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sabato 28 agosto 2021

SUOR SHAHNAZ: 'I MIEI ULTIMI GIORNI NELLA KABUL DEI TALEBANI'

L’angoscia costante, le retate dei fondamentalisti, i tentativi falliti di fuggire.

E poi l’ansia per chi è rimasto, resa ancora più lacerante dai sanguinosi attentati di ieri. La testimonianza di una religiosa arrivata in Italia con uno degli ultimi voli di evacuazione: "Le ragazze mi mandano messaggi in lacrime. Se sarà possibile tornerò in Afghanistan".

I giorni nella Kabul occupata dai talebani, in preda all’ansia nell’attesa di un’occasione per lasciare il Paese, suor Shahnaz Bhatti non potrà mai dimenticarli. La religiosa che operava in Afghanistan per l’associazione Pro Bambini di Kabul (PBK), arrivata in Italia con uno degli ultimi voli del ponte aereo organizzato dalle autorità, è ancora sotto shock: «Anche adesso che sono qui sana e salva, ogni volta che sento bussare alla porta o avverto il rumore di una persiana mossa dal vento sento un tuffo al cuore e mi assale il terrore che qualcuno sia venuto a prendermi».

Suor Shahnaz Bhatti

Le immagini dell’attentato di ieri in mezzo alla folla assiepata intorno all’aeroporto della capitale afghana non hanno fatto che ridestare i fantasmi di queste settimane e rafforzare i timori per «quelli che sono rimasti là».

Il racconto della suora 46enne della Congregazione di Santa Giovanna Antida è drammatico: «Tutti in città erano nel panico e volevano solo partire. In queste giornate di terrore non passava un minuto senza che arrivasse qualche conoscente a chiedere una lettera di referenze a nome di PBK nella speranza che potesse servire a lasciare il Paese; io le preparavo ma ero consapevole che sarebbero state inutili, perché in città tutti gli uffici sono chiusi, così come le banche, c’è la completa paralisi».

La partenza, per suor Shahnaz e le quattro missionarie di Madre Teresa che negli ultimi giorni si erano trasferite nel suo stesso stabile insieme ai 14 ragazzi disabili da loro accuditi, è stata molto difficile: «Nessun’agenzia se la sentiva di prendersi la responsabilità di accompagnarci all’aeroporto perché la sicurezza non poteva essere garantita. Abbiamo preso contatti con diverse organizzazioni, dalla Nato al Catholic Relief Services, dall’Unama (la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan) alla Croce Rossa: in diverse occasioni sembrava che il trasferimento fosse imminente ma ogni volta, all’ultimo momento, ricevevamo una telefonata che ci avvisava che le condizioni non permettevano di muoversi». Nel frattempo le suore – così come gli altri religiosi ancora a Kabul e i cittadini locali che in questi anni avevano collaborato con loro – vivevano nella paura di una retata dei talebani: «Da noi sono venuti a bussare una volta al portone, con violenza, nei primi giorni dell’occupazione. In casa c’eravamo ancora soltanto io e l'altra suora che lavorava con me nella scuola per bimbi disabili di PBK. Abbiamo sentito un forte trambusto e il pianto di alcune persone fuori dal cancello... Ci siamo nascoste, anche se eravamo consapevoli che se avessero sfondato la porta non ci saremmo salvate, e per fortuna dopo pochi minuti se ne sono andati. Esperienze simili sono capitate a persone del nostro staff, così come al gesuita indiano responsabile del Jesuit Refugee Service che è stato poi aiutato a nascondersi in un altro edificio da alcuni collaboratori locali».

Confessa suor Shahnaz: «Avrei avuto diverse occasioni per fuggire da sola ma, così come il responsabile della Chiesa cattolica padre Giovanni Scalese, mi sono rifiutata di partire senza gli altri membri della nostra comunità e le persone che dipendevano totalmente da noi. Pensavo: “Moriremo insieme come martiri o ci salveremo insieme”».

Infine, tre giorni fa, l’occasione buona: «Padre Giovanni ci ha chiamate dicendoci di stare pronte per quella sera. Verso le 21.30 davanti al nostro cancello è arrivato un pullman accompagnato da un’auto della polizia, da padre Scalese e da Alberto Cairo della Croce Rossa. Noi siamo usciti, completamente al buio, e siamo partiti verso l’aeroporto». Un tragitto caratterizzato da «un’ansia indicibile. Per strada la gente correva e cercava di raggiungere lo scalo, i talebani sparavano in aria all’impazzata, poi un proiettile ha colpito una persona che è caduta a terra proprio davanti alla nostra auto. Arrivati finalmente al gate principale, siamo riusciti ad attraversare i controlli dei fondamentalisti e ci siamo messi in salvo. Abbiamo poi saputo che la stessa polizia che ci ha scortati era costituita da talebani, che ormai hanno in mano tutto».

Bambini a Kabul

Anche ora che è salva in Italia, la religiosa non è certo serena: «La mia anima è lacerata, il mio cuore è a Kabul tra i bambini della scuola e le loro famiglie, che rischiano ritorsioni. Ma penso anche alle ragazze che mi mandano in lacrime messaggi chiedendo aiuto, e ai tanti genitori impauriti che i talebani prendano i loro figli per farne dei guerriglieri, mentre loro vorrebbero che andassero a scuola e si costruissero un futuro diverso. Li affido tutti al Signore...».

Quanto a lei suor Shahnaz è decisa a fare la sua parte: «Con l’aiuto della mia congregazione e di PBK, farò tutto il possibile per stare a fianco degli afghani arrivati con noi: i bambini, le studentesse, i miei collaboratori... Visto che l’intero staff adesso è qui, vorrei continuare il nostro impegno al servizio anche di altri bambini afghani profughi in Italia: in fondo questa è la vocazione dell’associazione fin dall’inizio. Saranno comunque i miei superiori a decidere il mio futuro. Io posso dire solo che, se un giorno avremo la possibilità di tornare a Kabul, io ci sarò».

CHIARA ZAPPA AsiaNews.it

 

venerdì 22 marzo 2019

IN MORTE DI ANNA MARIA CÀNOPI


È morta nella festa di San Benedetto la fondatrice del monastero Mater Ecclesiae di San Giulio, sul lago d’Orta. Aveva 87 anni
Madre Anna Maria Cànopi era luce. Luce i suoi occhi, luce il suo sorriso, luce il suo pensiero.
Riprendiamo da Avvenire del 24/12/2011  un’intervista di 
Marina Corradi a Madre Anna Maria Cànopi.

Il cielo di dicembre è grigio sopra lo specchio calmo del lago. Nes­suno, nella piazzetta di Orta. Un battello trasborda sull’isola San Giu­lio. Come sbarchi, ti meraviglia il si­lenzio in cui sprofondi, un silenzio rotto soltanto dallo sciabordio del­l’acqua, al molo. Ti inoltri per il vi­colo verso il monastero benedetti­no Mater Ecclesiæ, seguita solo dal rumore dei tuoi passi. L’edificio del­l’ex seminario, affidato nel 1973 a sei monache, oggi ne ospita 75, di cui 10 novizie e 2 postulanti. Appe­si al portone gli orari della giornata: dalle lodi mattutine delle 4,50 il tem­po è scandito fra preghiera e lavoro fino a compieta, a sera; poi, si leg­ge, è il 'grande silenzio' della not­te. Un silenzio ancora più grande di questo? ti domandi, tu già un po’ smarrita e quasi assordata da que­sta pace.

Anna Maria Cànopi, 80 anni, la Ma­dre superiora, è una donna esile, con due vivi occhi azzurri sul volto magro. È la fondatrice: quando ar­rivò con le prime sorelle, racconta sorridendo, l’edificio era in abban­dono, mancava luce, telefono, per­fino l’acqua bisognava andare a prendere, a un pozzo. Come una fondazione monastica di evi antichi qui, in questo alto Piemonte, a un’o­ra da Milano.

Siamo venuti nel silenzio della clausura a parlare di speranza.

Ma­dre, quanto delle paure e delle an­sie di fuori arriva fra queste mura?

Ho l’impressione che arrivi tutto, perfino ciò che non viene detto. Nel Signore si percepisce ogni cosa, in questo silenzio si sente anche ciò che non è pronunciato. Per iscritto, per e-mail, o di persona, la dome­nica a messa nella basilica di San Giulio o nella settimana, sono mi­gliaia ogni anno le persone che ven­gono a chiedere sostegno per la lo­ro fede, o semplicemente il coraggio di vivere. Questo soprattutto: do­mandano il coraggio di vivere. Tut­ta la vita nostra e la nostra preghie­ra sono date per chi domanda que­sto aiuto, e anche per chi non può o non vuole venire, o non sa neanche di noi; la nostra vita è soprattutto per gli abbandonati, per quelli di cui nessuno si ricorda. Abbiamo una vocazione di materna supplenza a ciò che manca, di fede e di speran­za, agli uomini.

In tempi di crisi la pressione di que­sta domanda di speranza si fa più forte?

Sì, le difficoltà economiche accre­scono l’insicurezza e lo smarrimen­to. C’è perciò sempre più gente che si affida alla nostra preghiera. Ven­gono anche persone che non cre­dono in Dio, ma ci chiedono ugual­mente: pregate per noi! Come cer­cando nel buio una mano che li so­stenga e li accompagni.

La vostra prima preghiera, lei dice, è per gli abbandonati, per gli sco­nosciuti miserabili di cui ignorate anche il nome. Dunque su quest’i­sola apparentemente lontana da­gli uomini voi percepite profonda­mente il dolore che grava sul mon­do.

Certo, sentiamo addosso a noi il pe­so del dolore e del male; anzi, ci sen­tiamo noi stesse peccatrici. La vo­cazione claustrale è interamente immersa nel mistero della Croce. Chi viene qui ci dice: Beate voi, che vivete in questa pace! Sì, è vero: Cri­sto è la nostra pace. Ma questa no­stra casa non è affatto estranea al mondo, e la pace di Cristo non è spensieratezza; è la pace delle Bea­titudini, che annunciano: Beato chi soffre... Qui partecipiamo della Cro­ce, che continua nella storia umana, ma Cristo è risorto e ci libera dalla tristezza e dalla morte.

Non fanno più fatica gli uomini, og­gi, a mantenere la speranza cri­stiana?

In un tempo in cui con la rapida informazione sappiamo ciò che av­viene in tutto il mondo, credo che oggi per molti il rischio sia di sentirsi schiacciati da tante sciagure, care­stie e cataclismi che un tempo i­gnoravamo. Si vive, inoltre, dentro un nichilismo che nega la speran­za. Allora si finisce con il chiedersi: ma è vita, questa? Però, come dice­vo anche stamattina a un’ospite af­franta, io sono certa che non c’è confronto fra le tribolazioni del­l’oggi e la gioia eterna che ci atten­de. Anche la madre che perde un fi­glio deve sapere, nel suo dolore straziante, che quel figlio ora vive in Cristo, e non le è mai stato co­sì vicino, e non le verrà mai più tolto.

Risuona, tra le mura del mo­nastero, una campanella squillante. Chiama all’ora Nona. Madre Cànopi si avvia alla cappella dove, oltre la grata, le monache sono una schiera ordina­ta di veli neri, o bianchi, quelli del­le novizie. Cantano, con le loro vo­ci chiare. Quanti anni avranno le ra­gazze che attendono di pronuncia­re i voti? Come si sceglie, a vent’an­ni, una vita dentro a questo silen­zio? Sull’altra sponda, nei bar di Or­ta, le radio e le tv accese combatto­no contro la densa pace del lago. Che qui sull’isola invece si allarga, sovrana. 

Perché fuori di qui abbiamo così paura del silenzio?

Sorride la Cànopi: un giorno sono andata in città, dal dentista, per u­na operazione. Per tutto il giorno in studio lì si tiene accesa la radio – canzoni, battute, parole vuote. Ma non la spegnete mai?, ho doman­dato. No, non la si spegne… Il ru­more consente di evadere. Se si rien­tra in se stessi si deve cambiare: al­lora si preferisce stordirsi. Chi vie­ne al monastero a volte, all’inizio, è spaventato dal silenzio. Poi si abi­tua e lo gusta, e quando va via desi­dera ritornare.

Anche la vecchiaia fa molta paura, fuori. Lei ha compiuto 80 anni. Co­me vive la sua età?

Si teme la vecchiaia perché non se ne capisce più il valore. Certo, l’uo­mo esteriore invecchia e deperisce, ma nella fede l’uomo interiore cre­sce fino alla statura di Cristo, cioè fino alla vita eterna. Io trovo oggi la mia vita più ricca, più piena che da giovane. Quest’anno sono stata malata due mesi. Non ho avu­to paura, però: la vita vera è Cristo dentro di me.

Ci opprime, fuori, una an­goscia del futuro; molti non hanno figli non solo per ragioni economiche, ma per paura del 'brutto mondo' in cui li mette­rebbero.

Noi non sappiamo come sarà il mondo domani, ma sappiamo che Cristo è il Signore della storia. E sappiamo anche che ogni bambino che viene al mondo porta una nuova speranza. Tutta la vita è nelle mani di Dio; è in questa cer­tezza che sorge il desiderio di dare al mondo nuovi figli.

Come porta, come trasmette lei, a chi viene a cercarla, la certezza del­la sua fede?

Se si crede nella risurrezione di Cri­sto, questa certezza si legge sui no­stri volti.

Ma c’è gente che vorrebbe questa certezza, e non la trova.

Bisogna avere allora l’umiltà di do­mandare, e di accettare anche un piccolo lume, perché diventi fiac­cola. Bisogna attaccarsi alla spe­ranza di chi ce l’ha, come fanno quelli che ci dicono: non ho fede, però preghi per me. Quell’implora­zione è già un principio di speran­za.

Madre, cos’è il Natale per lei?

È un evento che si fa presente, che avviene oggi. La Liturgia ci fa dire: Cristo è nato oggi. Hodie, 'oggi', cantiamo in latino il giorno di Na­tale. E per questa certezza a Natale siamo liete, come quando in una ca­sa nasce un bambino. Nasce davve­ro per noi Gesù, la speranza del mondo.

Chi è Madre Anna Maria Cànopi
Madre Anna Maria Cànopi: originaria dell’Oltrepò pavese, si laurea in Lettere all’Università Cattolica di Milano; dopo un periodo di lavoro come assistente sociale, nel 1960 entra nell’abbazia benedettina di Viboldone. Nel 1973, dietro richiesta dell’allora vescovo di Novara, monsignor Aldo Del Monte, insieme con altre cinque monache dà inizio alla vita benedettina sull’Isola San Giulio, fondando l’Abbazia Mater Ecclesiae, di cui è abbadessa. Benedetta dal Signore, la comunità dell’isola ha raggiunto in breve tempo un sorprendente sviluppo, tanto da rendere possibile la fondazione del Priorato Regina Pacis a Saint-Oyen (Aosta) e quello della Santissima Annunziata a Fossano (Cuneo).


martedì 8 marzo 2016

YEMEN. «LE SUORE UCCISE SONO MARTIRI DELLA FEDE»


 TEMPI, Marzo 7, 2016 Leone Grotti
«I terroristi hanno sparato su di loro, non sui musulmani». Oltre a loro, sono stati uccisi 12 civili ed è stato rapito padre Tom Uzhunnalil, missionario salesiano indiano

«Le quattro suore sono veramente martiri della fede perché sono state uccise in odio alla loro fede cristiana». Non ha dubbi il vicario apostolico per l’Arabia settentrionale, Camillo Ballin, parlando a Tv2000. Il 4 marzo quattro suore Missionarie della Carità, la Congregazione fondata da madre Teresa di Calcutta, sono state trucidate ad Aden, tra le città più importanti dello Yemen, sconvolta da una guerra che va avanti da quasi un anno. Anche papa Francesco all’Angelus di domenica in piazza San Pietro ha parlato di «martirio».
 
«DIVISE DAI MUSULMANI». Un commando armato ha ucciso 12 civili nel compound delle missionarie dove si trovava anche una casa per anziani. «Quando i terroristi sono entrati nella struttura», continua il vicario Ballin, «hanno separato gli ospiti, anziani e disabili, dalle suore e hanno poi sparato sulle religiose. I terroristi sapevano che in queste strutture tra gli ammalati e i ricoverati erano presenti alcuni musulmani. Infatti non hanno sparato sui musulmani ma sulle suore. Questo fa capire che la matrice è religiosa».

SACERDOTE RAPITO. Solo suor Sally è riuscita a salvarsi e come dichiarato ad AsiaNews, dal vicario apostolico per l’Arabia meridionale, Paul Hinder, «sarà trasportata fuori dal paese. La religiosa raggiungerà una delle comunità fuori dal paese». Non si sa ancora nulla invece della sorte di padre Tom Uzhunnalil, missionario salesiano indiano di 56 anni, rapito dai terroristi. «Non sappiamo neanche se è ancora vivo».

«RESTEREMO IN YEMEN». Sia le suore uccise che il sacerdote rapito avevano deciso pochi mesi fa di restare in Yemen, nonostante la situazione fosse pericolosa e avessero avuto la possibilità di andarsene, dicendo: «Noi vogliamo restare vicini ai poveri e agli ultimi e restiamo qui. È la nostra vocazione». Attraverso un comunicato, la congregazione fondata da madre Teresa ha fatto sapere che «continueranno a servire i poveri e i bisognosi in Yemen. Madre Teresa è sempre stata negli angoli più remoti del mondo, indipendentemente dalla situazione locale».

JIHADISTI AD ADEN. Per impedire ai ribelli sciiti Houthi di prendere il potere nel paese, una coalizione sunnita guidata dall’Arabia Saudita bombarda lo Yemen da aprile, causando la morte di oltre 5.000 persone, in maggioranza civili. Aden è stata liberata dall’occupazione a luglio e Riyad vi ha spostato temporaneamente il governo dalla capitale Sana’a. Ma diversi quartieri della città, causa il vuoto di potere, sono di fatto finiti in mano a Isis e Al-Qaeda (che ha preso le distanze dall’ultimo attentato). «I jihadisti mi fanno paura», spiega una residente, «Sono potenti, organizzati e per ora non c’è nessuno che li voglia fermare».

Foto Ansa/Ap

mercoledì 20 gennaio 2016

NON FATE COME PILATO!!

NOI SUORE DI CLAUSURA VI CHIEDIAMO DI ANDARE AL FAMILY DAY!

dal blog di costanza miriano
Questa mail che pubblichiamo viene dalle suore di clausura trappiste della Repubblica Ceca e di Vitorchiano. Suor Lucia, badessa delle trappiste di Praga ha mobilitato il suo convento e quello d’origine pregando tutti di andare a Roma per il Family Day.

Carissimo,
dí a tutti da parte mia (puoi girare questo e-mail a chi vuoi) che per amore dei più deboli, i nostri bambini e i nostri ragazzi, DEVONO andare e non fare come Pilato!! 

Un peccato di omissione può essere peggio di molti altri peccati. Noi qui siamo 25, siamo suore di clausura e non possiamo andare. 
CHI VUOLE ANDARE AL POSTO DI OGNUNA DI NOI?
E’un favore personale che chiediamo a degli amici. Rimborseremo le spese del viaggio.
Noi preghiamo, adoriamo, digiuniamo. Voi andateci. E’ in nome della comunione tra laici e suore di clausura che ve lo chiedo. 
Carron dite che ve lo chiediamo noi monache di clausura.
Inoltre assieme a Bagnasco ve lo chiede la chiesa italiana che é rappresentata da lui e non da altri, per la grazia di stato del mandato di presidente.
Gira questo e-mail a tutti. Grazie.

sr Lucia e le sorelle di Naší Paní

martedì 6 agosto 2013

NESSUN RAZZISMO: SOLO INCOMPETENZA

SOUAD SBAI:

Cara Kyenge, ecco la differenza tra un burqa e il velo di una suora
lunedì 5 agosto 2013
http://www.ilsussidiario.net

Bisogna dirlo, stavolta Cécile Kyenge l’ha sparata grossa. Ospite alla Festa del Pd a Cantù la discussa ministra di origine congolese ha avuto un’uscita a dir poco infelice: “Il fatto che la legge obblighi a far vedere il viso deve valere per tutte le donne, comprese anche le suore, perché non insistiamo su questo aspetto? Il principio è sempre quello. Applichiamolo senza avere pregiudizi”.

Un’affermazione inopportuna non tanto perché ha dato prova, ancora una volta, di quanto siano deboli e vane le sue argomentazioni, condite da qualche assurdità, ma soprattutto perché non permette di sorvolare su chi, nella veste di ministro dell’integrazione, si dimostri così incompetente in tematiche cruciali, e al contempo basilari. La Kyenge si è fatta portabandiera dei più fuorvianti pregiudizi, idee e preconcetti inutili e non veritieri. Al di là della dimostrazione di come ignori la differenza tra velo islamico da una parte, e niqab e burqa dall’altra, in un periodo in cui il dibattito sull’Islam sta prendendo piede in occidente, è impensabile che trascuri il sostanziale divario tra il significato di tali indumenti e del velo delle suore. La ministra probabilmente crede che il velo cosiddetto islamico sia considerato parte integrante di una tradizione religiosa. In realtà questo deriva da un’esegesi letterale del Corano, isolata dal suo contesto storico, che ha permesso di dare interpretazioni univoche in grado di nascondere le insufficienti fondamenta su cui poggia.

Il velo non ha fatto altro che assumere ed assorbire diverse connotazioni negative, proprio perché indossarlo non è, in realtà, un precetto religioso, un “pilastro dell’Islam”. Le modalità del suo utilizzo non sono esplicitamente scritte nel Corano, e ad affermarlo, oltre agli intellettuali arabi, tra cui spicca il nome di Mustafa Rashid, sono gli stessi imam, quelli più moderati s’intende. Anche in Italia esistono tantissime donne che, per rispettare una volontà maschilista, sono costrette a velarsi alcune sotto la minaccia continua della violenza fisica e psicologica. Per questo motivo, intorno al velo si è creata una sorta di aura fatta di congetture che devono essere distinte e chiarificate. Ancora diverso è il niqab, che costituisce un’aggiunta fatta dal radicalismo. Non esiste, infatti, nessuna prova sharitica che lo attesta. I sostenitori di questo indumento sono coloro che vogliono favorire l’affermazione di un altro tipo di Sharia Islamica, completamente differente dall’originale, che è quella wahabita. Vogliono così la legittimazione di un sistema di norme tramite metodi e strumenti non adeguati. Si può quindi dire in tutta serenità che il niqab non fa parte del quadro culturale islamico, ma è solo uno strumento messo in campo dagli impostori che agiscono in nome della stessa religione. Per non parlare infine del burqa afgano, il cui obbligo di indossarlo è conseguenza di tradizioni locali, totalmente indipendenti dalle prescrizioni religiose dell’Islam.



Tutt’altro significato ha il velo delle suore, che intanto rende sempre ben visibile il volto, e, oltre ad essere religioso, è espressione di una libera scelta e di conseguenza non soggetto ad alcuna imposizione. Per le suore portare il velo, sopra i capelli tagliati corti o addirittura rasati, è segno del sacrificio della bellezza femminile mondana fatto per riaffermare la propria appartenenza a Cristo. Una questione di rispetto, del dono di sè a Dio fatta in piena libertà e che trasforma una caratteristica della femminilità mondana, in qualcosa che renda evidente a tutti la propria appartenenza, devozione e sottomissione al Signore, di cui sono perenni spose. E guai se questa, che è una affermazione della propria identità e della propria vocazione si esplicitasse nella dissimulazione del proprio volto, che rimane aperto al mondo. Nemmeno le monache di clausura si coprono il volto, perchè una suora cattolica, pur nell'umiltà e scansando la vanità, non perde mai l'unicità della propria persona!



La ministra dovrebbe preoccuparsi di più a cosa afferma, piuttosto che a recriminare un clima di pregiudizio nei suoi confronti, a suo parere esclusivamente di stampo razzista. La realtà è che sono proprio le sue continue provocazioni a creare tensioni, e la sua vaghezza e superficialità dimostrano la sua totale inadeguatezza nell’affrontare i problemi nel concreto. Inutile spostare l’attenzione su una presunta non tolleranza verso gli immigrati, gli stessi dei quali non conosce tradizioni e culture. Le ragioni che vietano il burqa nel mondo occidentale non sono legati all’espressione di una religiosità, ma a ben altro, mentre il ministro, attaccando la Chiesa, ha manifestato un atteggiamento antireligioso intollerabile.