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lunedì 9 settembre 2024

UNA SOCIETÀ POST-FAMILIARE, L’UTOPIA DI MICROMEGA

  STEFANO FONTANA

MicroMega, diretta da Paolo Flores D’Arcais, come si sa, è la rivista di punta della sinistra italiana. Essa parla a nome di un intero mondo culturale e politico e, in molti casi, ne traccia le linee culturali e operative. Il numero attualmente in uscita (4/2024) lo fa a proposito della famiglia, dando precise indicazioni per una società post-familiare. Il titolo del fascicolo è molto chiaro: Contro la famiglia. Critica di un’istituzione (anti)sociale.

La chiarezza è sempre un fatto positivo, perché permette a tutti di posizionarsi consapevolmente. Dobbiamo quindi sapere che la cultura della sinistra non vuole più la famiglia e pensa ad una società priva di essa. Ne trarremo le conseguenze?

Tutti i 17 contributi vogliono dimostrare che la famiglia non produce socialità, ma la corrode e la impedisce. Prima di tutto si dice che la famiglia è luogo di violenza e di oppressione: i bambini imparano lì le gerarchie e i ruoli sociali di genere e introitano il conformismo. Nella famiglia molte sono le vittime di abusi e i membri vengono educati all’omertà, alla fedeltà clanica, alla subordinazione. Verso la società ampiamente intesa, le famiglie agiscono come mondi chiusi e trasferiscono le proprie logiche nella società,colonizzandola: la scuola oggi è una guerra tra genitori e insegnanti. La famiglia favorisce e perpetua le disuguaglianze sociali ed economiche mediante i patrimoni che vengono trasferiti ereditariamente, mediante le reti delle relazioni familistiche che favoriscono alcuni rampolli a svantaggio di altri, mediante le possibilità di istruzione che non tutte le famiglie hanno nella stessa misura. La famiglia, quindi, non produce mobilità sociale ma perpetua l’esistente, trasmettendo ai figli di domani gli stessi privilegi e svantaggi che ci sono oggi.

Sulla base di questa analisi, ecco poi le proposte.

Innanzitutto, secondo MicroMega,bisognerebbe non parlare più di “famiglia naturale” dato che tale famiglia non esiste perché non esiste la natura. Secondariamente si deve parlare di famiglia come “concentrato di convivenza”, come l’area delle “soluzioni dello stare insieme” che possono essere molto diverse tra loro. Bisogna anche superare il modello industriale italiano composto in gran parte da piccole imprese dominate da un atteggiamento familistico. Il lavoro di cura bisognerebbe toglierlo alle famiglie per evitare la sua proiezione privatistica sui servizi pubblici. Si dovrebbe anche disciplinare in modo nuovo le successioni e le donazioni in vista di “un’eredità universale”.

Infine, un intervento sulla scuola parentale la boccia completamente vedendola come atteggiamento antisociale ed espressione del figlio inteso familisticamente come “proprietà” dei genitori.

Tutte queste osservazioni e valutazioni sono evidentemente cieche di fronte alla realtà e proiettano su di essa la luce deformante di una ideologia preconfezionata. La messa in ridicolo del concetto di natura da parte di Telmo Piovani si fonda su una rozza visione naturalistica: l’antropologia culturale mostra molti tipi di famiglia ergo la famiglia naturale non esiste. Evidentemente egli non possiede il concetto filosofico corretto di “natura”. Anche altri autori utilizzano in modo ideologico l’antropologia culturale, parlando ad esempio dei Nuer del Sud Sudan che hanno superato la marginalità della donna che non poteva avere figli,inventandosi che essa può, in alternativa, comportarsi da uomo, diventare “marito” e “padre”.In tutto il fascicolo si dimentica che l’antropologia culturale non è una scienza normativa,essa dice eventualmente cosa c’è e non cosa ci deve essere, per cui deve essere sottoposta alla filosofia morale. Perfino gli animali vengono presi come norma del corretto comportamento “naturale” umano, a cominciare dai pinguini che frequentemente sarebbero omosessuali.

Il più grande errore di impostazione è però un altro: indicare eventuali disfunzioni della famiglia – a cominciare dalla violenza in casa – come conseguenza della famiglia naturale,mentre sono conseguenza della sua distruzione sistematica. È qui che l’ideologia di MicroMega si mostra perversa nel rovesciamento della realtà. L’impresa familiare, che realizza nel modo migliore il rapporto tra famiglia e lavoro e che è giustamente un vanto del nostro Paese, allora deve essere eliminata. Il lavoro di cura di chi è in difficoltà bisogna affidarlo completamente ai servizi sociali quando è ovvio che la migliore badante è colui che ci è più vicino nel nucleo familiare. Lo Stato dovrebbe collettivizzare i benefici dei trasferimenti ereditari e non i soggetti naturali quali sono appunti gli eredi. Dalla mancanza di realismo nascono sempre le utopie ossessive.

Se guardiamo in filigrana i provvedimenti suggeriti da MicroMega, ci accorgiamo  che sono forme di neo-socialismo, di statalismo e centralismo, di indottrinamento politico dei cittadini dal centro, di sostegno ai grandi poteri economici, di sradicamento e di collettivizzazione. Ossia riduzione degli spazi di protagonismo, di responsabilità e di vera libertà.

Stefano Fontana

https://vanthuanobservatory.com/2024/09/05/una-societa-post-familiare-lutopia-di-micromega/

domenica 2 giugno 2024

L’UNIONE EUROPEA È L ANTI-EUROPA

Stefano Fontana

L’Unione Europea di Maastricht e Lisbona non passa l’esame di Dottrina sociale.

Nella Chiesa cattolica è molto diffusa l’idea che l’Unione Europea sia una valida incarnazione della Dottrina sociale della Chiesa. Ne nasce un appoggio incondizionato e pensare e agire da europeo sembra essere una delle principali esigenze evangeliche, mentre non allinearsi a questa Europa è considerato un atteggiamento egoista e sciovinista. Continua a circolare anche l’enfasi sulla fede cattolica dei tre “padri fondatori” sicché il cattolicesimo sarebbe all’origine dell’intero processo che ha condotto fino alla Von der Layen.

Trattato di Maastricht firme di adesione

Viene dimenticato che Schumann, Adenauer e De Gasperi avevano creato una Comunità, mentre l’Unione che nasce da Maastricht e Lisbona è un’altra cosa. I cattolici che richiamano i Padri fondatori per battezzare tutto il percorso unitario europeo fino ai nostri giorni fingono di non sapere che alla base dell’europeismo c’è anche il Manifesto di Ventotene di Spinelli, Rossi e Colorni, che si propone obiettivi assolutamente contrastanti con la Dottrina sociale della Chiesa secondo una linea che oggi sembra vincente.

Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avevano espresso un magistero molto alto sull’Europa e, per contrasto, anche molto critico rispetto all’Unione Europea che, nell’ansia di coincidere con l’Europa, finiva per distruggerne l’eredità culturale, rattrappirne il respiro e ridurre la Magna Europa ad una Parva Europa. Ma oggi nella Chiesa chi solleva qualche critica sullo stato dell’Unione? Non certo la Comece, la Commissione dei vescovi cattolici dei Paesi aderenti all’Unione, che segue docilmente l’agenda di Bruxelles.

Ecco i motivi per cui può essere utile confutare l’idea che l’Unione Europea sia una valida incarnazione della Dottrina sociale della Chiesa.

Il bene comune

Il primo dei principi fondamentali della Dottrina sociale è quello del bene comune come fine della politica e su questo punto la lontananza dei due termini del nostro confronto è molto forte. Il bene comune è da intendersi in senso verticale, ossia fondato ultimamente su Dio, che è il Bene stesso. Ma l’Unione ha rifiutato di parlare nel suo progetto di Costituzione, peraltro in seguito naufragato, non solo del Dio di Gesù Cristo, non solo di un Dio generico all’americana, ma addirittura di accennare semplicemente alle radici cristiane dell’Europa. In questo modo l’Unione si è dissociata dalla stessa Europa le cui radici religiose cristiane sono più che evidenti. Non può esistere un bene comune senza una visione in comune del Bene: su questo punto l’Unione Europea contrasta apertamente con la Dottrina sociale della Chiesa.

Il bene comune è anche analogico, ossia ha diversi significati per le diverse aggregazioni sociali e politiche. Non c’è un unico bene comune per l’intera Unione Europea, uniforme, uguale, piatto, ma ogni organismo sociale e politico ha il proprio specifico bene comune di cui è il primo responsabile. L’Unione Europea sembra invece determinata ad uniformare dall’alto, entrando perfino in ambiti che gli stessi trattati lasciano ad altri soggetti.

Qui si nota l’onda lunga del Manifesto di Ventotene per il quale la rivoluzione europea doveva essere socialista, la proprietà privata abolita, il popolo guidato da élite cooptate di esperti, gli organismi popolari utilizzati, e bisognava dare “la prima disciplina sociale alle nuove masse”. Questa visione tipica del “progressismo illuminato” è stata sempre molto presente nell’Unione ed oggi lo è ancor di più, come se le istituzioni europee fossero portatrici di una nuova verità e il ceto dirigente dell’Unione avesse il dovere di uniformare ed educare tutti i cittadini per introdurli in una nuova era.

Il bene comune è un concetto morale. La parola “bene”, infatti rientra nella morale e l’aggettivo comune significa che deve riguardare tutti gli uomini e ogni uomo. Ma chi stabilisce cosa sia il bene? L’Unione Europea assume questa visione dell’etica: da un lato essa viene rimessa alla autodeterminazione dei singoli cittadini, per cui un bene comune non può più esistere, sostituito da una serie di desideri individuali assoluti, dall’altro essa lo rimette al Grande Individuo rappresentato dalle istituzioni comunitarie stesse. Così convivono il libertarismo individualista che corrode lo spirito di comunità e il centralismo istituzionale, il quale fa del rispetto di quella libertà priva di criteri la propria ideologia morale. Il bene comune diventa il soddisfacimento dei bisogni individuali oppure di quelli del Leviatano, ambedue cose private più che comuni.

Stato e sovranità

L’Unione Europea ha assunto un concetto di Stato opposto a quello inteso dalla Dottrina sociale della Chiesa e lo usa sia quando si riferisce agli Stati membri sia rispetto a se stessa. La Dottrina sociale intende lo Stato come uno strumento di cui la comunità politica si serve per perseguire il proprio bene comune. Prima dello Stato viene la comunità politica, realtà organica fatta di famiglie, municipi, regioni, patrie, popoli e nazioni con i loro doveri e i loro diritti, le loro consuetudini e la loro storia nella quale si sono configurati i loro caratteri naturali. Prima dello Stato c’è, come scriveva Christopher Dawson, una “comunità di comunità”.

Ma con l’Unione, l’idea di Comunità è stata superata e dallo Stato moderno – il Leviatano che è uomo, animale, Dio e macchina  – è stata assunta l’idea di sovranità. L’Unione Europea nasce da trasferimenti di sovranità dai singoli Stati così intesi al nuovo Super-Stato. Il concetto di sovranità è completamente estraneo alla Dottrina sociale della Chiesa ed è una invenzione della modernità politica di Hobbes e Rousseau. Nella “comunità di comunità” il governo era prima di tutto autogoverno e non si trattava di un potere sciolto da legami, ossia sovrano, ma sottoposto alle leggi naturali, alle autonomie della società organica, alle differenti tradizioni e alla civiltà sedimentata nella storia. Molte tendenze attuali spingono per un progressivo accentramento di sovranità in continuità con la visione modernista dello Stato: si vuole maggiore unità bancaria, si prefigura una unica struttura di difesa e si mette in atto una sistematica formazione dell’”uomo europeo” perché fatta l’Europa bisogna fare gli europei. La formazione alla storia e ai principi dell’Unione nelle scuole pubbliche e il progetto Erasmus, omogeneizzatore delle menti dei giovani cittadini, sono due esempi di questo accentramento di sovranità, anche educativa. Accade anche che agli Stati candidati ad entrare nell’Unione si chiedano preventivamente riforme legislative, specialmente sulla nuova concezione libertaria dei diritti, per conformarsi previamente alla cultura artificiale dell’Unione.

Il principio di sussidiarietà

Il trattato di Maastricht aveva fatto proprio il principio di sussidiarietà e questo aveva corroborato l’idea di quanti sostenevano il collegamento stretto tra Unione Europea e Dottrina sociale della Chiesa. Si tratta infatti di un principio fondamentale, capace di essere rivoluzionario se inteso e applicato correttamente.

Si dice che esso organizza la società dal basso verso l’alto, sostenendo che le società di livello superiore non vengono prima ma dopo quelle di livello inferiore e non possono sostituirle ma semmai aiutarle a fare meglio quanto spetta loro fare. Gli Stati che sono entrati nell’Unione erano strutturati secondo questo principio? No, essi rispondevano alle caratteristiche dello Stato moderno accentrato e burocratico. Il trasferimento di sovranità all’Unione è avvenuta secondo questo principio? No, perché anche l’Unione è stata intesa nello stesso modo. L’Unione ha impresso una spinta generale ad incarnare meglio la sussidiarietà? No, perché l’ha violata per prima nei confronti delle realtà sociali e politiche ad essa inferiori.

Oggi nell’Unione la sussidiarietà viene intesa come attribuzione dall’alto di funzioni decentrate e come strumento funzionale per rendere più efficiente il sistema tramite la cosiddetta vicinanza al cittadino. Il punto è che la sussidiarietà richiede una visione della società come un ordine organico e finalistico nel quale, dal basso all’alto, ogni realtà naturale o aggregata sia posta in grado di fare da sé. Ma nessun documento fondativo dell’Unione Europea e nessuna prassi delle sue istituzioni fanno riferimento ad un ordine di questo tipo.

La “laicità” europea

L’Unione Europea è il primo finanziatore dell’aborto nel mondo, spinge perché gli Stati membri adottino legislazioni a favore dei nuovi diritti, la giurisprudenza europea stabilisce precedenti per le legislazioni nazionali nel sovvertimento del diritto naturale, le nazioni vengono considerate in senso prevalentemente folklorico e la difesa delle identità culturali vituperata come nazionalismo, non ha un progetto di governo delle immigrazioni, proclama un totale indifferentismo religioso, pensa di avere una alta cultura da difendere ma questa in fondo si riduce alla tutela di una vuota libertà, coltiva e plasma un impossibile e artificiale uomo europeo che non sia né francese né italiano, né cristiano né islamico, è incapace di vera vita democratica pur indicando nella democrazia la propria anima, è governata da una rete di contatti corporativi e da grossi centri di potere privato.

L’Unione Europea designa una terra desolata che essa chiama “laicità” europea. Si tratta del distacco dal cristianesimo tramite l’assunzione di una nuova religione a carattere irreligioso: l’europeismo ideologico. L’Unione Europea non è laica, è laicamente irreligiosa, ma proprio per questo elabora una cultura decadente e di decadenza. Laici come Habermas o Böckenförde hanno evidenziato come sia impossibile un’etica che si fondi su se stessa, e per questo Giovanni Paolo II voleva il riferimento a Dio nella Costituzione europea e Benedetto XVI lanciava agli europei il provocatorio invito a vivere come se Dio fosse: etsi Deus daretur.

Stefano Fontana

(Foto: Trattato di Maastricht  firme di adesione , Museum der Bayerischen Geschichte; Wikipedia, Di User Mateus2019)

 

 

 

sabato 4 maggio 2024

TRADIZIONE, IL VERO SIGNIFICATO DA RIFARE NOSTRO

 SANDRO FONTANA

Oggi nella Chiesa ci sono due visioni della “tradizione”. Quella classica e quella della teologia moderna, influenzata da Gadamer e ormai dominante, che vede la tradizione come una reinterpretazione continua. Ma solo la prima è corretta e la Chiesa ha bisogno di riscoprirla.

 

Raffaello Sanzio "Disputa del Sacramento, 1509 Roma Musei Vaticani

La corretta idea di cosa sia la “tradizione” è di fondamentale importanza per la Chiesa cattolica. In questo nostro tempo abbiamo assistito ad interventi del magistero piuttosto dirompenti rispetto alla visione tradizionale del problema. Ricordiamo per esempio il cambiamento del Catechismo voluto da papa Francesco per quanto riguarda la pena di morte. Il motivo addotto è stato che la coscienza dell’umanità su questo argomento è cambiata. La cosa ha lasciato perplessi perché, se questo è vero, allora dobbiamo attenderci altri cambiamenti della dottrina motivati da evoluzioni della coscienza sociale. E infatti molti temono che anche la dottrina circa l’omosessualità contenuta nel Catechismo possa essere sostituita con un’altra più aggiornata.

L’esortazione apostolica Amoris laetitia ha cambiato molti aspetti dottrinali: il significato dell’adulterio, il senso del peccato, l’esistenza per la teologia morale di azioni sempre ingiuste, il ruolo della coscienza, le condizioni per accedere ai sacramenti e altro ancora. Pure la dichiarazione Fiducia supplicans ha contraddetto vari principi ereditati dalla tradizione, come il significato della benedizione o il giudizio da dare su una convivenza di coppia omosessuale. Da molte parti si sostiene che l’insegnamento sulla contraccezione esposto nella Humanae vitae debba essere rivisto e, più in generale, il presente pontificato di Francesco viene interpretato come il punto di vista da cui vagliare la tradizione piuttosto che il contrario.

Per farla breve, oggi nella Chiesa ci sono due visioni di cosa sia la “tradizione”. La prima possiamo chiamarla tradizionale. Essa sostiene che il deposito delle verità rivelate è già definitivamente stato trasmesso dalla Scrittura e dalla tradizione apostolica, come due fonti della rivelazione. Niente può essere aggiunto. Quanto il magistero insegna di ulteriore non è nuovo, ma è un’esplicitazione di quanto la Chiesa ha sempre creduto. Pensiamo ad esempio all’Immacolata Concezione o all’Assunzione di Maria al Cielo in anima e corpo. 

L’altra visione sostiene che la tradizione non è finita con la morte dell’ultimo apostolo, ma continua perché fondata sull’interpretazione degli eventi salvifici e della Scrittura, interpretazione che continua nel tempo altrimenti gli eventi di Gesù Cristo non sarebbero più significativi per gli uomini del nostro tempo. Per questa seconda visione, la Chiesa interpreta sempre, ha interpretato la Chiesa apostolica e interpreta la Chiesa di Francesco. La tradizione sarebbe la sedimentazione mai conclusa delle interpretazioni e il dogma sarebbe essenzialmente storico.

Questo conflitto delle visioni della tradizione si è definito a seguito della nascita dell’ermeneutica moderna, contenuta soprattutto nel libro Verità e metodo di Hans-Georg Gadamer, allievo di Martin Heidegger. La sua filosofia è talmente penetrata nella teologia cattolica da cambiarla strutturalmente, sicché oggi la si trova dappertutto. Gadamer ha fornito il quadro filosofico per la seconda versione della tradizione vista sopra. Secondo lui, un testo, qualsiasi testo, è qualcosa di autonomo rispetto al suo autore, o ai suoi autori. Ciò vale anche per i Vangeli. Un testo, una volta licenziato, ha vita autonoma, vita che viene arricchita dalla storia dei suoi effetti. Dopo la sua uscita, infatti, il testo viene interpretato e poi reinterpretato e poi reinterpretato e queste successive interpretazioni (la storia degli effetti appunto) trovano in esso nuovi contenuti che gli autori stessi non intendevano metterci. L’interprete riscrive il testo e le successive interpretazioni lo arricchiscono. Come avviene l’interpretazione di un testo? L’interpretazione parte sempre da delle pre-comprensioni e da dei pre-giudizi dovuti al contesto personale, sociale e culturale in cui è inserito e da cui non può prescindere. Questo di volta in volta getta una luce nuova sul testo permettendone di cogliere particolari originali e questo costituirebbe la tradizione. Oggi noi possiamo dire di capire meglio i Dialoghi di Platone che non Platone stesso. Possiamo dire, sempre nell’ottica di Gadamer, di conoscere i Vangeli meglio degli Apostoli. Per questo si può dire che la rivelazione sia continuata e continui.

Ne deriva che non saranno più gli insegnamenti del passato a fare da guida e criterio di giudizio per gli insegnamenti di oggi. Non sarà più la Rerum novarum a “giudicare” la Fratelli tutti ma il contrario, e se Francesco dice qualcosa di nuovo, di diverso e perfino di contrario rispetto a san Giovanni Paolo II, peggio per quest’ultimo, dato che in seguito la storia degli effetti è proseguita e, con essa, l’arricchimento di senso del deposito. La dottrina della pena di morte è stata cambiata appellandosi alla nuova sensibilità sociale in materia? Niente di male, anzi tanto di bene, dato che la pre-comprensione avviene sempre da dentro un contesto che getta luce sul testo per comprenderlo meglio.

L’ermeneutica di Gadamer è un’autorità ‘dogmatica’ oggi in campo teologico cattolico. Bisognerà però decidersi a metterla in discussione, senza paura di essere considerati fuori moda.

 

martedì 30 aprile 2024

IL“SOGNO” EUROPEO NON DIVENTI EUROPEISMO IDEOLOGICO.

  Elezioni europee ed ideologia europeista Intervista al vescovo Giampaolo Crepaldi

Mons. Giampaolo Crepaldi
Anche il premier Giorgia Meloni sarà in lista per le prossime europee, come tutti gli altri big politici italiani. L’aria che tira sembra dire l’importanza di questa tornata elettorale non solo per le ripercussioni nazionali del voto, ma proprio per l’Europa. In questa intervista monsignor Giampaolo Crepaldi, vescovo emerito di Trieste, che in passato aveva a lungo guidato la commissione Caritas in veritate della CCEE (Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa), mette però in guardia dal “sogno” europeo che diventa europeismo ideologico.

 
L’8 giugno prossimo si terranno le elezioni del parlamento dell’Unione Europea. Ci sono molti motivi per pensare che questa volta saranno importanti, é d’accordo?
Certamente rimane il dubbio sull’affluenza alle urne, che in passato non è stata mai molto alta. Valutando però i problemi sul tappeto, credo che questa tornata elettorale abbia un’importanza senz’altro superiore ad altre del passato. L’Unione Europea, di recente, non ha dato una gran prova di sé. Molti avevano segnalato i gravi difetti del Green Deal europeo, ma non sono stati ascoltati. Le politiche di transizione climatica ed energetica sono state centralistiche, costose, inefficaci ed illusorie, suscitando reazioni di rigetto. Il recente voto del parlamento sull’aborto come diritto umano ha evidenziato il controllo del parlamento stesso da parte di una ideologia distruttiva e senza speranza. Le intromissioni delle istituzioni dell’Unione nelle elezioni politiche in Polonia e le forzature rispetto alle decisioni del governo dell’Ungheria, nazione che viene spesso trattata come “aliena” rispetto all’Unione, sono alcuni aspetti di una situazione di evidente crisi. A ciò si aggiunga un considerevole fallimento in politica estera.

Prevede cambiamenti di notevole portata nella composizione del parlamento europeo o piccoli ritocchi?
Di recente ci sono stati in alcuni Paesi europei esiti elettorali fortemente contrari a questa Unione Europea. Mi riferisco alle elezioni in alcuni lander tedeschi e soprattutto in Olanda. Su questa tendenza, qualche osservatore valuta addirittura uno spostamento di un centinaio di seggi nel prossimo parlamento europeo. Difficile però fare previsioni. Mi limito ad osservare solo che ci sarà probabilmente una polarizzazione della composizione del parlamento, segno che il futuro dell’Unione Europea non sarà un percorso facile, ma piuttosto combattuto. Questa polarizzazione riguarderà soprattutto questo aspetto: frenare o addirittura ridurre il trasferimento di sovranità degli Stati o, al contrario, accelerare l’unificazione?

Nei giorni scorsi Mario Draghi ha anticipato alcuni contenuti del Rapporto da lui stilato su incarico della Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Layen. Come li valuta?
Penso che Mario Draghi non parli solo a titolo personale, ma anche a nome di vari circoli di potere, finanziario, economico e politico, con cui è collegato. Il suo intervento va quindi valutato con attenzione. Mi sembra che si collochi nella prospettiva di un veloce e deciso rafforzamento dell’Unione con la prospettiva della nascita di uno Stato centrale, la creazione di un debito comune, un riarmo europeo e la prosecuzione nella transizione ambientalista e digitale. Egli ha parlato della necessità di una “svolta”, ma mi sembra che la sua proposta sia in continuità con le tendenze attuali, che egli vorrebbe radicalizzare e velocizzare andando verso un nuovo “sovranismo” europeo.

Cosa direbbe la Dottrina sociale della Chiesa a questo proposito?
Chi volesse rifarsi ai principi della Dottrina sociale della Chiesa dovrebbe valutare molto criticamente obiettivi simili. Il progetto annullerebbe le comunità naturali, dalla famiglia alle comunità locali fino alle nazioni, e creerebbe un super-Stato ancora più lontano da cittadini e comunità organiche di quanto siano oggi le istituzioni dell’Unione. Il proseguimento delle transizioni attuali in mano ad un simile Leviatano potrebbe creare un sistema centralizzato di controllo della popolazione con pericoli per la stessa libertà, tanto, e perfino eccessivamente, proposta dalle democrazie europee come il loro principale valore. Senza contare che il finanziamento delle transizioni green e digitale richiederebbe immense risorse e interventi invadenti il diritto alla proprietà privata. I temi che ora rimangono – almeno formalmente – a carico degli Stati diventerebbero di competenza centrale e, per fare un esempio, in campo educativo si potrebbe assistere ad una “pedagogia delle masse”, come alcuni esperti la chiamano, governata dal potere centrale. Una specie di appiattimento e di omologazione delle menti dei cittadini all’europeismo come ideologia.

Mi sembra di capire che lei è più favorevole all’altra linea, quella del raffreddamento dei processi unitari.
Credo che in questo momento sarebbe più opportuno un rallentamento dei processi unitari, una valutazione del percorso finora attuato, una riscoperta culturale di quanto è essenziale all’Europa e che finora l’unificazione dell’Unione Europea ha perduto o trascurato. C’è bisogno di fermare la corsa e di pensare di più.

Si riferisce anche alle radici cristiane?
Mi riferisco a tante cose, alle radici cristiane, alla famiglia, alla conservazione delle culture nazionali, alla dislocazione sussidiaria del potere politico, al governo delle migrazioni che l’Unione non è riuscita nemmeno ad impostare, al valore delle tradizioni, alle libertà gestite dal basso, all’autoorganizzazione delle comunità locali, alla conservazione di tante identità andate perdute senza che nessuno sappia dire perché, fino ad una più calibrata riflessione di tipo geo-strategico.
Quanto alle radici cristiane mi permetta di fare un paio di osservazioni. La cultura dell’Unione Europea è sostanzialmente atea e anticristiana, nascosta dietro il principio della libertà religiosa. Riconosciuto questo, però, bisogna anche dire che una rivalutazione del cristianesimo non potrà avvenire per mortivi “storici”, ossia solo perché esso fa parte del nostro passato. Non è un motivo sufficiente, perché chiunque potrà dire che quel passato è ormai passato. Dovrà fondarsi sulla “verità” della religione cristiana, ossia su una nuova consapevolezza che la vita politica europea ne ha bisogno per essere a sua volta vera.

Qui però si pone la responsabilità della Chiesa cattolica…
Certamente, perché è soprattutto suo il compito di mostrare la verità della religione cristiana, verità che fonda la ragione ultima delle sue pretese di valere in pubblico e non solo in privato. Devo dire che su questo punto oggi si notano non poche difficoltà. La Chiesa, anche di recente, ha sostenuto che la laicità è il luogo ideale dell’incontro, del dialogo e della pace. Ma se così è, la religione cristiana diventa una delle tante istanze etiche e la Chiesa una delle tante agenzie di formazione civica. Il principio della libertà di religione non deve confliggere con la pretesa della Chiesa cattolica di avere qualcosa di proprio e di unico da dire e da fare. Il motivo del ruolo storico, pubblico, sociale e politico della Chiesa cattolica non può essere solo il diritto alla libertà religiosa. Benedetto XVI aveva approfondito questo tema, e le sue osservazioni avevano suscitato grande interesse da parte anche del pensiero laico, ma ho l’impressione che non sia stato più continuato.

Secondo lei qual è la principale carenza nella visione della Chiesa cattolica circa l’Unione Europea?
Direi che è l’accoglienza del progetto europeo come un apriori indiscutibile, comunque valido in se stesso, al quale collaborare ma senza proposte forti, senza denunciare i principali errori. Non dimentichiamo che anche l’europeismo può essere una ideologia, quando si pone al di sopra di tutto.

In un recente documento in vista delle elezioni di giugno, per esempio, i vescovi della Comece, la Commissione degli episcopati europei delle nazioni dell’Unione, si sono limitati a invitare alla partecipazione e a dire che il progetto europeista è valido e va aiutato a svilupparsi. Mi sembra troppo poco. Noto anche un’altra debolezza a proposito dei cosiddetti padri fondatori della Comunità europea poi diventata Unione Europea. La fede cattolica dei tre padri fondatori viene fin troppo esaltata, al punto da rendere cattolico tutto il processo che ne è seguito, compreso la situazione di oggi. Non è corretto impostare le cose secondo una linea forzata di continuità con un certo cattolicesimo delle origini. Inoltre ciò può mettere in ombra che alle origini dell’Unione c’è anche il Manifesto di Ventotene, di tenore ideologico molto diverso e che oggi sembra  vincente.

(a cura di Stefano Fontana)

30 APRILE 2024

https://mailchi.mp/e4e982bc7b8b/elezioni-europee-ed-ideologia-europeista-intervista-al-vescovo-giampaolo-crepaldi?e=448a8ce662

 

domenica 18 giugno 2023

COSÌ "LA CIVILTÀ CATTOLICA" UCCIDE LA DOTTRINA SOCIALE

STEFANO FONTANA

 

Il cardinale Michael Czerny, gesuita, prefetto del Dicastero pontificio per lo sviluppo umano integrale, ha pubblicato un articolo nel numero de “La Civiltà Cattolica” appena uscito dal titolo: “Attualizzare e rinnovare la Dottrina sociale della Chiesa”.

Card. Michael Czerny

Significativo che l’attualizzare venga prima, e faccia quindi da guida, al rinnovare, come se la lettura dei segni dei tempi partisse dai tempi e non dai criteri per leggerli. Non sarebbe quindi la Dottrina sociale a leggere i tempi e a rinnovarli, ma il contrario.   

Il cardinale Czerny ritiene che il pontificato di Francesco abbia ormai delineato il quadro generale nel quale inserire questo rinnovamento della Dottrina sociale e si premura quindi di dipingerlo. I suoi elementi ormai li conosciamo tutti, perché sono costituiti da immagini ricorrenti, da un repertorio di frasi ad effetto, pur se dallo scarso contenuto teologico. Il cardinale Czerny semplicemente li riprende e ce li ripropone. È così che egli parla di “clericalismo” come origine di ogni abuso nella Chiesa; della inculturazione del cristianesimo che non deve essere un nuovo colonialismo; della necessità di superare la distinzione tra Chiesa docente e Chiesa discente; di ascoltare “Il grido della terra e il grido dei poveri”, di “invertire la piramide”, superando la mentalità autoreferenziale.

Soprattutto parla della nuova sinodalità nell’attento rispetto della consueta retorica ufficiale. Risulta ormai fastidioso contestare questo nuovo vocabolario ecclesiale, imposto dal conformismo mentre si parla di valorizzare le differenze e caratterizzato dalla trascuratezza di principio per le cose molto diverse insegnate dal magistero dei pontefici precedenti [Il cardinale, per esempio, celebra Aparecida come matrice del nuovo paradigma, ma senza dire una parola sull’intervento di Benedetto XVI in quella sede che è opposto alla lettura fattane qui]. Risulta fastidioso perché si tratta della ripetizione passiva e compiacente di una decina di parole e concetti – sempre quelli – assunti per assuefazione e con cui oggi si vorrebbe spiegare tutto. Gomez D’Avila scriveva che il comunista pretende di spiegare tutto con 200 parole. La Chiesa di oggi ne adopera molte di meno.  

Una espressione nuova mi sembra essere quella della “Chiesa circolare”, che mi sembra presa a prestito dall’economia circolare oggi di moda. Se ho ben capito il cardinale Czerny, “Chiesa circolare” vorrebbe dire una Chiesa che riceve prima di dare, che impara prima di insegnare, che ascolta prima di parlare. Se così è, si tratta di una nuova formula per dire una cosa tipica della Chiesa dopo la “svolta antropologica”, ossia la sua pariteticità, se non subalternità, al mondo. Questo concetto di Chiesa circolare riassume in sintesi tutte le consuete immagini viste sopra.

Il cardinale applica questo quadro alla Dottrina sociale della Chiesa, e cosa capita? La prima conseguenza è che essa non può più essere una “dottrina”. La “circolarità” tra la vita della Chiesa e la storia, come appunto viene detto, significa almeno due cose: che la Chiesa non ha una parola totalmente propria e originaria da dire e che quanto essa dice è sempre parziale, frutto appunto di una incessante circolarità con le situazioni. Lo storicismo del cardinale Czerny non permette nessuna dottrina ma, al massimo, qualche esperienza di dialogo e accompagnamento reciproco senza molte pretese. Il termine “dottrina” indica invece qualcosa d’altro: Leone XIII aveva elaborato un “corpus dottrinale” valido ancora oggi, perché valido sempre nei suoi principi fondamentali. Nella visione del cardinale Czerny invece lo “stile di vita” ha partita vinta sulla dottrina. Non è un cambiamento da poco. Soprattutto perché questo “stile di vita” è solo un fascio di atteggiamenti.

La circolarità comporta poi la “conversione pastorale”, come dice lo stesso Czerny, e quindi il primato della prassi, della attività sulla passività, della “actuosa participatio” sulla contemplazione e sul mistero, cosa che nessun documento sociale ha mai detto. Ho trovato piuttosto inquietante questa frase del nostro cardinale: “Superare un modello di Chiesa unicamente incentrato sull’azione sacramentale richiede lo sforzo di promuovere un’azione pastorale che assuma le sfide poste dalla storia”. Ma a questo punto tutta la storia diventa “sacramento” e si ridimensiona – fino a negarla? – l’azione diretta della grazia anche per la storia.

Czerny ripropone l’idea che la Dottrina sociale della Chiesa appartenga alla missione della Chiesa e che non sia un elemento marginale ma essenziale, però cambia il significato di cosa si intenda per “missione”. Non andrebbe più intesa come “ambito delle applicazioni pratiche che fa seguito a un corpus di verità dogmatiche, ma di un’azione che si situa al cuore stesso dell’annuncio evangelico”, con il che resta da spiegare come si faccia ad “annunciare” se non annunciando verità dogmatiche che, se non vanno riduttivamente “applicate”, vanno però vissute nella loro capacità fontale di dire quanto la storia e le situazioni non possono dire. Altro che circolarità.

martedì 7 marzo 2023

L'UOMO DI OGGI TRA BENE COMUNE E PROPRIETÀ - IL CROCEVIA 28/02/23

GIUDIZIO E' TESTIMONIANZA


GLI INCONTRI DEL CROCEVIA
ANNO 7 PRIMO INCONTRO 
28 FEBBRAIO 2023
L'UOMO DI OGGI TRA BENE COMUNE E PROPRIETA'
NUOVI MODELLI ECONOMICI E RISCHI PER LA LIBERTA'


PROF. STEFANO FONTANA 
DIRETTORE OSSERVATORIO CARD. VANTHUAN
SULLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

CHAIRMAN 
PROF IVO COLOZZI

«Incominciamo a giudicare: è l'inizio della liberazione» (don Giussani, Il senso religioso).

In una società come la nostra, sempre più dominata da un “pensiero unico” pervasivo e ormai esplicitamente anticristiano e antiumano, il costante esercizio del giudizio è una condizione imprescindibile per mantenere viva la fede e non rendere irrilevante la nostra testimonianza di Cristo a favore di tutti gli uomini. Senza di esso, si finisce inevitabilmente per “conformarsi alla mentalità di questo mondo”, come dice san Paolo, assumendone i criteri e diventando succubi della volontà di chi detiene il potere.

La pratica del giudizio cristiano, che nasce dalla condivisione di un'esperienza di fede incarnata nel mondo e dalla comune riflessione sui problemi che essa incontra, è però faticosa, a volte difficile per la complessità delle questioni che si devono affrontare, sempre “rischiosa” perché comporta la responsabilità di assumere posizioni che da una parte non sono mai garantite e dall'altra possono entrare in forte contrasto con l'opinione dominante.

Occorre aiutarsi a riprendere questo lavoro, che è di vitale importanza ma a cui siamo spesso tentati di rinunciare proprio per l'impegno che richiede e perché riteniamo di non avere gli strumenti necessari per intraprenderlo.

Per questo, come contributo alla ripresa di tale compito, proponiamo un ciclo di incontri in cui, prendendo spunto da libri recentemente pubblicati che trattano alcune delle questioni più gravi e urgenti del nostro tempo in un modo che ci è parso significativo, sia possibile provare ad esercitare un giudizio. Non dovrebbe trattarsi perciò, nella nostra intenzione, di mere presentazioni di libri, quanto piuttosto di vere discussioni in cui sia possibile porre agli autori domande, obiezioni, integrazioni e così avviare un reale confronto in cui ciascuno sia aiutato a riflettere e a mettersi in gioco.  


PROSSIMO INCONTRO

GIOVEDI' 16 MARZO 2023 ORE 20,45

CESENA SALA CACCIAGUERRA PIAZZALE ALDO MORO

CONSERVARE LA NATURA PER CUSTODIRE L’UOMO

ECOLOGIA NATURALE ED ECOLOGIA UMANA TRA COSCIENZA ED IDEOLOGIA

PROF. FRANCESCO GIUBILEI

PRESIDENTE FONDAZIONE TATARELLA

E CONSIGLIERE DEL MINISTRO DELLA CULTURA




mercoledì 1 marzo 2023

LA CHIESA INSEGNA ANCORA A GIUDICARE?

Sintesi della relazione tenuta a Cesena su invito dell’associazione “Crocevia”

martedì 28 febbraio 2023

STEFANO FONTANA


Cosa significa giudicare

Il verbo giudicare e il sostantivo giudizio hanno oggi molti significati, rispetto ai quali rimane fondamentale il significato filosofico, al quale in fondo tutti fanno riferimento almeno implicito. Il giudizio in termini filosofici è una proposizione composta da due o più concetti collegati tra loro dal verbo essere: questo cavallo è veloce. Il giudizio esprime quindi una valutazione della realtà. Mentre i concetti sono astratti, il giudizio si esprime sul reale. Esso significa affermare o negare che un certo nesso ci sia nella realtà. Il giudizio può quindi essere vero o falso. Vero quando afferma che ciò che è, è, o quando nega che ciò che non è, sia. Falso nei casi contrari. L’uomo non può non giudicare, perché non giudicare vorrebbe dire non vivere da uomo. Chi pretendesse di non giudicare sarebbe contraddetto continuamente dal fatto che egli, nella sua vita, ad ogni passo che fa anche giudica. Chi si astiene dal giudicare, poi però fa questo o fa quello. Fare questo o fare quello è conseguenza di un giudizio. Se non giudichiamo, sarà la vita a giudicare noi.

Nella frase che esprime un giudizio è il verbo essere a fare da collegamento tra i concetti e a decidere se il nostro giudizio è giusto o sbagliato. La verità è nel nostro intelletto che giudica, ma il fondamento della verità è nella realtà. L’atto del giudicare non è un atto di superbia della ragione, è un atto di umiltà della ragione[1]. Essa ritiene che la sua verità non sia propriamente sua, ma che sia da essa trovata. La filosofia moderna, da Kant in poi, ha però inteso in senso nuovo l’essere che fa da copula nel giudizio. Non lo ha più inteso come la realtà in sé a noi indisponibile, ma solo come un nesso logico interno al nostro pensiero. Da quel momento la ragione è diventata superba e autoritaria, pensando di essere lei ad imporre le regole della combinazione tra i concetti e non più la realtà. Il giudizio nella filosofia classica e cristiana è un atto di umiltà, quello nella filosofia moderna è un atto di arroganza. Il primo ci connette con il reale e ci permette di convergere col giudizio altrui per esprimere un giudizio comune, il secondo ci separa artificialmente dalla realtà e ci chiude nei nostri giudizi individuali e non più comunitari. Nella modernità nasce il giudizio ideologico. Chi sostiene che non si deve giudicare si mette nelle mani dell’ideologia.

Il giudizio e la Dottrina sociale della Chiesa

La Dottrina sociale della Chiesa richiede per propria natura di giudicare gli avvenimenti del mondo. Essa, infatti, ci dà “principi di riflessione, criteri di giudizio, direttive di azione”[2]. Giovanni XXIII aveva indicato il metodo “vedere, giudicare, agire”[3], un metodo a dire il vero molto problematico perché ammetteva come primo passo un vedere di tipo empirico da affidarsi alle scienze sociali, ma qui ci interessa che comunque contenesse il verbo giudicare come un passaggio imprescindibile. La Dottrina sociale della Chiesa è annuncio di Cristo nelle realtà temporali e solo in questa luce, dice la Centesimus annus, considera il resto, dal che si ricava che l’annuncio di Cristo non può avvenire senza giudicare i fenomeni sociali a cui quella luce viene applicata. La Dottrina sociale della Chiesa è per l’azione, ma si agisce in base a ciò che si pensa, perché l’agire segue l’essere e non si può agire senza avere la consapevolezza di quello che si è, senza la consapevolezza di essere uomo e cristiano con tutto ciò che questo comporta. Il giudizio è sempre incarnato e incarna, ma è una incarnazione che segue una serie di luci della ragione e della fede che ci chiedono di misurarci con la realtà. Perché il vero è il reale, come anche il buono o il bello sono il reale, l’essere.

La Chiesa si astiene dal giudicare: alcuni esempi recenti

Durante la pandemia da Covid la Chiesa non ha invitato i fedeli a giudicare, anzi ha tolto di mezzo tutti i criteri della Dottrina sociale della Chiesa per timore che venissero adoperati. Ha perfino tolto di mezzo il criterio del bene comune dicendo che vaccinarsi è un atto d’amore. Non ha nemmeno indicato ai fedeli la necessità di adoperare la logica, infatti ha avallato molte pratiche assurde. Ha confermato inganni e bugie, senza mettere in guardia nei loro confronti. Quando la Santa Sede ha emesso un documento sulla eticità della vaccinazione si è dimenticata di evidenziare che dietro il vaccino c’era un progetto di controllo sociale. I fedeli sono stati indotti a credere ciecamente all’OMS, al Comitato tecnico scientifico e al ministero Speranza, ritenendo così di amare il mondo.

Rispetto al processo migratorio la Chiesa non ha insegnato a valutarlo alla luce del bene comune sia dei migranti che dei popoli di accoglienza. Ha aperto ad un accesso indiscriminato e ha condannato chi proponeva argomenti ragionevoli per affrontare il problema alla luce della Dottrina sociale della Chiesa. I fedeli hanno imparato a considerare non evangelico qualsiasi ragionamento critico sull’accoglienza senza criteri. La Sposa del Logos non ha insegnato ad adoperare la ragione.

Davanti all’ecologismo evidentemente ideologico del grande reset, un ecologismo pianificato a livello mondiale come del resto le migrazioni, la Chiesa non ha insegnato ad usare il buon senso, ad esaminare per bene gli slogan maggiormente diffusi, ad applicare il criterio della ecologia umana come chiave di lettura di quella ambientale. Ha permesso che venisse strumentalizzato anche San Francesco. Non ha ricordato che molti scienziati – prove alla mano – non sono per niente convinti che il clima dipenda dall’uomo, non ha invitato a valutare per bene le bugie sul riscaldamento climatico antropico, non ha denunciato le strumentalizzazioni della transizione ecologica. Come per il Covid ha confermato l’OMS, così per il clima conferma l’IPCC. Capita così che per la Quaresima l’Osservatore Romano inviti a ridurre l’emissione di anidride carbonica: proposta non solo pagana ma prima di tutto illogica e contraria al principio di realtà.

Sull’aumento del controllo sociale, della profilazione dei cittadini, sul monitoraggio dettagliato dei loro comportamenti, sul progetto europeo per l’Identità digitale che permetterà al potere di controllarci 24 ore su 24, sulla lotta al contante e alla proprietà privata affinché siamo tutti tracciabili, nessun dubbio, nessuna opposizione, nessun invito a giudicare.

Nessuno spunto critico sugli obiettivi ONU per il 2030, che ogni parrocchia e ogni scuola cattolica fa ormai propri. Nessun intervento su decisioni parlamentari (negli USA e in Italia) che blindano le leggi che permettono l’aborto.

Alle origini delle difficoltà della Chiesa ad insegnare a giudicare

Quando Francesco pronunciò la famosa frase “Chi sono io per giudicare?”, la rivista Concilium pubblicò un suo numero dal titolo «Dall’”anathema sit” al “chi sono io per giudicare?”»[4]. In questo modo una frase circostanziata fu interpretata come l’annuncio di un nuovo paradigma teologico e pastorale, come una rivoluzione della possibilità stessa del giudicare nella Chiesa, come la rinuncia della Chiesa a giudicare il mondo. Ed infatti così era, dato che ormai molti cambiamenti erano intervenuti nella teologia cattolica, condivisi dalle gerarchie ecclesiastiche. Quella frase aveva questo significato: cos’è la Chiesa per giudicare? Vediamo in estrema sintesi alcuni aspetti di questo passaggio teologico.

La Chiesa sta cambiando la propria teologia morale[5]. In questa sede limitiamo il discorso ad un solo punto, la differenza tra giudizio e discernimento. Il giudizio in campo morale è un preciso atto della coscienza condotto alla luce dell’intelletto e spinto dalla volontà. Esso indica un primato conoscitivo dell’intelletto che indica alla volontà il bene, e una funzione particolare della prudenza che collega la legge morale alla situazione in cui si deve agire. Non c’è separazione tra la legge morale e il singolo giudizio in situazione. La coscienza non è normativa, pur essendo creativa nel fare il bene. Per discernimento, invece, si intende oggi una valutazione dall’interno di una situazione esistenziale, il cui punto di vista diventa co-produttivo della norma stessa e viene rifiutato il concetto di applicazione di essa ad una scelta particolare. La norma non è conosciuta ma interpretata a partire dalla situazione e in questo modo anche co-prodotta.

Questo punto dipende da un cambiamento molto più ampio della teologia contemporanea dipendente dalla “svolta antropologica”[6] che consiste nel ritenere che nella vita della Chiesa e del cristiano tutto sia interpretazione. Affinché ci possa essere il giudizio nel senso classico occorre che si dia una trascendenza tra il conoscere e la realtà, e che la realtà sia il metro per giudicare la verità del conoscere. Ma la teologia contemporanea non la pensa più così, ritenendo invece che chi conosce sia dentro un contesto situazionale che produce verità insieme all’oggetto della conoscenza. Chi è dentro una situazione non può giudicarla, perché non riesce più a vederla per quello che è ma sempre anche per quello che gli sembra. Al di là della battuta questo è il senso espresso da chi ha detto che ai tempi di Gesù non c’era il registratore.

Come abbiamo visto, Kant diceva che nel giudizio c’è sempre una componente a priori, che viene prima e che lo condiziona. L’intelletto, nel giudicare, ha sempre qualcosa alle spalle e questo qualcosa condiziona il suo giudicare che non può avere carattere assoluto ma deve intendersi come discernimento, sempre aperto in quanto sempre relativo, dialogico, esistenziale e storico.  

Il testo del magistero che ha sancito questi grandi cambiamenti è stata l’esortazione Amoris laetitia[7], che cambia in radice l’impostazione precedente e in particolare quella della Veritatis splendor. E il cardinale Kaper nella relazione ai cardinali nel febbraio 2014 in vista del sinodo sulla famiglia sostenne che non esistono i divorziati risposati ma questo o quel divorziato risposato. Con ciò egli voleva dire che la realtà non è fatta da strutture conoscibili ma da singole situazioni esperibili. Si trattava di una posizione nominalista di origine protestante che rende impossibile il giudizio ma può solo motivare l’accompagnamento. Solo che una Chiesa che non giudica non può nemmeno accompagnare perché non insegna il cammino.

Stefano Fontana

La Chiesa insegna ancora a giudicare? – Osservatorio Card. Van Thuân (vanthuanobservatory.com)

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[1] Cfr. S. Brachetta, L’itinerario dell’umiltà per mezzo della ragione.  

[2] Paolo VI, Octogesima adveniens, n. 4; Congregazione per la Dottrina della Fede, Libertatis conscientia, n. 72; Sollicitudo rei socialis nn. 8, 41.

[3] Mater et magistra, n. 217.

[4] Dall’”anathema sit” al “chi sono io per giudicare?, “Concilium”, L (2014) 2.

[5] Cfr. S. Brachetta, Le assurdità del nuovo paradigma morale.  

[6] Cfr. S. Fontana, La nuova chiesa di karl Rahner, Fede & Cultura, Verona 2017.

[7] Cfr. Id., Esortazione o rivoluzione. Tutti i problemi di Amoris laetitia, Fede & Cultura, Verona 2019.

 


venerdì 17 febbraio 2023

L'ECOFOLLIA DELL'UNIONE SOCIALISTA DEGLI STATI EUROPEI.

 

STEFANO FONTANA

La notizia è di ieri 15 febbraio: il Parlamento europeo ha dato il via libera alla decisione del Consiglio europeo sul blocco nel 2035 delle immatricolazioni che non siano di auto ad emissioni zero di anidride carbonica. Tra dodici anni non potranno essere immatricolate automobili a diesel, a benzina e ibride. Hanno votato a favore 340 eurodeputati, contrari 279.

La cosa può ben essere detta una “ecofollia”, dato che la decisione è improntata alla nuova religione dell’ecologismo che rifiuta ogni considerazione di tipo razionale.

Religione dell’ecologismo che è alimentata dai nuovi centri di interesse che voglio ridurre drasticamente l’uso delle auto – come del resto anche quello delle case in proprietà – per avere cittadini controllati e controllabili. Il piano fa parte del Great Reset che ha due scopi: ristrutturare tutta l’economia secondo canoni nuovi nell’interesse di poteri nuovi e sradicare l’individuo isolandolo e controllandolo minuziosamente.

Il progetto è portato avanti a diversi livelli, macro come questo di cui stiamo parlando, e anche micro come le nuove disposizioni sul traffico del sindaco Sala a Milano: limite dei 30 chilometri orari in tutta la città e contemporaneamente aumento del biglietto del trasporto pubblico. Come dire: non comperate più l’auto.

Il piano dell’Unione Europea è irrazionale per più motivi.

Il primo è che non ci sono prove circa l’influenza dell’anidride carbonica a produzione umana sui cambiamenti climatici.

Il secondo è che è praticamente impossibile che per il 2035 si producano tante macchine e si dislochino tante colonnine di alimentazione da sostituire l’attuale trasporto su strada.

Il terzo è che, stante l’aumento (forzato) dei prezzi delle materie prime è impossibile avere una quantità di materie prime sufficienti per il progetto. La conclusione è che questa fase del Green Deal europeo produrrà enormi povertà e una ristrutturazione forzata della società dannosa per la grande maggioranza, anche se utile ad una cerchia ristretta di potenti.  

 

Il 12mo Rapporto dell’Osservatorio Vanthuan dal titolo “Ambientalismo e globalismo, nuove ideologie politiche” [QUI] conteneva tra l’altro un saggio di Domenico Airoma e Antonio Casciano dal titolo “Green deal europeo: poca scienza, molta ideologia, troppo dirigismo normativo” che criticava in anticipo scelte sciagurate coma quella di cui ci stiamo occupando. Dopo una analisi molto dettagliata, i due autori avevano così concluso: “Dall’analisi, seppur breve, degli ultimi provvedimenti adottati in sede di UE in materia ambientale, emergono almeno due dati degni di nota: 1) l’ambiente è diventato, negli ultimi tempi, il settore nel quale il legislatore comunitario si sta mostrando in assoluto più attivo; 2) la diretta incidenza negli ordinamenti interni delle scelte comunitarie in materia ambientale, per mezzo anche di un rigoroso sistema sanzionatorio, rappresenta la naturale conseguenza del rilievo fondante che ha assunto progressivamente l’ecologismo come ideologia di base delle scelte di politica socio-economica dell’Unione Europea.

 A fronte di ciò, tuttavia, preme porre in evidenza fin da subito la strutturale evanescenza e la assai dubbia scientificità dei presupposti di fatto utilizzati dal legislatore comunitario per conformare ed indirizzare le scelte dei Paesi membri e i comportamenti di tutti coloro che risiedono entro i confini di quella che assume sempre di più il volto della nuova Unione Socialista degli Stati Europei” (p. 99).

Il nostro 14mo Rapporto dal titolo “Proprietà privata e libertà: contro lo sharing globalista” [QUI] spiegava con dovizia di particolari come sia in atto un attacco alla proprietà privata, a partire dalla casa e dall’automobile. In particolare, il saggio di Luca Giuseppe Volonté parlava proprio dell’Unione Europea: “Il nuovo comunismo dell’Unione Europea”. Esso iniziava con queste parole: “Nei mesi invernali del 2021 e lungo tutto il 2022, la Commissione Europea ha dato libero sfogo ad istanze comuniste, giustificate via via da sempre più frequenti dichiarazioni di ‘emergenze’ o situazioni contingenti eccezionali, che hanno avuto per oggetto la limitazione o addirittura l’esproprio della proprietà di beni mobili o immobili di cittadini residenti e non residenti nei Paesi dell’Unione stessa. Siamo di fronte ad una deriva anti democratica, anti liberale e contraria non solo ai Trattati europei, ma anche ai principi cari del Magistero Sociale cristiano” (p. 187). Le nuove disposizioni sulle auto rappresentano in effetti un grande esproprio.

Stefano Fontana

Presidente Osservatorio Van Thuan per la Dottrina Sociale della Chiesa

Nota: il Prof. Fontana sarà a Cesena all’incontro del Crocevia del 28 febbraio

Ore 20,45, Sala Cacciaguerra del Credito Cooperativo Romagnolo parcheggio in piazza Aldo Moro

 


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