo, rivedendo le immagini, ho ricostruito che non si sente 'sporco ebreo' ma 'grossa merda sionista', 'razzista', 'fascista'. Un uomo ha urlato: 'La Francia è nostra'. Qualcuno penserà alla citazione del vecchio slogan nazionalista antisemita 'La Francia ai francesi'. Non credo. L'uomo aveva la barba, la kefiah, il governo l'ha identificato come qualcuno vicino ai salafiti. Il senso era: 'La Francia è la terra dell'Islam'. Questo insulto deve farci riflettere".

E sul pericolo del populismo in Europa, il filosofo francese dice "che bisogna rispettare la libertà e la saggezza dei popoli europei quando rifiutano di aderire a una visione multiculturale della società. Liquidare l'attuale governo italiano con il termine 'lebbra nazionalista' è stato un grave errore di Macron".
Finkielkraut afferma cheil populismo è inquietante, ma è una reazione patologica al fenomeno di trasformazione demografica che i governi non vogliono affrontare. Se non ci fosse stata la Merkel che nel 2015 decise di accogliere un milione di profughi siriani, dicendo “noi ce la faremo” (Wir schaffen das), non avremmo avuto la Brexit”. “Io -continua- sono figlio di immigrati polacchi, e sono stato integrato, ma il sistema scolastico francese che ha permesso la mia integrazione è crollato, e oggi l’ideologia dominante mette tutto sullo stesso piano, la grande letteratura vale quanto il rap”.

E non si pente di aver sostenuto i gilet gialli: "Grazie alla casacca fluorescente è diventata visibile la Francia rurale, delle periferie lontane. Sono i perdenti della globalizzazione e dello Stato sociale. Purtroppo il movimento è stato corrotto dal successo mediatico. Alcuni esponenti si sono montati la testa, diventando arroganti.
Quel che mi allontana oggi dal movimento non è l'antisemitismo, che è marginale, ma un egualitarismo pericoloso, in cui uno vale uno, l'intelligenza e le competenze non vengono più rispettate".


mercoledì 19 dicembre 2018

FINKIELKRAUT STA COI GILET GIALLI, “MA ATTENZIONE AL RISENTIMENTO EGUALITARISTA”




Si schiera decisamente dalla parte dei “bifolchi” che sono insorti e contro l’élite dei privilegiati che vorrebbero fare loro la morale, ma mette in guardia dai processi di corruzione che già si
manifestano nel movimento e condanna senza tentennamenti le violenze delle manifestazioni parigine.

In un’ampia intervista rilasciata a Le Figaro Alain Finkielkraut dice con forza la sua sui gilet gialli e sulla crisi di cui sono sintomo.

PERSA LA “GUERRA DEGLI OCCHI”
«La classe media e le classi popolari», spiega, «vivono in Francia in un doppio stato di insicurezza economica e culturale. Questa gente comune è stata cacciata dalle metropoli a causa degli affitti proibitivi e dalle banlieue dove ha perduto la “guerra degli occhi” (l’ingiunzione di tenere lo sguardo basso che le bande di quartiere impongono a chi non appartiene alla loro etnia – ndt). Altri, che abitano da molto tempo nelle città di media grandezza, sono costretti a chiudere i propri negozi a causa della concorrenza dei grandi centri commerciali e hanno visto i loro posti di lavoro distrutti dalla deindustrializzazione provocata dalla globalizzazione. Questa, che doveva segnare l’apoteosi dell’Occidente, si è trasformata in sconfitta, almeno provvisoria. Non c’era posto nella sociologia ufficiale per lo sgomento della gente suddetta, segno di infamia per l’opinione cosiddetta illuminata. Ci ricordiamo il rapporto Terra Nova 2012 che auspicava una nuova coalizione fra diplomati, giovani e minoranze. Questa “Francia arcobaleno”, tollerante, aperta, solidale e ottimista si opponeva alla Francia pallida e piagnona del “Era meglio prima”. Le classi popolari non erano più all’avanguardia della storia. Avevano abbandonato il campo del progresso per quello del ripiegamento protezionista e particolarista. Ed ecco che il vecchio mondo oppone resistenza, esce dall’invisibilità. Questa insurrezione improvvisa, questa rivolta della gente che appartiene a un luogo contro la gente di nessun luogo, mi ha effettivamente reso felice».

L’ERRORE DEI MEDIA
Sull’invisibilità fino a ieri di questa Francia e sulla sua improvvisa sovraesposizione Finkielkraut commenta: «Non si vedeva questa Francia perché non si voleva vedere altro che la diversità. Tutte le riserve di curiosità e di compassione dell’opinione pubblica progressista erano esaurite dalle banlieue e dai migranti. In nome dell’apertura, la diversità ci nascondeva l’esistenza di una Francia maggioritariamente bianca che non è razzista neanche per un centesimo e che fa fatica a tirare la fine
del mese. Ora c’è un fenomeno di disperato recupero da parte dei media, accusati del loro passato accecamento: i gilet gialli ieri non erano nulla, oggi occupano tutto lo schermo. Questa esaltazione ha
un effetto molto corruttore: passare dall’invisibilità al tappeto rosso fa nascere in alcuni dei gilet gialli il sentimento che tutto è possibile. Certi non mettono più alcun limite alle loro rivendicazioni».

ASSORBIMENTO DEL CAMERATISMO
Finkielkraut condanna senza esitazioni lo «scatenamento di barbarie» delle manifestazioni parigine, nel corso della quali «è stato attaccato non il governo, ma la civiltà stessa». Tuttavia concentra le sue critiche su dinamiche del movimento che non hanno a che fare direttamente con la violenza: «Il loro desiderio di essere ascoltati va di pari passo con il rifiuto di avere dei portavoce. Se non riusciranno a domare questo furore di orizzontalità, costoro che si vantano di essere il popolo e di parlare con una sola voce rischiano di divorarsi fra di loro. In questo movimento di fratelli le gerarchie sono rifiutate, il tran-tran quotidiano è abolito, la solitudine dei quartieri residenziali è sconfitta dalla felicità di agire insieme e dall’ebrezza di scrivere la storia. Ma questa fraternità ha il suo rovescio: è quello che lo scrittore tedesco Sebastian Haffner definisce l’“assorbimento nel cameratismo”. Trascinato dalla folla, nessuno osa più pensare in proprio. L’assorbimento nel cameratismo coincide con il contagio mimetico, è la sorveglianza di ciascuno da parte di tutti in forma di deliberazione collettiva».

TASSA ECOLOGICA RIDICOLA
Sulla causa scatenante delle proteste, l’aumento del prezzo dei carburanti allo scopo di scoraggiare i consumi e quindi ridurre le emissioni, Finkielkraut è critico col governo: «Credo che il governo avrebbe dovuto annullare subito una tassa ridicola, considerato che la Francia rappresenta soltanto l’1 per cento delle emissioni di gas a effetto serra nel mondo. La causa ecologica deve riconoscere delle priorità. Quando sento dire che, per garantire la transizione energetica, occorre ampliare massicciamente gli insediamenti di pale eoliche, resto inorridito. Le pale eoliche rendono la terra inabitabile dal punto di vista visivo. Penso che l’ecologia abbia come prima missione di salvare quel che resta della bellezza del mondo».

RISENTIMENTO EGUALITARISTA
L’intervistatore conclude chiedendo se l’odio per le élites che traspare dalle azioni dei gilet gialli non sia pericoloso. Nella risposta a quest’ultima domanda il filosofo dà il meglio di sé:

«La classe dominante, quella che non appartiene a nessun luogo, ha fallito. La borghesia aveva cattiva coscienza perché era criticata in nome dei valori di uguaglianza che aveva essa stessa promosso per rovesciare l’antica aristocrazia. Ma i privilegiati di oggi giocano su due tavoli: possiedono il benessere materiale e la superiorità morale che gli sono conferite dalla loro apertura di spirito e dall’apologia di un’ospitalità di cui non patiscono le conseguenze. Non ho nessuna indulgenza per questa élite autoproclamata. Ma c’è un pericolo, in effetti, nell’antielitismo. Nel corso di una trasmissione televisiva un gilet giallo ha chiesto in modo aggressivo a un ministro, persona dignitosa, quanto guadagna. Questo comportamento detestabile testimonia il risentimento che esiste nella passione per l’uguaglianza quando questa non è accompagnata da aspirazioni più alte.

Ecco cosa scriveva a questo proposito Charles Péguy nel suo De Jean Coste: “A motivo della fraternità siamo tutti tenuti a strappare alla miseria i nostri fratelli uomini; è un dovere prioritario; il dovere dell’uguaglianza, al contrario, è un dovere molto meno pressante; (…) non riesco ad appassionarmi alla famosa questione di sapere a chi toccheranno, nella città del futuro, le bottiglie di champagne, i migliori purosangue, i castelli della valle della Loira; spero che le cose si aggiusteranno; a condizione che ci sia una città, che non ci sia alcun uomo che viene bandito dalla città, tenuto in esilio nella miseria economica”.

Combattere la miseria economica, ma anche culturale ed estetica, senza cedere al risentimento egualitarista, tale è la missione della politica».

Di Rodolfo Casadei, tratto da Tempi