giovedì 31 marzo 2022

DA LEGGERE IN CASO DI INVASIONE E DI GUERRA

ANTONIJ BLOOM

tratto da la nuova europa

Agosto 1968: invasione della Cecoslovacchia, i tank soffocano la «primavera» di Praga. In quei giorni il metropolita Antonij rivolge ai suoi fedeli smarriti e amareggiati – come tutti noi oggi – parole esigenti, che recidono alla radice false giustificazioni, calcoli politici e opportunismi, ma sono cariche della «speranza che non delude».

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PRAGA 1968

Ancora una volta sulla nostra terra umana tanto sofferente e provata il calice dell’ira, il calice del dolore, il calice della sofferenza si riempie fino all’orlo, e ancora una volta trabocca. E noi non possiamo restare indifferenti al dolore che ora raggiunge migliaia e migliaia, milioni di uomini. Davanti alla nostra coscienza cristiana si leva ancora una volta tremenda, esigente la parola di Dio, o più esattamente la figura di Cristo stesso, che si è fatto uomo, è entrato nel nostro mondo, non ha cercato né gloria né virtù, ma si è fatto fratello degli oppressi e dei peccatori.

La solidarietà di Dio con l’uomo non mina la sua solidarietà con il Padre; e qui ci troviamo davanti a un’immagine che facciamo molta fatica a comprendere e ancor di più a mettere in pratica: l’immagine di Colui che ha voluto essere unito sia con chi ha ragione, sia con chi è colpevole, che ha abbracciato tutti con un unico amore, l’amore dei patimenti in croce nei confronti di alcuni, e l’amore gioioso, ma sempre crocifisso, nei confronti di altri.

Ora nelle coscienze di molti campeggia l’immagine dell’ira, e in questa immagine si scelgono alcuni e si escludono altri; nell’esperienza della giustizia, della comprensione e della compassione i cuori umani scelgono alcuni e maledicono altri. Ma questa non è la via di Cristo e neppure la nostra via: la nostra via consiste nello stringere gli uni e gli altri in un unico amore, nella consapevolezza e nell’esperienza dell’orrore; consiste nell’abbracciarli non con comprensione ma con compassione; non con condiscendenza ma con la consapevolezza dell’orrore davanti all’ingiustizia, e della croce davanti alla giustizia.

Io invito tutti voi che vedete quanto sta succedendo nel mondo, a considerare ancora una volta quale debba essere la nostra posizione di cristiani, dove sia il nostro posto in questa lacerazione del tessuto da cui si riversano sangue, lacrime, orrore, e a comprendere che il nostro posto è sulla croce, e non semplicemente ai piedi della croce.

Spesso si pensa: ma che possiamo fare? Il cuore si spacca tra l’amore per gli uni e la comprensione per gli altri: che cosa possiamo fare, noi che siamo così impotenti, privi di parola, di diritti? Possiamo metterci di fronte al Signore in preghiera, la preghiera di cui parlava lo starec Siluan quando diceva che pregare per il mondo è come versare il sangue.

Non è la facile preghiera che eleviamo nella nostra quiete imperturbabile, ma la preghiera che dà l’assalto al cielo nelle notti insonni, la preghiera che non dà tregua, la preghiera che nasce dall’angoscia della compassione; la preghiera che non ci permette più di vivere del nulla e della futilità; la preghiera che esige da noi che finalmente comprendiamo la profondità della vita anziché trascinarla in modo indegno. Indegno di noi, indegno di Dio, indegno del dolore e della gioia, dei patimenti di croce e della gloria della Resurrezione che continuamente si avvicendano e si intrecciano nella nostra terra.

Non basta qualche pizzico di comprensione, non basta dire «non possiamo far niente»: se ci mettessimo a pregare così, se questa nostra compassione ci facesse scartare dalla vita tutto ciò che è troppo meschino per stare di fronte all’orrore della terra, diventeremmo persone degne di Cristo, e allora, forse, anche la nostra preghiera si leverebbe come una fiamma che brucia e illumina; allora, forse, intorno a noi non ci sarebbero l’inerzia, l’indifferenza, l’odio che invece esistono e proliferano, perché non siamo di alcun impedimento al male là dove siamo. Davanti a ciò che sta avvenendo, davanti alla Croce, davanti alla morte, davanti all’agonia spirituale della gente giudichiamo la meschinità, la nullità della nostra vita. Allora potremo fare qualcosa: con la preghiera, con la forma della nostra vita e, forse, anche con qualcosa di più audace e creativo.


Ma ricordiamo che Cristo non ha scelto; Cristo è morto perché i giusti sono perseguitati e perché i peccatori si perdono.

Ebbene, in questa duplice unità con gli uomini che abbiamo intorno, in questa duplice unità con il giusto e il peccatore preghiamo per la salvezza dell’uno e dell’altro; impetriamo la misericordia di Dio, affinché i ciechi acquistino la vista, affinché la giustizia si affermi; non dico il giudizio ma la giustizia, che conduce all’amore, al trionfo dell’unità, alla vittoria di Dio. Amen

https://www.lanuovaeuropa.org/editoriale/2022/02/21/leggere-in-caso-di-invasione-e-di-guerra/

 

mercoledì 30 marzo 2022

L'UOMO PIU' PERICOLOSO DEL MONDO

LEONARDO LUGARESI  

In questo preciso momento l'uomo più pericoloso del pianeta non è più Valdimir Putin, che il suo “grande male” l'ha già compiuto e per questo farà i conti con Dio. (Dio è infinitamente giusto, e Suo Figlio, che lo conosce bene, una volta lo ha paragonato, in un passo del vangelo che noi non amiamo ricordare, ad un uomo duro, “che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso”).


A me pare che, in questo preciso momento, l'uomo più pericoloso del pianeta sia Joe Biden che, con le sue irresponsabili dichiarazioni, non fa che incrementare il conflitto in corso, rischiando di farlo deflagrare in una guerra mondiale.

Tutto il mondo rischia di pagare carissimo il fatto che nella pseudocampagna elettorale americana del 2020 sia stato letteralmente impedito al popolo degli Stati Uniti di porsi il problema delle condizioni mentali del candidato alla presidenza degli Stati Uniti Joe Biden, che “doveva” vincere le primarie prima e le elezioni presidenziali poi. A qualunque costo. Che oggi, da presidente degli Stati Uniti, egli sia andato a dire, in Polonia!, che il presidente russo deve essere cacciato e perseguito come criminale è una cosa di gravità inaudita perché significa mettere un macigno sulla strada di qualsiasi trattativa di pace. Così può parlare solo il capo di uno stato impegnato in una guerra “calda” che per giunta preveda solo la resa incondizionata del nemico. (Il che, nella presente situazione, vuol dire una guerra nucleare). Oppure un demente.

domenica 27 marzo 2022

IL SACRAMENTO DELLA GIOIA

 

CELEBRAZIONE DELLA PENITENZA 
E ATTO DI CONSACRAZIONE AL CUORE IMMACOLATO DI MARIA

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di San Pietro Venerdì, 25 marzo 2022

 Nel Vangelo della Solennità odierna l’Angelo Gabriele per tre volte prende la parola e si rivolge alla Vergine Maria.

La prima volta, nel salutarla, dice: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te» (Lc 1,28). Il motivo per cui rallegrarsi, il motivo della gioia, è svelato in poche parole: il Signore è con te. Fratello, sorella, oggi puoi sentire queste parole rivolte a te, a ognuno di noi; puoi farle tue ogni volta che ti accosti al perdono di Dio, perché lì il Signore ti dice: “Io sono con te”. Troppo spesso pensiamo che la Confessione consista nel nostro andare a Dio a capo chino. Ma non siamo anzitutto noi che torniamo al Signore; è Lui che viene a visitarci, a colmarci della sua grazia, a rallegrarci con la sua gioia. Confessarsi è dare al Padre la gioia di rialzarci. Al centro di quanto vivremo non ci sono i nostri peccati, ci saranno, ma non sono al centro; il suo perdono: questo è il centro. Proviamo a immaginare se al centro del Sacramento ci fossero i nostri peccati: dipenderebbe quasi tutto da noi, dal nostro pentimento, dai nostri sforzi, dai nostri impegni. Invece no, al centro c’è Lui, che ci libera e ci rimette in piedi.


Restituiamo il primato alla grazia e chiediamo il dono di capire che la Riconciliazione non è anzitutto un nostro passo verso Dio, ma il suo abbraccio che ci avvolge, ci stupisce, ci commuove. È il Signore che, come a Nazaret da Maria, entra in casa nostra e porta uno stupore e una gioia prima sconosciuti: la gioia del perdono. Mettiamo in primo piano la prospettiva di Dio: torneremo ad affezionarci alla Confessione. Ne abbiamo bisogno, perché ogni rinascita interiore, ogni svolta spirituale comincia da qui, dal perdono di Dio. Non trascuriamo la Riconciliazione, ma riscopriamola come il Sacramento della gioia. Sì, il Sacramento della gioia, dove il male che ci fa vergognare diventa l’occasione per sperimentare il caldo abbraccio del Padre, la dolce forza di Gesù che ci guarisce, la “tenerezza materna” dello Spirito Santo. Questo è il cuore della Confessione.

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 https://www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2022/documents/20220325_omelia-penitenza.html

 

LA GUERRA POLITICO-RELIGIOSA E LA CONSACRAZIONE DELLA RUSSIA E DELL’UCRAINA A MARIA

Massimo Borghesi

Il patto strumentale tra Chiesa e Stato ha condotto Kirill a benedire una guerra fratricida. Con la sua Consacrazione a Maria, Francesco indica un’altra strada

Il conflitto bellico che oppone la Russia putiniana all’Ucraina è tragico non solo per le devastazioni e le morti che produce ma anche perché ripropone, nella scena del mondo, il contrasto tra Est e Ovest che sembrava superato con la caduta del comunismo. Ne ha parlato qualche giorno fa Antonio Polito sul Corriere (Le idee contro, 17 marzo 2022).

Per Polito “nata con giustificazioni geopolitiche (l’espansione della Nato) o etnico-nazionali (la sorte della minoranza russofona), la guerra all’Ucraina sta assumendo i caratteri di uno ‘scontro di civiltà’. Sembra di essere tornati alla profezia del 1996 di Samuel Huntington: in un libro sostenne che la Guerra Fredda sarebbe stata sostituita da nuovi conflitti fondati sulle identità religiose e culturali. Lo scontro tra l’Islam radicale e l’Occidente ne fu una clamorosa conferma. Lo sarà anche quello in corso tra Occidente e Russia?”.

Il quadro prospettato da Polito è corretto e ripropone l’attualità della prospettiva di Huntington il quale già nel 1996, prima dell’abbattimento delle Torri gemelle a New York che avrebbe inaugurato l’era della teopolitica e dello scontro politico-religioso tra l’Occidente “cristiano” e l’Islam, coglieva profeticamente i nuovi scenari segnati da scontri di civiltà e non più da meri conflitti di interesse

Dopo l’11 settembre 2001 è la teologia politica che domina la scena e, con essa, la dialettica schmittiana tra amico e nemico. Ciò significa che il nuovo contrasto tra Est ed Ovest, diversamente da quello del dopoguerra segnato dall’opposizione tra l’Occidente liberal-capitalista e l’Oriente marxista, assume oggi connotati religiosi assenti in passato. 

Ne è riprova il conflitto presente tra il nazionalismo politico-religioso filoccidentale dell’Ucraina e il mito della grande Russia ortodossa sognato dall’uomo del Cremlino. Il caso russo ha qui un valore emblematico. (...)

La mistica etno-territoriale-religiosa, al centro dell’idea della “grande Russia” zarista, è il collante ideologico che Kirill ha offerto a Putin per colmare il vuoto ideale seguito al crollo del comunismo. Come ogni teologia politica anche questa richiede un nemico. In questo caso l’Occidente, terra di edonismo-relativismo-corruzione morale. Donde la giustificazione “religiosa” della guerra protesa ad impedire che Kiev, la madre patria della santa Russia, cada nelle spire e nei tentacoli dell’Occidente. La guerra può così diventare “santa” e il conflitto assume una forma “metafisica” di lotta tra le forze del bene e quelle del male. È la prospettiva dell’ideologo della rivoluzione conservatrice Alexsandr Dugin. La stessa che sta al centro del discorso del 6 marzo del Patriarca Kirill:

Ciò che sta accadendo oggi nell’ambito delle relazioni internazionali, quindi, non ha solo un significato politico. Stiamo parlando di qualcosa di diverso e molto più importante della politica. Stiamo parlando della salvezza umana, su dove finirà l’umanità, da che parte di Dio Salvatore, che viene nel mondo come Giudice e Creatore: a destra o a sinistra… Tutto quanto indica che siamo entrati in una lotta che non ha un senso fisico, ma un significato metafisico”.

Questa lotta è contro il potere mondiale rappresentato dall’Occidente. Per Kirill: “Oggi esiste una prova per dimostrare la lealtà a questo governo [il potere mondiale], una specie di lasciapassare verso quel mondo ‘felice’, il mondo del consumo eccessivo, il mondo della ‘libertà’ visibile. Sapete che cos’è questa prova? Una prova molto semplice e allo stesso tempo terribile: è il gay pride. Le richieste a molti di organizzare un gay pride sono una prova di lealtà a quel mondo molto potente; e sappiamo che quando le persone o i paesi rifiutano queste richieste, allora non possono entrare in quel mondo, ne diventano estranee”.

Che l’argomento del “gay pride” venga addotto dal Patriarca come il tema per eccellenza, quello che dovrebbe giustificare la guerra contro l’Ucraina, è, sotto ogni punto di vista, incredibile. La guerra della Russia contro l’Ucraina assume qui un valore katechontico in senso paolino (nota:il potere che tiene a freno l’avanzata dell’Anticristoprima dell’Apocalisse). La Russia diviene il “potere che frena” l’avanzata dell’Occidente. Un Occidente che, va detto con chiarezza, da più di venti anni a questa parte non ha cessato sì di avanzare ma non tanto sul terreno “libertino” quanto su quello militare con le sue alleanze pilotate dalla Nato che hanno chiuso la Russia in una cintura senza zone bianche. È questa blindatura, come è evidente ad ogni osservatore, che è la causa prossima della guerra presente. Una Russia chiusa all’angolo ha visto diminuire al suo interno le componenti filo-europee e prendere vigore quelle che non si erano mai rassegnate alla caduta dell’ex impero sovietico. L’Occidente, con  gli Stati Uniti in primis, porta, da questo punto di vista, una enorme responsabilità riguardo alla creazione delle condizioni che hanno reso possibile il conflitto. Se Putin è un irresponsabile che si illude di essere assolto dalla storia per le sue mani insanguinate, altri portano una responsabilità sicuramente meno grave ma non certo lieve. Altri per cui la Russia doveva rimanere l’eterno nemico. Altri che hanno illuso l’Ucraina e il suo presidente Zelensky con l’idea di far parte della Nato.

Si è così arrivati alla tragedia politico-religiosa attuale e, con essa ad una nuova guerra fredda che rischia, come già prevedeva George Kennan nel 1997 alla luce dell’allargamento della Nato a Polonia-Ungheria-Repubblica Ceca, di portare ad una guerra calda.

La stessa che ha auspicato in modo totalmente irresponsabile il presidente Zelensky chiedendo l’intervento della Nato,  volendo cioè, di fatto, una terza guerra mondiale.

Nella nave dei folli spicca la figura tragica del Patriarca russo. Kirill è colui che, alcuni giorni fa, ha affidato al generale della guardia nazionale russa Viktor Zolotov una icona della vergine madre Maria (Theotokos) perché accompagni le truppe russe nella guerra contro gli ucraini, contro i fratelli di fede che dovrebbe difendere. Kirill è colui che ha offerto la giustificazione religiosa alla Russia nella guerra in corso, è colui che sta lavando la coscienza di Putin di fronte ai massacri propri di ogni guerra.

Come afferma Chapnin nella sua intervista ad Avvenire“Putin è una persona semireligiosa ma certo non un cristiano. Sente il bisogno di un elemento mistico, misterico, forse magico, e soprattutto cerca una conferma sacrale a ciò che sta facendo. È importante per lui credere che le sue azioni ricevono una qualche conferma dall’alto. E il patriarca Kirill, con le teorie sul Russkij Mir o la Santa Rus’, offre a Putin e allo Stato russo la giustificazione che questi cercano per i crimini che commettono contro altri popoli ma anche contro il popolo russo, con la censura, la repressione, il terrore”.

L’ideologia religiosa copre e giustifica i crimini dello Stato. La posizione di Kirill divide oggi l’Ortodossia, quella ucraina innanzitutto, e obbliga a prendere posizione: giustificare religiosamente il potere o dissociare la teologia dalla politica? Una dissociazione che è al centro del lucido manifesto L’eresia, detonatore e volto della crisi, firmato da 65 teologi ortodossi di tutto il mondo, pubblicato in Italia da La nuova Europa.

La giustificazione religiosa della guerra addotta dal Patriarca costituisce un macigno anche per il dialogo ecumenico. Papa Francesco incontrò Kirill all’Havana a Cuba il 12 febbraio 2016 e fu un incontro storico che sembrava preludere ad un possibile viaggio del Papa a Mosca. Ora la guerra e la presa di posizione di Kirill rimandano tutto sine die.

In questi anni Francesco ha intessuto il suo dialogo religioso con l’Islam a partire dal Dio di misericordia contro il dio della guerra. È la stessa prospettiva che ha guidato il dialogo ecumenico con i luterani e gli ortodossi: il Dio di Gesù Cristo è il Dio della pace e della carità. Ora nel cuore dell’Europa due nazioni cristiane, sorelle nella fede ortodossa, si sbranano; usano i simboli della fede gli uni contro gli altri; si richiamano al medesimo Dio e a Maria sua madre per portare avanti la macelleria del diavolo.

Di fronte a questa tragedia il Papa non ha preso posizione, anche se ha condannato chiaramente l’invasore e la guerra “ripugnante” e “ingiustificata”. Non ha però citato direttamente la Russia e questo gli è stato rimproverato dagli zelanti occidentalisti, dai nuovi teocon che nel ritorno del nemico trovano vigore. Il Papa non si è posto all’interno della dialettica tra Oriente-Occidente, non ha consacrato religiosamente l’Occidente. Se lo avesse fatto avrebbe offerto una legittimazione religiosa ad una delle parti in gioco, sarebbe divenuto lui stesso protagonista della tragedia in corso.

Il Papa ha fatto un’altra cosa: ha consacrato Russia e Ucraina al cuore immacolato di Maria, si è affidato al mistero di Dio, al Dio della pace e non della guerra. Non ha offerto l’icona di Maria ad una parte contro l’altra ma ha detto a russi ed ucraini che sono tutti figli della stessa Madre, che sono quindi fratelli e non possono come Caino ed Abele uccidersi.

La consacrazione a Maria segue quanto Francesco ha detto nei giorni scorsi: basta armi, è ora di fermarsi prima che si spalanchi il baratro. L’Ucraina non può procedere oltre un certo limite e la Russia deve fermarsi. Lo possono fare se le potenze occidentali invece di continuare a soffiare sul fuoco sono in grado di offrire proposte di negoziato vere, credibili, realistiche. Il Papa non è il cappellano dell’Occidente, né tanto meno di Putin. È il pastore del mondo e, come tale, sta indicando ai popoli e ai loro governanti i punti limite, quelli che non devono essere valicati. Ne va dell’umanità nel suo insieme.

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IL sussidiario.net 26/3/2022

https://www.ilsussidiario.net/news/papa-la-guerra-politico-religiosa-e-la-consacrazione-della-russia-e-dellucraina-a-maria/2313338/


venerdì 25 marzo 2022

PREGHIERA E DIGIUNO PER L’UCRAINA. PERCHÉ? A COSA SERVONO?

 Quali sono le ragioni del gesto proposto a tutti i cristiani da papa Francesco, che oggi consacra Russia e Ucraina a Maria?

Dialogo di Emanuele Boffi con mons. Francesco Braschi, dottore della Biblioteca ambrosiana

“Guerra in Ucraina, preghiera e digiuno, perché?” è la domanda che fa da titolo all’incontro che si svolgerà a Milano il 31 marzo. Un convegno cui parteciperà monsignor Francesco Braschi, dottore della Biblioteca ambrosiana, che ha accettato di anticipare qualche sua riflessione a Tempi. Oggi, infatti, è il giorno in cui papa Francesco ha chiesto a tutti i vescovi e a tutto il popolo cristiano di pregare per la pace, dopo avere invitato a digiunare lo scorso 2 marzo, mercoledì delle ceneri. Oggi è il giorno in cui il pontefice consacrerà Russia e Ucraina al cuore immacolato di Maria.

È trascorso un mese dalla sciagurata invasione ordinata dal presidente Putin. Abbiamo visto le città ucraine bombardate, i morti, le reciproche accuse, i profughi ai confini, l’inasprirsi delle sanzioni. Dopo un mese dobbiamo constatare che tutti i tentativi diplomatici di porre fine al conflitto hanno fallito. Dunque: che senso ha digiunare e pregare per la pace? È forse atto illusorio di chi fatalisticamente s’affida a Dio non sapendo che altro fare? «La preghiera e il digiuno», dice Braschi a Tempi, «sono le armi che ci sono state consegnate da Gesù per sconfiggere il male che sfigura l’uomo. Se noi le riteniamo illusorie stiamo imputando a Gesù di non averci consegnato le armi adatte».

Preghiera e digiuno, le nostre armi

Per spiegarsi, Braschi ripercorre l’episodio evangelico in cui un uomo presenta a Cristo il figlio epilettico che «cade spesso nel fuoco e spesso anche nell’acqua; l’ho già portato dai tuoi discepoli, ma non hanno potuto guarirlo». Gesù fa condurre a sé il ragazzo e lo libera dal demonio. Alla domande dei discepoli sul perché loro non siano stati capaci di scacciarlo, Gesù risponde: «Per la vostra poca fede. […] Questa razza di demoni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno».

Ecco, chiosa Braschi, è Cristo stesso a dirci che queste sono le due armi per fermare il male: «Il digiuno è il gesto che più d’ogni altro ci aiuta a renderci conto che, di fronte al male, come i discepoli, da soli non siamo capaci di nulla. Col digiuno sentiamo venire meno le nostre forze, ci accorgiamo della nostra fragilità. È uno strumento formidabile per farci toccare con mano quanto sia illusoria la nostra capacità di cavarcela da soli. E la preghiera è ciò che ci rende più consapevoli che non siamo noi i padroni della realtà, che nulla possiamo se non in un dialogo con Cristo. Diciamo di più: ci accorgiamo che nemmeno il bene siamo capaci di compierlo da soli, in maniera autoreferenziale, ma solo dentro un rapporto col Mistero».

Prosegue Braschi: «Questo non significa, come ha sottolineato anche papa Francesco, che gli sforzi diplomatici siano vani, tutt’altro. Ma il gesto di oggi ha il senso di aiutarci ad avere una concezione più realistica di noi stessi e delle nostre possibilità. Lo sappiamo: spesso, anche quando siamo animati dalle migliori intenzioni, vediamo accadere disastri. Il nostro deve essere quindi un criterio non moralistico, ma illuminato da una spietata ragionevolezza che ci porta a comprendere che di fronte a “una certa razza di demoni” non possiamo nulla senza di Lui».

E Pietro dubitò

Ieri Francesco, durante un incontro con il Centro femminile italiano, ha parlato del conflitto. Ha detto che per ottenere la pace «la vera risposta» non può essere quella che viene «dalle armi, dalle sanzioni, da altre alleanze politico-militari», ma da «un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo»: «La scuola di Cristo».

Mons. Francesco Braschi

«In questi giorni», nota Braschi, «abbiamo sentito tante spiegazioni politiche e geopolitiche sul conflitto, capito quali cose potevano essere fatte prima e non sono state fatte… La nostra incapacità di trovare una soluzione ci scandalizza. Ma anche questa è una prospettiva non corretta perché ci fa ricadere nell’errore di pensare che siamo noi a dover costruire la nostra salvezza».

Per farsi comprendere, il monsignore della Biblioteca ambrosiana ricorre ancora al Vangelo, citando l’episodio in cui Pietro vuole seguire Gesù che cammina sulle acque: «Cristo lo invita a seguirlo, ma il discepolo dubita, ha paura, comincia ad affondare e urla finché Gesù non lo salva. Ecco, Pietro, che pure era animato dalle migliori intenzioni, pensa di cavarsela da solo, ma poi quando si accorge di non farcela, grida. Con il gesto del digiuno e della preghiera, papa Francesco ci ricorda su cosa si fonda la salvezza cristiana. Non siamo noi in grado di salvarci, possiamo farlo solo in rapporto e dialogo con Lui».

Costruire la pace

In mezzo a tante tragedie e distruzione, fiorisce anche il bene. Lo si vede soprattutto nell’accoglienza generosa dei profughi ucraini. «Il gesto dei polacchi e dei rumeni in questi giorni è meraviglioso, da loro c’è solo da imparare. Raccontare la vera solidarietà è il modo che abbiamo per far capire che ciò che costruisce la pace è la carità. Anche qui, però, bisogna stare attenti, perché dobbiamo riconoscere che questa carità è una grazia e che se non è così intesa, rischia di piegarsi velocemente ai nostri criteri. Lo dico perché è notizia confermata che alcune persone di origine asiatica sono state trattate diversamente dagli europei quando hanno cercato di varcare i confini. Anche la carità, se non è originata da Cristo, rischia di trasformarsi in sopruso e violenza».

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ATTO DI CONSACRAZIONE AL CUORE IMMACOLATO DI MARIA

VENERDI' 25 MARZO 2022 

O Maria, Madre di Dio e Madre nostra, noi, in quest’ora di tribolazione, ricorriamo a te. Tu sei Madre, ci ami e ci conosci: niente ti è nascosto di quanto abbiamo a cuore. Madre di misericordia, tante volte abbiamo sperimentato la tua provvidente tenerezza, la tua presenza che riporta la pace, perché tu sempre ci guidi a Gesù, Principe della pace.

Ma noi abbiamo smarrito la via della pace. Abbiamo dimenticato la lezione delle tragedie del secolo scorso, il sacrificio di milioni di caduti nelle guerre mondiali. Abbiamo disatteso gli impegni presi come Comunità delle Nazioni e stiamo tradendo i sogni di pace dei popoli e le speranze dei giovani. Ci siamo ammalati di avidità, ci siamo rinchiusi in interessi nazionalisti, ci siamo lasciati inaridire dall’indifferenza e paralizzare dall’egoismo. Abbiamo preferito ignorare Dio, convivere con le nostre falsità, alimentare l’aggressività, sopprimere vite e accumulare armi, dimenticandoci che siamo custodi del nostro prossimo e della stessa casa comune. Abbiamo dilaniato con la guerra il giardino della Terra, abbiamo ferito con il peccato il cuore del Padre nostro, che ci vuole fratelli e sorelle. Siamo diventati indifferenti a tutti e a tutto, fuorché a noi stessi. E con vergogna diciamo: perdonaci, Signore!

Nella miseria del peccato, nelle nostre fatiche e fragilità, nel mistero d’iniquità del male e della guerra, tu, Madre santa, ci ricordi che Dio non ci abbandona, ma continua a guardarci con amore, desideroso di perdonarci e rialzarci. È Lui che ci ha donato te e ha posto nel tuo Cuore immacolato un rifugio per la Chiesa e per l’umanità. Per bontà divina sei con noi e anche nei tornanti più angusti della storia ci conduci con tenerezza.

Ricorriamo dunque a te, bussiamo alla porta del tuo Cuore noi, i tuoi cari figli che in ogni tempo non ti stanchi di visitare e invitare alla conversione. In quest’ora buia vieni a soccorrerci e consolarci. Ripeti a ciascuno di noi: “Non sono forse qui io, che sono tua Madre?” Tu sai come sciogliere i grovigli del nostro cuore e i nodi del nostro tempo. Riponiamo la nostra fiducia in te. Siamo certi che tu, specialmente nel momento della prova, non disprezzi le nostre suppliche e vieni in nostro aiuto.

Così hai fatto a Cana di Galilea, quando hai affrettato l’ora dell’intervento di Gesù e hai introdotto il suo primo segno nel mondo. Quando la festa si era tramutata in tristezza gli hai detto: «Non hanno vino» (Gv 2,3). Ripetilo ancora a Dio, o Madre, perché oggi abbiamo esaurito il vino della speranza, si è dileguata la gioia, si è annacquata la fraternità. Abbiamo smarrito l’umanità, abbiamo sciupato la pace. Siamo diventati capaci di ogni violenza e distruzione. Abbiamo urgente bisogno del tuo intervento materno.

Accogli dunque, o Madre, questa nostra supplica.
Tu, stella del mare, non lasciarci naufragare nella tempesta della guerra.
Tu, arca della nuova alleanza, ispira progetti e vie di riconciliazione.
Tu, “terra del Cielo”, riporta la concordia di Dio nel mondo.
Estingui l’odio, placa la vendetta, insegnaci il perdono.
Liberaci dalla guerra, preserva il mondo dalla minaccia nucleare.
Regina del Rosario, ridesta in noi il bisogno di pregare e di amare.
Regina della famiglia umana, mostra ai popoli la via della fraternità.
Regina della pace, ottieni al mondo la pace.

Il tuo pianto, o Madre, smuova i nostri cuori induriti. Le lacrime che per noi hai versato facciano rifiorire questa valle che il nostro odio ha prosciugato. E mentre il rumore delle armi non tace, la tua preghiera ci disponga alla pace. Le tue mani materne accarezzino quanti soffrono e fuggono sotto il peso delle bombe. Il tuo abbraccio materno consoli quanti sono costretti a lasciare le loro case e il loro Paese. Il tuo Cuore addolorato ci muova a compassione e ci sospinga ad aprire le porte e a prenderci cura dell’umanità ferita e scartata.

Santa Madre di Dio, mentre stavi sotto la croce, Gesù, vedendo il discepolo accanto a te, ti ha detto: «Ecco tuo figlio» (Gv 19,26): così ti ha affidato ciascuno di noi. Poi al discepolo, a ognuno di noi, ha detto: «Ecco tua madre» (v. 27). Madre, desideriamo adesso accoglierti nella nostra vita e nella nostra storia. In quest’ora l’umanità, sfinita e stravolta, sta sotto la croce con te. E ha bisogno di affidarsi a te, di consacrarsi a Cristo attraverso di te. Il popolo ucraino e il popolo russo, che ti venerano con amore, ricorrono a te, mentre il tuo Cuore palpita per loro e per tutti i popoli falcidiati dalla guerra, dalla fame, dall’ingiustizia e dalla miseria.

Noi, dunque, Madre di Dio e nostra, solennemente affidiamo e consacriamo al tuo Cuore immacolato noi stessi, la Chiesa e l’umanità intera, in modo speciale la Russia e l’Ucraina. Accogli questo nostro atto che compiamo con fiducia e amore, fa’ che cessi la guerra, provvedi al mondo la pace. Il sì scaturito dal tuo Cuore aprì le porte della storia al Principe della pace; confidiamo che ancora, per mezzo del tuo Cuore, la pace verrà. A te dunque consacriamo l’avvenire dell’intera famiglia umana, le necessità e le attese dei popoli, le angosce e le speranze del mondo.

Attraverso di te si riversi sulla Terra la divina Misericordia e il dolce battito della pace torni a scandire le nostre giornate. Donna del sì, su cui è disceso lo Spirito Santo, riporta tra noi l’armonia di Dio. Disseta l’aridità del nostro cuore, tu che “sei di speranza fontana vivace”. Hai tessuto l’umanità a Gesù, fa’ di noi degli artigiani di comunione. Hai camminato sulle nostre strade, guidaci sui sentieri della pace. Amen.


giovedì 24 marzo 2022

QUESTA UNIONE EUROPEA NON RAPPRESENTA L’EUROPA

 Rodolfo Casadei

Non credete alla chiave di lettura proposta da Dugin (filosofo e politologo russo, considerato consigliere e ispiratore di Putin) e Kirill, Patriarca Ortodosso di Mosca, ma nemmeno a Von Der Leyen. L'Occidente che oggi si oppone a Putin non è quello che combatté l'Urss

ODESSA

C’è qualcuno, nel mondo cattolico, che prende per buone le ricostruzioni di Aleksandr Dugin e del patriarca di Mosca Kirill, e crede davvero che quella che si sta combattendo in Ucraina sia la guerra dell’ultima cristianità (la Russia) contro il globalismo. Non è così: dietro la politica di potenza della Russia non c’è il cristianesimo, ma la tradizionale religione pagana imperiale romana verniciata di cristianesimo.

C’è qualcuno, nel mondo cattolico, che prende per buone le parole di Ursula Von Der Leyen, di Mario Draghi, di Emma Bonino, e crede davvero che i valorosi patrioti ucraini, nel mentre che difendono la loro terra dall’invasore, difendono i valori liberali e democratici dell’Europa. Non è così: l’Occidente non sta aiutando, con armi e sanzioni economiche antirusse, gli ucraini per difendere la libertà e la democrazia in Europa, ma per permettere al globalismo di continuare la sua corsa fatta di cancellazione delle identità, di mercificazione dei rapporti umani, di disgregazione della società funzionale al dominio dello Stato e del mercato sugli esseri umani ridotti a consumatori.

Impero pre-cristiano e globalismo post-cristiano

Stiamo assistendo allo scontro fra potenza imperiale pre-cristiana e globalismo occidentale post-cristiano, fra ciò che viene prima e ciò che viene dopo la de-divinizzazione della politica che il cristianesimo ha faticosamente realizzato attraverso i secoli nell’Europa occidentale e nel Nordamerica.

L’Occidente che si oppone alla Russia di Putin non è lo stesso che si è opposto all’Unione Sovietica nei cinquant’anni della Guerra fredda, e sarebbe un ingenuo chi lo credesse. È l’Occidente dell’uomo-Dio, del transumanesimo, della cancel culture. La Russia che ha scelto lo sbocco bellico per la sua rinnovata politica di potenza non lo fa per difendere la Tradizione e le ragioni della comunità contro quelle dell’individualismo, ma perché non può non agire coerentemente col suo Dna imperiale. Dugin va letto così: lo stato russo non può esistere se non in forma imperiale, quando il globalismo mette a repentaglio l’esistenza della Russia come impero, questa non può non reagire perché altrimenti scomparirebbe.

Lo Gnosticismo politico: la pretesa di sostituire il mondo reale, corrotto, con un mondo ideale totalmente nuovo

Non intendiamo in nessun modo ridurre la tradizione cristiana ortodossa e i suoi testimoni nei secoli alla copertura che Kirill ha offerto al cesaropapismo di Vladimir Putin. L’esistenza di un documento a firma di 65 teologi ortodossi di varie nazionalità che accusano di eresia il patriarca per le giustificazioni spirituali da lui apportate alla guerra di aggressione russa in Ucraina dimostra già da solo che il cristianesimo orientale non è rinchiudibile in una categoria troppo rigida.

Ma nemmeno si può ignorare quello che nel 1968 Eric Voegelin scriveva ne La nuova scienza politica, il suo capolavoro sullo gnosticismo moderno: «In Oriente si sviluppò la forma bizantina del cesaropapismo, in diretta continuità con la posizione dell’imperatore nella Roma pagana. Costantinopoli fu la seconda Roma… Dopo la caduta di Costantinopoli in mano ai turchi, l’idea di Mosca come successore dell’impero ortodosso guadagnò terreno negli ambienti russi. (…) Trascendentalmente la Russia si distinse da tutte le nazioni occidentali come rappresentante imperiale della verità cristiana; e attraverso la sua riarticolazione sociale, da cui lo zar emerse come rappresentante esistenziale, fu radicalmente tagliata fuori dallo sviluppo delle istituzioni rappresentative nel senso degli stati nazionali occidentali. Napoleone, infine, riconobbe il problema russo quando, nel 1802, disse che c’erano solo due nazioni al mondo: la Russia e l’Occidente».

Il partito messianico "WOKE"

Ma Voegelin viene utile non solo per sorprendere nel cristianesimo di Mosca la forma della religione civile pagana ereditata dall’impero romano. Mezzo secolo fa lo gnosticismo politico da lui denunciato (la pretesa di sostituire il mondo reale, corrotto, con un mondo ideale totalmente nuovo) coincideva con le ideologie totalitarie novecentesche, soprattutto col comunismo. Ma Voegelin già intravedeva nelle democrazie liberali occidentali quelle tendenze che le avrebbero portate a uno gnosticismo politico analogo a quello comunista: il mondo può essere ricreato a immagine dei nostri desideri, senza tener in alcun conto la natura umana e della realtà, coi suoi limiti.

L’Occidente si reggeva su di un equilibrio fra il cristianesimo agostiniano che nega la divinità delle realtà politiche terrene e le tendenze gnostiche, che inevitabilmente conducono a una ri-divinizzazione della politica. Oggi l’equilibrio è rotto a vantaggio delle seconde.

Come scrive Patrick Deneen: «Quella che una volta era la “sinistra riformista”, oggi è un radicalizzato partito messianico, che porta avanti la sua visione gnostica in mezzo alle rovine della civiltà cristiana che una volta bilanciava queste forze. Quello che oggi viene chiamato “woke” è semplicemente una nuova articolazione del sogno rivoluzionario che una volta era investito nel comunismo.

Gli esempi sono legione: la completa trasformazione e persino eliminazione della famiglia tradizionale (cioè naturale). Lo sforzo di definire la sessualità in base al desiderio umano, supportato dagli interventi tecnologici. Lo sforzo di imporre il dominio biopolitico su tutta la vita umana, ecc».

Il paradiso in terra

Molti si sono detti e si dicono sorpresi dell’unanimità dei paesi dell’Occidente nella scelta di essere solidali con l’Ucraina aggredita fin quasi al limite della co-belligeranza. Una parte molto rilevante dell’opinione pubblica è contraria alla decisione di inviare armi e volontari in Ucraina, ma dappertutto maggioranze intorno ai due terzi sono favorevoli a sanzioni economiche aspre contro la Russia, in grado di farla recedere dai suoi propositi, anche se dovessero comportare sacrifici materiali per gli europei. L’indignazione per le ingiuste sofferenze di un popolo aggredito è certamente il motore di queste valutazioni, ma la tela di fondo su cui si gioca la partita non è quella del diritto internazionale violato.

Scrive ancora Deneen: «La sinistra gnostica – lo gnosticismo rivoluzionario – vede giustamente la Russia come un concorrente teo-politico. Essa è la forma opposta della divinizzazione: un’eco dell’impero romano formatosi a immagine e somiglianza di una religione civile romana precristiana. Che si confronta con un avversario aggressivo, lo gnosticismo politico del liberalismo imperiale. Il fervore dell’opposizione di sinistra all’invasione della Russia è guidato da uno zelo religioso, perché la Russia è un avversario di civiltà dell’universalismo gnostico. La brama di distruggere la Russia esistente – impegnarsi in un “cambio di regime” o addirittura scommettere che una vittoria è possibile in una guerra nucleare – riflette un sogno profondamente gnostico di ricostruire il mondo a immagine di un paradiso universalizzato sulla terra».

No della Ue all’Ucraina

I patrioti ucraini – nazionalisti, conservatori, cristiani – sono, senza saperlo, la carne da cannone dell’universalismo gnostico liberale. Al quale non importa assolutamente nulla delle frontiere e della loro intangibilità, delle identità storiche, delle culture particolari, del cristianesimo ortodosso autocefalo ucraino: cioè di tutto ciò per cui gli ucraini stanno combattendo.

Dovesse sottrarsi alla stretta mortale dell’orso russo, il futuro dell’Ucraina come lo pensano a Bruxelles e a Washington non è quello del patriarca Epifanio di Kiev (la tradizione, la storia), ma quello delle Femen, le signore ucraine a seno nudo che abbattono le croci con la motosega e rubano il bambinello dal presepe in Piazza San Pietro.

L’altra sera a Linea Notte (trasmissione di Rai 3) Massimo Franco, editorialista del Corriere della Sera, spiegava con grande serietà a Maurizio Mannoni che Emmanuel Macron è molto tiepido sull’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea. Perché avvantaggerebbe l’economia tedesca anziché quella francese? No, ma perché «teme uno sbilanciamento a est dell’Unione Europea, che aumenterebbe il peso dei paesi caratterizzati da valori conservatori». Andate a vedere la registrazione se non ci credete.

 

24 Marzo 2022

sabato 19 marzo 2022

CAMISASCA: LA CONSACRAZIONE DELLA RUSSIA AL CUORE DI MARIA E’UN ATTO POLITICO DI PACE

 “La Consacrazione non è una magia, 

perché tutto può avvenire soltanto attraverso la conversione dei cuori.

“La preghiera è un evento politico, è capace, cioè, di determinare il corso della storia”.

 «La consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria da parte di Papa Francesco è una
preghiera da cui tutti ci attendiamo, per grazia di Dio e di Maria, un esito storico e perciò anche politico. Questo spiega perché il papa desideri che tutti i vescovi del mondo si uniscano ad essa». Il vescovo emerito di Reggio Emilia-Guastalla Massimo Camisasca spiega alla 
Bussola l’importanza del gesto “decisivo” che il pontefice farà il 25 marzo prossimo nel pieno della guerra Russia-Ucraina e con lo spettro di un conflitto nucleare alle porte

Camisasca ha un rapporto molto stretto con questo speciale atto richiesto dalla Madonna a suor Lucia. Nel maggio 2017, in occasione del centenario delle apparizioni di Fatima, fu tra i pochissimi vescovi a consacrare la sua diocesi al Cuore Immacolato di Maria in Cattedrale

La Consacrazione della Diocesi di Reggio E.

Che ricordo ha di quel giorno, eccellenza?
Ho un ricordo molto vivo della Consacrazione al Cuore Immacolato di Maria della nostra chiesa di Reggio Emilia Guastalla.

Come si decise?
Fu un laico, un fedele della mia diocesi, Andrea Guaitolini, a suggermi quell’atto. Vidi in quella richiesta una supplica, la voce stessa di Maria.

Che cosa gli rispose? 
Gli dissi: “Prega perché ciò accada”. Ho ancora la sua lettera.

Che cosa significa consacrarsi a Maria?
Significa riconoscere che Maria è la madre che protegge tutti noi e nello stesso tempo supplica Dio per la nostra salvezza. Non è una magia, perché tutto può avvenire soltanto attraverso la conversione dei cuori.

È una richiesta ormai molto antica, però. Risale al 1917…
E come nel 1917 a Fatima, anche oggi Maria chiede che le nostre menti e le nostre decisioni si iscrivano dentro il disegno di bene e di salvezza che Dio ha pensato per l’uomo. Dio non è l’avversario della nostra felicità, non vuole sottrarci alla vita. All’opposto, Dio è la strada della nostra pienezza che può accadere soltanto se noi lo riconosciamo e camminiamo verso di Lui.

Come si inserisce questo nel momento di crisi presente?
La guerra nel cuore dell’Europa è il segno che l’Europa nel suo disegno di grandezza e autonomia ha abbandonato Dio; l’uomo europeo ha perso gli elementi più profondi della sua storia.

E la consacrazione quale utilità può avere?
Dobbiamo tutti tornare a riconoscere che soltanto in Dio può avvenire la riconciliazione dei cuori e l’unità dell’Europa nel riconoscimento dell’apporto di ciascuno.

Però al momento abbiamo due stati in guerra…
L’Europa non può fare a meno dell’Ucraina e deve assolutamente difenderla dall’attacco russo, ma nello stesso tempo l’Europa non può fare a meno nemmeno della Russia, non può dimenticare Dostoevskij, Tolstoj, Solgenitsin, Pasternak…

Si tratta di due popoli che, nonostante questo conflitto sono storicamente molto mariani…
Maria non è una presenza lontana, è una madre amorosa che con discrezione, ma con passione interviene nella storia degli uomini, quando la libertà umana glielo permette. Per questo il tema della conversione è così centrale in questi scenari di guerra.

Veniamo alla decisione del Papa…
Ritengo che il gesto del Papa, che proprio nel giorno dell’incarnazione consacrerà la Russia e l’Ucraina al Cuore Immacolato di Maria, sia un gesto profondamente politico.

In che senso?


Nel senso che ormai possiamo sperare soltanto dalla preghiera. Come ci ricordava il grande teologo del secolo scorso Jean Daniélou, la preghiera è un evento politico, è capace, cioè, di determinare il corso della storia. Certo, per chi crede che la storia degli uomini non sia soltanto un incrociarsi di casualità, di forze, di potere e di sopraffazione. Forse a partire da questa guerra, l’Europa potrà cominciare a guardare a sé stessa con altri parametri.

Ad esempio?
Non solo con i parametri del mercato e delle leggi sui presunti diritti, ma anche ricordando che Dio non è nemico dell’uomo, anzi, è il suo più forte alleato.

Quali sono i frutti che alla luce della sua esperienza locale ha dato la Consacrazione?
Nessuno può dire quali eventi siano stati determinati da una consacrazione perché nessuno può entrare nella libertà di Dio. Io, però, posso dire di aver assistito dopo quell’atto alla conversione di tanti cuori: alla nascita di tanti bimbi che non erano attesi, alla riappacificazione di famiglie, alla serenità di malati, alla forza di tante persone nell’affrontare il dolore e la morte. Le gallerie di gioia e di luce che Maria scava nei cuori degli uomini sono infinite e scrivono una vita degli uomini completamente differente da quella di cui parlano i giornali e i social, ma visibile per chi la vuole cercare e per chi vuole goderne i frutti.

Quanto è importante che alla preghiera del Papa si associno i vescovi in comunione con lui?
È di fondamentale importanza, la voce del Papa è più forte quando è sorretta dalle voci di tutta la Chiesa. È una espressione di quella collegialità di cui ha parlato il Vaticano II nella Lumen gentium. Il mio augurio è che tutti noi vescovi, in pensione come sono io o in attività si uniscano all’atto di Consacrazione del Papa. L’unità nella preghiera della Chiesa diventa più facilmente unità dei cuori anche nell’azione.

Lei ha condiviso coi compianti cardinal Caffarra, suo amico, e col vescovo di Civitavecchia Grillo le urgenze del messaggio di Fatima per i nostri tempi. Che cosa le suscita questo annuncio decisivo da parte di Papa Francesco?
Grande gioia e riconoscenza. Noto che Putin, paradossalmente, “ha ottenuto” ciò che finora si esitava a pronunciare: il nome della Russia accanto a quello di Maria.