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mercoledì 6 novembre 2024

LE RAGIONI DELLA SCONFITTA DI KAMALA HARRIS E DEI DEM

 

L’errore dei democratici Usa che credevano di poter vincere senza una visione

La ridicola idea di Obama, Biden e compagni di cavarsela con un pessimo candidato come Kamala Harris, la questione contraddittoria dell’aborto.

Sugli Stati generali Mauro Frangi  scrive: «Kamala Harris non era preparata ad una sfida complessa come quella presidenziale. Ci è entrata all’ultimo minuto grazie al sostegno dei big del partito (non è un caso che l’ultimo a condividere la scelta sia stato proprio il 44esimo presidente Barack Obama) senza una adeguata preparazione. Dopo quattro anni da vicepresidente in cui ha sprecato l’opportunità, che la scelta di Joe Biden nel 2020 gli aveva aperto, di mostrare di avere il profilo e le caratteristiche per essere un vero leader nazionale. Kamala Harris non si era mai misurata prima con sfide elettorali importanti. È diventata senatore per la California nel 2018, vincendo le primarie dem e poi conquistando un seggio senatoriale scontato. La sua candidatura alle primarie presidenziali dem del 2020, dopo essersi caratterizzata come fortemente progressista, si è risolta in un rapidissimo flop. Un candidato presidente moderato, bianco, cattolico come il 46esimo presidente Joe Biden l’ha scelta per il ticket del 2020 più per le sue caratteristiche soggettive (donna, giovane, di sinistra, espressione di una minoranza) che per le sue capacità di leadership.


Un gigante della politica dem e del Senato Usa come sen. Dianne Feinstein commentò la sua designazione sottolineando la sua totale inesperienza: “A Washington non conosce nemmeno un idraulico”. Quattro anni alla Casa Bianca e l’accesso quotidiano allo Studio ovale non hanno cambiato il suo profilo politico e la sua capacità di incidere. Ha dimostrato solo di non essere all’altezza del ruolo che le è stato attribuito sia sul piano nazionale che, ancor più, su quello internazionale. Quattro mesi di campagna elettorale – e la spesa di un miliardo di dollari – non potevano bastare a fare di lei una leader di prestigio e capace di attrarre nuovi consensi».

Dopo il fallimento della linea politica di Bill Clinton, che aveva una sua visione (sbagliata) del mondo e di come collocare in questa visione lo sviluppo degli Stati uniti, i democratici non hanno avuto più né una vera visione né un vero programma, vivendo di accordi tra i vari clan Obama, Clinton, Biden, in rapporto con la sinistra radicale, e contando molto sull’appoggio dell’establishment e sugli errori dei repubblicani, pensando di potersi permettere persino un  candidato inesistente come la Harris. Una grande nazione leader in campo internazionale non può limitarsi a tirare a campare con sbandamenti nella politica estera e trucchetti in quella interna. Alla fine anche una linea spesso volgarmente demagogica diventa meglio di niente.

La questione dell’aborto

La questione dell’aborto e più in generale quella di un pieno riconoscimento dei diritti delle donne
all’autodeterminazione ha giocato un ruolo importante, anche se  non decisivo, in queste ultime elezioni americane. Una parte dei repubblicani pensava che bastassero provvedimenti legislativi e giuridici per contenere le spinte abortiste più radicali. Ma è evidente come ci si trovi di fronte a una questione complessa: di fatto si tratta di trovare una soluzione alla contraddizione tra la difesa del diritto all’autodeterminazione della donna e la difesa del diritto alla vita.

Come sempre quando si contraddicono due princìpi entrambi di alto valore morale, la situazione diventa “naturalmente” tragica e non può essere risolta se non prima “culturalmente” che giuridicamente. I conservatori, che sanno quanto radici morali siano indispensabili per tenere insieme la nostra civiltà, devono anche avere piena coscienza del fatto che la forza esplosiva della libertà dei moderni non può essere negata ,ma solo governata culturalmente

Insomma anche la lezione americana (Ron De Santis così ha conquistato la Florida) dovrebbe spingere a costruire una cultura di massa che tenga insieme libertà delle donne moderne e morale naturale: non è affatto impossibile persino negli anni Duemila, ma non avviene senza un articolato e tenace sforzo anche organizzativo.

leggi anche https://www.glistatigenerali.com/america-mondo/le-ragioni-della-sconfitta-di-kamala-harris-e-dei-dem/

https://www.glistatigenerali.com/america-mondo/le-ragioni-della-sconfitta-di-kamala-harris-e-dei-dem/

mercoledì 15 maggio 2024

PER CAPIRE COSA ACCADE IN UNIONE EUROPEA

CON LE REGOLE DI BRUXELLES L’ECONOMIA EUROPEA NON POTRÀ MAI CORRERE COME QUELLA AMERICANA

“Potrà mai l’economia europea sperare di competere con quella Usa?”, si chiede il Financial Times. La risposta è no. Ecco perché. Il commento di Giuseppe Liturri su Startmag

Ursula von der Leyen
 “Potrà mai l’economia europea sperare di competere con quella USA?” è il titolo di un articolato approfondimento che occupa una intera pagina del Financial Times di oggi.

Domanda che appare retorica sin dal titolo, perché la risposta è no.

Partendo dai risultati, per poi risalire alle cause, oggi c’è un baratro tra le due aree.

Un dato su tutti: rispetto al livello pre-pandemico, il PIL USA è cresciuto del 8,7%, più che raddoppiando la modesta crescita del 3,4% registrata nell’Eurozona. Il reddito pro-capite a parità di potere d’acquisto è circa il 30% inferiore a quello USA. La chiave sta nel livello di investimenti, particolarmente quelli nelle tecnologie digitali avanzate, dove gli USA macinano record in termini di brevetti depositati. Rispetto al livello pre pandemico, la crescita degli investimenti oltreoceano è stata del 8%, mentre nell’eurozona siamo ancora a -4%.

Basso livello di fiducia dei consumatori, investimenti pubblici e privati che languono (di pari passo con un elevato tasso di risparmio), mercato del lavoro ingessato, sono le prime cause che vengono elencate. E la produttività è lo specchio fedele del gap negli investimenti: negli Usa corre, nell’eurozona ristagna.

Le soluzioni: investire nell’intelligenza artificiale. Facile, come non averci pensato prima? Al Financial Times t non hanno timore di scadere nell’aneddotica da bar dello sport, quando citano l’esempio di un “chatbot” (un software che simula ed elabora conversazioni con un essere umano) che alla Siemens aiuta a risolvere problemi di funzionamento dei macchinari. Peccato che a proporre tutta questa meraviglia sia il capo di Microsoft Europa, “forse” in leggero conflitto di interessi.

Non ci risparmiano nemmeno la solita solfa sulle imprese grandi che investono in ricerca e sviluppo, mentre quelle medio – piccole sono ancora all’epoca della scoperta della ruota.

Poi, lentamente, arrivano alla “scoperta dell’America” (letteralmente): il deficit/PIL negli USA è leggermente più del doppio rispetto a quello dell’Eurozona (nel 2024 6,5% contro il 2,9%) e promette di rimanere nei prossimi anni intorno al 6-7%, mentre nell’Eurozona siamo avviati verso un periodo di consolidamento di bilancio. Quindi ancora meno investimenti pubblici, a meno di non voler pensare di tagliare istruzione, sanità e pensioni.

Un’economia strutturalmente impostata sulla moderazione salariale e il taglio dei consumi privati e della spesa pubblica, fondata sulle due facce della stessa medaglia di risparmio e elevato export, non poteva che presentare un salatissimo conto.

Ricette che negli anni ’20 del secolo scorso richiesero regimi dittatoriali in Italia e Germania per la loro applicazione, e che ci fecero sprofondare in una crisi durissima, con il tragico epilogo della seconda guerra mondiale. Quando venne meno il consenso, perché nessuno ci credeva, poi arrivò la coercizione delle dittature.

E, dopo circa un secolo, siamo ancora là, con la forbice Eurozona-USA che ha cominciato ad aprirsi all’inizio del millennio. Epoca di cui non ricordiamo eventi particolarmente rilevanti dal punto di vista economico o, forse, li ricordiamo troppo bene.

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tratto da Startmag

Con le regole di Bruxelles l'economia europea non potrà mai correre come quella americana - Startmag

 

martedì 14 maggio 2024

NON BASTA STARE DALLA PARTE GIUSTA

È pericoloso confondere la rappresentazione della realtà con la realtà stessa. Ma succede nella narrazione delle guerre in Ucraina e Palestina. Una volta condannati aggressione russa e crimini di Hamas, e violazioni del diritto, non è bastato stare dalla parte giusta per sconfiggere il male.

La solidarietà e il sostegno militare a Kiev si stanno risolvendo nell’ agonia infinita del Paese, senza tenere conto della sproporzione delle forze e della superiorità decisionale del regime russo, mentre Europa e Stati Uniti tergiversavano. Non c’è possibilità di vittoria per l’Ucraina, al punto che dietro le quinte si comincia a pensare a una spartizione del Paese, in pratica il ritorno allo scenario iniziale.

L’orrore per i crimini di Hamas ha oscurato le obiezioni alla reazione di Gerusalemme. Con il risultato che Israele ha perso molti punti nel mondo. Il paradosso è che la più forte critica a Netanyahu sia espressa dalla società civile israeliana.

Nell’analisi del conflitto in Ucraina, le voci critiche sono state zittite come filorusse, mentre la russofobia dilagante confondeva disegni criminosi di Putin con storici legami economici e culturali con la Russia. Il risultato è il profilarsi di una sempre più stretta alleanza/convergenza d’interessi e solidarietà militare fra regimi e autocrazie: Russia, Cina, Iran, Corea del Nord.

 

Le critiche all’offensiva a Gaza sono state considerate un rigurgito di antisemitismo, una fuorviante confusione fra popolo ebraico e governo di Gerusalemme. I rigurgiti di antisemitismo sono una pericolosa realtà che investe le società occidentali e condiziona le elezioni americane.

 

Infine sta peggiorando la percezione del Sud del mondo, dall’Africa al Sud America, nei confronti del «triangolo del bene» Occidente/Ucraina/Israele.

 

Naturalmente, si può continuare a pensare alla realtà come vorremmo che fosse. Quindi continuare a riempire di armi l’Ucraina, prolungandone l’agonia e sostenere senza riserve Israele, per evitare l’accusa di antisemitismo. Ma è il caso di chiedersi se le vittime di questa narrazione non siano coloro che vogliamo difendere: ucraini ed ebrei. E, in ultima analisi, l’Occidente libero.

Non farebbe male un po’ realismo che tenesse conto dei rapporti di forza, degli interessi reciproci, della Storia.

Anziché Churchill, sarebbe il caso di citare Kissinger e ricordare che il mondo di oggi è uscito da Yalta e non dalle Crociate.

 

MASSIMO NAVA

 

Tratto da il corriere della sera

mercoledì 26 luglio 2023

FINE VITA. «NON PERDETE MAI LA SPERANZA». DULCE MARIA CRUZ-OLIVER

Dulce Maria Cruz-Oliver, assistant professor in geriatria e medicina palliativa alla Johns Hopkins School of Medicine, nel Maryland, condivide la sua esperienza di fronte al problema del suicidio assistito al centro del dibattito in tanti Stati degli Usa

Dulce Maria Cruz-Oliver

A gennaio sono stata alla parrocchia di St. Jane de Chantal con un amico per parlare della proposta di legge di legalizzazione del suicidio medicalmente assistito (SMA, definito come l’atto di un medico di prescrivere al paziente un farmaco letale allo scopo di uccidersi), che i legislatori del Maryland stanno attualmente esaminando. Si tratta di una pratica diversa dall’eutanasia, in cui è il medico stesso a procurare la morte al paziente con un farmaco letale.

Sono rimasta sorpresa dalla scarsa conoscenza dell’argomento e della proposta di legge. La cosa mi ha molto preoccupato, perché se questa proposta diventasse legge, non solo avrebbe ripercussioni sui miei pazienti, ma anche su di me. Per questo motivo, anche se di solito non amo coinvolgermi in politica, ho scritto ai legislatori e organizzato un evento per parlarne ai miei amici e per mostrare loro il documentario Shining the Light on Assisted Suicide [Fare chiarezza sul suicidio assistito], realizzato da Laura Jones, fondatrice della Dignity Mandate Foundation.

Il documentario non solo racconta la verità sulla proposta di legge, ma espone anche le convincenti argomentazioni umane (non religiose) che si possono usare per scrivere ai legislatori manifestando la propria opposizione alla legge.

Sono un medico specializzato in geriatria e medicina palliativa alla Johns Hopkins, e nel mio lavoro assisto pazienti e famiglie con esigenze diverse. 

Vorrei condividere con voi la storia di un mio paziente, perché questa storia chiarisce i motivi per cui io NON sostengo il suicidio assistito.
Il signor Elk è un uomo afroamericano di 74 anni che vive da solo a Baltimora. Rifiutava di farsi curare il cancro alla prostata perché voleva morire. Poi il figlio lo ha accolto in casa propria e si è preso cura di lui. Il figlio ha portato il signor Elk alla mia clinica di cure palliative per aiutarlo a gestire il dolore, cosa che siamo riusciti a fare. Il signor Elk a quel punto desiderava vivere, perché non era più solo. Così ha cercato di curare i sintomi del cancro alla prostata. Con il passare del tempo, ho visto che il signor Elk e suo figlio si stavano avvicinando e stavano sviluppando un grande rispetto reciproco. Dopo due anni, le condizioni del signor Elk sono peggiorate. Quando non ha più potuto recarsi in clinica, l’ho affidato al servizio di assistenza domiciliare. È morto a casa sua, sostenuto dall’affetto della sua famiglia, con l’aiuto dell’assistenza medica domiciliare. Questo legame tra padre e figlio non sarebbe cresciuto se il signor Elk avesse optato per il suicidio assistito.

Vale la pena chiedersi: “Perché sopportare una malattia e la sua sofferenza?”. Alla luce di questa esperienza con il signor Elk, la mia risposta è che il modo in cui affrontiamo la sofferenza può fare del bene alla nostra vita e al mondo. Nel caso di quest’uomo, è stata la ripresa del rapporto con suo figlio.

Ho colleghi dentro e fuori dal movimento di CL che vivono in Stati o Paesi in cui il suicidio assistito o l’eutanasia sono legali. Molti di loro hanno un atteggiamento di sconfitta, di rassegnazione, o al contrario si schierano apertamente contro. Un mio amico, attivista pro-life, che mi ha aiutato a condividere questo tema con i nostri amici della comunità, ci ha detto: «Non perdete mai la speranza». Penso che abbia ragione, perché io non voglio schierarmi con chi “lotta” né identificarmi con i “rassegnati”. Voglio essere dalla parte della speranza, quella che ripone la sua fede in Cristo; non nella legge o nel disegno di legge, ma in questa Persona che mi ha posto in questo specifico momento storico in cui il valore della vita è messo in discussione, in cui la libertà e l’indipendenza sono il valore ultimo e la dipendenza e la morte sono i nemici.

Mi chiedo: Cosa sta cercando di dirmi il Mistero? Perché mi ha chiamato a vivere in questo specifico tempo e spazio? Questo dialogo è molto interessante e, sebbene non cancelli nessuno dei miei tentativi contro il progetto di legge, gli dà un senso. Uno dei miei amici che ha partecipato al dibattito ha detto una cosa davvero chiarificatrice: dobbiamo iniziare da casa nostra, parlando di queste cose e guardando al modo in cui trattiamo e ci prendiamo cura di noi stessi. Questo l’ho sentito vero per me, anche in quanto persona che affronta queste problematiche non solo nella mia famiglia, ma pure nel mio lavoro quotidiano. Prima di tutto abbiamo bisogno di capire noi, e poi di condividerlo con gli altri, perché la vita ha valore ed è importante anche nella sofferenza.

Jone, la fisioterapista di don Giussani che alla fine della sua vita soffriva del morbo di Parkinson, ha detto di lui in quel periodo: «La malattia continuava il suo corso, e cominciò a comparire il sintomo più temuto: il dolore. In quel periodo commentò: "Dio permette la sofferenza perché la vita sia più vita. La vita senza sofferenza si rimpicciolisce, si chiude in se stessa". [...] Ero triste perché non sapevo come aiutarlo, ma lui mi diceva: "Non essere triste, perché anche questo è positivo, penso che sia il modo di partecipare alla passione di Cristo. Anche Lui era un uomo come me"».

Per concludere, io non sono favorevole al suicidio medicalmente assistito perché non voglio che i miei pazienti interrompano il loro percorso umano. A queste persone che soffrono possiamo offrire cure palliative, invece di far loro ingerire 90 pillole che le faranno soffrire in preda alla nausea anche per 104 ore. Le cure palliative sono un percorso che accompagna i pazienti e le famiglie nel loro cammino, invece di negare il senso della loro vita.

Il mio timore è che il suicidio assistito trasmetta, soprattutto ai giovani, il messaggio che non si deve sopportare la vita quando provoca sofferenza. La sofferenza sarà vista come “una condanna a morte” piuttosto che come un motivo per chiedere aiuto agli altri. Se continuiamo su questa strada, il suicidio assistito finirà per portare all’eutanasia delle persone affette da malattie degenerative e da demenza. Come medico geriatra e palliativista, il mio compito è quello di aiutare i pazienti a restare autonomi il più a lungo possibile. A questo scopo, esistono già diversi servizi di assistenza domiciliare (per esempio, assistenza geriatrica, palliativa, sanitaria a domicilio o in hospice). Più e più volte sono stata testimone di come l’affrontare la fatica del caregiving abbia portato al recupero dei rapporti familiari. Una figlia mi ha detto:«Non avrei mai pensato di poter stare con mia madre in questo modo. Sono grata per questo tempo trascorso con lei che mi ha permesso di recuperare molte cose».


Dulce Maria Cruz-Oliver, M.D., Bethesda (Maryland-USA)

tratto da clonline.org

NOTA

Nel 2014 ho incontrato Dulce a Saint Louis, dove lavorava al Saint Louis University Hospital. Allora la comunità di Cl di cui faceva parte Dulce espresse questo giudizio penetrante e incisivo sugli eventi accaduti a Ferguson nel mese di agosto, e sui disordini razziali che hanno hanno anticipato quelli degli ultimi anni innescati a Minneapolis dal BLM

https://crocevia-adhoc.blogspot.com/2014/10/perche-ci-interessa-ferguson.html


lunedì 23 gennaio 2023

LODE AI PROLIFE AMERICANI: DA 50 ANNI IN MARCIA PER «CELEBRARE LA VITA»

Ieri si è svolta la cinquantesima Marcia per la vita a Washington. Ribaltata la Roe v. Wade, l'obiettivo resta «cambiare la cultura perché l'aborto diventi semplicemente inconcepibile»

 


Anche questo 20 gennaio, nell’anniversario della sentenza della Corte Suprema Roe v. Wade, per il cinquantesimo anno di fila, la chiassosa banda dei pro life americani si è riunita a Washington al National Mall e ha marciato verso Capitol Hill per «riunirci insieme a celebrare la vita», festeggiare le vittorie ottenute nell’ultimo anno e concentrarsi sui «prossimi passi» da intraprendere.

I pro-life festeggiano l’America “post-Roe”

La Marcia per la vita americana è la più grande manifestazione pro-life al mondo e quest’anno ha molto da festeggiare: lo scorso giugno, infatti, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha cancellato il diritto costituzionale all’aborto, in vigore dal 1973, restituendo ai singoli stati la libertà di decidere se legalizzare o meno l’interruzione di gravidanza e come regolamentarla.

Il ribaltamento della Roe v. Wade e della Planned Parenthood v. Casey è sempre stato il grande obiettivo dei pro-life americani, raggiunto dopo 50 anni di instancabile e pacifica militanza. Impossibile, da questo punto di vista, non guardare come a un modello agli Stati Uniti, che anche grazie ai pro-life hanno saputo tenere aperto un dibattito che sembrava chiuso, non solo dalle sentenze della Corte Suprema, ma soprattutto dall’orientamento a senso unico della grande stampa americana.

«Costruire la cultura della vita»

Il variegato movimento pro-life, invece, battendosi stato per stato e legge per legge, ha saputo mantenere viva la grande battaglia culturale e scientifica che soggiace al tema dell’aborto: quella sul feto, che non è un soltanto un grumo di cellule ma un bambino. Ed è per continuare a portare avanti questa battaglia culturale che, nonostante la vittoria giudiziaria, la Marcia per la vita prosegue. L’obiettivo, infatti, è quello di «costruire una cultura della vita negli Stati Uniti. Purtroppo, il numero degli aborti ogni anno supera di molto i 900 mila e dopo la cancellazione della Roe v. Wade questo numero dovrebbe calare di appena 200 mila unità all’anno». Pur essendo le leggi il principale e quotidiano terreno di scontro in America, «il nostro lavoro più importante è quello di cambiare i cuori e le menti. L’obiettivo della Marcia nazionale per la vita non è solo quello di cambiare le leggi a livello statale e federale, ma di cambiare la cultura perché l’aborto diventi semplicemente inconcepibile».

La lotta all’aborto continua

Lode allora alla chiassosa, pacifica, gioiosa e variegata compagnia che ogni anno sfila arrembante per le strade di Washington fino al Congresso per dare voce a coloro che non hanno voce e per proteggere coloro che non possono proteggersi da soli. Oltre che per invocare aiuti concreti per tutte quelle donne che non vogliono abortire, ma che spesso si trovano in situazioni di grande difficoltà. Come mostrava un cartello sorretto da una giovane manifestante alla marcia di ieri, con sopra disegnate una donna e il bambino nella sua pancia: «Amiamo entrambi». Per «marciare nell’America post-Roe», lo slogan di quest’anno, non si può che partire da qui. Il “cattolico” Joe Biden farebbe bene a prendere appunti.

Leone Grotti da Tempi

sabato 25 giugno 2022

NANCY PELOSI, UNA RAGAZZA ACQUA E SAPONE

 Mi sono imbattuto in questa dichiarazione a proposito della decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti che ieri ha revocato la sentenza emessa quasi mezzo secolo fa nel caso Roe contro Wade:


“Speaker Nancy Pelosi was clearly shaken by the Supreme Court's decision to overturn Roe v. Wade, telling reporters “I am personally overwhelmed by this decision.” https://t.co/caGrEGygwV pic.twitter.com/1N8PMvL5mk

— The New York Times (@nytimes) June 24, 2022

È raro, ed è bello quando un esponente del potere, nella concitazione del momento, dimentica il trucco di scena, la maschera e tutti gli altri accorgimenti con cui solitamente si camuffa e, per una volta, si mostra con il suo vero volto. In questo caso il bel faccino acqua e sapone della signora Nancy Patricia Pelosi, nata D'Alessandro, 82 anni, politica dem di lunghissimo corso e presidente della camera dei rappresentanti degli Stati Uniti. Che dice, a sua insaputa e suo malgrado, la verità.

E la verità è questa: a quelli come lei la realtà non interessa. Gli uomini e le donne di potere non hanno nessun rapporto con la vita reale degli altri esseri umani.

Questo permette a lei, ad esempio, di chiamare, senza la minima esitazione, reproductive health decision ciò che invece è, in-con-te-sta-bil-men-te, la soppressione di un essere umano, cioè di un individuo appartenente alla specie umana. La qualità linguistica e morale di questa espressione (data dal suo livello di corrispondenza alla realtà), essendo dello stesso ordine di Endlösung der Judenfrage (soluzione finale della questione ebraica), dovrebbe indurre in qualunque soggetto pensante almeno un certo impaccio, o disagio, o imbarazzo nell'impiegarla. Non a lei.

Quello che le interessa lo dice lei stessa, con un candore che ispirerebbe perfino simpatia se non sapessimo con  chi abbiamo a che fare: “siamo sconvolti, abbiamo il cuore spezzato, le donne e tutto quanto ... but make non mistake again, it's all on the ballot in November. Non fate cazzate e dateci il voto, che non servite a nient'altro.

Al potere interessa solo il potere. Non la realtà, non il pensiero; non le donne, non i bambini; non la vita e non la morte. Solo il potere.

 LEONARDO LUGARESI

 

mercoledì 22 maggio 2019

FINE DELLA CENSURA ITALIANA SULL'ABORTO IN USA


ROBI RONZA

Improvvisamente è saltato il tappo della censura che la stampa italiana da sempre applicava alla questione dell’aborto negli Usa. E’ circa dal 2000 che l’opposizione all’aborto legale sta crescendo con forza negli Stati Uniti, e oggi tutti i sondaggi indicano che vi si oppone circa la metà degli americani. In Italia però il proverbiale uomo della strada non poteva saperlo perché in pratica la totalità dei giornali e dei telegiornali mai gliene aveva data notizia.

KAY IVEY, Governatore Alabama, firma la legge
Ogni anno, il 22 gennaio, nel pieno dell’inverno che a Washington è rigidissimo, ha luogo nella capitale americana un’imponente manifestazione popolare di protesta  nell’anniversario della sentenza della Corte Suprema che nel 1973 impose la legalizzazione dell’aborto, ma i nostri telegiornali si guardano bene dal mostrarcela. Non trovano opportuno farci sapere che l’opposizione all’aborto, una cosa da paese arretrato e cattolico come l’Italia, stia dilagando in un paese moderno e per lo più protestante come gli Stati Uniti.
Sorprende perciò che qualche giorno fa all’improvviso il tappo di tale censura sia saltato.

Sono ormai diversi  gli Stati degli Usa che con proprie leggi hanno posto limiti all’aborto. Nell’Ohio non si può più addurre la sindrome di Down del feto come motivo legittimo per abortirlo, nel Wisconsin è stata varata una legge che obbliga a rianimare i feti abortiti ma ancora in vita, in Louisiana non si può più praticare legalmente l’aborto dal momento in cui comincia a essere percettibile il battito cardiaco del feto; e così via. 

Di tutti questi sviluppi il pubblico italiano era stato accuratamente tenuto all’oscuro finché, chissà perché, la notizia della legge varata nell’Alabama ha fatto saltare il tappo.  All’improvviso anche da noi al grande pubblico è concesso di sapere che negli Stati Uniti si sta ridiscutendo l’aborto, anche se lo si fa distorcendo la notizia  in tutto il possibile.
Per esempio spesso non dicendo che il governatore che ha  voluto e firmato la legge non è un uomo ma una donna, il che taglia alla radice il solito argomento del no all’aborto come prevaricazione dell’uomo sulla donna.  Per esempio scrivendo che la legge votata nell’Alabama condanna all’ergastolo la donna che abortisce, mentre in realtà condanna  chi pratica l’aborto mentre non prevede pena alcuna per la donna che lo subisce.

Per dare però un’idea di quanto soffra la stampa “illuminata” nel dare queste informazioni basti citare il caso neanche de la Repubblica bensì nientemeno che del 24 Ore, l’austero quotidiano economico vicino alla Confindustria.  Nel suo sito, nell’ambito di una rubrica chiamata con involontario umorismo «In famiglia», in una nota del titolo “Assalto al diritto all’aborto nell’epoca di Trump” si è lamentato il fatto che negli Usa non si ferma “l’onda anomala delle leggi antiaborto”.

Vale allora la pena di ricordare che negli Stati Uniti l’aborto venne legalizzato in tutto il Paese in forza non di un voto del Congresso, ossia del Parlamento federale (che non ha competenza in materia), bensì appunto di una sentenza della Corte Suprema. Fino a quel momento l’aborto era illegale senza eccezioni in 30  Stati su 50, e consentito in altri 16 solo in caso di stupro, incesto o minaccia alla salute della madre. Era legale con poche eccezioni soltanto in 4 Stati tra cui più o meno incondizionatamente nel solo Stato di New York.  Il 22 gennaio 1973 la Corte Suprema ne impose invece in tutto il Paese la legalizzazione entro un “trimestre” dal concepimento autorizzando gli Stati a porre dei limiti solo riguardo ai susseguenti sei mesi di gravidanza.
Da un  sondaggio Gallup dello scorso 2018 risulta che oggi il 48 % degli americani ritiene l’aborto moralmente inaccettabile, mentre solo il 43% lo ritiene invece moralmente accettabile. E solo il 26% lo ritiene lecito in qualsiasi circostanza.

Ciò che il 24 Ore definisce “onda anomala” è insomma quella che nei bei tempi andati era nota col nome di democrazia.

20 MAGGIO 2019

giovedì 24 gennaio 2019

ABORTO FINO ALLA NASCITA, I DEM USA CELEBRANO LA LORO FOLLIA



Lo Stato di New York, dove sono in netta maggioranza i democratici, ha approvato una legge che stravolge i concetti di «omicidio» e «persona» e consente di abortire fino al 9° mese di gravidanza, anche in assenza di un medico. A legge approvata si è sentita una voce gridare in aula: «Possa Dio avere pietà di questo Stato!».

Martedì 22 gennaio era il 46°, nefasto, anniversario della Roe contro Wade, la sentenza della Corte suprema che nel 1973 ha liberalizzato l’aborto in tutti gli Stati Uniti, fondata tra l’altro su una campagna menzognera fino all’ennesima potenza, come ammise Norma Leah McCorvey (vero nome della «Jane Roe» protagonista della sentenza), la donna usata da due giovani avvocate che volevano «fare la storia» e che tempo dopo si convertì attraversando l’America in difesa dei nascituri. A 46 anni di distanza da quel verdetto che ha causato l’uccisione, con l’avallo della giustizia umana, di milioni di bambini negli Usa e dato la spinta all’ulteriore diffusione di una mentalità mortifera nel mondo, il parlamento dello Stato di New York ha approvato una legge che consente praticamente di abortire fino al nono mese di gravidanza.
La legge, dopo alcune modifiche votate dall’Assemblea, è stata approvata dal Senato dello Stato americano con un voto di 38-24, passando con una facilità disarmante per la netta maggioranza dei democratici in entrambe le camere, effetto delle ultime elezioni di novembre. Qualche istante dopo la votazione finale - come ha riferito Karen DeWitt, cronista di una radio newyorchese - in aula si è sentita una voce gridare: «Possa Dio Onnipotente avere pietà di questo Stato!».
Il Reproductive Health Act (RHA) votato dai democraticifortemente voluto dal governatore Andrew Cuomo (che ha apposto la sua firma nella stessa giornata) e dal suo sponsor Hillary Clinton, modifica dopo quasi 13 anni di tentativi andati a vuoto la già radicale legislazione dello Stato di New York (la soppressione del bambino in grembo era già consentita fino alla 24^ settimana), dove l’aborto era stato introdotto fin dal 1970, quindi tre anni prima della Roe contro Wade, uno dei pochi Stati in cui la classe politica aveva anticipato la svolta, nel male, impressa dalla Corte suprema.
L’RHA esordisce definendo la «salute riproduttiva onnicomprensiva» (espressione che per gli estensori della legge include la contraccezione e l’aborto) «un elemento fondamentale» per la «salute, la privacy e l’uguaglianza» di ogni individuo. Dopo aver affermato il «diritto» alla sterilizzazione, il testo dell’RHA prosegue in un crescendo diabolico, avallando l’indifferenza morale tra due scelte opposte: «Ogni persona [il testo usa per la precisione il più generico «individual», e non «woman», il che si può leggere come un inchino all’ideologia transessualista, ndr] che rimane incinta, ha il diritto fondamentale di scegliere se portare avanti la gravidanza, fare nascere un bambino o avere un aborto». La nuova legge afferma in breve che un bene oggettivo - dare la vita - è equivalente per lo Stato di New York al suo perfetto contrario: un male oggettivo e radicale, come uccidere l’innocente. Le tenebre più fitte, insomma.

domenica 3 settembre 2017

MORTE AL PASSATO


Pubblicato da Berlicche IL 31 agosto

Come forse saprete, in questo momento in USA c’è un po’ di gente che vorrebbe far fuori le statue di personaggi a loro dire esecrabili. Tipo generali e soldati sudistisanti missionari cattolici Cristoforo Colombo.
STATUA DI SAN JUNIPERO SERRA

La colpa di questi individui storici è avere fatto ciò che oggi è assolutamente improponibile. Tipo combattere per il proprio paese in una guerra perdente, cercare di recare un po’della luce del Vangelo nella miseria umana dei popoli, scoprire continenti permettendo a un sacco di individui senza scrupoli di portarvi prevaricazioni colonialistiche come gli ospedali o la ruota.
Sarebbe troppo facile dire che si tratta di gente ignorante di storia la cui ideologia ha rotto tutti i ponti con la ragione. Cosa peraltro vera.
Vorrei solo fare notare che in realtà il loro sarebbe un atto estremamente intelligente, se lo scopo fosse creare una nazione di schiavi ubbidienti. Che cosa può infatti spingere un uomo a levarsi contro l’omologazione, a pensare con la propria testa? Due cose: il proteggere chi gli è caro e l’esempio di chi ha combattuto alla stessa maniera, contro mille difficoltà, per realizzare qualcosa di duraturo.
Non è un caso che chi si batte per la distruzione della famiglia e delle statue siano le stesse persone. Sono l’esercito di chi ha smarrito la propria identità, e quindi vive di parole d’ordine altrui. Sono le guardie rosse di Mao impegnate a bruciare i libri e rieducare i borghesi nella Rivoluzione Culturale, sono i citoyen con le picche che distruggono Cluny e cercano teste da innalzare, sono i bolscevichi che saccheggiano i palazzi dello zar e fucilano i nemici del popolo. Sono coloro che odiano il passato perché gli è stato detto che loro sono nuovi, che sono il progresso, che sono il futuro. Odiano ciò che non conoscono, che non capiscono. Distruggono perché non sanno costruire.
Costruire è un concetto alieno per chi si è trovato con la pappa fatta. Incapaci di cambiare il presente, non resta loro che seguire chi dice loro che si può cambiare il passato. Ritornando ad una età dell’oro ancora precedente, senza uomini bianchi e schiavi ma solo bufali. A questi nostalgici di qualcosa mai esistito non resta altro che restituire le loro case e i loro terreni ai discendenti degli indigeni, e tornarsene a casa loro. In Europa, e magari anche più in là, dato che molti sono progenie di sassoni e altri barbari invasori…
Il passo successivo è, ovviamente, legalizzare di nuovo i sacrifici umani. Come ai bei vecchi tempi.
Chi ha estirpato gli indiani d’America non è stato Colombo, ma i loro antenati dei secoli successivi. Che erano il nuovo, i pellerossa il vecchio che doveva scomparire. I potenti di ogni tipo e colore hanno sempre usato queste categorie per acquistare il potere o conservarlo. Un uomo senza passato e senza affetti è il soldato perfetto, perché non si chiederà cosa sia umano, cosa gli convenga. Sarà un uomo senza nome, un milite ignoto per la causa di un altro.


A differenza di quegli altri, quelli delle statue. Che hanno costruito, hanno agito, e hanno plasmato il futuro che è il nostro presente.
Magari anche sbagliando. Ma con il senno di poi.

martedì 2 agosto 2016

I "GIOCHI PERICOLOSI" DEGLI USA CONTRO LA RUSSIA

È l'ora di scegliere da che parte stare.
Mauro Bottarelli
martedì 2 agosto 2016


Dunque, per il Papa non si può parlare di islam terrorista, perché l'islam è una religione che tende unicamente alla pace. La stessa pace, probabilmente, che ha portato un gruppo di talebani ad attaccare domenica con un camion bomba il Northgate Hotel di Kabul, un compound con sorveglianza armata dove risiedono civili e militari stranieri, situato alla periferia della capitale afghana sulla strada per l'aeroporto. I talebani hanno rivendicato l'attacco, affermando che si tratta «di un posto di lusso per stranieri e l'albergo si trovava lontano dalle case dei civili» , sostenendo infine di aver fatto decine di vittime, notizia che però, fortunatamente, è stata smentita dalle fonti della sicurezza afghana. Perché lo fanno i talebani: perché sono interisti e vogliono combattere milanisti e juventini? Perché amano Ligabue e combattono Vasco Rossi? Oppure lo fanno in nome di un'interpretazione estremistica dell'islam? 

Sempre il Papa, parlando al rientro dalla Polonia, ha detto che il problema del terrorismo è legato a piccoli gruppi radicalizzati, ragazzi a cui abbiamo negato ogni ideale e che quindi si perdono nella droga, nell'alcool o nell'estremismo. Sarà, ma il commando che ha compiuto l'attacco contro gli italiani in Bangladesh era composto da giovani istruiti, ricchi e di ottima famiglia: come lo spieghiamo questo ricorso al determinismo biologico che non quadra?


E in nome di chi hanno abbattuto l'elicottero russo in Siria, ieri, i ribelli sunniti fiancheggiati e armati da Usa e Arabia Saudita? Sono tutti morti i passeggeri e l'equipaggio dell'elicottero militare Mi-8 abbattuto nella provincia di Idlib, nella Siria nordoccidentale. Lo ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, affermando che i cinque sono deceduti «in modo eroico nel tentativo di limitare le vittime civili sul campo». In precedenza, il ministero della Difesa russo aveva annunciato che l'elicottero era stato abbattuto, mentre stava rientrando nella base aerea russa di Khmeimim, dopo una missione di consegna di aiuti umanitari nella città di Aleppo. Il portavoce del Cremlino ha poi espresso profondo cordoglio per le vittime: sono così 18 le vittime russe in Siria dall'inizio dell'intervento militare di Mosca a fianco del regime del presidente siriano Bashar al-Assad. 
Su Internet, a tempo di record, è stato diffuso un video che mostra il relitto dell'elicottero: nel filmato si vedono persone riunite attorno a quel che resta del velivolo, ma anche molto peggio. Le bestie, perché tali sono, hanno fatto strazio dei cadaveri e dei resti, profanandoli in maniera atroce. Bene, questa gente che tanto piace a Hillary Clinton e al Pentagono, perché sono "ribelli moderati" che combattono contro il mostro Assad, in nome di chi ha compiuto quegli atti infami, oltretutto anche sul cadavere di una donna?
Chissà il Papa cosa avrà da dire al riguardo, sempre che non sia troppo occupato a organizzare qualche altra iniziativa di fratellanza in favore di telecamera e con la Cei in prima fila ad applaudire? 

Ma non disperate, cari lettori, per due motivi. Primo, Vladimir Putin è un ex militare e l'oltraggio sul cadavere del nemico è qualcosa che non può tollerare: la sua vendetta, temo, farà tremare il cielo siriano. Secondo, in un video diramato sul web, l'Isis ha minacciato la Russia e proprio il presidente Vladimir Putin. Lo rende noto l'agenzia stampa russa Katehon: «Dopo l'ultima serie di attacchi terroristici in Europa, la dichiarazione di jihad in Russia suona molto minacciosa», scrive Katehon, aggiungendo però un'interpretazione geopolitica molto interessante. «Non importa chi saranno i responsabili diretti, sappiamo bene che un'ondata di attacchi terroristici in Russia si inserisce perfettamente nella logica della "guerra ibrida" messa in atto dagli Stati Uniti contro Mosca. Le azioni anti-russe di qualsiasi tipo di terrorismo avvantaggiano le mire destabilizzanti atlantiste», conclude. 

Ecco qui la superiorità della weltanschauung eurasiatica rispetto al cervello sviluppato in batteria, come i polli, di chi risiede al di là dell'Atlantico ed è cresciuto in un contesto di melting pot forzato e artificiale, senza radici e senza cultura: saper leggere gli avvenimenti per ciò che sono, al di là delle facciate di comodo.

L'Isis e i gruppuscoli satellite come al-Nusra sono emanazioni della strategia destabilizzante americana, la stessa cominciata nel settembre 2000, quando il Project for the New American Century (Pnac), il centro studi di Washington che diede vita ai neo-con, pubblicò infatti un rapporto di 90 pagine intitolato Ricostruire le difese dell'America: strategie, forze, e risorse per un nuovo secolo, nel quale si esprimeva «la convinzione che l'America dovrebbe cercare di preservare ed estendere la sua posizione di leadership globale mantenendo la superiorità delle forze armate Usa». Esattamente un anno dopo, l'11 settembre fornì l'alibi per cominciare a mettere in pratica quell'agenda sciagurata e criminale con la scusa dell'esportazioni di democrazia. E attenzione, perché Hillary Clinton è democratica solo formalmente, ma, in realtà, è più neo-con di Edward Luttwak. 

Stando ai geopolitici russi,«i terroristi direttamente o indirettamente agiscono come uno strumento della geopolitica a livello globale, proprio come fanno le truppe ucraine in Donbass, i nazionalisti filo-americani a Erevan (in Armenia, dove solo ieri si è conclusa la presa d'ostaggio in una caserma della polizia), la rete di Gulen in Turchia, lo "scandalo doping" nello sport e la guerra dell'informazione portata avanti dai mass-media liberisti e mondialisti». Perchè l'Isis dichiara guerra alla Russia? »Perché la Russia sta intensificando la sua azione militare in Siria, ottenendo grandi successi. Con il supporto di forze aeree russe, le truppe siriane sono state in grado di far fuori completamente i terroristi islamisti ad Aleppo, riconquistata dalla truppe del presidente Assad. E ora tutta la potenza militare russa si scatenerà contro l'Isis che opera ancora nel resto della regione», conclude Katehon

Ora mi chiedo e vi chiedo: in un contesto simile, può la Chiesa cattolica permettersi una guida che parla come ha parlato papa Francesco tornando dalla Polonia? Qui nessuno sta invocando le crociate e quant'altro, ma negare la realtà è quanto di più grave si possa compiere in un momento storico come questo: lo spirito di Ratisbona ha forse abbandonato la Chiesa per sempre?

Attenzione, perché il gioco che stanno conducendo gli Usa contro la Russia attraverso i loro proxy sunniti è terribilmente pericoloso: se per caso davvero un attentato in grande stile dovesse colpire Mosca o un'altra città della Federazione, la risposta di Putin sarà di quelle in stile ceceno. Ovvero, tramutare i territori in cui ancora l'Isis sta operando in un posacenere. Senza pietà. 

A quel punto potrebbero però saltare fuori verità scomode, come quella scoperta non più tardi di due settimane fa, quando proprio jet russi colpirono un covo di ribelli moderati che si scoprì in realtà essere una base di ascolto e logistica della CIA. Non voglia il Signore che Putin si trovi di fronte evidenze nette del coinvolgimento Usa nell'abbattimento dell'elicottero occorso ieri in Siria, perché allora potrebbe davvero esserci il rischio di un'escalation che nessuno potrebbe depotenziare. L'accerchiamento Nato ai confini russi, con la dislocazione di migliaia di nuovi militari in Polonia e nel Baltico è già stato visto da Mosca come un'evidente provocazione, ma se si arrivasse a un irrigidimento delle relazioni come risposta a un atto ostile (diciamolo chiaro, un atto di guerra, perché tale è l'abbattimento di un velivolo militare), allora potremmo vedere truppe russe muoversi in massa verso quegli stessi confini.

Il premio Nobel per la pace, Barack Obama, verrà ricordato come l'uomo che ha reso la prospettiva di una guerra di nuovo possibile e la sua degna spalla, Hillary Clinton, potrebbe esserne l'esecutrice testamentaria. 

È giunta l'ora di schierarsi, perché il tempo delle tiepidezza ha generato mostri, proprio come quelli che ieri hanno fatto strazio dei resti di cinque militari russi in missione umanitaria: portavano viveri ai civili siriani sotto assedio. E le armi che Washington ha fornito ai "ribelli moderati" hanno stroncato le loro vite e il loro impegno. Se nella testa di qualcuno di voi c'è ancora il blocco mentale verso Mosca dettato dalla categoria novecentesca del "pericolo rosso e ateista", se lo faccia passare in fretta: Vladimir Putin è più religioso e timorato di Dio dell'intera amministrazione Obama, metà della quale gioca con i grembiulini nelle varie sette massoniche legate alle università della Ivy League che formano la classe dirigente statunitense. 

È l'ora di scegliere da che parte stare. Io sto con Mosca. Senza se e senza ma. Ricordate Matteo: «Ma sia il vostro parlare: Sì, sì; o no, no: quel che vi è di più, proviene dal male». E il male, oggi, ha un nome e un indirizzo precisi. 


TRATTO DA ILSUSSIDIARIO.NET