martedì 31 ottobre 2023

ARMENIA UNA STORIA TORMENTATA

 
L’Armenia è una ferita aperta da più di un secolo e che ora la guerra di Gaza ricopre e nasconde. Così non si rimargina, tornando a interrogare l’Europa e le nostre coscienze.
 

Carri armati azeri
Ai tempi della Prima guerra mondiale il Metz Yeghern, la grande strage degli armeni e degli altri cristiani dell’impero ottomano, venne coperto dal conflitto stesso. Com’è noto ogni guerra può nascondere le più terribili nefandezze, com’è accaduto con la Shoah durante il secondo conflitto mondiale. 

Anni prima gli armeni avevano subito orribili massacri ma la leadership ultra-nazionalista giovane-turca scelse per qualcosa di più radicale: l’eliminazione dell’intero popolo, accusato di essere una quinta colonna della Russia zarista e delle potenze europee con cui erano in guerra. Per gli armeni dell’impero si scatenò l’inferno; i superstiti furono spinti nel deserto verso la Siria e oltre. Per tanto tempo le potenze europee avevano oscillato tra la difesa dei cristiani d’oriente – tra cui spiccavano gli armeni – e i propri interessi, spesso contrapposti. Nel 1915 non ci fu nessun intervento specifico per salvare gli armeni, né alle conferenze di pace in cui si riordinò il mondo, si decise per la creazione di una grande Armenia come speravano i sopravvissuti. La nascita della Turchia moderna quasi cancellò del tutto quella vicenda, tenuta viva soprattutto da chi era scampato e dalla diaspora. 

L’Armenia sovietica rappresentava solo in parte il sogno del popolo: sistemazione complessa delle frontiere etnico-religiose del Caucaso, alla quale da Mosca misero mano in molti, Stalin incluso.

 La fragilità armena 

Durante la guerra fredda la polemica attorno al termine genocidio con cui alcuni definivano gli eventi del 1915, non venne mai meno senza trovare un consenso generale soprattutto a causa dell’opposizione turca. In anni più recenti la storia è sorprendentemente riemersa anche in Turchia, con la scoperta dei cripto-armeni, i discendenti degli scampati e convertiti all’islam. Fu un colpo per la società turca che ha strappato, forse definitivamente, il velo dell’oblio e della negazione. Si sperò in una riconciliazione, voluta inizialmente anche da Erdogan. Ma poi la politica degli interessi riprese il sopravvento. 

Nel Caucaso turbolento Armenia e Azerbaigian – indipendenti dalla fine dell’Urss – si sono sfidati per quasi trent’anni, con alterne vicende e sotto lo sguardo calcolatore dei vicini: Russia, Iran, Turchia e occidente. Molto di ciò che è accaduto nell’alternanza politica interna di questi anni a Erevan è dipeso dagli equilibri tra diaspora (legata prevalentemente agli Usa), influenza russa, spinta turca e tornaconti iraniani. Per gli armeni il vincolo esterno ha significato un’endemica fragilità politica, un destino che li accomuna a tanti popoli dell’ex Urss. Anche a Baku tali impulsi si sono fatti sentire ma in senso filo-turco: un legame sempre più forte con gli obiettivi del neo-ottomanesimo con cui Erdogan ha voluto segnare il suo secondo decennio di potere. Un intrico del quale oggi l’Armenia rimane vittima, anche se per quasi trent’anni è parsa al contrario favorita. 

La questione del Nagorno-Karabakh non è nuova: esisteva già in epoca sovietica ma era compressa dagli interessi strategici della superpotenza. Un sicuro game changer è stata la connessione del gas azero alle reti internazionali di distribuzione dell’energia: un fatto a cui anche l’Italia non è estranea a causa del gasdotto Tap che arriva in Puglia. Si polemizzò molto sugli ulivi da spostare a San Foca ma non si tenne conto del cambiamento geopolitico che avrebbe prodotto. Esclusa dagli accordi energetici EastMed (gasdotto tra Israele, Cipro, Grecia e Italia), Ankara non si era fatta trovare impreparata nel Caucaso, stringendo un’alleanza militare con gli azeri. 

Il Monastero di Geghard sullo sfondo l'Ararat
Il colpo di grazia alle speranze armene è venuto successivamente dalla guerra di Siria e poi da quella in Ucraina: progressivamente Russia e Turchia si sono accordate per una peculiare forma di “collaborazione competitiva”, nella quale il Caucaso è passato di mano, almeno provvisoriamente. 

Gli armeni si sono trovati isolati e Baku ne ha approfittato: dopo essere stato sconfitto nel 1994, l’Azerbaigian ha potuto ricominciare la guerra nel 2020, armato coi droni turchi, portandola a termine in queste settimane con la riconquista del Nagorno-Karabakh. 

Ridotta all’angolo, Erevan sta di nuovo cambiando protettore, puntando sugli americani che tuttavia hanno il difetto di essere lontani. Da un punto di vista geopolitico è difficile prevedere cosa accadrà: nel Caucaso i giri di walzer delle alleanze sono sempre possibili e resta da vedere cosa farà Teheran. Tuttavia non si può eliminare la sensazione davvero sgradevole che l’ennesima cacciata degli armeni da una terra in cui sono sempre vissuti, avvenga da parte di forze sostenute una volta ancora dai turchi. È vero che l’Azerbaigian è uno stato laico che soltanto una certa propaganda vorrebbe presentare come legato all’islamismo di stampo turco. C’è poi la retorica dell’alleanza pan-turca ma è sentita più ad Ankara che a Baku, mentre le relazioni di quest’ultima con l’Europa sono ottime.

E’ proprio tale aspetto che lascia una domanda aperta: stretta tra poteri ben più grandi, l’Armenia sarà ancora una volta sacrificata all’abbandono e alla dimenticanza? C’è sicuramente una responsabilità diretta dei protagonisti: dopo la guerra del 1994 si doveva certamente negoziare una pace definitiva e anche Erevan su questo ha mancato di saggezza politica e di duttilità. Ma oggi la ferita si è riaperta: davanti alle tristi immagini dell’esodo degli armeni e dei simboli cristiani distrutti o saccheggiati, non possiamo che domandarci quale sia stata e quale debba essere la nostra solidarietà. 

Echmiadzin, luogo santo dell'Armenia (dal 303)

Alle Nazioni unite il ministro Antonio Tajani ha offerto la mediazione italiana; l’Europa si è fatta avanti: sarebbe stato più facile e assennato negoziare prima di quest’ultima fase, ma è comunque bene farlo ora per non dover attendere una prossima guerra, magari frutto di un ennesimo rivolgimento strategico».


Mario Giro per "il Domani"


lunedì 30 ottobre 2023

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN CONCLUSIONE DEL SINODO

Basilica di San Pietro
XXX domenica del Tempo Ordinario  - Domenica, 29 ottobre 2023

 

È proprio un pretesto quello con cui un dottore della Legge si presenta a Gesù, e solo per metterlo alla prova. Tuttavia, la sua è una domanda importante, una domanda sempre attuale, che a volte si fa strada nel nostro cuore e nella vita della Chiesa: «Qual è il grande comandamento?» (Mt 22,36). Anche noi, immersi nel fiume vivo della Tradizione, ci chiediamo: qual è la cosa più importante? Qual è il centro propulsore? Che cosa conta di più, tanto da essere il principio ispiratore di tutto? E la risposta di Gesù è chiara: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Mt 22,37-39).

Fratelli Cardinali, confratelli Vescovi e sacerdoti, religiose e religiosi, sorelle e fratelli, a conclusione di questo tratto di cammino che abbiamo percorso, è importante guardare al “principio e fondamento” da cui tutto comincia e ricomincia: amare. Amare Dio con tutta la vita e amare il prossimo come sé stessi. Non le nostre strategie, non i calcoli umani, non le mode del mondo, ma amare Dio e il prossimo: ecco il cuore di tutto. Ma come tradurre tale slancio di amore? Vi propongo due verbi, due movimenti del cuore su cui vorrei riflettere: adorare e servire. Amare Dio si fa con l’adorazione e con il servizio.

Il primo verbo, adorare. Amare è adorare. L’adorazione è la prima risposta che possiamo offrire all’amore gratuito, all’amore sorprendente di Dio. Lo stupore dell’adorazione è essenziale nella Chiesa, soprattutto in questo momento in cui abbiamo perso l’abitudine dell’adorazione. Adorare, infatti, significa riconoscere nella fede che solo Dio è il Signore e che dalla tenerezza del suo amore dipendono le nostre vite, il cammino della Chiesa, le sorti della storia. Lui è il senso del vivere.

Adorando Lui ci riscopriamo liberi noi. Per questo l’amore al Signore nella Scrittura è spesso associato alla lotta contro ogni idolatria. Chi adora Dio rifiuta gli idoli perché, mentre Dio libera, gli idoli rendono schiavi. Ci ingannano e non realizzano mai ciò che promettono, perché sono «opera delle mani dell’uomo» (Sal 115,4). La Scrittura è severa contro l’idolatria perché gli idoli sono opera dell’uomo e da lui sono manipolati, mentre Dio è sempre il Vivente, che è qui e oltre, «che non è fatto come lo penso io, che non dipende da quanto io attendo da lui, che può dunque sconvolgere le mie attese, proprio perché è vivo. La riprova che non sempre abbiamo la giusta idea di Dio è che talvolta siamo delusi: mi aspettavo questo, mi immaginavo che Dio si comportasse così, e invece mi sono sbagliato. In tal modo ripercorriamo il sentiero dell’idolatria, volendo che il Signore agisca secondo l’immagine che ci siamo fatta di lui» (C.M. Martini, I grandi della Bibbia. Esercizi spirituali con l’Antico Testamento, Firenze 2022, 826-827). E questo è un rischio che possiamo correre sempre: pensare di “controllare Dio”, di rinchiudere il suo amore nei nostri schemi. Invece, il suo agire è sempre imprevedibile, va oltre, e perciò questo agire di Dio domanda stupore e adorazione. Lo stupore, è tanto importante!

Sempre dobbiamo lottare contro le idolatrie; quelle mondane, che spesso derivano dalla vanagloria personale, come la brama del successo, l’affermazione di sé ad ogni costo, l’avidità di denaro – il diavolo entra dalle tasche, non dimentichiamolo –, il fascino del carrierismo; ma anche quelle idolatrie camuffate di spiritualità: la mia spiritualità, le mie idee religiose, la mia bravura pastorale... Vigiliamo, perché non ci succeda di mettere al centro noi invece che Lui. E torniamo all’adorazione. Che sia centrale per noi pastori: dedichiamo tempo ogni giorno all’intimità con Gesù buon Pastore davanti al tabernacolo. Adorare. La Chiesa sia adoratrice: in ogni diocesi, in ogni parrocchia, in ogni comunità si adori il Signore! Perché solo così ci rivolgeremo a Gesù e non a noi stessi; perché solo attraverso il silenzio adorante la Parola di Dio abiterà le nostre parole; perché solo davanti a Lui saremo purificati, trasformati e rinnovati dal fuoco del suo Spirito. Fratelli e sorelle, adoriamo il Signore Gesù!

Il secondo verbo è servire. Amare è servire. Nel grande comandamento Cristo lega Dio e il prossimo, perché non siano mai disgiunti. Non esiste un’esperienza religiosa che sia sorda al grido del mondo, una vera esperienza religiosa. Non c’è amore di Dio senza coinvolgimento nella cura del prossimo, altrimenti si rischia il fariseismo. Magari abbiamo davvero tante belle idee per riformare la Chiesa, ma ricordiamo: adorare Dio e amare i fratelli col suo amore, questa è la grande e perenne riforma. Essere Chiesa adoratrice e Chiesa del servizio, che lava i piedi all’umanità ferita, accompagna il cammino dei fragili, dei deboli e degli scartati, va con tenerezza incontro ai più poveri. Dio lo ha comandato, l’abbiamo sentito, nella prima Lettura.

Fratelli e sorelle, penso a quanti sono vittime delle atrocità della guerra; alle sofferenze dei migranti, al dolore nascosto di chi si trova da solo e in condizioni di povertà; a chi è schiacciato dai pesi della vita; a chi non ha più lacrime, a chi non ha voce. E penso a quante volte, dietro belle parole e suadenti promesse, vengono favorite forme di sfruttamento o non si fa nulla per impedirle. È un peccato grave sfruttare i più deboli, un peccato grave che corrode la fraternità e devasta la società. Noi, discepoli di Gesù, vogliamo portare nel mondo un altro lievito, quello del Vangelo: Dio al primo posto e insieme a Lui coloro che Lui predilige, i poveri e i deboli.

È questa, fratelli e sorelle, la Chiesa che siamo chiamati a sognare: una Chiesa serva di tutti, serva degli ultimi. Una Chiesa che non esige mai una pagella di “buona condotta”, ma accoglie, serve, ama, perdona. Una Chiesa dalle porte aperte che sia porto di misericordia. «L’uomo misericordioso – disse il Crisostomo – è un porto per chi è nel bisogno: il porto accoglie e libera dal pericolo tutti i naufraghi; siano essi malfattori, buoni, o siano come siano […], il porto li mette al riparo all’interno della sua insenatura. Anche tu, dunque, quando vedi in terra un uomo che ha sofferto il naufragio della povertà, non giudicare, non chiedere conto della sua condotta, ma liberalo dalla sventura» (Discorsi sul povero Lazzaro, II, 5).

Fratelli e sorelle, si conclude l’Assemblea Sinodale. In questa “conversazione dello Spirito” abbiamo potuto sperimentare la tenera presenza del Signore e scoprire la bellezza della fraternità. Ci siamo ascoltati reciprocamente e soprattutto, nella ricca varietà delle nostre storie e delle nostre sensibilità, ci siamo messi in ascolto dello Spirito Santo. Oggi non vediamo il frutto completo di questo processo, ma con lungimiranza possiamo guardare all’orizzonte che si apre davanti a noi: il Signore ci guiderà e ci aiuterà ad essere Chiesa più sinodale e più missionaria, che adora Dio e serve le donne e gli uomini del nostro tempo, uscendo a portare a tutti la consolante gioia del Vangelo.

Fratelli e sorelle, per tutto questo che avete fatto nel Sinodo e che continuate a fare vi dico grazie! Grazie per il cammino fatto insieme, per l’ascolto e per il dialogo. E nel ringraziarvi vorrei fare un augurio a tutti noi: che possiamo crescere nell’adorazione di Dio e nel servizio al prossimo. Adorare e servire. Il Signore ci accompagni. E avanti, con gioia!

IL SINODO PUBBLICA LA RELAZIONE FINALE E VOTA: CHIEDE UNA MAGGIORE DISCUSSIONE SULLA SINODALITÀ, SULLE DONNE DIACONI E ALTRO ANCORA

UNA SINTESI DEI TEMI PIU' INTERESSANTI AFFRONTATI PUBBLICATA DA AMERICA MAGAZINE (*)


Papa Francesco sorride mentre i membri dell'assemblea del Sinodo dei Vescovi si avvicinano alla fine dei loro lavori, il 28 ottobre 2023, nell'Aula Paolo VI in Vaticano. (Foto CNS/Vatican Media)

CITTÀ DEL VATICANO (CNS) – Un rapporto che riassume le discussioni svoltesi durante l’assemblea del Sinodo dei Vescovi afferma che la Chiesa potrebbe aver bisogno di approcci pastorali più accoglienti, soprattutto verso le persone che si sentono escluse, ma riconosce anche il timore di tradire gli insegnamenti e le pratiche tradizionali della Chiesa.

Tra i temi affrontati nel rapporto figurano gli abusi sessuali da parte del clero, il ruolo delle donne nella Chiesa, l'impegno verso i poveri e il concetto stesso di “sinodalità”.

L'assemblea, con 364 membri votanti – 365 contando Papa Francesco – si è riunita in sessioni di lavoro sei giorni alla settimana dal 4 al 28 ottobre, dopo un ritiro di tre giorni fuori Roma.  Il 29 ottobre si è tenuta la messa di chiusura dell'assemblea.

Il Papa ha detto di voler ricordare a tutti che «il protagonista del sinodo è lo Spirito Santo». Ha ringraziato brevemente i responsabili sinodali e si è unito ai membri dell'assemblea nel rendere grazie a Dio.

Le discussioni dell'assemblea pongono le basi per un periodo di riflessione della durata di un anno che culminerà nella seconda e ultima assemblea sinodale alla fine del 2024 sullo stesso tema.

La relazione di sintesi di 41 pagine , votata paragrafo per paragrafo il 28 ottobre, descrive il suo scopo nel presentare “convergenze, argomenti di riflessione e proposte emerse dal dialogo” su questioni discusse sotto i titoli di sinodalità, comunione, missione e partecipazione.

 

Nell'ambito dei temi sinodali, i membri hanno esaminato il ruolo delle donne nella Chiesa, anche nel processo decisionale, e la possibilità di ordinare donne diaconi. Il rapporto chiede maggiori “ricerche teologiche e pastorali sull’accesso delle donne al diaconato”, compresa una revisione delle conclusioni delle commissioni istituite da Papa Francesco nel 2016 e nel 2020.

Il paragrafo è stato approvato con un voto di 279 voti favorevoli e 67 contrari, ovvero più dei necessari due terzi di sostegno, ma ha comunque ottenuto il maggior numero di voti negativi.

Tra i membri dell’assemblea, si legge nel rapporto, alcuni pensavano che l’idea delle donne diacono sarebbe stata una rottura con la tradizione, mentre altri insistevano che avrebbe “ripristinato la pratica della Chiesa primitiva”, anche al tempo del Nuovo Testamento, che menziona diaconi donne.

“Altri ancora la discernono come una risposta adeguata e necessaria ai segni dei tempi, fedele alla Tradizione, e che possa trovare eco nel cuore di tanti che cercano nuova energia e vitalità nella Chiesa”, si legge. Ma, aggiunge il rapporto, alcuni membri pensavano che ciò avrebbe “sposato la Chiesa con lo spirito del tempo”.

I membri dell’assemblea hanno anche discusso degli approcci pastorali per accogliere e includere nella vita delle parrocchie le persone che si sono sentite escluse, compresi i poveri, le persone con disabilità, i cattolici LGBTQ+ e i cattolici i cui matrimoni non sono riconosciuti dalla Chiesa.

 

Il rapporto di sintesi non utilizza il termine “LGBTQ+” e nemmeno “omosessualità” e parla solo in modo generale di questioni legate a “questioni di identità e sessualità”.

“Per sviluppare un autentico discernimento ecclesiale in questi e altri ambiti, è necessario affrontare queste questioni alla luce della Parola di Dio e dell’insegnamento della Chiesa, adeguatamente informati e riflessivi”, afferma il rapporto. “Per evitare di ripetere formule vacue, occorre offrire l’occasione per un dialogo che coinvolga le scienze umane e sociali, nonché la riflessione filosofica e teologica”.

Le divergenze nell'assemblea, si legge, riflettono preoccupazioni opposte: che “se usiamo la dottrina con durezza e con un atteggiamento giudicante, tradiamo il Vangelo; se pratichiamo la misericordia “a buon mercato”, non trasmettiamo l’amore di Dio”.

Tuttavia, si legge, “in modi diversi, anche le persone che si sentono emarginate o escluse dalla Chiesa a causa del loro stato matrimoniale, della loro identità o della loro sessualità, chiedono di essere ascoltate e accompagnate. C'è stato un profondo senso di amore, misericordia e compassione sentito nell'Assemblea per coloro che sono o si sentono feriti o trascurati dalla Chiesa, che vogliono un luogo da chiamare "casa" dove possano sentirsi sicuri, essere ascoltati e rispettati, senza paura di sentirsi giudicato”.

La relazione mette in risalto gli “ascolti” avvenuti a livello locale, nazionale e continentale prima dell'assemblea e i “conversatori nello Spirito” avvenuti durante essa, che hanno coinvolto ciascuno nel suo piccolo gruppo, gli altri partecipanti al prima commentando solo ciò che li ha colpiti, riflessione silenziosa e poi discussione.

In diversi punti del rapporto, i membri dell’assemblea hanno insistito sulla necessità di compiere maggiori sforzi per ascoltare i sopravvissuti agli abusi sessuali del clero e coloro che hanno subito abusi spirituali o psicologici.

“L’apertura all’ascolto e all’accompagnamento di tutti, compresi coloro che hanno subito abusi e ferite nella Chiesa, ha reso visibili molti che a lungo si sentivano invisibili”, si legge. “Il lungo viaggio verso la riconciliazione e la giustizia, compreso affrontare le condizioni strutturali che hanno favorito tali abusi, rimane davanti a noi e richiede gesti concreti di penitenza”.

I membri dell'assemblea hanno affermato che il processo li ha aiutati a sperimentare la Chiesa come “la casa e la famiglia di Dio, una Chiesa più vicina alla vita del suo popolo, meno burocratica e più relazionale”.

Tuttavia, si afferma, i termini “sinodale” e “sinodalità”, che “sono stati associati a questa esperienza e desiderio”, necessitano di ulteriori chiarimenti, anche teologici e, forse, nel diritto canonico.

Alcuni partecipanti, si legge, si chiedono come un'assemblea nella quale circa il 21% dei partecipanti sono donne, laici, religiosi e sacerdoti possa essere definita Sinodo dei Vescovi.

Il rapporto riconosce anche i timori, tra cui quello che “l’insegnamento della Chiesa verrà cambiato, costringendoci ad allontanarci dalla fede apostolica dei nostri antenati e, così facendo, tradendo le aspettative di coloro che oggi hanno fame e sete di Dio”.

In risposta, però, i membri dell’assemblea hanno affermato: “Siamo fiduciosi che la sinodalità sia un’espressione della Tradizione dinamica e vivente”.

“È chiaro che alcune persone hanno paura di essere costrette a cambiare; altri temono che non cambierà nulla o che ci sarà troppo poco coraggio per muoversi al ritmo della Tradizione vivente”, afferma il rapporto.

“Inoltre”, aggiunge, “la perplessità e l’opposizione possono talvolta nascondere il timore di perdere il potere e i privilegi che ne derivano”.

I membri dell'assemblea hanno descritto il processo sinodale come “radicato nella Tradizione della Chiesa” e svoltosi alla luce dell'insegnamento del Concilio Vaticano II, in particolare della sua enfasi sulla “Chiesa come Mistero e Popolo di Dio, chiamato alla santità .”

La sinodalità, hanno affermato, “valorizza il contributo che tutti i battezzati apportano, secondo le rispettive vocazioni”, e quindi “costituisce un vero atto di ulteriore recezione del Concilio”.

Il rapporto insiste anche sul fatto che lo scopo della sinodalità è la missione.

“Come discepoli di Gesù, non possiamo sottrarci alla responsabilità di dimostrare e trasmettere l’amore e la tenerezza di Dio a un’umanità ferita”, afferma il rapporto.

Durante tutto il processo sinodale, si legge nel rapporto, “molte donne hanno espresso profonda gratitudine per il lavoro dei sacerdoti e dei vescovi. Hanno parlato anche di una Chiesa che ferisce. Il clericalismo, la mentalità sciovinista e le espressioni inappropriate dell’autorità continuano a segnare il volto della Chiesa e a danneggiarne la comunione”.

“È necessaria una profonda conversione spirituale come base per qualsiasi cambiamento strutturale efficace”, ha affermato. “L’abuso sessuale e l’abuso di potere e autorità continuano a invocare giustizia, guarigione e riconciliazione”.

 

La relazione completa di sintesi del Sinodo la potete trovare qui nell'originale italiano.

(*) America Magazine | The Jesuit Review of Faith & Culture

C’È UN LIBRO DI UN VESCOVO, ED È SULLA CASTITÀ

 ERIK VARDEN: RIPRESENTARE AL MONDO LA FEDE CRISTIANA INTEGRALMENTE, SENZA COMPROMESSI.

In Vaticano il Sinodo si è concluso, e circolano i documenti conclusivi di questa sessione che si concluderà fra un anno. Ecco la relazione di sintesi https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2023/10/28/0751/01653.html

Intanto, però, c’è anche un sinodo “fuori le mura”, del quale il libro qui sopra è una voce, su un tema, la castità, che è quasi diventato un tabù per chi nella Chiesa invoca un “cambiamento di paradigma” nella dottrina cattolica sulla sessualità.

Mons. ERIK VARDEN

L’autore di “Chastity. Reconciliation of the Senses”, uscito il 12 ottobre per i tipi di Bloomsbury e presto in libreria anche in spagnolo, edito da Encuentro, col titolo “Castidad. La reconciliación de los sentidos”, è Erik Varden, 49 anni, norvegese, monaco cistercense di stretta osservanza, trappista, già abate in Inghilterra dell’abbazia di Mount Saint Bernard nel Leicestershire, e dal 2020 vescovo di Trondheim.

Varden, che al Sinodo non c’è, fu tra i firmatari, assieme a tutti i vescovi di Scandinavia tra i quali il cardinale di Stoccolma Anders Arborelius, di quella ”Lettera pastorale sulla sessualità umana”, diffusa la scorsa Quaresima, capace di dire all’uomo moderno tutta la ricchezza della visione cristiana della sessualità con fedeltà intatta al magistero millenario della Chiesa e insieme in limpida opposizione all’ideologia “gender”.

C’è uno stile che accomuna quella lettera pastorale al libro di Varden. Ma c’è anche una differenza importante. “Chastity” non si mescola alle dispute, ai “dubia”, sulla benedizione delle coppie omosessuali o sulla comunione ai divorziati risposati. Su tali questioni l’autore premette di non discostarsi di uno iota da quanto insegna il Catechismo della dottrina cattolica del 1992, e ad esso rimanda come a “un grande tesoro”.

Ma proprio come vescovo, Varden vuole fare altro con questo suo libro. Vuole “costruire ponti”, colmare quel vuoto che si è creato tra il pensiero della moderna società secolare e l’immensa ricchezza della tradizione cristiana, oggi dissolta da una diffusa amnesia.  Vuole cioè, scrive, ripresentare al mondo la fede cristiana integralmente, senza compromessi. Ma nello stesso tempo esprimerla in forme comprensibili anche a chi vi è del tutto estraneo: “appellarsi all’esperienza universale, cercando di leggere tale esperienza alla luce della rivelazione biblica”.

E “Chastity” è appunto un viaggio affascinante tra la Bibbia e la grande musica, la letteratura, la pittura, dai Padri del deserto alla “Norma” di Bellini, da Omero al “Flauto magico” di Mozart, a una buona dozzina di scrittori e poeti moderni più o meno distanti dalla fede cristiana. Anche l’apostolo Matteo della copertina è parte del gioco. È ripreso dal giudizio finale affrescato nel 1300 da Pietro Cavallini, antesignano di Giotto, nella basilica romana di Santa Cecilia in Trastevere. I suoi occhi guardano a Cristo, al destino finale dell’uomo glorificato.

Tutto per mostrare come la “Chastity”, nei più vari stati di vita, è riconciliazione e compimento di desideri e passioni, che ha come meta proprio quell’uomo “vestito di gloria ed onore” che è l’Adamo uscito dalla creazione, al quale ci riconduce Cristo.

Qui di seguito è riprodotto un breve estratto del libro, che però è da leggere tutto, imperdibile e incomparabile com’è con le fiacche, noiose, “esculturate” chiacchiere sinodali.

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È TEMPO DI OPERARE UN “SURSUM CORDA”

di Erik Varden (dalle pagine 114-116 di “Chastity. Reconciliation of the Senses”)

Santità, vita eterna, configurazione a Cristo, risurrezione del corpo: queste nozioni non fanno più parte, oggi, del pensiero comune sulle relazioni umane e sulla sessualità. Ci siamo allontanati dalla mentalità che ha prodotto l’eccelsa verticalità delle cattedrali del XII secolo, case che contenevano la pienezza della vita per elevarla.

Non è stata recentemente avanzata la proposta di installare una piscina sul tetto ricostruito di Notre Dame de Paris? Mi è sembrata un’idea appropriata. Avrebbe simbolicamente ristabilito la cupola d’acqua che separava la terra dal cielo nel primo giorno della creazione, prima che in essa si manifestasse l’immagine di Dio (cfr Genesi 1,7). Avrebbe cancellato, ancora simbolicamente, lo squarcio del firmamento nel Battesimo di Gesù, che preannunciava un nuovo modo di essere uomini. Qualunque frammento di mistero che potesse rimanere all’interno della chiesa stessa sarebbe stato rappresentato sotto gli spruzzi di corpi impegnati a tenersi in forma. La metafora sarebbe stata eloquente.

Una volta scomparsa dal cristianesimo la spinta soprannaturale, che cosa resta? Un sentimento di buone intenzioni e una serie di comandamenti ritenuti oppressivi, poiché la finalità del cambiamento a cui dovrebbero servire è stata sbrigativamente respinta.

Comprensibilmente, prenderà allora piede un movimento per consegnarli agli archivi. Perché quale sarà il loro scopo? Divenuta mondana, la Chiesa si accomoda al mondo e si mette diligentemente a suo agio al suo interno. Le sue prescrizioni e proscrizioni rifletteranno e saranno modellate dai costumi correnti.

Ciò richiede una flessibilità continua, poiché i costumi della società secolare cambiano rapidamente, anche nell’ambito della riflessione progressista sul sesso. Certe idee proposte come liberatorie e profetiche ancora in tempo recente – riguardanti, ad esempio, la sessualità infantile – sono ora giustamente guardate come aberranti. Eppure nuovi profeti vengono prontamente unti, nuove teorie vengono proposte e sperimentate in un’area che ci tocca nella nostra sfera più intima.

È tempo di operare un “Sursum corda”, di correggere una tendenza a una orizzontalità introspettiva per recuperare la dimensione trascendente dell’intimità incarnata, parte integrante della chiamata universale alla santità. Naturalmente dovremmo raggiungere e coinvolgere coloro che si vedono messi fuori dall’insegnamento cristiano, coloro che si sentono ostracizzati oppure pensano di essere forzati a rispettare uno standard impossibile. Ma allo stesso tempo non possiamo dimenticare che questa situazione è tutt’altro che nuova.

Nei primi secoli della nostra era vi era una tensione colossale tra i valori morali mondani e quelli cristiani, non ultimo quello relativo alla castità. Ciò non accadeva perché i cristiani fossero migliori – la maggior parte di noi, oggi come allora, vive una vita mediocre – ma perché avevano un senso diverso di cosa significhi la vita. Erano i secoli delle sottili controversie cristologiche. Instancabilmente, la Chiesa lottava per formulare con chiarezza chi è Gesù Cristo: “Dio da Dio” eppure “nato dalla Vergine Maria”; pienamente umano, pienamente divino. Su questa base è arrivata a dare un senso a cosa significhi l’essere umano e a mostrare come potrebbe realizzarsi un ordine sociale umano.

Oggi la cristologia è in eclisse. Ancora affermiamo che “Dio si è fatto uomo”. Ma utilizziamo in gran parte un’ermeneutica rovesciata, proiettando un’immagine di “Dio” che scaturisce dalla nostra comprensione.

Leggi anche intervista ad Erik Varden

https://it.clonline.org/storie/incontri/2023/03/14/erik-varden-new-york-encounter-tracce-marzo

 

martedì 24 ottobre 2023

CARD. PIZZABALLA: LETTERA A TUTTA LA DIOCESI

Carissimi, il Signore vi dia pace!

Stiamo attraversando uno dei periodi più difficili e dolorosi della nostra storia recente. Da or-mai più di due settimane siamo stati inondati da immagini di orrore, che hanno risvegliato traumi antichi, aperto nuove ferite, e fatto esplodere dentro tutti noi dolore, frustrazione e rab-bia. Molto sembra parlare di morte e di odio senza fine. Tanti “perché” si accavallano nella nostra mente, facendo aumentare così il nostro senso di smarrimento.

Tutto il mondo guarda a questa nostra Terra Santa, come ad un luogo che è causa continua di guerre e divisioni. Proprio per questo è stato bello che qualche giorno fa, tutto il mondo fosse invece unito a noi con una giornata di preghiera e di digiuno per la pace. Uno sguardo bello sulla Terra Santa e un importante momento di unità con la nostra Chiesa. E questo sguardo continua. Il prossimo 27 ottobre il Papa ha indetto una seconda giornata di preghiera e di digiuno, perché la nostra intercessione continui. Sarà una giornata che celebreremo con convinzione. È forse la cosa principale che noi cristiani in questo momento possiamo fare: pregare, fare penitenza, intercedere. E di questo ringraziamo il Santo Padre di vero cuore.

In tutto questo frastuono dove il rumore assordante delle bombe si mischia alle tante voci di dolore e ai tanti contrastanti sentimenti, sento il bisogno di condividere con voi una parola che abbia la sua origine nel Vangelo di Gesù, perché in fondo è da lì che tutti noi dobbiamo partire e lì dobbiamo sempre ritornare. Una parola di Vangelo che ci aiuti a vivere questo tragico mo-mento unendo i nostri sentimenti a quelli di Gesù.

Guardare a Gesù, ovviamente, non significa sentirci esonerati dal dovere di dire, denunciare, richiamare, oltre che consolare e incoraggiare. Come abbiamo ascoltato nel Vangelo di dome-nica scorsa, è necessario rendere “a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Matt. 22,21). Guardando a Dio, vogliamo dunque, innanzitutto, rendere a Cesare ciò che è suo.

La coscienza e il dovere morale mi impongono di affermare con chiarezza che quanto è avvenuto il 7 ottobre scorso nel sud di Israele, non è in alcun modo ammissibile e non possiamo non condannarlo. Non ci sono ragioni per una atrocità del genere. Si, abbiamo il dovere di affermarlo e denunciarlo. Il ricorso alla violenza non è compatibile col Vangelo, e non conduce alla pace. La vita di ogni persona umana ha una dignità uguale davanti a Dio, che ci ha creati tutti a Sua immagine.

La stessa coscienza, tuttavia, con un grande peso sul cuore, mi porta oggi ad affermare con altrettanta chiarezza che questo nuovo ciclo di violenza ha portato a Gaza oltre cinquemila morti, tra cui molte donne e bambini, decine di migliaia di feriti, quartieri rasi al suolo, man-canza di medicinali, acqua, e beni di prima necessità per oltre due milioni di persone. Sono tragedie che non sono comprensibili e che abbiamo il dovere di denunciare e condannare senza riserve. I continui pesanti bombardamenti che da giorni martellano Gaza causeranno solo morte e distruzione e non faranno altro che aumentare odio e rancore, non risolveranno alcun problema, ma anzi ne creeranno dei nuovi. È tempo di fermare questa guerra, questa violenza insensata.

È solo ponendo fine a decenni di occupazione, e alle sue tragiche conseguenze, e dando una chiara e sicura prospettiva nazionale al popolo palestinese che si potrà avviare un serio processo di pace. Se non si risolverà questo problema alla sua radice, non ci sarà mai la stabilità che tutti auspichiamo. La tragedia di questi giorni deve condurci tutti, religiosi, politici, società civile, comunità internazionale, ad un impegno in questo senso più serio di quanto fatto fino ad ora. Solo così si potranno evitare altre tragedie come quella che stiamo vivendo ora. Lo dobbiamo alle tante, troppe vittime di questi giorni, e di tutti questi anni. Non abbiamo il diritto di lasciare ad altri questo compito.

Ma non posso vivere questo tempo estremamente doloroso, senza rivolgere lo sguardo verso l’Alto, senza guardare a Cristo, senza che la fede illumini il mio, il nostro sguardo su quanto stiamo vivendo, senza rivolgere a Dio il nostro pensiero. Abbiamo bisogno di una Parola che ci accompagni, ci consoli e ci incoraggi. Ne abbiamo bisogno come l’aria che respiriamo.

“Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!” (Gv 16,33).

Ci troviamo alla vigilia della passione di Gesù. Egli rivolge queste parole ai suoi discepoli, che di lì a poco saranno sballottati come in una tempesta di fronte alla Sua morte. Saranno presi dal panico, si disperderanno e fuggiranno, come pecore senza pastore.

Ma questa ultima parola di Gesù è un incoraggiamento. Non dice che vincerà, ma che ha già vinto. Anche nel dramma che verrà, i discepoli potranno avere pace. Non si tratta di una pace irenica campata in aria, né di rassegnazione al fatto che il mondo è malvagio e che non pos-siamo fare nulla per cambiarlo. Ma di avere la certezza che proprio dentro tutta questa malva-gità, Gesù ha vinto. Nonostante il male che devasta il mondo, Gesù ha conseguito una vittoria, ha stabilito una nuova realtà, un nuovo ordine, che dopo la risurrezione sarà assunto dai disce-poli rinati nello Spirito.

È sulla croce che Gesù ha vinto. Non con le armi, non con il potere politico, non con grandi mezzi, né imponendosi. La pace di cui parla non ha nulla a che fare con la vittoria sull’altro. Ha vinto il mondo, amandolo. È vero che sulla croce inizia una nuova realtà e un nuovo ordine, quello di chi dona la vita per amore. E con la Risurrezione e con il dono dello Spirito, quella realtà e quell’ordine appartengono ai suoi discepoli. A noi. La risposta di Dio alla domanda sul perché della sofferenza del giusto, non è una spiegazione, ma una Presenza. È Cristo sulla croce.

È su questo che si gioca la nostra fede oggi. Gesù in quel versetto parla giustamente di coraggio. Una pace così, un amore così, richiedono un grande coraggio.

Avere il coraggio dell’amore e della pace qui, oggi, significa non permettere che odio, vendetta, rabbia e dolore occupino tutto lo spazio del nostro cuore, dei nostri discorsi, del nostro pensare. Significa impegnarsi personalmente per la giustizia, essere capaci di affermare e denunciare la verità dolorosa delle ingiustizie e del male che ci circonda, senza però che questo inquini le nostre relazioni. Significa impegnarsi, essere convinti che valga ancora la pena di fare tutto il possibile per la pace, la giustizia, l’uguaglianza e la riconciliazione. Il nostro parlare non deve essere pieno di morte e porte chiuse. Al contrario, le nostre parole devono essere creative, dare vita, creare prospettive, aprire orizzonti.

Ci vuole coraggio per essere capaci di chiedere giustizia senza spargere odio. Ci vuole coraggio per domandare misericordia, rifiutare l’oppressione, promuovere uguaglianza senza pretendere l’uniformità, mantenendosi liberi. Ci vuole coraggio oggi, anche nella nostra diocesi e nelle nostre comunità, per mantenere l’unità, sentirsi uniti l’uno all’altro, pur nelle diversità delle nostre opinioni, delle nostre sensibilità e visioni.

Io voglio, noi vogliamo essere parte di questo nuovo ordine inaugurato da Cristo. Vogliamo chiedere a Dio quel coraggio. Vogliamo essere vittoriosi sul mondo, assumendo su di noi quella stessa Croce, che è anche nostra, fatta di dolore e di amore, di verità e di paura, di ingiustizia e di dono, di grido e di perdono.

Prego per tutti noi, e in particolare per la piccola comunità di Gaza, che più di tutte sta sof-frendo. In particolare, il nostro pensiero va ai 18 fratelli e sorelle periti recentemente, e alle loro famiglie, che conosciamo personalmente. Il loro dolore è grande, eppure, ogni giorno di più mi rendo conto che loro sono in pace. Spaventati, scossi, sconvolti, ma con la pace nel cuore. Siamo tutti con loro, nella preghiera e nella solidarietà concreta, ringraziandoli della loro bella testimonianza.

Preghiamo infine per tutte le vittime innocenti. La sofferenza degli innocenti davanti a Dio ha un valore prezioso e redentivo, perché si unisce alla sofferenza redentrice di Cristo. Che la loro sofferenza avvicini sempre di più la pace!

·       Ci stiamo avvicinando alla solennità della Regina di Palestina, la patrona della nostra diocesi. Quel santuario fu eretto in un altro periodo di guerra, e fu scelto come luogo speciale per pre-gare per la pace. In quei giorni riconsacreremo nuovamente la nostra Chiesa e la nostra terra alla Regina di Palestina! Chiedo a tutte le chiese nel mondo di unirsi al Santo Padre e a noi nella preghiera, e nella ricerca di giustizia e pace.

Non potremo quest’anno ritrovarci tutti, perché la situazione non lo permette. Ma sono certo che tutta la diocesi sarà unita in quel giorno per pregare unita e solidale per la pace, non quella del mondo, ma quella che ci dona Cristo.

Con l’augurio di ogni bene,

†Pierbattista Card. Pizzaballa

Patriarca di Gerusalemme dei Latini

·         24 OTTOBRE 2023

lunedì 23 ottobre 2023

CI HANNO TRADITO TUTTI TRANNE DIO

IL DRAMMA DEI CRISTIANI DELL'ARTSAKH

"La storia può essere servitù,
la storia può essere libertà. Vedi, ora svaniscono
le facce e i luoghi, con il sé che, come poteva,
li amava,
per diventare rinnovati, trasfigurati, in un'altra
trama.
Il peccato è Necessario, ma
tutto sarà bene, e
ogni sorta di cose sarà bene.

(Thomas S.Eliot, Quattro quartetti, LITTLE GIDDING,parte III)

Presentiamo il video dell’incontro “CI HANNO TRADITO TUTTI TRANNE DIO”, sul dramma dei cristiani dell’Artsakh, organizzato da Esserci e tenutosi al teatro Rosetum di Milano. Oltre agli interventi di Casadei, Farina e Salini, e il messaggio di Antonia Arslan, è degno di nota il video inedito di testimonianze raccolto dai giornalisti di Tempi. 



domenica 22 ottobre 2023

ANTONIA ARSLAN: «IN ARTSAKH ABBIAMO VISTO CHE COS’È UN GENOCIDIO»

ANTONIA ARSLAN: «IN ARTSAKH ABBIAMO VISTO CHE COS’È UN GENOCIDIO»

Il video inviato dall’autrice de “La masseria delle allodole” in occasione dell’incontro di Tempi sulla cacciata degli armeni dal Nagorno-Karabak




Nelle recenti vicende di «questa meravigliosa piccola nazione che era l’Artsakh e che oggi è scomparsa», nell’assedio e poi nella cacciata per mano turco-azera di quella «frazione del popolo armeno» che fino a poche settimane fa abitava la regione contesa del Nagorno-Karabakh e che ora l’ha abbandonata in massa, «ci sono lezioni che non dovremmo dimenticare». E la prima lezione è «che cosa è un genocidio».

 

Sono le dure, amare parole incise da Antonia Arslan in questo video, un saluto-appello che la grande scrittrice di origini armene ha voluto inviare a Tempi in occasione dell’incontro pubblico “«Ci hanno tradito tutti tranne Dio». La fine dell’Artsakh (la fine?). L’esodo di un popolo”, in programma sabato 21 ottobre, alle ore 10.30 al teatro Rosetum a Milano (via Pisanello, 1), organizzato dal nostro giornale con Esserci, Centro Rosetum e Associazione Le Vedette. 

Genocidio, ricorda l’autrice de La masseria delle allodole, significa «non solo sterminio fisico, ma cancellazione, cancellazione della cultura, cancellazione delle tracce che ha lasciato un popolo». È esattamente quello che accade nel Nagorno-Karabakh, dice la Arslan, dove l’obiettivo del regime di Baku è spazzare via «la vita delle persone, la realtà della terra dove hanno vissuto per millenni».

«Le testimonianze che ascolterete», aggiunge la scrittrice riferendosi alle interviste dei profughi armeni del Nagorno-Karabakh che saranno proiettate durante l’incontro di domani, «sono la prova di quello di cui stiamo parlando»: gli armeni dell’Artsakh «hanno perduto tutto», compresa la loro storia.

Termina il suo intervento video con un auspicio Antonia Arslan: «Che l’Armenia non sia attaccata anch’essa nelle prossime settimane», che l’Armenia non diventi la tappa successiva di quello che sembra essere «il progetto di conquista» dell’Azerbaigian.


giovedì 19 ottobre 2023

LA NUOVA POLONIA CHE PIACE A BRUXELLES

Eccessivo controllo dei media, riforma della giustizia, scandali e aborto. Gli elettori “puniscono” il PiS, ma l’eterogenea coalizione guidata da Tusk non avrà vita facile (e non dirà sempre “sì” all’Ue)

Rodolfo Casadei

 

Donald Tusk

Nelle elezioni polacche succede quello che è successo nelle elezioni spagnole: il partito che ha raccolto più voti non governerà il paese, ma finirà all’opposizione. Il fatto di avere raccolto otto punti percentuali in meno rispetto alle precedenti elezioni (35,38 per cento anziché 43,59 per cento) e nessun premio di maggioranza rispetto al 2019 fanno sì che Diritto e giustizia (PiS), il partito del premier uscente Mateusz Morawiecki, non appaia più in grado di governare da solo come nella legislatura appena conclusa, e nemmeno di trovare dei partner per un governo di coalizione, anche se il leader Jaroslaw Kaczynski nel suo primo discorso dopo il voto ha lasciato intendere che nulla sarà lasciato intentato.

Tuttavia, con la maggioranza della Camera a 231 seggi, un’alleanza con l’estrema destra rappresentata da Konfederacja non rappresenta una soluzione: sia perché il partito ultraliberista ottiene soltanto 18 deputati, sia perché per tutta la campagna elettorale ha dichiarato che non si alleerà né col PiS né con le altre forze della (fino a ieri) opposizione. L’altro potenziale partner, il Partito popolare polacco erede del Partito dei contadini (il più antico partito polacco fra quelli oggi esistenti) che si è presentato alle elezioni con la coalizione chiamata Terza Via, ha respinto vigorosamente le avance di alcuni esponenti di Diritto e giustizia. Che perde oltre 40 seggi rispetto a quattro anni fa (194 contro 235).

Un governo che andrà dal centrodestra alla sinistra

Il presidente Andrzej Duda offrirà probabilmente l’incarico a Morawiecki in quanto primo ministro uscente ed esponente del partito che ha comunque ottenuto la maggioranza relativa, ma verosimilmente il suo mandato esplorativo si concluderà alla stessa maniera di quello di Alberto Núñez Feijóo in Spagna. Dopodiché la palla passerà a Donald Tusk, leader di Piattaforma civica (Ko), il cui partito è cresciuto sia nel risultato complessivo (30,7 per cento contro il 27,4 del 2019) sia in seggi, che saranno 157 invece che 134 come nel vecchio parlamento.Altra somiglianza della situazione polacca con la vicenda elettorale spagnola è che anche qui il leader del secondo partito più votato per poter governare dovrà mettere insieme una maggioranza eteroclita.

Piattaforma civica si presenta come partito di centrodestra ed è affiliata al Partito popolare europeo (Ppe), ma in realtà è un partito di centrosinistra con un programma decisamente laicista; i potenziali partner di governo sono i centristi di Terza Via, che è una coalizione fra il già citato Partito popolare polacco e la nuova formazione Polonia 2050 (che aderisce a Renew Europe, il gruppo politico liberale europeo egemonizzato dal partito di Emmanuel Macron e al quale prendono parte gli italiani Azione e Italia viva) e Lewica, cioè la sinistra polacca, quella dai cui ambienti sono state lanciate le accuse di copertura di preti pedofili contro Giovanni Paolo II e che ha definito la beatificazione della famiglia Ulma, massacrata nel 1944 dai nazisti per avere nascosto ebrei perseguitati, una manovra della Chiesa cattolica per convogliare voti sul PiS.

La volontà degli elettori polacchi è chiara

Nonostante le differenze ideologiche e dei programmi il governo tripartito di coalizione (che avrà una maggioranza di 248 seggi) si farà, perché esprime la volontà maggioritaria degli elettori che si sono recati alle urne in una percentuale record (74 per cento, la più alta di sempre, superiore persino a quella delle prime elezioni libere dopo la fine del comunismo) di mandare all’opposizione il PiS che ha governato per otto anni di seguito il paese e di porre fine ai contenziosi con l’Unione Europea, accumulatisi negli anni di governo del partito di destra.

A causare la netta sconfitta della formazione guidata da Jaroslaw Kaczynski non è stata certamente la performance economica del paese: negli ultimi otto anni la Polonia ha avuto una crescita media annua del Pil prossima al 5 per cento, proseguendo e migliorando un trend positivo che dura dal 1993. Né le generose politiche sociali di sostegno e sovvenzioni alle famiglie e ai ceti svantaggiati, che il nuovo governo si guarderà bene dal ridimensionare.

Gli errori del governo uscente, dai media all’aborto

A creare un sentimento ostile nei confronti del governo uscente sono stati l’occupazione dei media pubblici trasformati in ufficio stampa dell’esecutivo, la riforma della giustizia percepita come una politicizzazione della magistratura nell’interesse del partito di governo, la conflittualità continuamente alimentata nei confronti dell’Unione Europea e della Germania, alcuni scandali come quello legato al rilascio di visti Schengen a cittadini stranieri dietro pagamento di mazzette e la questione dell’aborto: la sentenza della Corte costituzionale (la cui composizione è stata modificata negli ultimi anni con l’aggiunta di soggetti favorevoli al PiS) ha notevolmente ristretto i criteri per l’accesso all’interruzione della gravidanza con un intervento dell’ottobre 2020 che ha dichiarato incostituzionale l’aborto per malattia del feto.