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giovedì 16 aprile 2020

LA RIPRESA E I SUOI AVVERSARI


Angelo Panebianco

Spirito di fazione, tentazione statalista, burocrazia, panpenalismo, combinandosi, possono costituire un sudario mortale per qualunque società.

Negli anni che seguirono la Seconda guerra mondiale, i Paesi sconfitti e che avevano anche subito le più pesanti distruzioni, Germania, Giappone, Italia, conobbero uno sviluppo economico più elevato dei vincitori di quella guerra. Si chiama «effetto Fenice»: la mitica creatura che risorge dalle proprie ceneri. È lecito sperare che alla rapidissima distruzione del tessuto economico prodotta dal coronavirus segua un’altrettanto rapida ricostruzione.

Rubens, Prometeo incatenato, Philadelphia
Ma non ci sono garanzie: l’«effetto Fenice» potrebbe essere contrastato e al limite annullato da potenti forze contrarie. Nell’Apocalisse di Giovanni non c’è soltanto la peste fra i cavalieri di sventura. Nel nostro caso sono almeno quattro le forze che potrebbero mettersi di traverso e bloccare la rinascita del Paese:

 lo spirito di fazione, la tentazione statalista, la «gabbia d’acciaio» burocratica, il panpenalismo.

È bello raccontarsi, nei momenti di sventura, che una nuova solidarietà si è affermata nel Paese ed è consolante vedere quante persone si prodighino, facciano sacrifici e corrano rischi per aiutare gli altri. Si può anche pensare, in quei momenti, che lo «spirito comunitario» (qui siamo tutti fratelli) stia soppiantando il tradizionale spirito di fazione (qui siamo tutti nemici). Purtroppo lo spirito di fazione non può essere facilmente sconfitto. Governo e opposizione, in un frangente come questo, non si scontrerebbero frontalmente se non sapessero che i rispettivi seguaci, o almeno i più assatanati, non ne vogliono sapere del «volemose bene», vogliono le solite risse da saloon. È vero, non siamo certo la sola democrazia nella quale lo spirito di fazione sia molto forte. Ma qualcosa di speciale lo abbiamo. Ad esempio, chi sta all’opposizione in Italia (chiunque sia) non ha remore ad attaccare il governo del proprio Paese nelle sedi internazionali o sovranazionali in cui sia presente. O ancora, se un giornale tedesco non vuole che si diano soldi all’Italia perché potrebbero finire in mano alla mafia, non fa che ripetere quanto in sedi europee hanno detto italiani eccellenti (ivi compreso il capo del partito del nostro attuale ministro degli Esteri). Molti italiani però approvano questi comportamenti. È il problema dell’uovo e della gallina: le élite sono così perché lo sono tanti italiani oppure tanti italiani sono così perché lo sono le élite? Se lo spirito di fazione prevarrà sullo spirito comunitario la ricostruzione verrà compromessa.

La seconda forza, il secondo cavaliere, è la tentazione statalista. Un manifesto redatto dal professore Carlo Lottieri e firmato da molti intellettuali, professionisti e imprenditori mette in guardia contro il rischio che alla pandemia virale faccia seguito una pandemia statalista. Non lo Stato che indirizza e fa anche gli investimenti essenziali ma lo Stato che, tutte le volte che può, si sostituisce all’imprenditoria privata, deprimendo così quegli animal spirits del capitalismo senza i quali non ci può essere alcuna ricostruzione, alcun «effetto Fenice». Si è potuto constatare che il decreto liquidità, quello che dovrebbe aiutare le imprese in difficoltà, contiene varie trappole disseminate qua e là dai nemici dell’impresa privata, quegli antifascisti tutti di un pezzo che sognano di ricostruire la fascistissima Iri. Come è stato osservato, d’altra parte, solo dove l’ideologia statalista è dominante può esserci chi pensa che, anziché provvedere a una riduzione generalizzata delle tasse, per favorire la ricostruzione occorra accrescere la pressione fiscale (nello specifico, colpendo i ceti medi).

Il terzo grande ostacolo è la burocrazia. Siamo, da molto tempo ormai, come tanti insetti catturati da una ragnatela appiccicosa. Siamo oppressi da una caterva di norme che impedisce o è in grado di ritardare al massimo ogni possibile innovazione, gestita da un’amministrazione efficientissima quando si tratta di imbrigliare le forze più dinamiche della società.

Da ultimo c’è il panpenalismo, la debordante e soffocante presenza del diritto penale in tutti gli ambiti della vita sociale ed economica, a sua volta riflesso della peculiare posizione di forza assunta dalla magistratura inquirente in Italia. Immaginate cosa sarebbe successo in Europa se, quando arrivarono gli aiuti del piano Marshall, tante procure in giro per il vecchio Continente fossero state lì a scaldare i muscoli, pronte a scattare e a bloccare ogni iniziativa anche solo in presenza di qualche vago sospetto di cattivo uso del denaro pubblico. Quasi sicuramente, alla fine, per la maggior parte dei tanti inquisiti/imputati sarebbe arrivata l’assoluzione ma, nel frattempo, non ci sarebbe stata alcuna ricostruzione economica. Né credo che in Italia sarebbe stato possibile, ad esempio, fare l’autostrada del Sole o tutto quanto favorì il boom economico degli anni Sessanta se il virus panpenalista fosse stato allora così diffuso come lo è oggi.

Spirito di fazione, tentazione statalista, burocrazia, panpenalismo, combinandosi, possono costituire un sudario mortale per qualunque società. La speranza è che, in tempi così perigliosi, emergano tante intelligenze individuali a tal punto vitali, energiche e assertive da riuscire a sconfiggere la diffusa mentalità che alimenta i quattro suddetti cavalieri di sventura. Buona ricostruzione a tutti.

giovedì 7 giugno 2018

I DUE POPULISMI


Tra Lega e Cinque Stelle ci sono punti in comune, ma anche forti differenze. Non è sicuro che il matrimonio appena celebrato sarà un’unione duratura


foto La Stampa

Non è sicuro che il matrimonio appena celebrato fra i 5 Stelle e la Lega possa dare vita a un’unione duratura. La condivisione del potere, naturalmente, è di per sé una garanzia di durata. Così come l’esistenza di notevoli, e a tutti note, affinità ideologiche: il sovranismo (frutto di una condivisa diffidenza per l’Occidente e per certi aspetti della società aperta e globalizzata), una comune esaltazione del «popolo» contro le élites di ogni genere, eccetera. Però, accanto alle somiglianze ci sono anche rilevanti differenze. Alcune di queste differenze sono così marcate da far pensare che l’alleanza fra i due partiti diventerà in breve tempo molto conflittuale. Il Movimento 5 Stelle non è un oggetto misterioso. Chi conosce la storia del populismo latinoamericano non ha particolari difficoltà a inquadrarlo. Si tratta della variante italiana di un fenomeno che in America Latina si è riproposto in varie epoche e con varie denominazioni: peronismo, aprismo, varghismo, chavismo, eccetera.

Le componenti sono sempre le stesse: un caudillo, un nemico ufficiale (sul piano interno: l’oligarchia, le élites; sul piano internazionale: i gringos, gli Stati Uniti), l’ostilità di principio alla democrazia liberale e all’economia di mercato, un piano di drastica ridistribuzione di risorse dalla classe media ai campesinos e, più in generale, ai poveri comunque identificati.
È futile discettare sul fatto se i 5Stelle siano di destra o di sinistra. Non sono né l’una né l’altra cosa (oppure — il che è esattamente lo stesso — sono tutte e due le cose insieme). Come i loro parenti latinoamericani, hanno proprietà camaleontiche: ferme restando le caratteristiche sopra indicate possono adottare con disinvoltura, a seconda delle circostanze, politiche che gli osservatori giudicheranno «di destra» oppure «di sinistra».

Si capisce perché i 5Stelle si siano sempre più caratterizzati come un partito della ribellione meridionale, perché si siano meridionalizzati dal punto di vista elettorale. La ragione è che nel Mezzogiorno gli anticorpi contro il populismo in salsa latinoamericana sono più deboli che al Nord.
Si capisce anche quale sia il senso del sovranismo in variante 5Stelle. Per loro, uscire dall’euro, se mai fosse possibile, significherebbe avere la possibilità di «stampare moneta», essere in grado di facilitare, tramite la spesa pubblica, un massiccio trasferimento di risorse dal Nord al Sud e dalle classi medio-alte alle loro potenziali clientele. L’economia del Paese sprofonderebbe, certamente. Ma per questo tipo di movimenti tale prospettiva non è particolarmente preoccupante. Come mostra la storia latinoamericana (dai peronisti ai chavisti), basta avere agganciato saldamente il «popolo», basta avere costruito un’ampia clientela, e non si verrà cacciati dalle stanze del potere nemmeno dopo avere provocato una débâcle economica generale.
Veniamo ora al caso della Lega. Sulle affinità con i 5Stelle si è già detto. Ma ci sono anche le differenze. La principale delle quali ha a che fare con il diverso insediamento sia territoriale che sociale dei due partiti. Così come i 5Stelle , pur meridionalizzandosi, raccolgono consensi al Nord, la Lega — trasformata da Salvini in un movimento nazionale — ha visto crescere il proprio peso al Sud. Ma resta che i suoi punti di forza non sono lì. Come è stato spesso osservato, le due proposte-simbolo della flat tax (leghisti ) e del reddito di cittadinanza (5Stelle) confermano la vocazione, rispettivamente, «nordista» degli uni e «sudista» degli altri.

Quali sono le motivazioni principali del voto alla Lega? Sembra lecito riassumerle con due parole: tasse e immigrazione. Chi vota per la lega, per lo più, vuole meno tasse oppure meno immigrati oppure tutte e due le cose insieme.
Certamente nella Lega ci sono state (prima di Salvini) e ci sono tuttora più «anime». Ne alimentano il consenso non solo la rivolta fiscale e l’opposizione a una politica dell’immigrazione che chi vota per la Lega considera lassista e dannosa per gli italiani ma anche, in certe componenti (quelle popolane, con più basso livello di istruzione), l’ostilità, alimentata dal mito della «piccola patria», dalla nostalgia per le antiche comunità, alla società aperta: sono componenti che chiedono frontiere chiuse non solo agli immigrati ma anche all’Europa. A queste diverse anime corrisponde un elettorato composito, socialmente eterogeneo. È certo però che una parte non facilmente quantificabile ma sicuramente non piccola dell’elettorato leghista del Nord è composta da settori di classe media (imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti) che vogliono sì meno tasse e una diversa politica dell’immigrazione ma che avrebbero da perdere tantissimo — tanto quanto buona parte del resto del Paese — se Salvini desse seguito agli sbandierati propositi anti- europei. Come ha scritto Dario Di Vico (Corriere, 29 maggio), c’è un ampio mondo imprenditoriale lombardo , per esempio nel Varesotto, che vota più o meno compatto per la Lega ma che non può approvare una scelta anti-europea: un mondo che ha un vitale interesse nella permanenza dell’Italia nell’euro.
Ciò significa che Salvini deve barcamenarsi fra due esigenze: tenere conto delle richieste di quella parte del suo elettorato che è spaventata dall’economia globalizzata ma anche non esagerare, non farsi prendere la mano da impulsi che potrebbero metterlo in rotta di collisione con altre parti dello stesso elettorato. Contratto o non contratto, Savona o non Savona, al molto che unisce 5Stelle e Lega va aggiunto il molto che li divide.
Forse troveranno il modo di far convivere, con reciproca soddisfazione, le diversissime esigenze dei loro diversissimi elettorati. Forse, invece, cominceranno presto a darsele di santa ragione.

tratto da Corriere della sera 1 giugno  2018

martedì 21 luglio 2015

LE LEZIONI INASCOLTATE DELLA STORIA


Angelo Panebianco, Il Corriere della sera Lunedì 20 Luglio, 2015
 l'abbaglio comunista su Stato e mercato: un esiziale errore antropologico , una concezione sbagliata, semplicistica, della natura degli esseri umani, unito all’illusione prometeica , alla presunzione di poter forgiare, attraverso lo Stato, l’uomo nuovo.


C he rapporto c’è fra il marxismo esibito da certi ministri ed ex ministri del governo Tsipras e il Crocifisso con falce e martello regalato dal presidente
boliviano Morales a papa Bergoglio? Sono entrambi figli di una grande
rimozione, sono la testimonianza del fatto che tante persone, forse i più,
preferiscono non ascoltare le lezioni della storia se ciò può mettere a rischio le loro più radicate convinzioni.

È la ragione per cui, secondo un detto attribuito ad Albert Einstein, è più facile disintegrare un atomo che un pregiudizio.
Quando nel novembre del 1989 crollò il Muro di Berlino e, due anni dopo, nel
1991, con l’implosione dell’Unione Sovietica, si chiuse l’era iniziata con la
Rivoluzione del 1917, moltissimi in giro per il mondo si scrollarono di dosso i
calcinacci di quel muro, fecero buon viso a cattivo gioco ma evitarono anche di scavare alla ricerca delle ragioni di un così grandioso fallimento. Quasi
nessuno (tranne pochissimi, e cioè i migliori) scelse di riflettere seriamente sul passato, pochi fra coloro che da quella utopia erano stati ammaliati si posero pubblicamente il problema del come e del perché, pochi decisero di fare i conti con i propri trascorsi errori di giudizio.

I più evitarono così di assimilare la principale lezione: si era dimostrata falsa, falsissima, l’idea che, sempre e comunque, il mercato sia il problema e lo Stato la soluzione. La falsità di quella tesi è all’origine del fallimento del comunismo.
Non volendo prenderne atto, molti si raccontarono fole: anziché al nucleo duro della dottrina attribuirono il fallimento a fatti contingenti, come la presa del potere da parte di criminali quali Stalin, Pol Pot, eccetera.

Ma l’errore, invece, stava proprio nella dottrina.
I liberali non ebbero bisogno di aspettare il crollo del comunismo sovietico per saperlo: grazie a tanti importanti lavori che si erano accumulati nel tempo, ad esempio gli scritti dell’italiano Luigi Einaudi sul mercato e sull’economia collettivista o il grande dibattito degli anni Venti Trenta,
animato dagli economisti austriaci, sulla impossibilità della pianificazione socialista, i liberali sapevano benissimo perché le ricette statal-collettiviste
fossero economicamente disastrose.

E sapevano anche perché fossero nemiche delle libertà civili e politiche. Era, in età pretelevisiva e preInternet, la domanda retorica nota a tutti i liberali: se le cartiere appartengono allo Stato come è possibile la libertà di stampa?
Era inoltre già allora chiaro (a chi avesse il desiderio di capire) quali fossero le
cause ultime dell’abbaglio comunista su Stato e mercato: un esiziale errore
antropologico , una concezione sbagliata, semplicistica, della natura degli esseri umani, unito all’illusione prometeica , alla presunzione di poter forgiare, attraverso lo Stato, l’uomo nuovo.

Erano insomma a disposizione di chiunque volesse usufruirne le
argomentazioni in grado di spiegare perché l’applicazione di quella dottrina
dovesse necessariamente sfociare nel totalitarismo politico e nel disastro
economico.
Ma neppure dopo la fine della Guerra fredda molti di coloro che in precedenza avevano rifiutato con sdegno quelle argomentazioni in quanto «reazionarie e di destra» si fermarono a rifare i conti, a prendere atto dei propri errori.

Ecco perché, come se niente fosse, gli stessi o i loro discendenti ripropongono oggi ricette fallimentari: quando si dice che l’economia capitalista danneggia i poveri e va quindi corretta con dosi massicce di collettivismo, non solo si parte da una falsa premessa (è dimostrato che l’economia di mercato migliora la condizione dei poveri assai più di quanto non sia in grado di fare il
collettivismo) ma si invocano anche pessimi rimedi: le stesse stolte politiche, grosso modo, per mesi e mesi accarezzate da quei sessantottini in ritardo che componevano il governo Tsipras, quelli che, sulla pelle dei loro concittadini, giocavano alla Rivoluzione con i soldi degli altri.

Contrariamente a quanto sostenuto da alcuni, la falce e il martello del
Crocifisso regalato a Bergoglio non è simbolo di giustizia ma di oppressione, il segno distintivo di una utopia che ha generato mostri. Per inciso, il gesto del presidente Morales potrebbe anche essere interpretato come un inconsapevole insulto alla memoria di Giovanni Paolo II che quel simbolo combatté per tutta la vita, nonché ai milioni di uomini che sotto bandiere con falce e martello sono vissuti in schiavitù per decenni (e una parte ci vive ancora).

In uno dei momenti convulsi che precedettero la fine dell’Urss un grande
corteo si snodò per le strade di Mosca. Innalzava striscioni che, citando una
vecchia barzelletta sovietica, portavano la scritta «Proletari di tutto il mondo scusateci».
Coloro che sostenevano quegli striscioni non potevano immaginare che, fuori dalla Russia, migliaia e forse milioni di persone avrebbero fatto finta che non ci fosse nulla di cui scusarsi.