mercoledì 31 maggio 2023

IL FANATISMO CLIMATISTA E’ ORMAI “RELIGIONE DI STATO” NEI PAESI OCCIDENTALI. MA I DATI SCIENTIFICI DICONO CHE…

 Nel 1992 – lo ha ricordato di recente Giulio Meotti sul “Foglio” – uscì un appello di 500 scienziati, tra cui 62 premi Nobel (anche Rita Levi Montalcini), contro l’“ecologismo irrazionale”. Scrivevano: “riteniamo irresponsabile manipolare l’opinione pubblica e attizzare il timore di un’imminente catastrofe climatica tra la popolazione”.

Oggi lo spazio della libera discussione è assai ridotto. Un grande fisico come Freeman Dyson sosteneva sarcasticamente che l’ambientalismo stava diventando “una religione laica in tutto il mondo”.

Ma ormai il “climatismo” sembra una setta apocalittica con i suoi dogmi indiscutibili, i suoi fanatici, i suoi riti (elenca colpe, prospetta punizioni ed esige pesanti sacrifici).

Anzi peggio: sta diventando una “religione di stato” planetaria che gli Stati devono professare (su input dell’establishment che domina le istituzioni internazionali), con leggi devastanti e costose per i loro popoli (quanto inutili).

Presto perfino dissentire potrebbe essere proibito.

Emblematico il titolo di un articolo del quotidiano “Domani” del 22 maggio: “Il negazionismo climatico dovrebbe essere un reato”

Ma si può arrivare alla criminalizzazione del dissenso? Come rispondere a questo dogmatismo illiberale?

Anzitutto è inaccettabile che si bolli come “negazionista” chi ha un’opinione diversa da quella dominante sulla questione climatica. Il “Domani” richiama esplicitamente il negazionismo relativo alla Shoah:“Si dovrebbe cominciare ad ammettere che il negazionismo climatico non è differente rispetto ad altri tipi di negazionismo, per esempio quello storico. Chi nega l’Olocausto può essere difeso in nome della libertà di opinione?”

A questo riguardo va ricordato il severo altolà di Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica di Roma, che già nel 2020 scrisse: “Faccio un appello a partiti politici e giornali: negazionismo, lager e campi di concentramento usiamoli per indicare il concetto originario per cui sono destinati. Altrimenti si relativizza la memoria e si svilisce la storia”.

Dunque bollare come “negazionista” chi, semplicemente, ha un’idea diversa sul cambiamento climatico è inaccettabile, è una banalizzazione irrispettosa. Cosa c’entra la Shoah con il clima?

Già negli anni Cinquanta Leo Strauss coniò l’espressione “reductio ad Hitlerum” per criticare la tattica oratoria di chi – privo di argomenti – vuole squalificare un interlocutore accostandolo in qualche modo, senza motivo, al nazismo così da escludere le sue idee dal dibattito pubblico.

Inoltre c’è anche un problema logico nell’accusa di negazionismo. Infatti cosa “negherebbe” chi contrasta il fanatismo climatista? Nega forse il cambiamento climatico? Al contrario.

Coloro che avversano l’ideologia climatista oggi dominante sostengono che non solo il clima cambia, ma che è sempre cambiato, fin dall’origine del mondo, e sempre cambierà, indipendentemente dall’uomo. Casomai è a causa del fanatismo climatista che si è diffusa la sensazione che il cambiamento climatico sia un fenomeno del presente o particolarmente accentuato e grave oggi. Idea contraddetta dai dati.

Infatti se consideriamo i cambiamenti climatici degli ultimi 400 mila anni scopriamo che le glaciazioni sono avvenute ogni 100 mila anni intervallate da periodi di Optimum climatici (della durata di circa 20 mila anni) durante i quali “le temperature medie globali raggiunsero valori più alti di oggi” pur essendovi una concentrazione atmosferica di CO2 minore di oggi (ovviamente non c’erano le attività industriali degli umani). Dunque chi è che davvero nega la verità sui cambiamenti climatici?

Per esempio, durante il “cosiddetto Periodo Caldo Romano” scrive Franco Battaglia “i ghiacciai alpini erano sufficientemente ritirati da consentire ad Annibale, nel 219 a.C., di attraversare le Alpi con esercito ed elefanti”.

I fattori che regolano il clima sulla terra sono molti e complessi (anzitutto il sole) e l’incidenza delle attività umane è irrisoria. Del resto, pure se prendessimo per buona la tesi che demonizza la CO2 prodotta dagli uomini, è stato calcolato che “anche se l’Europa riducesse del 40% le proprie emissioni per il 2030, il risultato sarebbe ‘invisibile’, infatti l’Europa (nel 2019) ha prodotto… il 10% delle emissioni globali, ossia lo 0,11% di tutta l’anidride carbonica presente nell’atmosfera: il risparmio del 40% sulle attività considerate dall’Europa influirebbe sul quantitativo totale di CO2 atmosferica per lo 0,020% in 10 anni!”(la citazione viene dal libro “Dialoghi sul clima” edito da Rubbettino).

E altri Paesi, come la Cina, aumenterebbero le già cospicue emissioni proprio a causa della delocalizzazione di attività industriali dall’Europa. Quindi l’enorme danno per le nostre economie e il nostro benessere non comporterebbe nessun cambiamento per il clima e l’ambiente. Anzi.

Peraltro non è affatto detto che un lieve aumento della temperature sia un fenomeno negativo: di sicuro la CO2, che è la base della vita e non è un inquinante, ha effetti molto positivi per l’agricoltura e le foreste.

Queste e molte altre informazioni si trovano nel citato libro “Dialoghi sul clima” che – a cura del professor Alberto Prestininzi – raccoglie i saggi di molti esperti. 

Poco prima ho citato il libro del professor Franco Battaglia, “Non esiste alcuna emergenza climatica” (edizioni 21mo secolo) che pubblica anche  la Petizione di mille scienziati all’Onu, il cui primo firmatario è il premio Nobel per la Fisica, Ivar Giaever. L’Onu ha ignorato, ma ci sono altre voci.

“Il Giornale” ha riportato la recente notizia secondo cui “il Nobel per la Fisica 2022 John Clauser è entrato a fare parte della CO2 Coalition, l’unione degli accademici che ha una visione non mainstream sul climate change: ‘Pseudoscienza giornalistica’”.

Lo scienziato ha dichiarato che “non c’è nessuna crisi climatica” e che la narrazione comune sul cambiamento climatico “minaccia l’economia mondiale e il benessere di miliardi di persone”.

È necessario che i governi liberino i loro popoli da questo incubo.

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 28 maggio 2023

 

martedì 30 maggio 2023

DE BENOIST: “SOLO L’IDENTITÀ SALVA L’OCCIDENTE”

 Alain De Benoist fa infuriare il Salone del Libro: “solo l’identità salverà l’Occidente, non la sinistra o la destra. Cancel culture e woke è tirannia delle minoranze contro la libertà”

«Solo l’identità garantisce la libertà e potrà salvare l’Occidente: non la politica, non la destra o la sinistra».


Sta facendo discutere l’intervento del filosofo francese Alain De Benoist all’ultimo Salone del Libro di Torino: dopo la protesta e censura fatta da gruppi femministi e ambientalisti contro la Ministra della Famiglia Eugenia Roccella, anche il pensatore indipendente ha fatto letteralmente infuriare la sinistra “perbenista” che ha bollato De Benoist come filosofo “sovranista”, “populista” o addirittura “putiniano” perché non sposa appieno la linea dell’Occidente al 100% pro-Ucraina.

Il motivo? Semplice, si è scagliato contro la cancel culture, ha criticato gli Stati Uniti e non si è tirato indietro nel denunciare la “dittatura delle minoranze” sul fronte genere, religione e cultura. «C’è una crisi identitaria in Occidente» ha spiegato il filosofo nel suo intervento a Torino, con in collegamento il Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano (che ha elogiato l’autore dicendo «Bellissima quella sua immagine dei giornalisti poliziotti che vogliono importi la loro visione e sono pronti a processarti appena provi a esprimere un’idea un tantino diversa»).

«La globalizzazione ci toglie punti di riferimento. Per questo dobbiamo difendere l’identità. La nostra identità. Diverse identità. Ciascuno può scegliere. Se sono un cattolico convinto sono disposto ad accettare l’arrivo di un immigrato cattolico. Se invece tengo alle etnie sono più disposto ad accettare un norvegese, anche se ateo», ha poi detto Alain De Benoist.

 “NON DESTRA O SINISTRA SALVERANNO L’OCCIDENTE, MA L’IDENTITÀ”:

De Benoist a rispondere punto su punto nell’intervista a “Il Giornale”: «L’Identità è quella cosa, insieme semplice e complessa, che ci fa vivere e senza la quale non possiamo neppure domandarci da dove veniamo e dove andiamo. L’Identità è quella che tiene insieme chi si capisce e allontana chi non si capisce. E fa sì che la cultura non sparisca».

La celebrazione dell’identità, da non confondere con il sovranismo tout court: «L’identità è qualcosa di concreto che rafforza e tutela la tua storia e la tradizione. L’identitarismo è qualcosa di artificiale, una miscela tra decostruzione e confusione in cui attecchiscono la cultura Woke, le teorie indigeniste e decoloniali, dove il femminismo da strumento di emancipazione delle donne si trasforma in una teoria del gender indifferenziato».

La crisi dell’identità nasce dall’Occidente secondo De Benoist in quanto ha negato progressivamente «le differenze fra le persone e i popoli»: qui scatta la critica alla Ue ma soprattutto agli Stati Uniti, poiché «tendono ad azzerare qualsiasi senso di appartenenza». L’identità è sotto attacco: «egemonia, esportata dagli Stati Uniti e che pervade il mondo anglosassone? Uniformare le dottrine e i credo. Farci dire felicemente: Siamo tutti uguali! Anzi, Siamo tutti identici. Instillare l’idea che le differenze di genere, di religione, di pensiero vadano tutte combattute. Invece è vero il contrario: la ricchezza delle diverse Identità è vita. Le differenze culturali sono fondamentali per alimentare il dialogo. E anche il confronto politico».

I paradigmi di destra e sinistra sono ormai superati, secondo il pensatore “padre” della Nouvelle Droite, sostituiti oggi da un’unica categoria “verticale”, ovvero «la contrapposizione tra le élite economiche sopra e il popolo sotto». Il problema, conclude De Benoist a “Il Giornale”, dunque non proverrà dalla sinistra o della destra ma dal pensiero unico, «quel politicamente corretto della cancel culture».-

Niccolò Magnani

Il Sussidiario

50 ANNI DI “ARCIPELAGO GULAG” DI SOLZENICYN

  IL CAPOLAVORO CHE IL SALONE DEL LIBRO HA DIMENTICATO E CHE LA SINISTRA HA COMBATTUTO

 


Se c’è un libro che ha cambiato la storia, nella nostra generazione, è sicuramente “Arcipelago Gulag” di Aleksandr Solzenicyn. Non a caso Raymond Aron definiva lo scrittore-dissidente russo – morto 15 anni fa – “l’homme du siècle”. La sua opera monumentale sull’immane macello del comunismo sovietico (e sulla menzogna dell’ideologia marxista dilagante nel mondo), fu pubblicata esattamente cinquant’anni fa, nel 1973.

Era auspicabile perciò che il Salone del libro 2023 – che si sta svolgendo a Torino in questi giorni – dedicasse all’opera di Solzenicyn una celebrazione adeguata. Ma nel programma non si trova nulla su “Arcipelago Gulag”. Peccato. Sarebbe stata finalmente un’occasione di riflessione per il mondo intellettuale italiano e anche un risarcimento postumo per Solzenicyn.

Infatti l’Italia – che aveva il più forte Partito Comunista del mondo occidentale e, a quel tempo, una galassia di gruppi marxisti extraparlamentari che dettavano legge in scuole, università e fabbriche – ebbe una reazione sconcertante all’uscita dell’opera dello scrittore russo. Un plumbeo conformismo di sinistra dominava in quegli anni fra gli intellettuali e nei giornali.

Pierluigi Battista, in un suo saggio uscito nel VI volume della “Storia d’Italia” (Laterza 1999) curata da Sabatucci e Vidotto, scriveva: “Mentre in Francia la pubblicazione di ‘Arcipelago Gulag’ aveva ad esempio squassato la cultura di sinistra innescando un drammatico ripensamento tra gli intellettuali che avevano intensamente creduto nel ‘Dio che è fallito’, in Italia, nel 1974 [anno dell’edizione in lingua italiana dell’opera, ndr] gli intellettuali accoglievano quel libro con freddezza, magari accompagnando la gelida accoglienza con la divulgazione (come è accaduto) della leggenda nera di un Solzenicyn nientemeno che al soldo del dittatore Pinochet, oppure semplicemente ignorandolo (resta impressionante, e basta sfogliare le terze pagine e i supplementi libri dei giornali di allora per rendersene conto, la singolare esiguità numerica di recensioni per un libro così importante e decisivo)”.

Per non dire dei commenti espliciti. Giulio Meotti ne ha elencati alcuni sul “Foglio”. Carlo Cassola disse che Solzenicyn era “un retore declamatorio che non vale niente come scrittore”. Umberto Eco – con lo pseudonimo Dedalus – lo definì “un Dostoevskij da strapazzo”. Del resto “Solzenicyn” ricorda Meotti “fu attaccato da Italo Calvino per la sua religiosità slavofila”. E Alberto Moravia lo giudicò “un nazionalista slavofilo della più bell’acqua”.


venerdì 26 maggio 2023

O SCIAGURATA GENERAZIONE D’UOMINI COLTI

 

 “LE SCUOLE DEVONO ATTREZZARE I BAMBINI PER AVERE PARTNER SESSUALI”  

Titolo  del documento ONU ” International Technical Guidance  on Sexual Education”.

Un post diverso dal solito. Non riportiamo un documento, ma un link al sito di Maurizio Blondet.  

https://www.maurizioblondet.it/onu-le-scuole-devono-attrezzare-i-bambini-per-avere-partner-sessuali/


Si tratta della presentazione del documento ONU da cui prende il titolo il post.

Si può commentare solo con una frase di Eliot tratta da “Cori da la Rocca”:

“O SCIAGURATA GENERAZIONE D’UOMINI COLTI

TRADITI NEI DEDALI DEL VOSTRO STESSO INGANNO”

NOTA: ricopiare il link sul vostro motore di ricerca

giovedì 25 maggio 2023

FRANCO VIGNAZIA: NOSTRA SIGNORA DEL FANGO

 

Ave Maria, nostra Signora del fango.

Tu hai sperimentato la precarietà quando,

nella stalla di Betlemme,

hai dato alla luce il tuo Figlio Primogenito.

Tu sai cosa significa scappare nel bel mezzo della notte e lasciare tutto,

perché hai affrontato il viaggio in Egitto con Giuseppe e Gesù,

per sottrarvi all’ira di Erode.

Svariate volte tu e Giuseppe avete dovuto ricominciare da zero,

per continuare a custodire il Figlio di Dio che vi era stato affidato.

Solo tu sai cosa ha significato la vita in Egitto e il ritorno a Nazareth;

solo tu puoi dire come è stato accompagnare Gesù fino alla croce

e lì, tra le lacrime, ricevere come figlio il discepolo amato

e, in lui, tutti i discepoli del tuo Figlio.

Guarda -te ne preghiamo- la nostra terra e il nostro popolo,

che sperimenta la precarietà e la voglia di ricominciare;

che si rimbocca le maniche e, con il badile in mano, canta in mezzo al fango;

che accoglie l’aiuto generoso di quanti si fanno compagni di strada

per alleviare, anche solo per un attimo, le ferite di questa immane tragedia.

Maria, nostra Signora del fango,

ottieni per noi, e per tutti i tuoi figli,

quella stessa forza che ti ha sostenuta durante tutta la tua vita:

consola le lacrime di chi ha perso tutto

e intercedi perché abbiamo sempre la forza di ricominciare

e di costruire un mondo sempre più giusto e solidale. Amen.

testo di FABIO TURCHI

FRANCO VIGNAZIA nato a Bogliasco (Ge) il 1 Dicembre 1951, risiede ed opera a Forlì. Insegnante, illustratore, pittore e scultore, ha realizzato esposizioni personali e partecipato a diverse mostre e rassegne artistiche

martedì 23 maggio 2023

QUELLO CHE ABBIAMO IMPARATO DALL’ALLUVIONE

 In questi giorni, a Cesena e in tutta la Romagna, abbiamo visto con stupore e grande soddisfazione che tante persone di ogni età e anche moltissimi giovani,sono diventati protagonisti dell'aiuto portato immediatamente nelle vaste aree alluvionate. Ci sono stati episodi di autentico coraggio,ma tutta la gente in grave emergenza si è sentita consolata e non si è abbandonata alla disperazione.

Ma perchè è successo tutto questo e come mai i giovani considerati da molti come "perduti" e incapaci di responsabilità sociale si sono mossi con slancio e colla capacità di organizzarsi attraverso un uso intelligente dei social? Riteniamo che questa testimonianza riveli in modo speciale che "il pensiero unico" edonistico e dominante non è ancora riuscito a strappare dal cuore dell'uomo il senso religioso,cioè la consapevolezza profonda che esiste un Creatore,che non ci siamo fatti da soli e che la relazione tra le persone è un elemento irrinunciabile per ogni creatura. Non è vero che siamo incapaci di guardare all'altro come una provocazione positiva per la nostra vita. E' stato riscoperto con gioia il senso del dono e della gratuità come fattori indispensabili per lo sviluppo di una società civile capace di condividere anche le situazioni più drammatiche. Un amico, la cui casa e gli strumenti di lavoro sono stati gravemente danneggiati, ci ha inviato questo messaggio:"C'è un pieno di umanità. Un fiume in piena è questa umanità buona travolgente più dell'acqua. E' una bontà che è segno che siamo fatti da qualcuno che ce l'ha messa nel cuore"

Da questo evento abbiamo imparato due cose.

La prima, e la più importante, è che non possiamo fermarci alla consolante constatazione che c'è ancora vita e sentirsi gratificati. Il fatto assodato di una vitalità ci spinge a continuare un lavoro culturale e politico necessario perchè non ci siano solo ammirevoli spot di solidarietà,ma ci possa essere l'avvio di un percorso per il miglioramento della società in cui viviamo.

La seconda lezione riguarda la metodologia del governo della città, della Regione dello Stato.      Il modello che si è imposto,in particolare nella nostra Regione, prevede che l'Ente Pubblico deve pensare a tutto e che anche le forme di auto-organizzazione della società si inseriscano in un reticolo sempre più fitto di norme dettate dall'alto.

Oggi dobbiamo prendere atto che il principio di sussidiarietà è fondamentale per la crescita delle persone e la buona salute di ogni società umana. La capacità di rispondere dal basso alle esigenze e alle necessità delle persone si deve coniugare con un Ente Pubblico che sa riconoscere ciò che esiste, non se ne appropria e lo valorizza per la costruzione del bene comune. C'è una strada possibile: più società con lo Stato per la promozione umana e sociale.

 

IL CROCEVIA

22 maggio 2023

lunedì 22 maggio 2023

"ABBIAMO LA COMUNIONE, LA DESIDERA?": IL CORPO DI CRISTO TRA GLI ALLUVIONATI DI SAN ROCCO A CESENA

Questa mattina otto ministri straordinari della Comunione nelle strade più colpite dall'alluvione. Il parroco don Pasolini: "Portare il Pane, che è Gesù. Anche questo è urgente". L'esperienza di due ministri: "Gesù arriva al cuore di tutti" 


La tengono stretta, la pisside, con entrambe le mani e vicino al petto. Uno sguardo per ciascuno, residenti e e volontari, una proposta a voce ferma, tra rumori di camion, di badili, di fatica e di lacrime in questa domenica mattina di sole, che fa bene di certo al morale, ma finisce per indurire più velocemente il tanto fango.

“Abbiamo la Comunione, desidera farla?”. Rita e Antonietta sono appena uscite dalla chiesa parrocchiale di San Rocco di Cesena, in questo giorno 5 dall’alluvione che ha colpito buona parte del territorio parrocchiale. E d’altronde, tante delle sue vie dai nomi di piccole isole (dici il destino…) sono lì a due passi dalla chiesa. Accompagnati da due giovani con l’ombrello come segno visivo – che di certo l’attenzione e anche un certo interrogativo, lo desta – girano per le strade e propongono ad abitanti e a volontari di fare la Comunione. Oggi è domenica, anche se qui i giorni sono sempre uguali da martedì pomeriggio in avanti.

Sono partiti in otto ministri straordinari della Comunione, questa mattina, e a due a due si sono distribuiti nella zona alluvionata. Rientrano qualche ora dopo. “Come vi hanno accolto?”, il primo pensiero di don Paolo parroco: “Con cordialità. Alcuni un poco stupiti, i più hanno cortesemente rifiutato. Una persona sola si è innervosita, invitandoci a prendere in mano il badile…”. Le pissidi ritornano più piene che vuote, ma non sono i numeri a dare significato al gesto. “Come in ospedale, i ministri sono andati anziché in ogni corsia, in ogni via. Una distribuzione capillare – dice il parroco di San Rocco don Paolo Pasolini -. Non l’hanno fatta in tanti, ma non c’è problema: Gesù ci ha mandato a tutto il mondo ad annunciare il Vangelo. Interessa a tutti? No, ma è quello che dobbiamo fare: portare il Pane, Gesù. Anche questo, forse più di quello che stiamo offrendo in parrocchia con i pasti, è urgente”.

Giulio con la moglie Annarita sono della parrocchia di San Mauro in Valle e sono tra gli otto ministri che questa mattina hanno distribuito la comunione nelle vie di San Rocco.

 “Prima di partire, ci siamo fatto la domanda: Di chi sono io? Andavamo davanti a mille problematiche, gente che lavorava, presa da pensieri gravi, e ci avremmo messo la faccia dicendo che la ‘cosa’ che avevo in mano era la più importante per noi e per loro. Per cosa valeva la pena muoversi? – la riflessione a due voci di Giulio e Annarita - Le letture alla Messa di oggi ci hanno dato la risposta: è davvero Gesù ciò che serve nei drammi della vita. “È stata occasione di incontro con le persone, e del loro bisogno – proseguono Annarita e Giulio -. Chi ha accettato, anche persone schive, dicendo io non mi sono confessata: non si sentiva pronto e non sufficientemente all’altezza. Invece Gesù arriva a tutti: abbiamo visto il loro desiderio di essere accolte, volute, amate. Non lo dimenticheremo mai. Quando ti fai tramite di Gesù, accadono cose enormi. Qualcuno, mentre consegnavamo l’eucaristia, piangeva. Qualcun altro non era troppo certo, ma comunque era lì. Ognuno che era lì, aveva bisogno di Lui. Così come era. Abbiamo incontrato persone che ci hanno detto di no, alcune in malo male. Qualcuno infastidito dall’ombrello che avevamo: ‘Cosa fate qui, ma siete matti con l’ombrello? Per difendervi dal sole, quando noi abbiamo perso tutto, siete pazzi”. Gli ho detto che portavamo Gesù e lì c’è stato il contraccolpo… Si è reso conto di essersi lasciato prendere dall’arrabbiatura che inevitabilmente c’è. Ma allo stesso tempo l’ombrello aveva fatto il suo ‘mestiere’: era venuto a vedere. E si era stupito. Poi ha detto no, ma lì c’è la libertà.

Ecco: il Signore arriva. È stata un’esperienza missionaria con chi si trova nel deserto. Un momento di grande incontro sia con chi ha detto di sì, sia con chi ha detto no. Ringraziamo don Paolo e il buon Dio di averci preferito: è stata per noi un’esperienza grande dentro a un dramma. Siamo grati e scossi”.

 21/05/2023 di Sabrina Lucchi  Tratto dal Corriere Cesenate on line

Nota del Crocevia

Nella storia secolare della Parrocchia di san Rocco quando è accaduto che 8 ministri hanno, contemporaneamente, percorso le sue strade con Cristo in mano? Quando riaccadrà ancora?

Lì dove accade un grande dramma, sempre accade una grande grazia per merito di cristiani certi e lieti.

Per merito di Cristo.

IL PRETE CHE SUPERA LE FRANE PER DIRE A TUTTI: «DIO NON CI ABBANDONA»

 Don Maurizio Macini gira i paesini isolati e irraggiungibili di Mercato Saraceno per dare conforto alla gente. «Nessuno si lamenta o è disperato. Anzi, pensano a "chi sta peggio"»


«Ci sono state così tante frane che non siamo ancora riusciti a contarle tutte. La geografia e viabilità del nostro comune è stata completamente stravolta: ci sono tante piccole frazioni completamente isolate e irraggiungibili». Così a La7 Monica Rossi, sindaco di Mercato Saraceno, ha parlato della situazione del suo comune in seguito all’alluvione che ha colpito tutta l’Emilia-Romagna. La situazione è grave, come conferma a Tempi don Maurizio Macini, uno dei pochi che si è avventurato a piedi per sincerarsi delle condizioni degli abitanti: «Non sarei mai riuscito ad addormentarmi se non fossi andato a benedire i miei parrocchiani nel momento del bisogno».

A piedi oltre le frane per raggiungere tutti

Don Maurizio, 49 anni, è da 13 parroco nei piccoli paesi di Monte Castello, Rontagnano, Serra, Tornano e Ciola: neanche duemila abitanti in tutto. Da due giorni sale in auto, arriva fin dove la strada lo permette e poi si incammina sotto la pioggia tra il fango e la terra per circa un’ora, superando a piedi i blocchi causati dalle frane, per raggiungere i suoi parrocchiani.

«Le strade sono bloccate, invase dalle frane. Volontari e protezione civile stanno lavorando con mezzi e ruspe per farle tornare agibili», racconta. «Io volevo solo andare a trovare la gente, spesso anziani, e portare loro quello che ho di più prezioso: il segno della croce».

«Don Maurizio dove vai? Resta a pranzo»

Le case a cui bussa don Maurizio si assomigliano tutte: isolate, senza luce né acqua né gas. La gente è preoccupata, ma mantiene la forza e la generosità tipiche della terra romagnola: «Non ho trovato persone disperate, non ho ascoltato grandi lamenti. La gente è molto preoccupata, ma è anche serena».

In una casa, due giorni fa, il sacerdote ha trovato un’accoglienza inimmaginabile in un momento come questo: «”Don Maurizio, dove vai? È ora di pranzo, resta qui a mangiare con noi”, mi hanno detto». Un’altra famiglia a Ciola, che doveva essere portata via in elicottero prima che la protezione civile riuscisse ad aprire un varco via terra, si preoccupava per gli altri: «Una mamma, con il marito e il bambino di un anno, senza acqua, luce e gas mi ha detto: “Don Maurizio, noi stiamo bene. C’è chi sta molto peggio”».

Anche cavalli e maiali vanno salvati

Da ieri la situazione nel comune di Mercato Saraceno sta migliorando. Qualche strada è stata liberata, in alcune frazioni è tornata la corrente elettrica. In altre la gente si è arrangiata da sola: un generatore, l’acqua della cisterna, una bombola del gas.

Ora non sembra più necessario evacuare con gli elicotteri la gente. «Meno male», spiega don Maurizio. «In questi paesi ci sono tanti animali da custodire: polli, galline, cavalli, maiali. Se porti via le persone, chi si prenderà cura di questi animali? Sarebbero condannati a morire».

«Voglio essere vicino a chi soffre»

Ma che cosa ci va a fare don Maurizio in questi paesini sperduti e isolati dall’alluvione? «Non ho grandi aiuti da portare», spiega, «e neanche ho risposte a tutte le domande che questa tragedia suscita. Ma Dio si è fatto vicino a noi, mandando suo Figlio per noi. Così anch’io mi faccio vicino ai miei parrocchiani per fare capire loro che non sono soli né abbandonati. È per questo che sono diventato prete».


Di domande don Maurizio se ne sente rivolgere tante: «Perché questa alluvione? Perché proprio a noi?». Davanti a fatti così drammatici, racconta, «la gente ha il desiderio di lasciare da parte tutte le cose superflue di cui ci circondiamo ogni giorno e di andare all’essenziale, a ciò che nella vita è davvero importante. Io dico a tutti che non è Dio a mandarci queste calamità. Allo stesso tempo il Signore non ci abbandona, ma anima un popolo, noi cristiani, che si mette all’opera per aiutare. Avete visto tutti quei volontari a Forlì e a Cesena? È Cristo che ha messo nel loro cuore questo desiderio di dare una mano a chi soffre».

È per questo in sintesi che don Maurizio percorre decine di chilometri a piedi, tra il fango e le pietre. Per dire a tutti: «Dio non ci ha abbandonati».

Leone Grotti

Tempi

 

 

venerdì 19 maggio 2023

UN ESERCITO DI VOLONTARI CHE A CESENA «DÀ SPERANZA IN MEZZO AL DISASTRO»

 «In mezz'ora l'acqua ha inondato il mio quartiere raggiungendo un metro e sessanta di altezza». Paolo Chierici racconta a Tempi l'esondazione del Savio a Cesena e i tanti volontari, molti giovanissimi, che si sono rimboccati le maniche per aiutare: «Uno spettacolo commovente»

Il fiume Savio a Cesena
«Vedevo la furia dell’acqua che continuava ad aumentare con forza impressionante: ero terrorizzato. In mezz’ora ha inondato tutto il mio quartiere, raggiungendo un metro e sessanta di altezza». Così Paolo Chierici, ingegnere di Cesena residente nella zona di San Rocco, racconta a Tempi le ore drammatiche in cui l’alluvione che ha colpito l’Emilia-Romagna ha ingrossato il fiume Savio fino al punto in cui ha rotto entrambi gli argini, esondando nelle zone di Ponte Nuovo e di San Rocco.

Le vittime dell’alluvione a Cesena

Nel giro di pochi minuti centinaia di persone si sono ritrovate intrappolate nelle case, dalle quali sono state tratte in salvo grazie all’intervento dei mezzi anfibi dei Vigili del fuoco o degli elicotteri. «Purtroppo abbiamo avuto anche diversi morti», continua Chierici. Si tratta di Palma Maraldi e Sauro Manuzzi, marito e moglie, titolari di un’azienda agricola che confeziona erbe officinali e fiori per la pasticceria, travolti dal Savio mentre cercavano di mettere in sicurezza i campi. Un anziano è rimasto vittima di un malore fatale mentre un altro uomo è stato travolto dal costone di una collina che è franato all’improvviso.

«Siamo stati colti di sorpresa», continua Chierici. «Nessuno si immaginava qualcosa del genere. Ci siamo ritrovati inondati a una velocità impressionante».

Liberare case e strade da acqua e fango

Ora nel cesenate ci sono centinaia di sfollati. Cantine, seminterrati e primi piani delle case sono pieni d’acqua: chi ha un’abitazione a più piani può tornare a vivere in quelli alti, gli altri sono rifugiati da amici e parenti o nei centri di accoglienza. «La casa dei miei genitori è inagibile, ora stanno da me al secondo piano».

Dopo due giorni passati al buio, senza luce ed elettricità, la corrente è tornata e qualche timido raggio di sole illumina le strade e con esse l’immenso bisogno lasciato indietro dalla furia delle acque. «Bisogna svuotare le cantine, liberare case e strade dal fango, accatastare gli arredi ormai inservibili e buttarli via, ma anche fare la spesa per chi ha bisogno e cucinare per coloro che non possono più farlo».

I volontari «che danno speranza»

È per rispondere a questo bisogno che Chierici, insieme alla comunità locale di Comunione e liberazione, ha aperto una chat per raccogliere sia la disponibilità di volontari in grado di aiutare sia le necessità di chi ha perso tanto, se non tutto nell’alluvione. «C’è un responsabile che segue la chat: quando arrivano le richieste di aiuto, a seconda dei bisogni, chiediamo ai volontari di intervenire o di fornire il materiale necessario: stivali di gomma, badili, pompe, idropulitrici».

La risposta dei cesenati è stata «incredibile»: un centinaio di persone, molti giovanissimi, si è già offerto per mettersi al servizio dei più colpiti dall’alluvione. «La disponibilità della nostra gente mi ha commosso: un gruppo di ragazzi si è perfino organizzato per distribuire la merenda a tutti quelli che lavoravano».

L’ingegner Chierici ci tiene a sottolinearlo: «Qui la gente sta dando davvero tutto quello che ha. Siamo in mezzo a un disastro che fa impressione e la gratuità delle persone è un barlume di luce che permette di dare un senso a questa devastazione. È incredibile vedere persone che sorridono, felici, per la possibilità di aiutare gli altri. Se non fosse per questo, verrebbe da perdere la speranza».

Leone Grotti Tempi

 

giovedì 18 maggio 2023

UNA FOTO DA CESENA

 LEONARDO LUGARESI

 


Le mura del nostro monastero di Santa Maria del Monte, l’abbazia benedettina che da dieci secoli veglia – dall’alto di un modesto colle che noi a Cesena abbiamo sempre chiamato “il Monte” per antonomasia, intuendo un’altezza spirituale ben maggiore di quella fisica –sulla nostra città.

Difficile per me sfuggire alla suggestione simbolica di questa immagine, mentre Cesena è in parte allagata. Chiedo perciò scusa in anticipo per questo cedimento e mi affido alle parole di un poeta, lungamente meditate negli anni giovanili.

Dove i mattoni son caduti
Costruiremo con pietra nuova
Dove le travi son marcite
Costruiremo con nuovo legname
Dove parole non son pronunciate
Costruiremo con nuovo linguaggio
C’è un lavoro comune
Una Chiesa per tutti
E un impiego per ciascuno
Ognuno al suo lavoro.

O città miserabili d’uomini intriganti,
O sciagurata generazione d’uomini colti,
Traditi nei dedali del vostro stesso ingegno,
Venduti dai profitti delle vostre invenzioni:
Vi ho dato mani che distogliete dall’adorazione,
Vi ho dato la parola, e voi l’usate in infinite chiacchiere,
Vi ho dato la mia Legge, e voi fate contratti,
Vi ho dato labbra, per esprimere sentimenti amichevoli.
Vi ho dato cuori e voi li usate per sospettarvi.
Vi ho dato il libero arbitrio, e voi non fate altro che alternarvi
Fra la speculazione futile e l’azione sconsiderata,
Molti sono impegnati a scrivere libri e a stamparli,
Molti desiderano vedere il loro nome a stampa, Molti leggono solo i risultati
delle corse.
Leggete molto, ma non il verbo di Dio.
Costruite molto, ma non la Casa di Dio.

 

T.S. ELIOT Cori da  “LA ROCCA”

mercoledì 17 maggio 2023

ALLUVIONE ROMAGNA: CRONACA DI UN DRAMMA FUORI DAGLI SCHERMI

 Da Cesena: noi, ostaggi di una pioggia crudele, isolati o con l’acqua alla gola

Gianfranco Lauretano

La realtà non è soltanto testarda, ma anche sfacciata. Così un conto è sentir parlare dall’informazione di una calamità naturale, un conto è trovarcisi in mezzo, come sta accadendo oggi, ma a cominciare da ieri, nella mia città, Cesena: improvvisamente le immagini diventano sentimenti forti, di ansia, paura, angoscia, ma anche partecipazione e assoluta vicinanza con chi subisce danni e dolore peggiori dei nostri.



Piove da lunedì e le autorità pensano bene di chiudere le scuole, i luoghi di aggregazione e chiedere a tutti di limitare al massimo gli spostamenti, così da martedì chi può sta a casa. La pioggia incalza con un’insistenza crudele, durante il mattino iniziano a saltare tubature e tombini, il fiume, che da noi è il Savio, si avvicina imperterrito al bordo degli argini e al colmo delle arcate dei ponti. L’acqua è marrone, sembra così anche quella che scende pesantissima dal cielo.

Ma, principalmente, è tutto vero, altro che schermi, anche il presentimento cupo che c’è nell’aria liquida di qualcosa di orribile che nessuno sa come impedire. Intanto molte cantine, garage e seminterrati si allagano, anche delle case recenti. Il traffico si dirada, i disubbidienti sono pochi: sui social rimbalzano avvertimenti e allerte, il sindaco stesso ci mette la faccia e dice che tra breve il fiume uscirà dal suo letto.

Verso le tre e mezza del pomeriggio il terribile sentore che ci rimbalziamo da un po’ diventa realtà: il fiume scavalca gli argini e, dopo una frazione di tempo e di esitazione, invade la città: case negozi uffici allagati, macchine sommerse, qualche poveraccio che non ha fatto in tempo a scappare si trova, letteralmente, con l’acqua alla gola. Iniziano le tragiche notizie dei dispersi.


Sembra impossibile: quando capita qualcosa del genere, alluvione, terremoto, eruzione, tornado, pare di non essere mai pronti: capita proprio a me? Erano cose sempre ascoltate nei telegiornali, che riguardavano altri abitanti di altri luoghi. Inaspettatamente, invece, è la nostra città ad essere sommersa, i nostri concittadini, mai così cari, a soffrire e, santo cielo, persino a morire. Gente sui tetti, costruzioni spazzate via, ettari ed ettari marciti sotto tonnellate d’acqua, strade interrotte, ponti spezzati: né auto né treni, né niente. Solo elicotteri che, come in un film catastrofista di quelli di Hollywood, vanno e vengono a trarre in salvo persone intrappolate dal diluvio.

Viene notte, ma chi dorme. Tutti a pensare agli amici, ai parenti, ai conoscenti che abitavano in centro, al piano terra, ospitati adesso in una palestra scolastica, dopo aver perso tutto. Altro che dormire! Rintronano in testa le immagini e i messaggi che per tutto il giorno ci siamo scambiati: quello è il mio supermercato, completamente allagato, quella la strada dove abita il mio amico, quella la mia parrocchia, che sembra una nave che galleggia col pennone-campanile. I cassonetti che navigano per la strada, urtando le macchine che non s’è fatto in tempo a parcheggiare in altura; la città divisa in spezzoni, perché né ponti né sottopassi sono utilizzabili; i parenti e gli amici che da tutt’Italia scrivono: abbiamo visto… state bene? Possiamo aiutarvi?

Si vorrebbe adesso, subito, prendere una vanga e uscire a dare una mano ai più sfortunati di noi, iniziare senza aspettare a rispondere al mostro, al dispetto mostruoso del fiume. Ma è buio, e soprattutto piove ancora a dirotto e, dicono, scroscerà fino a mezzogiorno, domani. L’impotenza e il dolore per l’impossibilità ci tiene, adesso, a distanza, rintanati nei nostri rifugi in gran parte coi piedi allagati. Mentre scrivo stiamo così. Ma basterà il primo spiraglio d’asciutto per cominciare la lotta e ricostruire quello che la strega-alluvione ha tentato di cancellare in città.

DA SUSSIDIARIO.NET

venerdì 12 maggio 2023

IL SANTO PADRE FRANCESCO AGLI STATI GENERALI DELLA NATALITÀ

Auditorium di Via della Conciliazione Venerdì, 12 maggio 2023

Signora Presidente del Consiglio,
distinte Autorità e Rappresentanti della società civile,
cari amici, fratelli, caro amico Gigi,


mi scuso di non parlare in piedi, ma non tollero il dolore quando sono in piedi. Saluto tutti voi e vi ringrazio per il vostro impegno. Grazie a Gigi De Palo, Presidente della Fondazione per la Natalità, per le sue parole e per l’invito, perché credo che il tema della natalità sia centrale per tutti, soprattutto per il futuro dell’Italia e dell’Europa. Vorrei dare soltanto due “fotografie” che sono successe qui in Piazza [San Pietro]. Due settimane fa, il mio segretario era in Piazza e veniva una mamma con la carrozzina. Lui, un prete tenero, si è avvicinato per benedire il bambino… era un cagnolino! Quindici giorni fa, all’Udienza del mercoledì, io andavo a salutare, e sono arrivato davanti a una signora, cinquantenne più o meno; saluto la signora e lei apre una borsa e dice: “Me lo benedice, il mio bambino”: un cagnolino! Lì non ho avuto pazienza e ho sgridato la signora: “Signora, tanti bambini hanno fame, e lei con il cagnolino!”. Fratelli e sorelle, queste sono scene del presente, ma se le cose vanno così, questa sarà l’abitudine del futuro, stiamo attenti.

La nascita dei figli, infatti, è l’indicatore principale per misurare la speranza di un popolo. Se ne nascono pochi vuol dire che c’è poca speranza. E questo non ha solo ricadute dal punto di vista economico e sociale, ma mina la fiducia nell’avvenire. Ho saputo che lo scorso anno l’Italia ha toccato il minimo storico di nascite: appena 393 mila nuovi nati. È un dato che rivela una grande preoccupazione per il domani. Oggi mettere al mondo dei figli viene percepito come un’impresa a carico delle famiglie. E questo, purtroppo, condiziona la mentalità delle giovani generazioni, che crescono nell’incertezza, se non nella disillusione e nella paura. Vivono un clima sociale in cui metter su famiglia si è trasformato in uno sforzo titanico, anziché essere un valore condiviso che tutti riconoscono e sostengono. Sentirsi soli e costretti a contare esclusivamente sulle proprie forze è pericoloso: vuol dire erodere lentamente il vivere comune e rassegnarsi a esistenze solitarie, in cui ciascuno deve fare da sé. Con la conseguenza che solo i più ricchi possono permettersi, grazie alle loro risorse, maggiore libertà nello scegliere che forma dare alle proprie vite. E questo è ingiusto, oltre che umiliante.

Forse mai come in questo tempo, tra guerre, pandemie, spostamenti di massa e crisi climatiche, il futuro pare incerto. Amici, è incerto; non solo pare, è incerto. Tutto va veloce e pure le certezze acquisite passano in fretta. Infatti, la velocità che ci circonda accresce la fragilità che ci portiamo dentro. E in questo contesto di incertezza e fragilità, le giovani generazioni sperimentano più di tutti una sensazione di precarietà, per cui il domani sembra una montagna impossibile da scalare. La Signora Presidente del Consiglio ha parlato della “crisi”, parola chiave. Ma ricordiamo due cose della crisi: dalla crisi non si esce da soli, o usciamo tutti o non usciamo; e dalla crisi non si esce uguali: usciremo migliori o peggiori. Ricordiamo questo. Questa è la crisi di oggi. Difficoltà a trovare un lavoro stabile, difficoltà a mantenerlo, case dal costo proibitivo, affitti alle stelle e salari insufficienti sono problemi reali. Sono problemi che interpellano la politica, perché è sotto gli occhi di tutti che il mercato libero, senza gli indispensabili correttivi, diventa selvaggio e produce situazioni e disuguaglianze sempre più gravi.

Alcuni anni fa, ricordo un aneddoto di una coda davanti a una compagnia di trasporti, una coda di donne che cercavano lavoro. Ad una avevano detto che toccava a lei…; presenta i dati… “Va bene, lei lavorerà undici ore al giorno, e lo stipendio sarà di 600 (euro). Va bene?”. E lei: “Ma come, ma con 600 euro… 11 ore… non si può vivere…” – “Signora, guardi la coda, e scelga. Le piace, lo prende; non le piace, fa la fame”. Questa è un po’ la realtà che si vive.  È una cultura poco amica, se non nemica, della famiglia, centrata com’è sui bisogni del singolo, dove si reclamano continui diritti individuali e non si parla dei diritti della famiglia (cfr Esort. ap. Amoris laetitia, 44). In particolare, vi sono condizionamenti quasi insormontabili per le donne. Le più danneggiate sono proprio loro, giovani donne spesso costrette al bivio tra carriera e maternità, oppure schiacciate dal peso della cura per le proprie famiglie, soprattutto in presenza di anziani fragili e persone non autonome. In questo momento le donne sono schiave di questa regola del lavoro selettivo, che impedisce loro pure la maternità.

Certo, esiste la Provvidenza, e milioni di famiglie lo testimoniano con la loro vita e le loro scelte, ma l’eroismo di tanti non può diventare una scusa per tutti. Occorrono perciò politiche lungimiranti. Occorre predisporre un terreno fertile per far fiorire una nuova primavera e lasciarci alle spalle questo inverno demografico. E, visto che il terreno è comune, come comuni sono la società e il futuro, è necessario affrontare il problema insieme, senza steccati ideologici e prese di posizione preconcette. L’insieme è importante. È vero che, anche con il vostro aiuto, parecchio è stato fatto e di questo sono grato, ma ancora non basta. Bisogna cambiare mentalità: la famiglia non è parte del problema, ma è parte della sua soluzione. E allora mi chiedo: c’è qualcuno che sa guardare avanti con il coraggio di scommettere sulle famiglie, sui bambini, sui giovani? Tante volte sento le lamentele delle mamme: “Eh, mio figlio si è laureato già da tempo… e non si sposa, rimane a casa… cosa devo fare?” – “Non stiri le camicie, signora, incominciamo così, poi vediamo”.

Non possiamo accettare che la nostra società smetta di essere generativa e degeneri nella tristezza. Quando non c’è generatività viene la tristezza. È un malessere brutto, grigio. Non possiamo accettare passivamente che tanti giovani fatichino a concretizzare il loro sogno familiare e siano costretti ad abbassare l’asticella del desiderio, accontentandosi di surrogati privati e mediocri: fare soldi, puntare alla carriera, viaggiare, custodire gelosamente il tempo libero… Tutte cose buone e giuste quando rientrano in un progetto generativo più grande, che dona vita attorno a sé e dopo di sé; se invece rimangono solo aspirazioni individuali, inaridiscono nell’egoismo e portano a quella stanchezza interiore. Questo è lo stato d’animo di una società non generativa: stanchezza interiore che anestetizza i grandi desideri e caratterizza la nostra società come società della stanchezza! Ridiamo fiato ai desideri di felicità dei giovani! Sì, loro hanno desideri di felicità: ridiamo fiato, apriamo il cammino. Ognuno di noi sperimenta qual è l’indice della propria felicità: quando ci sentiamo ripieni di qualcosa che genera speranza e riscalda l’animo, e viene spontaneo farne partecipi gli altri. Al contrario, quando siamo tristi, grigi, ci difendiamo, ci chiudiamo e percepiamo tutto come una minaccia. Ecco, la natalità, così come l’accoglienza, che non vanno mai contrapposte perché sono due facce della stessa medaglia, ci rivelano quanta felicità c’è nella società. Una comunità felice sviluppa naturalmente i desideri di generare e di integrare, di accogliere, mentre una società infelice si riduce a una somma di individui che cercano di difendere a tutti i costi quello che hanno. E tante volte si dimenticano di sorridere.

Amici, dopo aver condiviso queste preoccupazioni che porto nel cuore, vorrei consegnarvi una parola che mi è cara: speranza. La sfida della natalità è questione di speranza. Ma attenzione, la speranza non è, come spesso si pensa, ottimismo, non è un vago sentimento positivo sull’avvenire. “Ah, tu sei un uomo positivo, una donna positiva, bravo!”. No, la speranza è un’altra cosa. Non è un’illusione o un’emozione che tu senti, no; è una virtù concreta, un atteggiamento di vita. E ha a che fare con scelte concrete. La speranza si nutre dell’impegno per il bene da parte di ciascuno, cresce quando ci sentiamo partecipi e coinvolti nel dare senso alla vita nostra e degli altri. Alimentare la speranza è dunque un’azione sociale, intellettuale, artistica, politica nel senso più alto della parola; è mettere le proprie capacità e risorse al servizio del bene comune, è seminare futuro. La speranza genera cambiamento e migliora l’avvenire. È la più piccola delle virtù – diceva Peguy – è la più piccola, ma è quella che ti porta più avanti! E la speranza non delude. Oggi ci sono tante Turandot nella vita che dicono: “La speranza che sempre delude”. La Bibbia ci dice: “La speranza non delude” (cfr Rm 5,5).


Mi piace pensare agli “Stati generali della Natalità” – arrivati alla terza edizione – come a un cantiere di speranza. Un cantiere dove non si lavora su commissione, perché qualcuno paga, ma dove si lavora tutti insieme proprio perché tutti vogliono sperare. E allora vi auguro che questa edizione sia l’occasione per “allargare il cantiere”, per creare, a più livelli, una grande alleanza di speranza. Qui è bello vedere il mondo della politica, delle imprese, delle banche, dello sport, dello spettacolo, del giornalismo riuniti per ragionare su come passare dall’inverno alla primavera demografica. Su come ricominciare a nascere, non solo fisicamente, ma interiormente, per venire alla luce ogni giorno e illuminare di speranza il domani. Fratelli e sorelle, non rassegniamoci al grigiore e al pessimismo sterile, al sorriso di compromesso, no. Non crediamo che la storia sia già segnata, che non si possa fare nulla per invertire la tendenza. Perché – permettetemi di dirlo nel linguaggio che prediligo, quello della Bibbia – è proprio nei deserti più aridi che Dio apre strade nuove (cfr Is 43,19). Cerchiamo insieme queste strade nuove in questo deserto arido!

La speranza, infatti, interpella a mettersi in moto per trovare soluzioni che diano forma a una società all’altezza del momento storico che stiamo vivendo, tempo di crisi attraversato da tante ingiustizie. La guerra è una di queste. Ridare impulso alla natalità vuol dire riparare le forme di esclusione sociale che stanno colpendo i giovani e il loro futuro. Ed è un servizio per tutti: i figli non sono beni individuali, sono persone che contribuiscono alla crescita di tutti, apportando ricchezza umana e generazionale. Apportando creatività anche al cuore dei genitori. A voi, che siete qui per trovare buone soluzioni, frutto della vostra professionalità e delle vostre competenze, vorrei dire: sentitevi chiamati al grande compito di rigenerare speranza, di avviare processi che diano slancio e vita all’Italia, all’Europa, al mondo, che ci portino tanti bambini. Grazie.