giovedì 28 novembre 2019

«COMUNIONE È LIBERAZIONE». NEL 1969, LA NASCITA DI UN NOME



Nel novembre 1969 all’Università Statale di Milano inizia a circolare un ciclostilato con una strana intestazione: «Comunione e Liberazione» e un altrettanto inusuale titolo:
 "Costruire la Chiesa è liberare l'uomo"



Pier Alberto Bertazzi, tra i protagonisti di quell’inizio, ricorda: «La cosa sembrava funzionare, almeno per noi. Ci sentivamo come se stesse continuando l’esperienza del movimento iniziata al liceo». Gli universitari decidono, allora, di passare dal ciclostilato a un «quartino» a stampa. Ma il nome deve essere più diretto. «Mi venne in mente che noi volevamo parlare di due cose: la liberazione, ovvero l’istanza che condividevamo con tutti; e la comunione, ovvero ciò che secondo la nostra esperienza poteva realizzarla. Comunione/liberazione: le due cose a cui tenere.» Bertazzi si domanda se non possa essere quello il titolo, ma ai più appare una formula troppo pesante per un bollettino universitario. Un tardo pomeriggio dell’autunno 1969, in via Bagutta, nella sede della Jaca Book, ne discute con Sante Bagnoli – responsabile della casa editrice e tra i più stretti collaboratori di Giussani. «Alla fine disse anche lui che poteva andar bene. E lui era l’editore di mestiere, quindi il titolo passò.»

Nel volgere di qualche mese vengono stampati tre numeri di quei quartini, uno rosso e due blu. È ancora Bertazzi a raccontare: «C’erano gruppetti di nostri amici in molte facoltà e tutti cominciarono a usare quel titolo con accanto il simbolo (protocristiano) stilizzato del pesce (ι′χθυ′ς) anche per volantini, avvisi, eccetera». Senza che sia stato programmato, Comunione e Liberazione comincia a diventare un segno di riconoscimento. «Gli altri avevano, infatti, cominciato per primi a chiamarci quelli di, i gruppi di “Comunione e Liberazione”, riferendosi ai nostri stampati» sottolinea Bertazzi.

Poche settimane dopo la diffusione del primo quartino alla Statale, quella strana formula compare anche all’Università Cattolica. È il cardinale Giacomo Biffi a raccontare il fatto. Nel 1969 è parroco a Milano; preoccupato della situazione intraecclesiale, dice a se stesso: «Possibile che lo Spirito Santo abbia abbandonato la sua Chiesa?». Egli ricorda che «tutto si disfaceva, non risorgeva niente». In quei mesi Biffi scrive un piccolo libro, Alla destra del Padre; incontra qualche difficoltà a trovare un editore, finché Vita e Pensiero (la casa editrice dell’Università Cattolica) lo accetta: e così, entrando in ateneo nel dicembre del 1969, Biffi vede esposto un tazebao intitolato «Comunione e Liberazione», con alcuni principi e l’invito a trovarsi per chi è interessato. Per Biffi è una sorpresa: «Come un raggio di sole dopo un cielo assolutamente plumbeo. Non sapevo che ci fosse dietro Giussani, l’ho capito dopo. Credo fosse proprio il primo giorno in cui nasceva, dalle ceneri della vecchia GS, questo movimento nuovo chiamato “Comunione e Liberazione”».


giovedì 21 novembre 2019

FULTON SHEEN: IL 21 DICEMBRE LA BEATIFICAZIONE.


La più grande storia d'amore di tutti i tempi è contenuta in un minuscolo ospite bianco."

Arcivescovo Fulton Sheen


L’annuncio della diocesi di Peoria: la cerimonia sarà nella cattedrale in cui fu ordinato prete 100 anni fa. La sua profezia del 1947 sull’Anticristo “Grande Umanitario”


Monsignor Fulton Sheen sarà beatificato il prossimo 21 dicembre a Peoria, Illinois, proprio nella cattedrale in cui esattamente un secolo fa iniziò ufficialmente la sua missione da pastore della Chiesa. È l’attesa notizia che papa Francesco ha fatto pervenire lunedì all’attuale vescovo della città, Daniel Jenky.

Molto amato dai cattolici del mondo anglosassone, Fulton Sheen (1895-1979) è stato arcivescovo titolare di Newport, nel Galles. È famoso specialmente per le catechesi trasmesse in tv, i discorsi radiofonici e le decine di libri popolarissimi (e chiarissimi nel giudizio sulle questioni di fede ma anche sull’attualità) che pare abbiano contribuito alla conversione di qualcosa come 50 mila persone.

La cerimonia di beatificazione, annuncia il comunicato della diocesi di Peoria, è prevista per le 10 nella cattedrale di Santa Maria dell’Immacolata Concezione:«È la medesima cattedrale dove Sheen fu ordinato sacerdote 100 anni fa, il 20 settembre del 1919. Appare perfettamente appropriato che la beatificazione abbia luogo al termine di questo centesimo anniversario della sua ordinazione al sacerdozio. La cattedrale è anche l’attuale luogo di riposo di Sheen, che è seppellito in una cripta marmorea accanto all’altare presso il quale fu ordinato».

Il decreto riguardante la beatificazione di Fulton Sheen è stato promulgato lo scorso 5 luglio. Quanto al miracolo attribuito all’intercessione di Sheen dalla Congregazione per le cause dei santi, quello che ha reso possibile la sua beatificazione, la Cna ricorda:«Il miracolo riguarda la guarigione inspiegabile di James Fulton Engsrom, un bambino nato apparentemente morto nel settembre 2010 da Bonnie e Travis Engstrom di Goodfield, paese dell’area di Peoria. I medici cercarono di rianimarlo ma il neonato non mostrava alcun segno vitale. Così la madre e il padre del bambino pregarono l’arcivescovo Sheen affinché lo guarisse».

IL PRINCIPE DI QUESTO MONDO

Alcuni interventi del beato Fulton Sheen sono diventati famosi per la capacità profetica dell’arcivescovo di Newport di leggere i “segni dei tempi”. Proprio “Signs of Our Times” si intitola il discorso pronunciato da Sheen alla radio nel 1947 in cui preconizzava l’arrivo di un Anticristo che ricorda in molti aspetti un certo cristianesimo “light” oggi così diffuso. A luglio ne abbiamo pubblicato il testo integrale in una nostra traduzione. Di seguito riproponiamo un estratto:

«L’Anticristo, però, non sarà chiamato così, altrimenti non avrebbe seguaci. Non indosserà calzamaglie rosse né vomiterà zolfo, né impugnerà una lancia né agiterà una coda con la punta a forma di freccia come il Mefistofele nel Faust. Da nessuna parte nelle Sacre Scritture troviamo conferma del mito popolare che immagina il diavolo come un buffone vestito di rosso. È descritto invece come un angelo caduto, come “il Principe di questo mondo” il cui mestiere è di dirci che non esiste nessun altro mondo. La sua logica è semplice: se non c’è un paradiso, non c’è alcun inferno; se non c’è un inferno, non c’è alcun peccato; se non c’è il peccato, non c’è alcun giudizio, e se non c’è un giudizio allora il male è bene e il bene è male. Ma al di là di queste descrizioni, Nostro Signore ci dice che egli sarà molto simile a Lui, che ingannerà perfino gli eletti – e di sicuro nessun diavolo di quelli che abbiamo visto nei libri illustrati riuscirebbe a ingannare gli eletti.

In che modo egli verrà in questa nuova era per convincerci a seguire il suo culto? Verrà travestito da Grande Umanitario; parlerà di pace, prosperità e abbondanza non come mezzi per condurci a Dio, ma come fini in sé. Scriverà libri su una nuova idea di Dio adatta ai modi di vivere della gente; diffonderà la fede nell’astrologia in modo da incolpare per i nostri peccati non la nostra volontà, ma le stelle; spiegherà psicologicamente la colpa in termini di sesso represso, farà sprofondare gli uomini nella vergogna se gli altri uomini diranno che non sono di mente aperta e liberali; identificherà la tolleranza con l’indifferenza verso quel che è giusto e quel che è sbagliato; incoraggerà i divorzi con l’inganno secondo cui una nuova unione è “vitale”; accrescerà l’amore per l’amore e diminuirà l’amore per la persona; invocherà la religione per distruggere la religione; parlerà perfino di Cristo e dirà che è stato il più grande uomo che sia mai vissuto; dirà che la sua missione è liberare gli uomini dalla schiavitù della superstizione e dal fascismo, che baderà di non definire mai.

Ma in mezzo a tutto il suo apparente amore per l’umanità e alle sue chiacchiere su libertà e uguaglianza, avrà un grande segreto che non rivelerà a nessuno: non crederà in Dio. Poiché la sua religione sarà la fratellanza senza la paternità di Dio, ingannerà perfino gli eletti. Istituirà una controchiesa che sarà una scimmiottatura della Chiesa perché lui, il diavolo, è la scimmiottatura di Dio. Essa sarà il corpo mistico dell’Anticristo e a livello esteriore ricorderà la Chiesa come corpo mistico di Cristo. In un disperato bisogno di Dio, indurrà l’uomo moderno nella sua solitudine e frustrazione a morire dalla voglia di entrare a far parte della sua comunità, la quale darà all’uomo uno scopo più grande senza bisogno di correzione personale né di ammettere la propria colpa».

martedì 19 novembre 2019

TUTTI I NUMERI CHE SMENTISCONO LO SCHEMA BONACCINI-PD


ELEZIONI IN EMILIA-ROMAGNA/
Lo schema del Pd è semplice: solo con Bonaccini la Regione può garantire civiltà e progresso contro barbarie e involuzione. Ma non è proprio così
 Hic sunt leones”. Con questa frase, anticamente, si era soliti indicare delle zone inesplorate e considerate selvagge. Oggi serve talvolta, più o meno scherzosamente, per indicare realtà sociali caratterizzate da ignoranza o minore sviluppo.
 
Zingaretti e Bonaccini (foto La Presse)
Mi è tornata alla mente questa antica locuzione latina sentendo la grancassa che il Pd sta cominciando a suonare in Emilia-Romagna, in questo inizio di campagna elettorale per il rinnovo degli organi regionali.
Sostanzialmente, lo schema comunicativo potrebbe essere così riassunto:

1)      è meglio stare molto alla larga da tematiche nazionali, se non per implorare di cambiare la manovra finanziaria, in particolare sulla plastic tax, perché è chiaro il convincimento che legare le sorti dell’uscente presidente Bonaccini alle azioni del governo giallo-rosso sarebbe un vero e proprio abbraccio mortale;

2)    bisogna dunque parlare solo delle “magnifiche sorti e progressive” dell’Emilia-Romagna, dipinta come la Regione meglio governata d’Italia, leader nazionale per sviluppo, qualità della vita, completezza di servizi, grazie alla cinquantennale egemonia comunista e post-comunista;

3)     si individua nell’uscente Bonaccini il nocchiere indispensabile, novello Palinuro, che solo può garantire di mantenere i livelli qualitativi raggiunti, impedendo ad altri, sicuramente peggiori di lui e incapaci, di prendere la guida della caravella emiliano-romagnola.


Non mi scandalizzo minimamente del fatto che un partito, che probabilmente in queste elezioni regionali si sta giocando anche il suo destino a livello nazionale, faccia di tutto per spingere il proprio candidato verso una riconferma, ma per far questo non si possono descrivere gli avversari come portatori di visioni politiche o tecniche amministrative che porterebbero allo sfacelo le istituzioni regionali e farebbero fare passi indietro alla Regione, in termini di coesione sociale e di sviluppo economico.
Pur essendo fiero di essere emiliano-romagnolo (romagnolo, per l’esattezza) e convinto che la nostra regione, insieme a Lombardia e Veneto, potrebbe essere presa a modello dallo Stato per migliorare le sue performance, ciò non mi impedisce di riconoscere che si può sempre migliorare, anche confrontandosi con modelli amministrativi diversi, che hanno dimostrato nei fatti il loro indiscusso valore.

Ovviamente non mi riferisco a un confronto essenzialmente di tipo ideologico o filosofico, ma a un vero e proprio benchmark, come è doveroso quando si parla di amministrazione pubblica, in cui è necessario utilizzare le risorse, sempre insufficienti, nel modo più efficiente, così da ampliare la capacità di risposta ai bisogni.

1.     Il fatto che l’Emilia-Romagna, con i suoi 4,443 milioni di abitanti, spenda negli stipendi dei dipendenti 184 milioni di euro, contro i 167 spesi dalla Lombardia con più di 10 milioni di abitanti, significa uno spreco di 100 milioni di euro che potrebbero tramutarsi in ampliamenti di servizi o, meglio, in nuovi investimenti pubblici, oggi particolarmente necessari. Basti pensare che straordinaria leva finanziaria sarebbe una cifra simile per dar vita, ad esempio, a un Piano di edilizia a canoni calmierati per famiglie indigenti o per giovani coppie.

2.    Un discorso analogo lo potremmo fare anche nel settore sanitario: in Emilia-Romagna abbiamo circa un dipendente ogni 79 abitanti, contro uno ogni 114 della Lombardia. Avvicinarsi a questo standard potrebbe significare un risparmio di quasi mezzo miliardo con cui potenziare, ad esempio, i servizi per la non autosufficienza o la grave disabilità, sui quali la capacità di risposta è largamente inferiore alle esigenze, come ben sanno tutte le famiglie che devono assistere anziani o minori non autosufficienti.

3.    Per queste tipologie di bisogni gli interventi sono essenzialmente di due tipi: il sostegno alle famiglie che riescono ad assistere i congiunti a casa, assumendosi di fatto la funzione di caregivers, e l’offerta di posti in residenze convenzionate con l’ente pubblico ai cui costi deve partecipare la famiglia con il pagamento di una retta.

4.    In Emilia-Romagna i posti in Residenze sanitarie assistenziali (Rsa) sono circa 16.000 (uno ogni 278 abitanti) e quelli per malati di Alzheimer 187 (uno ogni 23.800 abitanti); in Lombardia i posti in Rsa sono ca. 54.700 (1 ogni 182 abitanti) e quelli per malati di Alzheimer 2.926 (1 ogni 3.417 abitanti). Per quanto riguarda invece il sostegno alle famiglie vi sono modelli abbastanza diversi, con assegni o voucher proporzionati alla gravità dell’assistito, con un massimo di 45 euro al giorno in Emilia-Romagna e di 54 in Lombardia, dove, però, per i disabili gravi il contributo non è legato al reddito Isee.

I cittadini emiliano-romagnoli il 26 gennaio prossimo decideranno se continuare sulla strada dell’“usato sicuro”, affidando la guida della Regione ancora a Bonaccini, oppure se mettere alla prova, per la prima volta, amministratori portatori di modelli, idee e programmi diversi da quelli della sinistra.

Ma almeno sappiano che la scelta non è fra civiltà e progresso da una parte e barbarie e involuzione dall’altra, come qualche ligio “agit-prop” vuol far credere.


LA PATOLOGIA DI UN MONDO CHE ODIA SE STESSO



 DAL POLITICAMENTE CORRETTO NASCE L’OICOFOBIA
“Più diventiamo oicofobici e più abbracciamo la diversità culturale, più ci allontaniamo dalle origini e quindi dalla comprensione della nostra cultura”, scrive Benedict Beckeld 



Durante una cena, in una sera d’estate passata a Roma, Benedict Beckeld(*)ebbe un diverbio con una commensale. I due si trovavano davanti al Colosseo, il lascito millenario di un impero caduto in rovina. Ispirata dal panorama, una studentessa di storia fece un’osservazione. Disse che non avrebbe mai potuto parlare male di un’altra cultura. Non solo non ne era capace, disse, ma non ne aveva neanche il diritto. Eppure lei era austriaca, figlia della stessa nazione e della stessa cultura che aveva prodotto Adolf Hitler. Beckeld gli fece notare questo dato di fatto, e lei rispose che, in quanto europea e austriaca, poteva criticare la sua stessa cultura, e quindi anche il dittatore nazista, ma non le altre. 

Quella della studentessa era una posizione oicofobica, ovvero di chi manifesta disprezzo verso la propria cultura. In altre situazioni, con diversi interlocutori, Beckeld ricevette risposte simili. La oicofobia è sempre più diffusa nel mondo occidentale: è il sintomo di una civiltà che ha smesso di credere in se stessa, che si odia e che non vuole difendere i suoi valori di libertà individuali e democrazia che la contraddistinguono fin dall’antichità. Sui giornali leggiamo esempi di oicofobia ogni giorno. Tra i recenti, uno dei più clamorosi è quello che riguarda la direzione di una scuola di San Francisco che ha votato per rimuovere un murales di George Washington perché accusato di razzismo.
Il termine oicofobia è stato coniato dal filosofo Roger Scruton nel 2004. In un suo libro definiva il termine come “l’esigenza di denigrare i costumi, la cultura e le istituzioni che sono identificabili come nostri”. Scruton faceva riferimento all’Inghilterra del secondo dopoguerra. Ma se osserviamo la storia, l’odio per la propria cultura è un sentimento che ricorre nei secoli. Ne parlava già Platone nella sua Repubblica. L’oicofobia inglese è solo la più recente, ma non è per nulla nuova. E non è un caso se oggi negli Stati Uniti si è diffusa la stessa mentalità malata: l’America, come l’Inghilterra dopo la Seconda guerra mondiale, è una grande potenza in declino.
   
“Lo sviluppo storico dell’oicofobia ha indebolito diversi aspetti della nostra società, della nostra cultura, della politica e dell’esercito”, scrive Beckeld. “E mentre l’occidente si crogiola nell’odio verso se stesso, abbraccia altre culture. Questo è un peccato perché è possibile imparare da altre tradizioni senza rinnegare il proprio patrimonio. Più diventiamo oicofobici e più abbracciamo la diversità culturale, più ci allontaniamo dalle origini e quindi dalla comprensione della nostra cultura.
“Dato che non comprendiamo questa cultura, spesso ci imbattiamo in oicofobici occidentali che disprezzano i ‘valori occidentali’ e coloro che li professano. Ma in realtà questi detrattori adorano l’occidente. Semplicemente non lo sanno. Vale a dire, non sanno di essere occidentali”, conclude Beckeld.
Quando ci renderemo conto che l’oicofobia è una sorta di patologia, simile a una reazione istintiva che si sviluppa in distinte circostanze storiche, saremo pronti ad affrontarla nella nostra vita quotidiana.
tratto da Il Foglio
*Benedict Beckeld è Professore di Filosofia, Greco e Latino, Università Americana di Parigi

sabato 16 novembre 2019

LA DERIVA DEL POLITICAMENTE CORRETTO


Lunedì 18 novembre, alle 18 al Cinema Eliseo di Cesena,  Marcello Veneziani (filosofo ed editorialista per Il Tempo, La Verità e Panorama), Paolo Gambi (giornalista professionista e scrittore) ed Enrico Castagnoli (docente e consigliere comunale a Cesena per la lista Cambiamo) parleranno di: “Bontà e Buonismo: contro la deriva del politicamente corretto". Introduce e modera l’avv. Stefano Spinelli

Ma cos’è il Politically correct? Non  è altro che la pretesa di dire agli altri come devono essere, cosa devono dire, come devono comportarsi. Presuppone dunque un punto di superiorità di chi giudica.
Il politically correct è  una lente ideologica che altera la vista di uomini, idee e cose secondo un pregiudizio indiscusso e indiscutibile, assunto a priori come porta della verità, del bene e del progresso. Nasce dalla convinzione che tutto ciò che proviene dal passato sia falso e superato. La realtà, la natura, la famiglia, la storia, la civiltà come l’avete finora conosciute, vissute e denominate, sono sbagliate, vanno ridefinite e corrette. Quando ci libereremo da questa cappa, da questa cupola ideologico-mafiosa?

L’incontro è organizzato dalle Associazioni “Nazione Futura” “Romagna in opera” “Cattolici nel Centro destra” e “Valori e libertà”.

UN ARTICOLO DI MARCELLO VENEZIANI
Ma quando finirà la dittatura del politicamente corretto? Passano gli anni, cambiano i governi, insorgono i popoli. Ma da Hollywood a Sanremo, dalla tv ai premi letterari, dai fatti di cronaca alla storia adattata al presente, la dominazione prosegue incurante della vita, della verità e della realtà. Il copione si ripete, all’infinito.
Serpeggia da tempo la nausea verso quella cappa asfissiante, a volte la parodia prende il posto del canone. Lo deplorano in tanti, il politically correct, persino i suoi agenti, quelli che somministrano ogni giorno i suoi sacramenti; e questo è il segno che invecchia, scricchiola, si fossilizza. Ma alla fine, la dominazione resta e il vero mistero a questo punto è l’assenza di alternative: la rabbia c’è ma non ci sono mai opzioni diverse. Eppure basta cercarle. Nel cinema ad esempio quest’anno sono usciti almeno tre film meritevoli di Oscar: dall’est è arrivato Cold war, ma toccava seppur di striscio il tema del comunismo. Dagli States è arrivato il solito gran film di Clint Eastwood, Il corriere (in passato Clint era persino premiato, ma ora gli Oscar sono pura catechesi nero-omo-razza). E in Italia è venuto fuori un gran film di cui abbiamo già scritto, Il primo Re, sulla fondazione di Roma. Ma gli oscar vanno solo al nero, razzismo-nazismo-negritudine, più omosex e me-too. E ricadiamo nel politically correct.
Ma cos’è poi il Politically correct, proviamo a darne una definizione e un contenuto preciso. Per cominciare, il politically correct è la pretesa di dire agli altri come devono essere, cosa devono dire, come devono comportarsi. Presuppone dunque un punto di superiorità di chi giudica.
Il politically correct è poi una lente ideologica che altera la vista di uomini, idee e cose secondo un pregiudizio indiscusso e indiscutibile, assunto a priori come porta della verità, del bene e del progresso. Nasce dalla convinzione che tutto ciò che proviene dal passato sia falso e superato. La realtà, la natura, la famiglia, la storia, la civiltà come l’avete finora conosciute, vissute e denominate, sono sbagliate, vanno ridefinite e corrette. Così nasce il politically correct, questo busto ortopedico applicato alla mente e alla vita. Il politicamente corretto è il moralismo in assenza di morale, il razzismo etico in assenza di etica, il bigottismo clericale in assenza di religione. Il politically correct è il rococò della rivoluzione, come la posa residua del caffè. Non riuscendo a cambiare il mondo, si cambiano le parole. Il linguaggio politicamente corretto è lessico bollito e condito con la mostarda umanitaria. Inoltre è oicofobia, dice Roger Scruton, è rifiuto della casa, primato dell’estraneo e dello straniero sul nostrano e sul connazionale. E, infine, è riduzionismo: la varietà del mondo e dei suoi problemi è ridotta all’ossessione su due-tre temi.
(...)
Il Politically correct non nasce in un luogo bensì in un’epocanasce sulle ceneri del ’68, diventa il catechismo adulto di quelli che da ragazzi furono iconoclasti. Dopo aver processato l’ipocrisia del linguaggio cristiano-borghese e autoritario-patriottardo, gli ex-sessantottini adottarono quel nuovo lessico ipocrita e quel galateo manierista. Dal perbenismo al perbuonismo.
Il politically correct nasce quando finisce l’effetto del marxismo, tramonta l’idea di rivoluzione, si perdono i riferimenti mondiali del comunismo. Lo spirito liberal e radical rifluiscono nel codice progressista globale. Si passa dall’Intellettuale Collettivo al Demente Collettivo, il conformista dai riflessi condizionati; il comunista si fa luogocomunista, giudica per stereotipi prefabbricati, riscrive la storia, il pensiero e i sentimenti ad usum cretini. C’è una ricca letteratura che denuncia il politically correct: l’ultimo è Politicamente corretto di Eugenio Capozzi (ed. Marsilio), che lo ritiene l’erede di tutti i progressismi. Per passare la censura del politically correct è necessaria la presenza di almeno uno o più ingredienti d’obbligo di ogni narrazione, reportage o fiction: il nero, il migrante, il rom, l’omosessuale, la femminista, il disabile e l’ebreo. Sempre vittime o eroi, comunque personaggi positivi per definizione in ogni storia o trama.
La ditta del politicamente corretto fabbrica pregiudizi seriali, in dosi liofilizzate; la loro applicazione esime dal ragionare, risparmia la fatica del giudizio critico. E infonde a chi lo usa una sensazione di benessere etico, una presunzione di superiorità sugli altri. 
Quando ci libereremo da questa cappa, da questa cupola ideologico-mafiosa? E qui il problema si sposta nell’altro campo: l’assenza di alternative, la mancata elaborazione di strategie, culture e linguaggi, il silenzio e la rassegnazione. 
Dopo il rigetto, urge il progetto.
MV, La Verità 28 febbraio 2019

venerdì 15 novembre 2019

PERCHE' LA DESTRA E' COSI' FORTE IN EUROPA



La posizione polemica è fatta propria dagli strati disagiati 
della società contro il nuovo, contro la modernità


Dalla Spagna alla Polonia, dalla Svezia alla Germania all’Ungheria, la destra antiliberale è in ascesa dappertutto in Europa. Miete successi elettorali che mettono sempre più in difficoltà i partiti di centro, partecipa al governo di regioni e Stati del continente, i suoi temi tendono a dominare la discussione pubblica e, come accaduto l’altro giorno a Varsavia, è in grado d’inscenare manifestazioni di piazza che raccolgono folle imponenti.
 
La manifestazione a Varsavia
Ma non si tratta di un ritorno del fascismo. Del fascismo novecentesco, infatti, mancano alla destra antiliberale di oggi due tratti essenziali — l’organizzazione paramilitare e l’impiego della violenza contro gli avversari politici — senza i quali il fascismo stesso non sarebbe mai giunto al potere negli anni ’20-‘30 del secolo corso. Infatti, anche laddove come nella Germania di Weimar la sua conquista del potere ebbe come premessa una serie di notevoli successi elettorali, tali successi, però, furono consentiti per una parte decisiva da un attacco fisico, spesso a mano armata, portato preliminarmente contro comizi, partiti, associazioni, giornali, sindacati avversari.

Nulla di tutto ciò accade oggi. Oggi la destra antiliberale gioca le sue fortune sul terreno elettorale, e la violenza, quando c’è, è opera di gruppuscoli tutto sommato insignificanti. Oggi l’obiettivo non è quello di intimidire e ridurre al silenzio gli avversari, è quello di vincere democraticamente le elezioni. Il che è possibile grazie a due fattori nuovi presenti sulla scena europea. Innanzi tutto, per la prima volta dal 1945 è presente nel continente una grande potenza reazionaria che si pone come punto di riferimento per tutta la destra antiliberale. È la Russia di Putin, la quale non nasconde i propri disegni egemonici a spese del resto d’Europa e che è verosimilmente disposta a impiegare a tal fine tutti i potenti strumenti d’influenza di cui dispone, dalla violenza occulta, ai fiumi di denaro, all’hackeraggio elettronico. Con lo scopo, per l’appunto, di indebolire lo schieramento democratico e di affermare il proprio predominio in Europa: in ciò favorita dal contemporaneo ritiro suicida dal continente degli Stati Uniti, che fino a qualche tempo fa costituivano invece il punto di riferimento dello schieramento democratico.

Ma il fattore cruciale dell’ascesa della destra antiliberale è il nazionalismo. È il nazionalismo, non il fascismo, il suo vero orizzonte. È il nazionalismo il «punto di raccolta dell’ira» – per usare l’espressione che fa da leitmotiv dell’importante libro di Peter Sloterdijk «Ira e tempo» appena uscito da Marsilio – con cui la destra anima la sua propaganda e la sua influenza nell’opinione pubblica. È un nazionalismo, tuttavia, che ha perso completamente il carattere centrale che fu suo nella storia del Novecento, e che consistette essenzialmente nell’espansionismo, nella competizione aggressiva sul terreno della politica estera.
È un nazionalismo nuovo, per così dire: tutto introflesso e difensivo quanto l’altro, invece, era estroflesso e offensivo. Oggi la nazione, insomma, non è più il luogo dove «armare la prora e salpare verso il mondo». È un rifugio dal mondo. La sua invocata sovranità un’arma di difesa, una protezione. E proprio per questo la nazione è un valore sempre più sentito e apprezzato specialmente da chi di protezione ha costituzionalmente bisogno, cioè dalle classi popolari, in genere dai settori più sfavoriti della popolazione, inclusi all’occasione anche settori impoveriti del ceto medio.

Oggi la nazione è invocata come un rifugio dalle novità che sottratte a ogni nostro controllo e contro ogni nostra volontà fioriscono e impazzano nel mondo «là fuori», finendoci poi rovinosamente addosso.
Novità economiche, innanzi tutto. Un rifugio quindi principalmente dagli effetti negativi della globalizzazione: dalla chiusura incomprensibile di fabbriche che ancora ieri sembravano andare bene; dal brutale ridimensionamento dell’organico impiegatizio per l’arrivo dei computer; un rifugio dall’improvviso venir meno, deciso in una lontana capitale europea, di quella spesa pubblica che poteva permettere a un Comune di aggiustare una scuola o di assumere qualcuno; una difesa dal passaggio in mani straniere di aziende che erano tutt’uno con i luoghi e ora invece si trovano a dipendere da chi di quei luoghi fino a ieri non conosceva neppure il nome.

Ma il nazionalismo odierno serve soprattutto come un rifugio culturale. Serviva a questo anche un tempo, ma mai nella misura attuale, così radicale e coinvolgente sul piano emotivo. Il che accade perché radicale e capillare è stato il mutamento intervenuto nei modi di vivere e di sentire delle società occidentali negli ultimi decenni. In pratica si è dissolto quasi del tutto un modello culturale che per più aspetti durava da secoli. Proprio ciò ha prodotto e sta producendo nel corpo sociale una frattura assai più profonda di quanto si creda. La frattura tra una parte, dotata di maggiori risorse, in stretto rapporto con la modernità e i suoi linguaggi, orientata al nuovo, familiare con la più ampia diversità degli stili di vita, impregnata di individualismo permissivo, insofferente di ogni vincolo, passabilmente anglofona, insomma psicologicamente e culturalmente cittadina del mondo; e un’altra parte, invece, perlopiù dotata di assai minori risorse, maggiormente legata a una dimensione comunitaria, a un modo di pensare tradizionale e a un rapporto con il passato; ancora convinta – pur se tutt’altro che osservante – della propria identità cristiana, della bontà delle regole da sempre a presidio della riproduzione e dei rapporti tra i sessi e tra le generazioni, aderente al significato tramandato della gerarchia e dei ruoli sociali.

È per l’appunto questa parte della società orientata culturalmente al passato la quale, di fronte alla perdita di presentabilità sociale che colpisce il suo modo di pensare, di fronte alla critica sovente sommaria quando non duramente censoria a cui questo viene sottoposto specie dai media, di fronte alla scomparsa pressoché dovunque del cattolicesimo politico che in qualche modo rappresentava in precedenza i suoi valori, ha cominciato da tempo a vedere nella nazione, nell’ovvia radice antica dell’identità nazionale, un utile scudo protettivo contro una modernità percepita come qualcosa di ostile e distruttivo che giunge da «fuori».

Il cuore del nazionalismo attuale, insomma, è costituito in tutti i sensi da una posizione polemica, perlopiù fatta propria dagli strati disagiati della società, contro il nuovo, contro la modernità.

E allora si capisce la radice della difficoltà che ha la sinistra a farci i conti. Dimentica del Manifesto di Marx ed Engels, la sinistra, infatti, nel corso della sua lunga vicenda si è sempre più andata rafforzando nell’idea che a opporsi al nuovo, al cammino della storia (sempre infallibilmente positivo) non potessero essere che i grandi interessi, le classi dominanti, conservatrici per definizione, mai le classi inferiori. E che quindi il proprio posto non potesse che essere sempre dall’altra parte, a favore di ogni innovazione, comunque nelle schiere della modernità. Un calcolo sbagliato che rischia di esserle fatale.

Corriere della sera

14 novembre 2019


IL FANTAFASCISMO CHE COPRE IL VUOTO DELLE IDEE



Pierfrancesco De Robertis

 La politica ha sempre vissuto sui miti offerti dal passato, ma i periodi in cui ha dovuto inventarli - pensiamo al culto dell'Italia Littoria usato nel Ventennio - è sempre stato per mascherare la pochezza dei tempi presenti.

Il fantomatico ritorno del pericolo fascista di cui adesso tanto si vagheggia è uno di questi. In un paese in cui alle ultime elezioni europee i due partiti che in qualche modo si richiamano ai simboli e alle esperienze del regime, Casapound e Forza Nuova, hanno ottenuto insieme lo 0,48 per cento, molto meno del partito animalista e tanto quanto il partito della famiglia, ecco che parlare di pericolo fascista appare come il tentativo di creare un collante ideologico in grado di fornire una narrazione utile a celare un'inconsistenza programmatica su questioni ben più cruciali, ma forse difficili da affrontare.

Professionisti dell'antifascismo, verrebbe da dire. Dagli al fascista, anche se il fascista non c'è ed è sostituito dal suo fantasma. E una cosa è difendere doverosamente Liliana Segre dagli oltraggi e dalle minacce rivolte a una donna che porta nel proprio avambraccio il marchio dell'orrore nazista, un altro credere che esse siano il sintomo di una tragedia o un pericolo che sta per tornare.

Il punto è che il fascismo, o l'antifascismo, fanno comodo a molti. A sinistra come a destra.
A una sinistra che non sa più parlare agli operai e al mondo del lavoro e ciancia solo di immigrati e di diritti civili, a una certa destra che non sarà fascista ma che ai simboli e alla pancia della destra ammicca.

Il richiamo alle foibe non appena si sente parlare di Auschwitz fatto dal sindaco di Predappio, come se Auschwitz fosse un simbolo di parte, è uno di questi. Quando il presente non offre un appiglio, o uno spunto o un'idea, ci si rifugia nel passato. Al presente si preferisce il suo spettro.

Da Il resto del Carlino 9/11/2019


lunedì 11 novembre 2019

IL MURO HA SEPPELLITO LE LORO BUGIE



L’epitaffio di INDRO MONTANELLI

Il 9 novembre 1989 cadde il muro di Berlino
Il Giornale ha riprodotto ieri una serie di interventi dell’allora direttore, Indro Momtanelli

Il Giornale, 11 novembre 1989
Nel momento in cui il bunker si affloscia e sopravvive come mero ammasso di cemento ricordandoci un altro bunker, quello che fece da fossa a Hitler (anche questo pare impossibile: ma i regimi in Germania muoiono nel bunker). Il Muro va ricordato perciò che è stato: non un'aberrazione del comunismo, ma una sua conseguente applicazione. E se crolla così, nel silenzio assordante di un giornale-radio, è perchè è crollata, prima, l'ideologia che lo aveva eretto.

Il Giornale, 11 novembre 1989
Vorrebbero farci credere che il crollo del del Muro di Berlino con tutto quello che ne è seguito non è una sconfitta del comunismo, ma è anzi la catarsi dal cumulo di menzogne e di nefandezze che per settant'anni ne hanno stravolto gli ideali sino a farne una specie di versione rossa del fascismo. Che sarà anche vero. Ma perché ce lo dicono soltanto ora, dopo averci magnificato per mezzo secolo quel regime come il paradiso terrestre, il modello e l’incarnazione del vero socialismo? Non alludo tanto ai cosiddetti intellettuali «organici» che, avendo preso i voti, avevano contratto l'obbligo della Fede, la quale, si sa, o è cieca, o non è fede; quanto agli altri, ai «compagni di strada» del progressismo salottiero, perchè sono state soprattutto queste demi-vierges del marxismo che hanno propagandato, curato, abbellito, nel mondo della cultura, l'immagine, e che ora cercano, per salvarsi, di salvarla. Essi non possono invocare l'ignoranza dei fatti. Al paradiso terrestre avevano accesso. Quello che vi succedeva lo vedevano al pari di noi, anzi meglio. Ma i pochi di loro che osavano denunciarlo - gli Orwell, i Silone, i Kostler, per fermarci ai più noti - li scacciavano dal tempio come eretici. Vecchie cose, che vorremmo dimenticare.  Perchè ci costringono a ricordarle?

Il Giornale, 30 agosto 1991
Si capisce che se vogliamo divertirci con le ipotesi possiamo avanzare anche quella che il comunismo avrebbe potuto essere qualcosa di diverso e di migliore - ci voleva poco - di ciò che è stato, ma questo si può dire di qualsiasi ideologia, o dottrina, o principio etico o religioso. Le idee - diceva Mark Twain - bisognerebbe lasciarle sempre in cielo: non ce n'è una che, scendendo in terra, non abbia fatto qualche capatina al bordello. Ma l'idea comunista, altro che capatina! Nel bordello s'installò fin dal primo momento e c'è rimasto in pianta stabile e a tempo pieno, fino alla menopausa e oltre. Un caso difficilmente catalogabile come «deviazione». Questa è vocazione bella e buona.

Il Giornale, 30 agosto 1991
Non vogliamo fare di ogni erba un fascio. Sappiamo benissimo che tra gli orfani del comunismo ce ne sono anche che non tentano operazioni da magliari nè si rifugiano in sofismi da mozzorecchi. E al loro silenzio non abbiamo nulla da opporre se non il nostro rispetto. Nella bocca chiusa, diceva Cervantes, non entrano le mosche.