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venerdì 7 febbraio 2014

CORTI : LA SCRITTURA LA FEDE LA GUERRA

Corti: «Il fatto che i miei libri possano aver fatto del bene è il patrimonio che potrà essermi utile nell’aldilà»
Febbraio 6, 2014 
Intervista all’autore del Cavallo rosso, scomparso martedì. La scrittura, la fede, la guerra. «Considerando la mia vita, osservo che la visione di partenza, quella cristiana, era giusta»

Per gentile concessione dell’autrice e di Studi cattolici, pubblichiamo un’intervista di Paola Scaglione allo scrittore Eugenio Corti, scomparso il 4 febbraio 2014. Intitolata originariamente «Lo scrivere, il tempo & la misericordia» è apparsa sulla rivista 521/22, luglio/agosto 2004

Lo sguardo azzurro trapassa il verdeggiare del giardino nell’estate briantea e si affaccia lontano. Si posa oltre i monti che fanno da sfondo alla finestra del suo studio: «Per la mia sorte faccio affidamento soprattutto sulla misericordia di Dio: non vedo altra possibilità di salvezza».
Eugenio Corti è un impasto di concretezza lombarda e fede salda come roccia. Il suo bilancio di scrittore è lusinghiero: I più non ritornano, diario della ritirata di Russia pubblicato nel 1947, ha raggiunto la sedicesima edizione ed è stato tradotto in inglese e in francese, così come il romanzo sulla guerra di liberazione in Italia, Gli ultimi soldati del re. C’è poi la potenza di evocazione drammaturgica della tragediaProcesso e morte di Stalin, l’ampia saggistica sul comunismo e sul mondo cattolico, la forza narrativa dei racconti per immagini, La terra dell’indio e L’isola del paradiso. E c’èIl cavallo rosso, il romanzo maggiore, giunto in Italia alla diciottesima edizione, a poche settimane dalla stampa della sesta traduzione, quella in giapponese.
Ma, sopra ogni altro esito, c’è l’affetto di quanti, dopo aver letto le sue opere, gli scrivono, chiedono di incontrarlo per attingere al tesoro della sua sapienza di vita indicazioni sull’esistenza e sulla storia. Lui, 83 anni di pacata eleganza, sorride e scuote il capo: la rassegna delle sue opere non fa che radicarlo nella strada di sempre. In una prospettiva realistica confronta il pur rilevante successo dei suoi libri e i dati di vendita di quelli sostenuti dall’industria editoriale: «Certo, ci sono tanti che conoscono Il cavallo rosso e sono affezionati al romanzo; a questi io sono enormemente grato, però c’è molta gente in Italia che ne ignora l’esistenza… e ciò serve a ridimensionarmi».
È comunque un altro traguardo a determinare la sua prospettiva: «Io sono vicino alla conclusione della carriera non solo come scrittore, ma anche come uomo; il pensiero del successo non mi tocca, non può toccarmi: che cosa mi porto dietro nell’aldilà? Se mai è più importante, da questo punto di vista, il fatto che molti testimoniano che i miei libri possono fare bel bene, che fanno loro del bene: questo è il patrimonio che potrà essere utile anche nell’aldilà». Ma soprattutto – ed è presenza ricorrente nelle parole di Corti – c’è la misericordia, attesa con incrollabile certezza.
La serenità è il tratto dominante in quest’uomo dallo spirito combattivo ed energico, mitigato appena dalla saggezza degli anni che passano, da sempre orientati al tempo che resta.
Nel nostro tempo, comunque, rimane la risposta positiva dei lettori alle opere di Corti, al Cavallo rosso, in particolare, che il cardinale di Lione, Philippe Barbarin, in una recente intervista al settimanale francese Famille Chrétienne, ha definito «un affresco impressionante», accostandolo alle «grandi epopee» della letteratura come I miserabili,Guerra e paceI fratelli KaramazovIl rosso e il nero.
Da più parti Il cavallo rosso è stato indicato come il maggior romanzo del ventesimo secolo e Richard Brown, editor della oxfordiana Family Publications, ha dichiarato: «Sono convinto che Il cavallo rosso verrà considerato un giorno come un’opera spartiacque per la comprensione del ventesimo secolo e come uno dei più grandi lavori di letteratura cristiana».
È l’aspetto che preme allo scrittore: «Quello che a me più interessa è che il romanzo si ponga come una presenza significativa nella cultura, con la funzione di mostrare quale sia stata la realtà del XX secolo».
Dunque il valore del romanzo si collocherebbe sul piano storico prima che su quello letterario? Corti ricorda, certo, un giudizio diffuso tra i suoi lettori e che risuona in tutte le lingue in cui Il cavallo rosso è stato tradotto: «È il più bel libro che abbia mai letto!». E precisa: «Stando ai lettori, ciò che definisce il valore del romanzo è la bellezza della pagina. La prima dote, dunque, è la bellezza; in parallelo – in contemporanea – c’è la verità. È fondamentale che il libro sia bello, altrimenti i lettori non procedono. Poi il fatto che sia un romanzo storico li aiuta a  inquadrare la verità sulla storia».
Il compito della vita

Ripercorrendo il proprio percorso letterario, Corti considera: «Quando un autore si accinge a scrivere un libro, spera che questo raggiunga la massima perfezione Anch’io lo avevo sperato e, quando sono arrivato a licenziare Il cavallo rosso, ho avuto la percezione di essere giunto a quel traguardo. Lo stesso è accaduto per I più non ritornano e per Processo e morte di Stalin. Una sensazione diversa, non così totale, l’ho avuta perGli ultimi soldati del re, considerando la perfezione letteraria di certe pagine».