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lunedì 7 ottobre 2024

PAPA FRANCESCO INVOCA LA MADONNA :”INTERCEDI PER IL NOSTRO MONDO IN PERICOLO”


Basilica di Santa Maria Maggiore
Domenica, 6 ottobre 2024

 

Papa Francesco a Santa Maria Maggiore, Roma

O Maria, Madre nostra, siamo nuovamente qui davanti a te. Tu conosci i dolori e le fatiche che in quest’ora appesantiscono il nostro cuore. Noi alziamo lo sguardo a te, ci immergiamo nei tuoi occhi e ci affidiamo al tuo cuore.

Anche a te, o Madre, la vita ha riservato difficili prove e umani timori, ma sei stata coraggiosa e audace: hai affidato tutto a Dio, hai risposto a Lui con amore, hai offerto te stessa senza risparmiarti. Come intrepida Donna della carità, in fretta ti sei recata ad aiutare Elisabetta, con prontezza hai colto il bisogno degli sposi durante le nozze di Cana; con fortezza d’animo, sul Calvario hai rischiarato di speranza pasquale la notte del dolore. Infine, con tenerezza di Madre hai dato coraggio ai discepoli impauriti nel Cenacolo e, con loro, hai accolto il dono dello Spirito.

E ora ti supplichiamo: accogli il nostro grido! Abbiamo bisogno del tuo sguardo, del tuo sguardo amorevole che ci invita ad avere fiducia nel tuo Figlio Gesù. Tu che sei pronta ad accogliere le nostre pene vieni a soccorrerci in questi tempi oppressi dalle ingiustizie e devastati dalle guerre, tergi le lacrime sui volti sofferenti di quanti piangono la morte dei propri cari, dei propri figli, ridestaci dal torpore che ha oscurato il nostro cammino e disarma i nostri cuori dalle armi della violenza, perché si avveri subito la profezia di Isaia: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un'altra nazione, non impareranno più l'arte della guerra» (Is 2,4).


SALUS POPULI ROMANI

Icona bizantina del 1° millennio cristiano
attribuita tradizionalmente a Luca Evangelista
Cappella Borghese, Santa Maria Maggiore.
Oggetto di particolare devozione dei Papi
Nel 1571 Papa Paolo V pregò per ottenere
la vittoria a Lepanto.
Il 27 marzo 2020 Papa Francesco ha fatto condurre l'icona in piazza San Pietro per implorare  la fine della pandemia; quel giorno si è registrato il picco di morti giornalieri in Italia nella prima ondata di COVID-19, che dal giorno successivo ha iniziato a declinare.
O Madre, Salus Populi Romani, prega per noi!


giovedì 26 settembre 2024

IL SACRIFICIO DI FRANZ JÄGERSTÄTTER CHE SCUOTE LA COSCIENZA CRISTIANA

 Rodolfo Casadei

Il 9 agosto di 81 anni fa moriva il contadino che si ribellò al nazismo giudicandolo incompatibile con la sua fede cattolica. Un martirio in forza dell’amore vissuto come sposo e padre, segno di contraddizione nella Chiesa stessa

 


Una scena del film di Terrence Malick “La vita nascosta – Hidden Life” sulla storia di fede e amore di Franz Jägerstätter

Il 9 agosto di ottantuno anni fa moriva Franz Jägerstätter, decapitato in una prigione nei pressi di Berlino per essersi rifiutato di combattere nell’esercito del Terzo Reich. Il contadino e sacrestano austriaco che era andato consapevolmente incontro alla condanna a morte perché giudicava incompatibile la sua fede cristiana col nazismo e con la partecipazione alla guerra voluta da Hitler è stato beatificato dalla Chiesa cattolica nell’ottobre 2007.

Eppure per molti anni la sua eredità è stata considerata imbarazzante non solo dai suoi concittadini del villaggio di Sankt Radegund, ai confini con la Baviera, ma dalla stessa Chiesa cattolica austriaca, che ha cominciato a valorizzare senza riserve la sua testimonianza solo alla fine degli anni Settanta. Quale era il problema?

Perché la Chiesa cercò di dissuadere l’obiettore Jägerstätter

Il problema era che esaltare la scelta martiriale del contadino Franz sembrava implicare un giudizio negativo su tutti gli altri cristiani che invece avevano servito sotto le armi in epoca hitleriana e sulla stessa autorità ecclesiastica che non aveva affatto incoraggiato gli obiettori, al contrario: le autorità ecclesiastiche tacevano oppure cercavano di dissuadere gli obiettori come Jägerstätter. Persino il parroco di St. Radegund e l’allora vescovo di Linz, certamente in cuor loro antinazisti e non privi di ammirazione per la sua scelta, cercarono di fargli cambiare idea ricorrendo a due argomenti.

Il primo è che il cristiano è chiamato ad obbedire alle autorità civili e militari come gli altri cittadini, e che delle eventuali decisioni moralmente malvagie di quelle autorità non sono responsabili agli occhi di Dio i cittadini che obbediscono agli ordini superiori, ma solo coloro che li hanno impartiti. A sporcarsi le mani di sangue innocente che grida vendetta al cospetto di Dio non sarebbero coloro che compiono stragi, ma soltanto coloro che le hanno ordinate. Il secondo argomento consiste nelle responsabilità familiari che Jägerstätter in quanto sposo e padre di tre figlie (oltre che di una quarta nata prima e fuori del suo matrimonio con Franziska Schwaninger) aveva: questo genere di responsabilità avrebbero sempre la precedenza su altre chiamate alla testimonianza cristiana che si sostiene di avere ricevuto da Dio, inclusa la chiamata a effondere il proprio sangue a motivo della sequela di Cristo.

Il martirio di Jägerstätter e la nostra coscienza cristiana

Come si può notare, nonostante gli anni trascorsi e la grande virata ecclesiale che ha comportato la beatificazione di colui che fino a qualche decennio prima era considerato un caso limite da non enfatizzare, le questioni che la vita e la morte di Franz Jägerstätter pongono alla coscienza cristiana sono attualissime. Anche oggi esistono poteri politici anticristiani che chiedono ai cristiani sottomissione e collaborazione; non si tratta solo di poteri dittatoriali, ultranazionalisti o totalitari del tipo di quelli che prevalgono in Russia o in Cina, ma anche dei poteri espressione di un laicismo radicale e di un’ideologia progressista atea che pervadono sempre più le società caratterizzate dal sistema politico liberal-democratico nell’Europa occidentale e nel Nordamerica.

Anche oggi le autorità ecclesiali appaiono sballottate fra la responsabilità di rendere testimonianza integralmente alla verità di Cristo e l’opportunità di scendere a patti o di limitare al minimo le critiche aperte alle politiche contrarie al diritto naturale oltre che alla morale cristiana per non essere messe del tutto ai margini o spazzate via. Anche oggi i laici cristiani hanno familiari affidati alle loro cure e alla loro protezione, che possono essere invocati come impedimenti a forme di testimonianza cristiana che produrrebbero reazioni da parte delle autorità che renderebbero poi impossibile l’assolvimento dei doveri genitoriali e sponsali.

Il contadino non obiettò alla guerra, ma al Terzo Reich

Senz’altro Jägerstätter è e resta un segno di contraddizione per i tiepidi nella fede, per chi, come scrive per esempio Sergio Tanzarella, si culla nelle «illusioni di uno pseudo cristianesimo senza croce». Ma è anche colui che può aiutare tutti – coloro che appaiono disposti a rispondere a una chiamata che comporta un caro prezzo e coloro che ritengono di potere e dovere testimoniare in un modo che non implica l’effusione del sangue o la morte civile – a comprendere di cosa si tratta, a capire i termini della questione, prima delle decisioni sul “che cosa fare”.

Il contadino Franz non era affatto un fanatico assetato di martirio e intransigente con chi non aveva intenzione di imitarlo: alla prima chiamata al servizio militare, quando c’è speranza che non sarà mandato al fronte, presta il giuramento a Hitler in quanto capo ultimo delle forze armate; quando sarà processato, offre la sua disponibilità a prestare servizio senza armi in sanità; mantiene fino alla fine un ricco scambio epistolare con l’amico Rudolf, come lui terziario francescano, che aveva scelto di servire nell’esercito benché condividesse lo stesso giudizio di Jägerstätter sul nazismo e sulla guerra. Alterna giudizi di delusione e di comprensione nei riguardi delle autorità ecclesiastiche e del loro atteggiamento nei confronti della guerra. Alla fine non accetta le soluzioni di compromesso che gli vengono proposte perché tutte prevedono la sua sottomissione al nazismo e alle ragioni della guerra nazista: Jägerstätter non obietta al servizio militare come tale, ma a servire il Terzo Reich; non condanna la guerra in assoluto, ma quella dalla parte di Hitler.

«Dio concede la propria grazia a ciascuno come Egli vuole»

La profondità della coscienza cristiana del martire Franz, la lucidità della sua ragione illuminata dalla fede emergono nelle lettere che gli è concesso di scrivere dal carcere di Berlino. Nella più famosa troviamo tutto quello che serve per capire la sua posizione e un insegnamento che vale per tutti, fino ad oggi:

«Scrivo con le mani legate, ma è meglio così che se fosse incatenata la volontà (i condannati a morte restavano ammanettati fino all’esecuzione della sentenza – ndr). Talvolta Dio ci mostra apertamente la sua forza, che Egli dona agli uomini che lo amano e non preferiscono la terra al cielo. Né il carcere, né le catene e neppure la morte possono separare un uomo dall’amore di Dio e rubargli la fede e la sua libera volontà. La potenza di Dio è invincibile (…) C’è sempre chi tenta di opprimerti la coscienza ricordandoti la sposa e i figli. Forse le azioni che si compiono diventano giuste solo perché si è sposati e si hanno figli? O forse l’azione è migliore o peggiore solo perché la compiono anche altre migliaia di cattolici? (…) Cristo stesso non ha forse detto: “Chi ama la moglie, la madre e i figli più di me non è degno di me?”. Per quale motivo preghiamo Dio e chiediamo i sette doni dello Spirito Santo, se dobbiamo comunque prestare in ogni caso cieca obbedienza? A che pro Dio ha fornito agli uomini un intelletto e una libera volontà se non ci è neppure concesso, come alcuni dicono, di giudicare se questa guerra che la Germania sta conducendo sia giusta o ingiusta? A che serve allora saper distinguere tra bene e male? Io credo che si possa anche prestare cieca obbedienza, ma solo se così facendo non si danneggia nessuno. Se al giorno d’oggi gli uomini fossero un po’ più sinceri ci dovrebbe essere, credo, anche qualche cattolico che dice: “Sì, mi rendo conto che quello che stiamo compiendo non è bene, tuttavia non mi sento ancora pronto a morire”. Se Dio non mi avesse dato la grazia e la forza di morire, se necessario, per difendere la mia fede, forse farei semplicemente ciò che fa la maggior parte della gente. Dio può, infatti, concedere la propria grazia a ciascuno come Egli vuole. Se altri avessero avuto le molte grazie che ho ricevuto io, forse avrebbe fatto cose molto migliori di me».

La colpa della «trascuratezza verso il mio stesso essere»

Franz spazza via l’argomento che strumentalizza le parole di Gesù sul “dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, e implicitamente anche quello che si appella alla “coscienza in buona fede” di chi è andato a combattere nell’esercito del Terzo Reich. All’essere umano è data la ragione di un soggetto morale la cui coscienza è capace di distinguere il bene dal male, e in quanto integrata alla sua persona essa non può che “funzionare” sempre: non esiste proprio che non debba essere esercitata davanti alle richieste e alle decisioni dell’autorità civile. La voce della coscienza, come spiegherà poi la Gaudium et Spes (nn. 16-18), parla sempre, e se la singola persona non ode correttamente ciò che essa gli dice, dipende da una trascuratezza del proprio essere che l’ha resa sorda.

Chi sostenesse che la coscienza lo legittima a combattere per Hitler, dimostrerebbe semplicemente che non ha avuto cura della propria formazione morale. Lo spiegherà l’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede Joseph Ratzinger in un testo sul rapporto fra coscienza e verità pubblicato per la prima volta nel 1992 e riproposto in italiano in Liberare la libertà. Fede e politica nel Terzo Millennio: «Non è mai una colpa seguire le convinzioni che ci si è formate, anzi uno deve seguirle. Ma non di meno può essere una colpa che uno sia arrivato a formarsi convinzioni tanto sbagliate e che abbia calpestato la repulsione verso di esse, che avverte la memoria del suo essere. La colpa quindi si trova altrove, più in profondità: non nell’atto del momento, non nel presente giudizio della coscienza, ma in quella trascuratezza verso il mio stesso essere, che mi ha reso sordo alla voce della verità e ai suoi suggerimenti interiori. Per questo motivo, anche i criminali che agiscono con convinzione rimangono colpevoli». (p. 107)

Il matrimonio non è ostacolo ma forza decisiva al martirio

Se però sulla nettezza del giudizio che distingue fra il bene e il male non si può mai transigere, il discorso cambia quando si tratta della decisione esistenziale: non a tutti è data la forza morale indispensabile a sacrificare la propria vita. Franz Jägerstätter dichiara apertamente che la determinazione che lo spinge al patibolo per Cristo non viene da lui stesso, ma da Dio, da un dono di grazia. Parla anzi di grazie, al plurale. E qui va sciolto anche il nodo relativo alle responsabilità familiari. In questo caso occorre leggere al di là dell’impeccabile citazione dal Vangelo secondo Matteo sulla necessità di amare Cristo più dei propri familiari. Nella realtà documentata della vita del contadino di Sankt Radegund il matrimonio e la famiglia non sono un ostacolo al sacrificio della vita per Cristo, ma una forza propulsiva decisiva a questo fine.

È in forza del bene sperimentato nella comunione sponsale e nella paternità vissuta nel rapporto con le tre figlie bambine che Franz matura una gratitudine per i doni di Dio che è anche grazia che rende possibile la coerenza di fede fino all’effusione del sangue. Lo ha illustrato in modo esteticamente perfetto Terrence Malick nel noto film La vita nascosta – Hidden Life, lo racconterà la mostra dal titolo “Franz e Franziska, non c’è amore più grande” al Meeting di Rimini che apre il 20 agosto.

Franz Jägerstätter muore in pace con tutti, perdonando tutti e a tutti chiedendo perdono, perché è consapevole che solo chi fa una grande esperienza di bene risultato dei doni di grazia che gli fa Dio è propenso ad amare Cristo fino a sacrificare la vita per Lui. Chi ancora non ha ricevuto quelle grazie può chiederle nella preghiera, magari attraverso l’intercessione di Franz e degli altri martiri come lui.

Nel frattempo può almeno provare ad essere onesto con la propria coscienza e a dare il giusto valore alla testimonianza dei martiri.


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Le immagini sono tratte dal film di Terence Malik

 

martedì 12 dicembre 2023

TUTTO PER HAITI, FOGNA DI SALVEZZA

Nella discarica umana di Waf Jeremie le sanguinarie bande armate hanno messo gli occhi sulla Kay Pe’ Giuss. Il bimbo ucciso, i disabili sfollati, la croce di non poter tornare dai 132 piccoli e la grazia di una via aperta tra i liquami. 

Parla suor Marcella Catozza

 Non solo fame, miseria, tifoni, terremoti. Centinaia di bambini delle bidonville di Haiti sono ostaggio delle bande armate (foto Ansa)

«Hai ventiquattro ore, suora. O questi non li rivedi più». I banditi si erano seduti tra i bambini: era la settima volta che facevano irruzione alla Kay Pe’ Giuss quel giorno, il settimo ricatto in poche ore. E anche allora suor Marcella Catozza aveva dovuto cedere: trentamila euro in cibo, fagioli, riso, mais, tutto quello che restava nella missione già travolta dall’alluvione che aveva colpito Haiti poche settimane prima.

Trentamila euro fino all’ultima scatoletta perché nessuno dei suoi bambini, nell’ultimo avamposto di speranza di Waf Jeremie, insanguinata baraccopoli della periferia di Port au Prince, facesse la fine dei sempre più numerosi bambini rapiti o ammazzati nel quartiere.

Da Haiti alla Repubblica Dominicana

Come quella piccola di tre anni: «Giocava fuori dalla sua baracca quando la sua mamma l’ha sentita gridare. Ha fatto in tempo a vedere due banditi in moto portarsela via. Dopo mezz’ora sono tornati chiedendo un riscatto di 5mila dollari entro 24 ore. La povera donna vende frittelle per strada, come poteva trovarli? La mattina dopo ha sentito un tonfo alla porta, ha aperto ed era il cadavere di sua figlia», racconta a Tempi suor Marcella Catozza. Accadeva a luglio. Ora suor Marcella si trova bloccata da due mesi in Repubblica Dominicana, dove insieme all’arcivescovo di Santo Domingo ha tentato l’ultima carta per portare via i bambini dall’inferno di Waf Jeremie: convincere il governo a lasciarle aprire una casa d’accoglienza.


Tutto inutile, e negli ultimi tempi pericoloso: «Pochi giorni fa è partita la caccia all’haitiano. Tra i due popoli non corre buon sangue, i rapporti da sempre pessimi e culminati nei lavori per innalzare un muro di frontiera sono degenerati ora con gli scontri sul Rio Massacr, il fiume al confine tra i due paesi: gli haitiani hanno provato a deviarne il corso costruendo un canale per irrigare le loro terre, i dominicani hanno reagito sparando sugli operai con l’esercito. E Haiti ha risposto a sua volta chiudendo le frontiere per affamare i piccoli coltivatori che varcavano il confine per vendere riso, uova, frutta. Non c’è speranza di portare qui i bambini».

Nascondere i disabili e i ragazzi più grandi

Sono rimasti in 132 alla Kay: quando i banditi erano usciti per la settimana volta, quel giorno di luglio, suor Marcella aveva capito che finché ci fosse stata una suora bianca da ricattare i bambini non sarebbero stati al sicuro. E che la Kay era diventata un obiettivo. E così, prima di rientrare come ogni agosto in Italia, si era occupata di sfollare i bambini più a rischio: «Siamo riusciti a fare accogliere 14 disabili, i più gravi, nel centro sanitario dei camilliani, ben presidiato dalle guardie. Sono i primi di cui i banditi si sarebbero disfatti se avessero assaltato la struttura. Poi c’erano i più grandi, ragazzini e ragazzine sui quali le bande armate hanno da tempo messo gli occhi e per ragioni che si possono immaginare: abbiamo costretto chi ancora aveva qualcuno, una madre, un padre, una zia, a “lasciare” la missione. Ovviamente continuano ad essere dei nostri, non abbiamo smesso di seguirli, pagare loro scuola, uniformi, scarpe, libri, i doni di Natale sono pronti anche per loro, ma la Kay non è più un posto sicuro. In caso di assalto diventerebbe una trappola».

E i più grandi verrebbero costretti a scegliere: o al servizio della banda o morte. Si ragiona così ad Haiti, dove anche la “speranza” è appesa alla ferocia: speranza che i bambini più piccoli e inutili (l’80 per cento di loro è orfano e non ha genitori da ricattare) vengano “solo” buttati in strada, che i grandi scappino, che la terribile banda di Waf Jeremie che tiene in ostaggio il quartiere lo sappia difendere dagli assalti degli altrettanto sanguinari nemici di La Saline.


Jimmy Cherisier, chiamato “Barbecue”, alla testa della coalizione delle bande armate di Haiti G9 (foto Ansa)

Il bambino di 4 anni, ammazzato tra i suoi amici

Una volta le bande di Waf Jeremie e La Saline erano alleate. Oggi si fronteggiano per spartirsi i territori lasciando a terra cadaveri e bossoli ogni giorno. Il capo di La Saline è stato ammazzato come si usa da quelle parti, come si vede nei film, avvelenato mangiando pesce e finito a pietrate in testa. Si dice fosse il capo della famigerata coalizione G9, in pochi giorni era stato fatto fuori anche il suo rimpiazzo e così il numero due e tre della banda. La Saline aveva risposto alle esecuzioni sparando a chiunque entrasse o uscisse da Waf jeremie. Compreso l’autista del camion dell’acqua: il proprietario aveva deciso quindi di sospendere le forniture lungo l’unica strada che attraversando la baraccopoli collega la capitale all’istmo sul mare dove sorge la missione, e per dissetarsi oggi i bambini devono aspettare l’acqua piovana.

mercoledì 30 agosto 2023

PAPA FRANCESCO ACCUSA DI “INDIETRISMO” IL MONDO CATTOLICO STATUNITENSE

  Nel suo recente colloquio con i gesuiti portoghesi a Lisbona durante la Giornata Mondiale della Gioventù, Papa Francesco ha commentato che la situazione della Chiesa cattolica negli Stati Uniti “non è facile”, perchè “c’è un atteggiamento reazionario molto forte” che “è organizzato e modella il modo in cui le persone appartengono, anche emotivamente”.


Si è parlato anche di quello che dovrebbe essere l'atteggiamento pastorale nei confronti delle persone LGBT e non solo, come rivela la trascrizione del colloquio pubblicato oggi su La Civiltà Cattolica, da Antonio Spadaro, sj, direttore della rivista, presente all'incontro. La trascrizione completa può essere letta qui .

Questa è la versione della rivista Americamedia edita dai gesuiti americani

Papa Francesco si rivolge ai cattolici americani che si “isolano”

Il papa ha parlato della situazione nella Chiesa statunitense dopo che un fratello gesuita portoghese, chiamato anche Francisco, che aveva trascorso un anno sabbatico negli Stati Uniti, gli ha detto di essere molto colpito e perfino sofferto nel vedere «molti, anche vescovi, criticare la tua guida della Chiesa. E molti addirittura accusano i gesuiti, che solitamente sono una sorta di risorsa critica del papa, di non esserlo adesso. Vorrebbero addirittura che i gesuiti ti criticassero esplicitamente».

L’America ha appreso che Papa Francesco sa quali cardinali, vescovi, clero e laici di spicco sono apertamente critici nei confronti della sua leadership nella Chiesa cattolica, ma nella sua risposta al gesuita portoghese non ha menzionato alcun nome. Invece, ha detto,

“Vorrei ricordare a loro che l'indietrismo è inutile e bisogna capire che c'è un'adeguata evoluzione nella comprensione delle questioni di fede e di morale purché si seguano i tre criteri che già Vincenzo di Lérins indicato nel V secolo: la dottrina evolve ut annis consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate . In altre parole, anche la dottrina progredisce, si espande e si consolida con il tempo e si consolida, ma è sempre in progresso. Il cambiamento si sviluppa dalle radici verso l’alto, crescendo in accordo con questi tre criteri.

Il Papa ha poi citato alcuni esempi dell'evoluzione della dottrina nella Chiesa cattolica negli ultimi tempi. “Oggi è un peccato possedere bombe atomiche; la pena di morte è un peccato. Non puoi impiegarlo, ma prima non era così. Per quanto riguarda la schiavitù, alcuni pontefici prima di me l’hanno tollerata, ma oggi le cose sono diverse. Quindi si cambia, si cambia, ma con i criteri appena citati”.

«Anche le altre scienze e la loro evoluzione aiutano la Chiesa in questa crescita della comprensione. La visione della dottrina della Chiesa come monolitica è errata”.


 

Il primo papa latinoamericano ha ricordato che «Vincenzo di Lérins fa il paragone tra lo sviluppo biologico umano e la trasmissione da un'epoca all'altra del depositum fidei [deposito della fede], che cresce e si consolida con il passare del tempo. Qui la nostra comprensione della persona umana cambia con il tempo e anche la nostra coscienza si approfondisce”. E ha aggiunto: «Anche le altre scienze e la loro evoluzione aiutano la Chiesa in questa crescita della comprensione. La visione della dottrina della Chiesa come monolitica è errata”.

Ha osservato, tuttavia: “Alcune persone rinunciano; vanno all'indietro; sono quelli che io chiamo ' indietristi '. Quando si va indietro si forma qualcosa di chiuso, di staccato dalle radici della Chiesa e si perde la linfa della rivelazione. Se non si cambia verso l'alto si va indietro e poi si assumono criteri di cambiamento diversi da quelli che la nostra fede dà per la crescita e il cambiamento. E gli effetti sulla moralità sono devastanti.

Papa Francesco ha detto: «I problemi che i moralisti devono esaminare oggi sono molto seri, e per affrontarli devono correre il rischio di fare dei cambiamenti, ma nella direzione che dicevo». Rivolgendosi al fratello gesuita che aveva sollevato la questione, Francesco ha rimarcato: «Lei è stato negli Stati Uniti e dice di aver sentito un clima di chiusura. Sì, questo clima può essere vissuto in alcune situazioni. E lì puoi perdere la vera tradizione e rivolgerti alle ideologie per ottenere supporto. In altre parole, l’ideologia sostituisce la fede, l’appartenenza a un settore della Chiesa sostituisce l’appartenenza alla Chiesa”. (…)

E ha concluso: “Quei gruppi americani di cui parli, così chiusi, si stanno isolando. Invece di vivere di dottrina, della vera dottrina che sempre matura e porta frutto, vivono di ideologie. Quando abbandoni la dottrina nella vita per sostituirla con un’ideologia, hai perso, hai perso come in guerra”.

Il Papa incoraggia il ministero verso le persone omosessuali e transgender

Un altro gesuita portoghese, João, che lavora nel centro universitario di Coimbra, ha ricordato che Francesco aveva detto ai giovani alla Giornata mondiale della gioventù di Lisbona che «tutti siamo chiamati come siamo e che nella Chiesa c’è spazio per tutti». Ha detto al papa che fa lavoro pastorale con gli studenti universitari, e “tra loro ce ne sono molti davvero bravi, molto impegnati nella Chiesa, al centro, molto amichevoli con i gesuiti, che si identificano come omosessuali”. Ha detto che sono “parte attiva della Chiesa, ma spesso non vedono nella dottrina il loro modo di vivere l’affettività, e non vedono la chiamata alla castità come una chiamata personale al celibato, ma piuttosto come un’imposizione”.

Ha chiesto al papa: “Poiché sono virtuosi in altri ambiti della loro vita, e conoscono la dottrina, possiamo dire che sono tutti in errore, perché non sentono, in coscienza, che le loro relazioni sono peccaminose? E come agire pastoralmente affinché queste persone si sentano, nel loro modo di vivere, chiamate da Dio ad una vita affettiva sana che produca frutto? Dobbiamo riconoscere che le loro relazioni possono aprirsi e dare semi di vero amore cristiano, come il bene che possono realizzare, la risposta che possono dare al Signore?”

Papa Francesco ha detto: «Credo che non si discuta della chiamata rivolta a tutti. Gesù è molto chiaro su questo: tutti. Gli invitati non volevano venire al banchetto. Allora ha mandato in piazza a chiamare tutti, tutti, tutti. Perché resti chiaro, Gesù dice “sani e malati”, “giusti e peccatori”, tutti, tutti, tutti ”, ha detto, facendo eco al canto che ha guidato durante la Giornata Mondiale della Gioventù. «In altre parole, la porta è aperta a tutti, ognuno ha il suo spazio nella Chiesa. Come lo vivrà ciascuno? Aiutiamo le persone a vivere in modo che possano occupare quel posto con maturità, e questo vale per tutti i tipi di persone”.

Il papa ha poi citato un sacerdote che conosce a Roma: “Conosco un prete che lavora con i giovani omosessuali. È chiaro che oggi la questione dell'omosessualità è molto forte, e la sensibilità al riguardo cambia a seconda delle circostanze storiche. Ma quello che non mi piace per niente, in generale, è che guardiamo al cosiddetto 'peccato della carne' con una lente d'ingrandimento, proprio come abbiamo fatto per tanto tempo per il sesto comandamento. Se sfruttavi i lavoratori, se mentivi o imbrogliavi, non aveva importanza, e invece rilevanti erano i peccati sotto la vita.”

Papa Francesco ha ripetuto: «Allora tutti sono invitati. Questo è il punto. E occorre applicare l’atteggiamento pastorale più adeguato a ciascuno. Non dobbiamo essere superficiali e ingenui, costringendo le persone a fare cose e comportamenti per i quali non sono ancora mature o non sono capaci”. Ha detto: “Ci vuole molta sensibilità e creatività per accompagnare le persone spiritualmente e pastoralmente. Ma tutti, tutti, tutti sono chiamati a vivere nella Chiesa: non dimenticatelo mai».

«Tutti sono invitati. Questo è il punto. E occorre applicare l'atteggiamento pastorale più adatto a ciascuno. Non dobbiamo essere superficiali e ingenui, costringendo le persone a cose e comportamenti per i quali non sono ancora mature o non sono capaci. "

Nella sua risposta Francesco è passato a parlare anche delle persone transgender. Ha ricordato che alle udienze generali del mercoledì partecipa una sorella di Charles de Foucauld, suor Geneviève, ottantenne, cappellana degli artisti circensi a Roma insieme ad altre due sorelle. Ha detto che suor Geneviève “lavora molto anche con le persone transgender” e un giorno lei gli ha chiesto: “Posso portarle al pubblico?” Francesco rispose: “Certo! Perché no?" e così, ha detto, “gruppi di trans [persone] arrivano continuamente. La prima volta che vennero, piangevano. Stavo chiedendo loro perché. Uno di loro mi ha detto: 'Non pensavo che il Papa mi avrebbe ricevuto!' Poi, dopo la prima sorpresa, presero l'abitudine di venire. Alcuni mi scrivono e io li rispondo via email. Tutti sono invitati! Mi sono reso conto che queste persone si sentono rifiutate ed è davvero difficile”.

'La gioia che ho di più... viene dalla preparazione al sinodo'

Un terzo gesuita portoghese ha dato a Francesco la possibilità di parlare dell'incontro romano del Sinodo sulla sinodalità che si aprirà il 4 ottobre, quando ha chiesto: “Potresti condividere con noi ciò che più pesa nel tuo cuore in questo momento? Cos'è che ti fa soffrire di più? Da una parte cosa ti pesa nel cuore e dall’altra quali gioie stai vivendo in questo momento?”

Papa Francesco ha affermato: «La gioia che provo di più in questo momento viene dalla preparazione del Sinodo, anche se a volte vedo che, in alcune parti, ci sono delle carenze nel modo in cui viene condotto. La gioia di vedere come dai piccoli gruppi parrocchiali, dai piccoli gruppi ecclesiali emergono riflessioni molto belle e c’è un grande fermento, è una gioia». In quella che sembrava una risposta indiretta ai suoi critici, Papa Francesco ha sottolineato: “Il Sinodo non è una mia invenzione. Fu Paolo VI alla fine del Concilio a rendersi conto che la Chiesa cattolica aveva perso il senso della sinodalità. Lo sostiene la parte orientale della Chiesa. Perciò ha detto: 'Bisogna fare qualcosa' e ha creato la Segreteria del Sinodo dei Vescovi. Da allora in poi i progressi sono stati lenti, a volte imperfetti”. (…)

Il papa argentino ha sottolineato ancora una volta che «la sinodalità non consiste nel rincorrere i voti, come farebbe un partito politico. Non si tratta di preferenze, di appartenenza a questo o quel partito. In un sinodo la figura principale è lo Spirito Santo. Lui è il protagonista. Quindi devi lasciare che lo Spirito conduca le cose. Si esprima come la mattina di Pentecoste».

Ha concluso individuando una delle preoccupazioni che ha in questo momento: “Una cosa che mi preoccupa molto, senza dubbio, è la guerra. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, in tutto il mondo, le guerre non sono mai cessate. E oggi vediamo cosa sta succedendo nel mondo. Inutile aggiungere altre parole”.

Gerard O'Connell 28 agosto 2023 Americamedia

 

Testo completo qui

 

 

lunedì 1 agosto 2022

LA GUERRA CONTINUA ED ORA SI APRE IL FRONTE INTERNO

LEONARDO LUGARESI 

Come ottanta anni fa, all’indomani della caduta di Mussolini, la cosa più importante nel comunicato di Badoglio fu la meno avvertita dagli italiani, così oggi, nel diluvio di opinioni e commenti intorno alla fine del governo Draghi e allo scioglimento delle camere, il fatto mostruoso e macroscopico della guerra viene rimosso.


«La guerra continua», anzi è diventata come un elemento strutturale del panorama di “emergenza permanente” in cui dobbiamo vivere. Sparita dai titoli, messi da parte i toni drammatici dei primi mesi, ormai non si parla più del suo andamento, delle sue prospettive, e soprattutto del modo per porvi fine. La guerra c’è, e basta. Come c’è il cambiamento climatico o un qualsiasi altro accidente “naturale” a cui gli uomini non possono sfuggire. «La guerra continua»: indefinitamente, come un fenomeno naturale. (…)

La guerra è anche il più urgente problema dell’Italia, perché è direttamente dalla guerra che dipendono molti dei mali di cui acutamente soffriamo in questo momento e ancor più soffriremo nel prossimo futuro. Una discussione seria su come il nostro paese possa contribuire alla fine della guerra dovrebbe perciò essere il principale argomento della campagna elettorale che si è appena ufficialmente aperta. Proprio come il 26 luglio del 1943 far cessare la guerra era la prima necessità degli italiani.

Purtroppo non sarà così: «la guerra continua» è infatti un dogma indiscutibile accettato praticamente da tutte le forze politiche ed essa entrerà sì nel dibattito elettorale (di solito del tutto refrattario agli affari esteri), ma nel modo più perverso ed esiziale possibile, cioè imponendogli la sua logica.

Quello che è successo negli ultimi giorni lo indica con sufficiente chiarezza: la crisi di governo, innescata stoltamente dai pentastellati, i quali però – essendo il nulla guidati da nessuno – politicamente risultano ormai del tutto irrilevanti, è stata gestita da Draghi in modo da concludersi esattamente come si è conclusa. Ignoro i motivi, ma mi sembrerebbe irrispettoso nei suoi confronti pensare che egli non prevedesse le conseguenze della sua condotta e non abbia voluto precisamente quell’esito che ha agevolato in ogni modo. Perché Draghi e Letta hanno deciso di andare alle elezioni adesso? Sempre per rispetto nei loro confronti, debbo presumere che l’abbiano fatto pensando che sia la scelta più conveniente dal loro punto di vista.

ELEZIONI ITALIANE 1948

Ciò che accadrà, per una volta è facilmente prevedibile, dato che si sta già verificando: una grande “chiamata alle armi” dei “buoni” contro i “cattivi”, per “salvare l’Italia” nel nome di Mario Draghi, eretto a icona del Bene contro il Male.

Due fronti: da una parte tutti i buoni, i responsabili, i ragionevoli, i civili, quelli che “devono” vincere perché altrimenti si fa “il salto nel buio” (e a chi si arruola, sarà perdonato ogni peccato) … dall’altra la feccia, che sarà stigmatizzata – ed è questa la funesta novità – non più solo come “sovranista”, “populista” e “fascista” (parole che anche chi le urla si rende conto che ormai vogliono dire ben poco), ma soprattutto come “putinista”. Putiniani, putinisti e puttinieri: la reductio ad Putinum prende così il posto dell’ormai obsoleta reductio ad Hitlerum come martello per schiacciare ogni obiezione, accantonare ogni argomento, troncare ogni dibattito.

 In definitiva, per abolire la democrazia, che si fonda innanzitutto sulla legittimazione di tutti gli attori politici, avversari compresi. “C’è la guerra!”, e in guerra chi non è d’accordo con me è un traditore.

Non ho idea di quale potrà essere il risultato delle elezioni (e se l’avessi non sarebbe da tenere in alcun conto perché ho sempre sbagliato tutti i pronostici, dal 1976 in qua): credo che gli italiani accendano molte meno candeline davanti all’icona di Mario Draghi di quante pensano lorsignori, però sono anche convinto che la paura del “salto nel buio” sia sempre stato un argomento molto forte per il nostro elettorato. (Per quel nulla che vale, io ho sempre sospettato che anche il 2 giugno del 1946 il nostro buon popolo, sempre per via di quella storia del “salto nel buio”, si sarebbe acconciato a tenersi perfino quei puzzoni dei Savoia, nonostante tutte le loro malefatte, e che ci sia voluta una manina – in quel caso del tutto giustificata, a mio modesto avviso – per far uscire dalle urne la repubblica. Non per nulla il guardasigilli Togliatti, che non era certo uno sprovveduto, diede ordine di distruggere immediatamente le schede elettorali).

In ogni caso, comunque andranno le elezioni, da una campagna elettorale impostata come una “guerra civile incruenta” non potrà venire niente di buono per l’Italia. E per oggi con le buone notizie abbiamo terminato.

https://leonardolugaresi.wordpress.com/2022/07/22/la-guerra-continua-e-ora-si-apre-il-fronte-interno/

 

domenica 22 maggio 2022

BIDEN PUTIN E PELOSI: CORRUTTORI DEL LINGUAGGIO ATTRAVERSO EUFEMISMI E MENZOGNE

Distorcere le cose di Dio per scopi politici 

è un'altra tattica nella creazione di una realtà alternativa.

Ci sono sorprendenti parallelismi tra la campagna di disinformazione russa che continua a intaccare lo spazio delle comunicazioni globali nel terzo mese di guerra all'Ucraina e le grida isteriche dei politici americani pro-aborto dopo che una bozza di decisione della Corte Suprema nel caso Dobbs è trapelata. In entrambi i casi, coloro che hanno perso una discussione - o che non avevano argomenti per cominciare - ricorrono alla creazione di una realtà alternativa attraverso eufemismi che sono l'equivalente funzionale delle bugie.

Ginevra 2016
Il contributo del presidente Joe Biden alla realtà alternativa è stato quello di dichiarare che Roe v. Wade (che ha creato la legge sull'aborto più libertina del mondo) "dice ciò che tutte le religioni tradizionali di base hanno storicamente concluso, che l'esistenza di una vita e di un essere umano è una domanda" (the existence of a human life and being is a question.). Sepolta in quella sintassi confusa c'era la perniciosa affermazione che la questione di quando inizia la vita umana è religiosa, non empirica. Non è; non è mai stato; e non lo sarà mai. Che la vita umana inizi al concepimento è un fatto scientifico , un tempo noto ai secondi del liceo della classe di biologia.

E non c'è un sinistro parallelo tra l'assurda affermazione del presidente Biden secondo cui non esiste una risposta definitiva a quando la vita inizia e l'altrettanto insensata affermazione del presidente Vladimir Putin secondo cui l'Ucraina non è né una vera nazione né uno stato sovrano, ma piuttosto una parte integrante del mondo” che deve essere riportato al proprio posto all'interno di quel “mondo”? Entrambe le affermazioni rivelano una realtà alternativa alla, beh, realtà.

Pelosi: L'aborto è essenziale
per l'assistenza sanitaria riproduttiva
Poi c'è il mantra invocato dal presidente Nancy Pelosi e altri, che il regime Roe v. Wade di aborto su richiesta è essenziale per "l'assistenza sanitaria riproduttiva". La corruzione del linguaggio qui è sbalorditiva e trova il suo parallelo nell'insistenza di Putin sul fatto che la sua invasione dell'Ucraina fosse una "operazione militare speciale", non un atto di guerra.

In un saggio fondamentale del 1946, "Politics and the English Language", George Orwell ha sostenuto che il linguaggio "brutto e impreciso" in politica "è progettato per far sembrare le bugie veritiere e l'omicidio rispettabile, e per dare un'apparenza di solidità al vento puro".

 Questo è ciò che fanno Pelosi e Putin quando si rifiutano di chiamare le cose con i loro nomi giusti, quando usano eufemismi per mascherare la realtà di qualcosa di brutale e ripugnante e quando, così facendo, ingannano il pubblico che affermano di guidare. Molti americani sono giustamente inorriditi dai livelli di sostegno popolare russo all'aggressione omicida di Putin, che è in parte il risultato del fatto che il popolo russo viene nutrito con una dieta costante di bugie dai media controllati dallo stato.

Il presidente Biden e il presidente Pelosi hanno tagliato lo smog della propaganda di Putin e hanno detto la verità su Russia e Ucraina. Il fatto che non possano o non vogliano vedere che stanno dispiegando tattiche putinistiche a sostegno dell'indifendibile Roe v. Wade , costituzionalmente indifendibile , ci dice quanto sia diventata degradata, persino grottesca, la difesa dell'aborto su richiesta.

Distorcere le cose di Dio per scopi politici è un'altra tattica nella creazione di una realtà alternativa.

Tratto da catholicworldreport

lunedì 9 maggio 2022

BUX: «LA VERA PACE PASSA SOLO DALL'ANNUNCIO DEL VANGELO»

Il rapporto ecumenico tra Santa Sede e Patriarcato di Mosca messo in crisi dalla guerra in Ucraina: «È il fallimento di un ecumenismo fondato su incontri e passerelle, sul tentativo di limare le differenze. Giovanni Paolo II invece puntava ad andare alle radici delle diverse tradizioni e culture per trovare l'unità nella fonte di tutti, Cristo e il Vangelo».

«Compito della Chiesa non sono le battaglie sull'ambiente e la pace, ma l'evangelizzazione, perché solo Gesù cambia il cuore dell'uomo. E se cambia il cuore dell'uomo, cambia il mondo». Parla il teologo monsignor Nicola Bux.

«Ora che anche il patriarca di Mosca Kirill ha risposto per le rime al Papa, diventa urgente cambiare il metodo ecumenico che, come possiamo constatare in questi giorni, era già destinato al fallimento». È quanto ci dice monsignor Nicola Bux, teologo e già professore di Liturgia orientale e Teologia dei Sacramenti, nonché consultore di diverse Congregazioni vaticane durante il Pontificato di Benedetto XVI. Monsignor Bux, che conosce molto bene il mondo dell’Ortodossia, interviene con questa intervista alla Bussola, nel momento più basso delle relazioni tra Santa Sede e patriarcato di Mosca.

Papa Francesco, che all’inizio del conflitto si era mantenuto molto prudente proprio per non danneggiare il rapporto con il Patriarca di Mosca Kirill dopo anni di paziente riavvicinamento culminato nell’incontro all’Avana del febbraio 2016, ha via via preso una posizione più dura verso il Patriarcato di Mosca. Con l’avanzare della guerra, infatti, è diventata sempre più imbarazzante per papa Francesco la posizione di Kirill che appoggia apertamente la guerra lanciata dal presidente russo Vladimir Putin. E dopo aver annullato il secondo incontro previsto in estate a Gerusalemme, papa Francesco ha anche detto parole forti nell’intervista concessa al direttore del Corriere della Sera pochi giorni fa ricordando il colloquio via zoom avuto con Kirill in marzo.

Il Patriarca di Mosca, secondo Francesco, ha parlato per venti minuti elencando tutti i motivi che giustificano la guerra, e la risposta del Papa sarebbe stata un invito a non usare il linguaggio della politica ma quello di Gesù, e a non fare il «chierichetto di Putin». E la risposta del Patriarcato di Mosca ovviamente non si è lasciata attendere: in un comunicato del 4 maggio si sostiene che il Papa ha travisato le parole di Kirill: «È deplorevole che un mese e mezzo dopo la conversazione con il Patriarca Kirill, Papa Francesco abbia scelto il tono sbagliato per trasmettere il contenuto di questa conversazione. Tali dichiarazioni difficilmente contribuiranno all'instaurazione di un dialogo costruttivo tra le Chiese cattolica romana e ortodossa russa, che è particolarmente necessario in questo momento».
 

Parole forti, ma sono la certificazione del fallimento di un certo modo di praticare l’ecumenismo che la crisi ucraina ha fatto emergere con chiarezza. Al punto che ha dovuto prenderne atto anche Alberto Melloni, lo storico della Scuola di Bologna, punto di riferimento degli intellettuali cattolici progressisti. In un editoriale pubblicato da Repubblica ha stigmatizzato la stagione dell’apparente «successo ecumenico: un corteo rumoroso di incontri, dialoghi, accordi, burocrazie che hanno nutrito la trionfalistica illusione che la pace del mondo potesse coesistere con la divisione delle Chiese, allineate a un galateo reciproco».
«È la stagione che ha avuto come protagonista la Comunità di Sant’Egidio, ma che affonda le radici in una concezione equivoca di ecumenismo, che ha preso una strada opposta a quella indicata da Giovanni Paolo II», dice monsignor Bux.

Può spiegare esattamente cosa intende?
Ci si è illusi di poter costruire la pace e l'unità delle Chiese puntando a limare le differenze, con passerelle fatte di accordi e dichiarazioni varie, peraltro su temi presi dall’agenda dell’ONU: la pace, l’ambiente, ecc. L’indirizzo che aveva dato Giovanni Paolo II era ben diverso, puntava ad andare alle radici, dove le differenti tradizioni e culture trovano l’unità in Gesù Cristo e nel Vangelo. È in queste radici che la tradizione latina, greca e slava possono riconoscersi unite. Per questo Giovanni Paolo II, lui stesso slavo, ha subito valorizzato quel movimento di evangelizzazione che ha civilizzato il mondo slavo, valorizzando lo spirito missionario che aveva portato i fratelli Cirillo e Metodio nel IX secolo a diffondere il cristianesimo in quella che allora era conosciuta come Grande Moravia. Non a caso i santi Cirillo e Metodio, anche loro monaci, sono stati nominati da Giovanni Paolo II compatroni d’Europa insieme a San Benedetto, il cui movimento monastico nel frattempo evangelizzava l’Europa latina.

A Cirillo e Metodio, Giovanni Paolo II ha anche dedicato una enciclica…
Sì, la Slavorum Apostoli, nel 1985. E ci troviamo parole che rilette oggi sono profetiche: «La perfetta comunione nell'amore preserva la Chiesa da qualsiasi forma di particolarismo o di esclusivismo etnico o di pregiudizio razziale, come da ogni alterigia nazionalistica» (no. 11). Un giudizio attualissimo se si pensa alla posizione oggi della Chiesa ortodossa russa. Quella che va ricercata è la perfetta comunione nell’amore, l’unità che è «l’incontro nella verità e nell’amore che ci sono donati dallo Spirito» (no. 27). Bisogna fare incontrare le storie, le tradizioni, le culture che sono alla base delle identità di tutte le Chiese, per ricomporre la cattolicità.

Papa Francesco è stato deciso nel rimproverare a Kirill l’uso del linguaggio politico, nel richiamare al fatto che le Chiese non possono essere i chierichetti dello Stato.
Sì, è vero, è giusto. Ma lui stesso in altri frangenti ha fatto politica. Si è chierichetti di Stato anche quando si segue l’onda delle campagne dell’Onu. Non è una semplice questione del linguaggio da usare, è una questione di attitudine, di sostanza, del primato che dai a Cristo e al Vangelo rispetto a tutte le altre preoccupazioni mondane.

Quindi la Chiesa cosa dovrebbe fare?
La preoccupazione della Chiesa deve essere l’evangelizzazione, la proclamazione del Vangelo di Cristo, che è annuncio di conversione: cambia il tuo cuore e cambierà anche il mondo attorno a te. La Chiesa è chiamata all’evangelizzazione non alle campagne ideologiche, che si tratti di ambiente o di pace. È sempre ideologia quando si abbandona il compito principale di far conoscere Gesù Cristo attraverso l’evangelizzazione. Perché il Vangelo ha una forza di conversione insita in sé. Quando il Vangelo di Cristo viene annunziato è Cristo stesso che viene a smuovere il cuore dell’uomo, e se cambia il cuore dell’uomo cambia anche il mondo. Questo oggi non viene più capito ma questa è stata la consapevolezza di tutti i grandi santi. Lo è stato per Benedetto, per Cirillo e Metodio, e anche per Caterina e Brigida, anche loro proclamate compatrone d’Europa.
La Chiesa deve credere a questo movimento, non perdere tempo dietro alle affermazioni “Ah., la guerra è tremenda”, “Ah la pace come è bella”, “Ah l’ambiente come lo roviniamo”. Tutti questi discorsi suonano come sfiducia nella potenza di Cristo e del Vangelo: Cristo avrebbe potuto fare della sua missione un assillo di prediche sui valori per cercare di cambiare il potere del tempo, ma non l’ha fatto. Ha detto date a Dio quel che è di Dio, cioè date il primato a Dio. E il primato a Dio è andate in tutto il mondo, portate il Vangelo a tutte le creature.

Un modo ideologico di porsi riguarda proprio il tema della pace. Mi sembra che ci si appiattisca su una concezione di pace che è quella del mondo e dell'Onu. E lo si vede anche in questa crisi ucraina.
È sbagliato sostenere acriticamente tutte le battaglie dell’Onu, perché l’Onu parte da altri presupposti e la sua azione si fonda sull’illusione di raggiungere l’unità e la pace senza conversione. La vera pace passa solo dall’annunzio del Vangelo, ovvero dalla consapevolezza che Cristo ha un potere sul cuore dell’uomo, perché solo Lui sa cosa c’è nel cuore dell’uomo, dice il vangelo di Giovanni. Se tu non cambi il cuore dell’uomo, tutto il resto sono chiacchiere. Il punto è il cuore, perché il cuore è facilmente schiavo del peccato sin dall’origine, quindi insegue delle utopie, perché il peccato è un interesse egoistico che si riversa a livello sociale, economico, nazionale. Solo se colpisci alla radice il cuore dell’uomo, puoi proporre un cambiamento. Ecco perché il Papa deve predicare la conversione, senza conversione non si costruisce la pace. La Chiesa è ministra di uno che dice “Tu comunica me e io farò il resto”, “Non presumete di voler costruire la pace, la legalità, ecc. Tu comunica me, il resto lo farò io”. La Chiesa deve essere portatrice di questa fede, che abbatte ogni ostacolo, altrimenti diventa irrilevante.

tratto da la nuova bussola quotidiana