giovedì 29 luglio 2021

UN MINUTO DI SILENZIO

WISŁAWA SZWISŁAWA SZYMBORSKAYMBORSKA_

Wisława Szymborska

In memoria di Ludwika Antonina Wawrzyńska


Conosciamo noi stessi solo fin dove
siamo stati messi alla prova.
Ve lo dico
dal mio cuore sconosciuto.


Una sera a Moustier St. Marie

________________________________

E tu dove vai,
là ormai non c’è che fumo e fiamme!
– Là ci sono quattro bambini d’altri,
vado a prenderli!

Ma come,
disabituarsi così d’improvviso
a se stessi?
al succedersi del giorno e della notte?
alle nevi dell’anno prossimo?
al rosso delle mele?
al rimpianto per l’amore,
che non basta mai?

Senza salutare, non salutata
in aiuto ai bambini corre, s’affanna,
guardate, li porta fuori tra le braccia,
nel fuoco quasi a metà sprofondata,
i capelli in un alone di fiamma.

E voleva comprare un biglietto,
andarsene via per un po’,
scrivere una lettera,
spalancare la finestra dopo la pioggia,
aprire un sentiero nel bosco,
stupirsi delle formiche,
guardare il lago
increspato dal vento.

Il minuto di silenzio per i morti
a volte dura fino a notte fonda.

Sono testimone oculare
del volo delle nubi e degli uccelli,
sento crescere l’erba
e so darle un nome,
ho decifrato milioni
di caratteri a stampa,
ho seguito con il telescopio
stelle bizzarre,
solo che nessuno finora
mi ha chiamato in aiuto
e se rimpiangessi
una foglia, un vestito, un verso-

Conosciamo noi stessi solo fin dove
siamo stati messi alla prova.
Ve lo dico
dal mio cuore sconosciuto
.

Wisława Szymborska, Un minuto di silenzio [da “Appello allo Yeti” 1957]


Ludwika Antonina Wawrzyńska (Varsavia22 aprile 1908 – Varsavia18 febbraio 1955) è stata una maestra polacca. L'8 febbraio 1955 salvò quattro bambini da un edificio in fiamme. Morì il 18 febbraio dello stesso anno a causa delle gravi ustioni riportate.

 

 

mercoledì 28 luglio 2021

LETTERA DI DON JULIÁN CARRÓN AGLI ISCRITTI DELLA FRATERNITÀ


Dopo un mese di attesa e di riflessione, con una lettera preoccupata ma determinata a dare concreta attuazione al Decreto del Dicastero del Cardinale Farrel, Julian Carron informa tutti gli iscritti della Fraternità dei passi finora intrapresi.

In calce la lettera del del Superiore Generale della Fraternità San Carlo, don Paolo Sottopietra, resa nota il giorno dopo la pubblicazione del Decreto del Card. Farrel

 

Giotto: Allegoria dell'obbedienza
Basilica Inferiore di Assisi

Carissimi amici,

come sapete, in seguito alla pubblicazione del Decreto generale emesso dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, riguardante l’esercizio del governo all’interno delle associazioni internazionali di fedeli, ho immediatamente comunicato al Prefetto del Dicastero, Cardinale Farrell, la nostra piena disponibilità a dare seguito a quanto richiesto.

Desidero quindi informarvi dei passi sinora intrapresi e di quelli che intenderemmo intraprendere in tale direzione. In queste settimane l’Esecutivo della Fraternità, insieme ad alcuni esperti giuristi, ha avviato un’intensa riflessione riguardante gli adempimenti normativi necessari per regolare la durata dei mandati nell’organo centrale di governo della Fraternità e le modalità di partecipazione alla nomina dei membri della Diaconia centrale e del Presidente.

Da subito abbiamo desiderato condividere con il Dicastero i passi del lavoro e per questo, nei giorni scorsi, Roberto Fontolan, direttore del Centro Internazionale di CL, nonché membro del medesimo Dicastero, ha incontrato il Cardinale Farrell.

Nel corso del dialogo, molto cordiale, sono stati approfonditi alcuni aspetti delle nuove norme, si è chiarita la tempistica di un percorso che riguarda tutte le realtà associative del laicato ed è stata sottolineata la grande importanza dell’Assemblea che il Dicastero ha convocato il 16 settembre prossimo, invitando i rappresentanti di tutti i movimenti, le associazioni e le nuove comunità.

Prevediamo ora, per dare concreta attuazione al Decreto, di condividere le modalità operative nella prima riunione utile della Diaconia centrale, fissata a fine agosto. L’occasione dell’Assemblea del 16 settembre ci consentirà poi di verificare e di approfondire la nostra ipotesi di lavoro, che intendiamo comunque sviluppare in dialogo con il Dicastero. Alla luce delle indicazioni che ne emergeranno, si darà avvio al processo che condurrà al rinnovo dei membri della Diaconia centrale e del Presidente e che, in modo diretto o indiretto, coinvolgerà ciascuno di noi.

Per affrontare questa circostanza a cui la Chiesa ci chiama, niente è più importante che prendere consapevolezza della natura del nostro vero bisogno. Questa coscienza chiara di noi stessi ci faciliterà nel riconoscere che cosa ci serve per vivere e quindi nell’identificare in chi noi vediamo risplendere oggi la grazia del carisma, quella attrattiva che ci ha conquistato nell’incontro e che ha cambiato alla radice la nostra vita. Quanto più asseconderemo l’attrattiva attraverso cui lo Spirito del Signore ci trascina ora ˗ riempiendoci delle ragioni adeguate e dell’entusiasmo necessario per continuare a vivere l’appartenenza al movimento, così decisiva per la nostra appartenenza a Cristo nella Chiesa˗, tanto più sarà facile riconoscere chi ci potrà guidare nella nuova fase che si apre davanti a noi.

Aiutiamoci a non eludere la profondità della questione, anzitutto sostenendoci nella preghiera e nella fedeltà al lavoro di Scuola di comunità che stiamo facendo, personalmente e nei nostri gruppi. Suggerisco anche di riprendere il testo Generare tracce nella storia del mondo che abbiamo iniziato a studiare l’anno passato, dove viene dispiegato il metodo usato da Dio per farsi riconoscere nella storia ˗ come è documentato da Giovanni e Andrea fino al carisma ˗, cruciale per stare fino in fondo davanti a questa nuova circostanza.

Con tutto l’affetto di cui sono capace,

vostro don Julián Carrón

Milano 27 luglio 2021


ecco la bellissima lettera di Don Paolo Sottopietra, Superiore Generale della Fraternità San Carlo






martedì 27 luglio 2021

COSÌ SI COSTRUISCE UNA NUOVA CIVILTÀ

Luigi Giussani

“Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne”

Giotto: La Resurrezione e Noli Me Tangere
Padova, Cappella degli Scrovegni

"(…) Per questo è importante, per il cristiano, l’impostazione culturale.

Essa è originariamente una nuova mentalità che l’amicizia, in una compagnia come la nostra, più o meno lentamente genera. È qui che sorge una nuova struttura di pensiero, di sensibilità, di affezione. Infatti, quanto più approfondisco la coscienza di me stesso, tanto più riesco a giudicare tutto con questa esperienza.

La più bella definizione di critica io l’ho trovata nella Lettera ai Tessalonicesi, quando san Paolo scriveva proprio ai più ignoranti, a quelli di Salonicco: «Vagliate ogni cosa e trattenete il valore». «Vagliate ogni cosa», perciò niente è censurabile, niente è escluso, «e trattenete», lui letteralmente dice, «il bello»; ma il bello, come diceva san Tommaso, «è lo splendore del vero», perciò «trattenete quello che è vero»; ma il vero in quanto ti muove si chiama «valore»: «trattenete il valore».

«Il poco gusto e il poco amore» prosegue la nota «a curare la nostra mentalità e perciò a sviluppare in noi quello che si chiama “cultura”» - vale a dire un modo di vedere tutta la realtà, d’affrontarla, di giudicarla, costruendo dentro l’orizzonte grande il nostro contributo creativo, partendo da dove siamo, nell’ora che viviamo - «sarebbe segno di superficialità nell’appartenenza. Questa posizione, questa mentalità, o cultura, si esprime nel giudizio, e il giudizio è la consapevolezza della esperienza che si sviluppa nei problemi e nelle difficoltà dell’esistenza.

Occorre dunque che in noi avvenga una coscienza viva e critica, sempre più chiara, sempre più capace di capire le implicazioni dell’esperienza che viviamo, così che ne nasca una forma, la forma di un nuovo modo di vivere e di sentire.»

Da: LA VERITA’ NASCE DALLA CARNE,  pag. 80-81, Esercizi Spirituali della Fraternità di Comunione e Libeazione 1989

Rizzoli, BUR 2019

lunedì 12 luglio 2021

L’IDENTITÀ, IL NUOVO VITELLO D’ORO.


Cultura, politica e antropologia nel dibattito sul Ddl Zan


 Sul DdL Zan anche il CROCEVIA ha un’opinione, opinabile come tutte le opinioni.

Per riassumerla in breve: serve una sanzione penale dei crimini commessi contro omo-transessuali. Si deve intendere come ulteriore e integrativa rispetto a quelle già previste dalla Legge Mancino n. 205 del 25 giugno 1993, la quale punisce frasi, gesti, azioni e slogan aventi per scopo l’incitamento all’odio e alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali? Serve una legge? Se è vero che le leggi non creano una nuova etica pubblica, però aiutano parecchio a creare un costume. La repressione introiettata genera un ethos.

D’altronde, ricerche e sondaggi documentano da anni che nella società civile esiste tuttora una forte minoranza, che non riconosce come reati i comportamenti anti-omo/transfobici. E, dunque, esiste nello schieramento politico una minoranza che rappresenta direttamente in Parlamento questa mentalità e che la dilata, le offre voce, per l’appunto, la alimenta per ricavarne consenso elettorale da spendere in ben altre sfere della vita civile del Paese. La società è questa, la democrazia reale è questa. Occorre però che questa legge non generi nuove minoranze e nuove oppressioni.

…..

Si è comunque creata nel paese una maggioranza trasversale che converge sull’obbiettivo minimo/massimo: quello di sanzionare i comportamenti  omo-transfobici.

Sanzionare anche le idee? Qui i giuristi discutono, la Commissione Affari costituzionali della Camera ha fornito saggi consigli e raccomandazioni al riguardo. Se non si precisano i confini penali tra opinioni, propaganda, istigazione, il rischio è di consegnare a ogni singolo giudice la determinazione di quei confini, fino a pregiudicare la libertà di opinione. Fin qui tutto ragionevole?

No! Perché Enrico Letta ha deciso che il progetto di Legge si deve approvare così com’è. 

LE RAGIONI DI UNA POSIZIONE POLITICA OSTINATA

Restano da comprendere le ragioni di tanta ostinazione, considerato che al Senato una maggioranza non ci sia, e che anche all’interno del PD le obiezioni siano rilevanti e crescenti.

Le ragioni sono due. 

Una è di pura e semplice manovra politica. Non avendo voluto appoggiare fino in fondo e fin dall’inizio il Governo Draghi e avendo perseguito fino all’ultimo il disegno di un’alleanza con Giuseppe Conte, che si accingeva, all’ombra del semestre bianco, alla guerriglia e agli agguati contro il Governo, Letta si trova ora in una scomoda posizione. Come disincagliarsi?

 Innalzando la bandiera identitaria della sinistra contro la destra. Mentre Mattarella ha proposto e Draghi ha praticato un governo politico di unità nazionale, dentro il quale ciascuno smussa qualche spigolo, Letta cerca lo scontro, nell’illusione di “farsi vedere”. Ha un bell’accusare la destra di fare manovra politica, utilizzando il DdL Zan.

Sta assumendo simmetricamente la stessa postura. Si tratta di una mossa cinica, perché porta all’omicidio del Disegno di legge, a tutto svantaggio di una categoria di cittadini che pure si proclama con tutta intransigenza di voler proteggere. Fin qui, si potrebbe riconoscere sconsolatamente, nulla di nuovo: “così fan tutte”… le forze politiche. 

La crisi d’identità del Partito democratico

Ma c’è una ragione più profonda, che attiene al contenuto dell’identità che si vuole affermare. Già, quale identità? E qui la seconda ragione si spacca in due sotto-ragioni, reciprocamente intrecciate, l’una peggiore dell’altra.

La prima è il mood identitario di origine “democrats” all’americana.

La seconda è il contenuto dell’identità come metodo.

Il Partito democratico americano ha cessato di essere il partito dei lavoratori-classe media per trasformarsi in un amalgama di identità: etnie, gruppi di interesse, culture, tra cui, crescenti, quella del “gender” e del “cancel culture”, il tutto convogliato dentro la cloaca maxima dei social e dei like. Biden ha vinto, perché è riuscito a tornare, almeno provvisoriamente, al “vecchio” Partito democratico rooseveltiano-kennediano e perché Trump ha fallito di fronte alla sfida interna del Covid e a quella del disordine mondiale, che ha preteso di affrontare senza alleati. 

Il Partito democratico italiano si trova nella stessa condizione. Se la sinistra storica italiana, PCI e PSI, aveva quale asse sociale principale la produzione, vista principalmente dal lato del lavoro, il PD ha smarrito questa eredità. Si dirà: e il sindacato non è forse legato al PD? I dirigenti sindacali sì, i sindacalizzati no: tessera del sindacato, ma voto politico ballerino tra destra e sinistra. Cos’è allora il PD oggi? Un puzzle disordinato di sotto-identità. Ne ha troppe, non ne ha nessuna.

Se difendere le persone LBGTQUIA è un dovere etico-politico – è una questione di fedeltà al principio-persona –  assumere le visioni antropologiche del loro movimento no! Così, più l’identità è debole e più viene gridata. E più viene buttata in manovra politica. Così il PD si trova al traino di Fedez-Ferragni. Ecco perché il DdL Zan rischia di schiantarsi sugli scogli. In attesa che incominci il penoso rimpallo delle responsabilità del suo annegamento.

In conclusione: chi ha una posizione dogmatica intransigente sul testo (finta o sincera che sia) in realtà pensa già di trarre vantaggio da qualunque risultato: se il DDL verrà bocciato, griderà alla scandalo, emetterà scomuniche, stilerà la lista dei cattivi ed avrà titoli e argomenti per molto tempo (forse preferisce sotto sotto proprio questa soluzione); se vincerà, idem.

Ma c’è forse in giro un'Italia migliore, più umana, più "open", che proprio ora comincia ad apparire? I segnali non sono molti, ma un nuovo inizio è possibile.

 

Nota: il testo riprende in parte un articolo di Giovanni Cominelli apparso sul Web Magazine della Diocesi di Bergamo

 

venerdì 9 luglio 2021

LA CARTA DEI VALORI EUROPEI DICHIARAZIONE SUL FUTURO DELL’EUROPA

Nel dibattito sul futuro dell'Europa, iniziato di recente, non deve mancare la voce dei partiti interessati alla libertà delle nazioni e al sentimento dei popoli europei, che rappresentano cittadini legati da una tradizione europea. La turbolenta storia dell'Europa, soprattutto nel secolo scorso, è caratterizzata da molte avversità. Nazioni che difendevano la propria sovranità ed integrità territoriale dagli aggressori hanno sofferto oltre l'umana immaginazione.

IL FUTURO E' DELLE NAZIONI
Dopo la seconda guerra mondiale, alcuni Paesi europei hanno dovuto lottare con il dominio del totalitarismo sovietico per decenni, prima di riconquistare l'indipendenza. Questa indipendenza, il legame atlantico dell’Unione Europea e il Trattato Nord Atlantico, così come la pace tra le nazioni cooperanti, sono grandi conquiste per un numero significativo di europei, avendo dato loro un senso di sicurezza permanente e creato condizioni ottimali per lo sviluppo. Il processo d'integrazione ha fatto molto per creare strutture durature di cooperazione e per mantenere la pace, la comprensione reciproca e le buone relazioni tra stati. Questo lavoro deve essere mantenuto come un valore di importanza epocale.

Tuttavia la serie di crisi che hanno scosso l’Europa negli ultimi dieci anni hanno dimostrato che la cooperazione europea sta vacillando, soprattutto perché le nazioni si sentono lentamente spogliate del loro diritto ad esercitare i loro legittimi poteri sovrani. 

L'Unione Europea necessita di una profonda riforma perché oggi, invece di proteggere l'Europa e il suo patrimonio, invece di permettere il libero sviluppo delle nazioni europee, sta diventando essa stessa una fonte di problemi, preoccupazioni e incertezza.

L'UE sta diventando sempre più uno strumento di forze radicali che vorrebbero realizzare una trasformazione culturale e religiosa, per arrivare alla costruzione di un’Europa senza nazioni, puntando alla creazione di un Superstato europeo, alla distruzione o alla cancellazione della tradizione europea, alla trasformazione delle istituzioni sociali e dei principi morali fondamentali.

L'uso delle strutture politiche e delle leggi per creare un superstato europeo e nuove forme di struttura sociale è una manifestazione della pericolosa e invasiva ingegneria sociale del passato, situazione che deve indurre ad una legittima resistenza. L'iperattivismo moralista che abbiamo visto negli ultimi anni nelle istituzioni dell'UE ha portato allo sviluppo di una pericolosa tendenza ad imporre un monopolio ideologico.

Siamo convinti che la cooperazione delle nazioni europee dovrebbe essere basata sulle tradizioni, il rispetto della cultura e della storia degli stati europei, sul rispetto dell'eredità giudaico-cristiana dell'Europa e sui valori comuni che uniscono le nostre nazioni, e non puntando alla loro distruzione.

Riaffermiamo la nostra convinzione che la famiglia è l'unità fondamentale delle nostre nazioni. In un momento in cui l'Europa sta affrontando una grave crisi demografica con bassi tassi di natalità e invecchiamento della popolazione, la politica a favore della famiglia dovrebbe essere la risposta rispetto all’immigrazione di massa. Siamo convinti che la sovranità in Europa sia e debba rimanere in capo alle nazioni europee.

L'Unione europea è stata creata da queste nazioni per raggiungere obiettivi che possono essere raggiunti più efficacemente dall'Unione rispetto ai singoli Stati membri. Tuttavia, i limiti delle competenze dell'Unione sono fissati dal principio di attribuzione- tutte le competenze non conferite all'Unione appartengono agli Stati membri, nel rispetto del principio di sussidiarietà. Attraverso una costante reinterpretazione dei trattati da parte delle istituzioni dell'Unione europea negli ultimi decenni, queste delimitazioni si sono spostate significativamente a svantaggio degli stati. Tutto ciò è incoerente con i valori fondamentali dell'Unione e sta portando a un calo della fiducia delle nazioni europee e dei loro cittadini nei confronti di queste istituzioni. Per fermare e invertire questa tendenza, è necessario creare, oltre al principio di attribuzione esistente, un insieme di competenze inviolabili degli Stati membri dell'Unione europea, e un meccanismo appropriato per la loro protezione, con la partecipazione delle corti costituzionali nazionali o di organismi equivalenti.

Tutti i tentativi di trasformare le istituzioni europee in organismi che prevalgono sulle istituzioni costituzionali nazionali creano confusione, minano il senso dei trattati, mettono in discussione il ruolo fondamentale delle costituzioni degli Stati membri, e le controversie sulle competenze che ne derivano sono di fatto risolte con la violenta imposizione della volontà di entità politicamente più forti su quelle più deboli. Tutto ciò distrugge le basi per il funzionamento della comunità europea come comunità di nazioni libere.

Noi crediamo che il consenso debba rimanere il mezzo fondamentale per raggiungere una posizione comune nell'Unione. I recenti tentativi di aggirare questa procedura o le idee sulla sua abolizione minacciano di escludere alcuni paesi dall'influenza sul processo decisionale e di trasformare l'Unione in una forma speciale di oligarchia. Questo potrebbe portare all’annullamento di fatto degli organi costituzionali nazionali, compresi i governi e i parlamenti, ridotti alla funzione di approvare decisioni già prese da altri.

Nei Paesi membri c'è ancora una forte volontà di cooperazione, e uno spirito di comunità e amicizia pervade le nazioni e le società del nostro continente. È il nostro grande capitale. Un'Unione riformata potrà utilizzare questo capitale, mentre un'Unione che rifiuterà di riformarsi lo sprecherà. Per questo oggi ci rivolgiamo a tutti i partiti e gruppi che condividono le nostre opinioni, con questo documento come base per un lavoro culturale e politico comune, rispettando il ruolo degli attuali gruppi politici. 

Riformiamo insieme l'Unione per il futuro dell'Europa!

BRUXELLES 2 luglio 2021

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NOTA DEL CROCEVIA

Che 16 partiti europei che si trovano all’opposizione dell’attuale maggioranza che governa l’Unione abbiano trovato un’intesa, cioè un minimo comune denominatore che le accomuna pur nella loro diversità, è un buon segnale per tanti aspetti.

L’aspetto più positivo o confortante è che il documento non può essere accusato minimamente di antieuropeismo: forze che, a torto o a ragione poco importa, sono state tacciate di Euroexit, di nazionalismo isolazionista, “sovranismo” (una parola che sarebbe un bene se scomparisse presto dal lessico politico) affermano solennemente nella Carta dei valori testé presentata di credere nell’Europa, nel patto atlantico, in tutto quello che di buono si è fatto dal secondo dopoguerra ad oggi per creare sul continente le condizioni ideali per la pace, della prosperità e dello sviluppo.

Un auspicio il nostro, e forse anche una nota di troppo positivo ottimismo? Ma crediamo che oggi sia legittimo farla.

domenica 4 luglio 2021

LETTERA AI CRISTIANI D'OCCIDENTE

 

Joseph Zverina (1913-1990) sacerdote moravo, fu internato durante la seconda guerra mondiale in un campo di concentramento tedesco, e nel 1952  fu condannato a 22 anni di lavori forzati in un campo prigionia comunista. Liberato dopo 15 anni, divenne una delle personalità più autorevoli della rinascita religiosa e civile in Cecoslovacchia, collaboratore del cardinal Tomasek.

Nel 1970 scrisse "la Lettera ai Cristiani D’occidente", che dalla Cecoslovacchia arrivò in maniera rocambolesca in Italia, a don Giussani, che la fece pubblicare e diffondere. Fu proprio la sua dura esperienza che lo spinse ad indirizzare quella lettera ai cristiani dell’Occidente poiché, ai suoi occhi, stavano smarrendo la loro identità cristiana. A suo parere i cristiani di Occidente apparivano affogare nella vita agiata e nel lusso del consumismo, annacquando quanto di più caro avevano ricevuto: la fede in Cristo. In una parola si stavano omologando.  Questa lettera è ancor più importante per noi oggi perché viviamo in un clima accentuatamente esposto al politically correct, dentro e fuori la Chiesa. 

Come scriveva Zverina: “Forse significa che vi siete lentamente perduti in essa? Purtroppo sembra che facciate proprio così. È ormai difficile che vi ritroviamo e vi distinguiamo in questo vostro strano mondo”.

 

Don Francesco Ricci e Joseph Zverina

 

LETTERA AI CRISTIANI D'OCCIDENTE

JOSEF ZVERÌNA

 

«Fratelli, voi avete la presunzione di portare utilità al Regno di Dio assumendo quanto più possibile il saeculum, la sua vita, le sue parole, i suoi slogans, il suo modo di pensare.

Ma riflettete, vi prego, cosa significa accettare questa parola. Forse significa che vi siete lentamente perduti in essa? Purtroppo sembra che facciate proprio così.

È ormai difficile che vi ritroviamo e vi distinguiamo in questo vostro strano mondo. Probabilmente vi riconosciamo ancora perché in questo processo andate per le lunghe, per il fatto che vi assimilate al mondo, adagio o in fretta, ma sempre in ritardo. Vi ringraziamo di molto, anzi quasi di tutto, ma in qualcosa dobbiamo differenziarci da voi. Abbiamo molti motivi per ammirarvi, per questo possiamo e dobbiamo indirizzarvi questo ammonimento. 

"E non vogliate conformarvi a questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, affinché possiate distinguere qual è la volontà di Dio, ciò che è bene, ciò che gli è gradito, ciò che è perfetto" (Rm 12,2). 

Non conformatevi! Mè syschematízesthe! Come è ben mostrata in questa parola la radice verbale e perenne: schema. Per dirla in breve, è vacuo ogni schema, ogni modello esteriore. 

Dobbiamo volere di più, l'apostolo ci impone: "cambiare il proprio modo di pensare in una forma nuova!" - metamorfoûsthe tê anakainósi toû noùs. Come è espressiva e plastica la lingua greca di Paolo! Di contro a schêma o morphé - forma permanente - sta metamorphé - cambiamento della creatura. Non si cambia secondo un qualsiasi modello che è comunque sempre fuori moda, ma è una piena novità con tutta la sua ricchezza (anakainósis). Non cambia il vocabolario ma il significato (noûs). 

Quindi non contestazione, desacralizzazione, secolarizzazione, perché questo è sempre poco di fronte alla anakaínosis cristiana. Riflettete su queste parole e vi abbandonerà la vostra ingenua ammirazione per la rivoluzione, il maoismo, la violenza (di cui comunque non siete capaci). 

Il vostro entusiasmo critico e profetico ha già dato buoni frutti e noi, in questo, non vi possiamo indiscriminatamente condannare. Solo ci accorgiamo, e ve lo diciamo sinceramente, che teniamo in maggior stima il calmo e discriminante interrogativo di Paolo: "Esaminate voi stessi per vedere se siete nella fede, fate la prova di voi medesimi. O non conoscete forse neppure che è in voi Gesù Cristo?" (2 Cor 13,5).

Non possiamo imitare il mondo proprio perché dobbiamo giudicarlo, non con orgoglio e superiorità, ma con amore, così come il Padre ha amato il mondo (Gv3,16) e per questo su di esso ha pronunciato il suo giudizio.
Non phroneîn - pensare -, e in conclusione hyperphroneîn - arzigogolare -, ma sophroneîn - pensare con saggezza (Cfr. Rm 12,3). Essere saggi così che possiamo discernere quali sono i segni della volontà e del tempo di Dio. Non ciò che è parola d'ordine del momento, ma ciò che è buono, onesto, perfetto. 

Scriviamo come gente non saggia a voi saggi, come deboli a voi forti, come miseri a voi ancor più miseri! E questo è stolto perché certamente fra di voi vi sono uomini e donne eccellenti. Ma proprio perché vi è qualcuno occorre scrivere stoltamente, come ha insegnato l'apostolo Paolo quando ha ripreso le parole di Cristo, che il Padre ha nascosto la saggezza a coloro che molto sanno di questo (Lc 10,21)»

QUEI CATTOLICI CHE PER “ABBATTERE I BASTIONI” RINUNCIANO A SE STESSI

Dario Chiesa

Non è tanto la Chiesa a erigere bastioni, semmai è il mondo che erige bastioni contro la Chiesa, confinandola in posizione sempre più marginale. Alcuni cattolici ne sono felici

Nel suo ultimo editoriale, Fernando De Haro invita i cattolici ad abbattere i bastioni per andare incontro all’uomo del XXI secolo. Francamente, non mi sembra che sia la Chiesa a erigere bastioni, semmai è il mondo che erige bastioni contro la Chiesa, cercando di confinarla in uno spazio esclusivamente privato e limitando i suoi interventi pubblici a ciò che è utile o indifferente per il mondo.

In questo senso si può richiamare il sistema sovietico, dove vi era ufficialmente libertà di religione, purché questa rimanesse rinchiusa e silente nel privato. Certamente, i cristiani in Occidente non sono perseguitati come nei Paesi citati nell’editoriale, ma proprio perché rischiano meno hanno ancor più il dovere di proclamare chiaramente la propria fede e il sistema di valori e modi di vivere che ne conseguono.

Giustamente De Haro invita a imparare da quei cristiani che sono realmente perseguitati e a me viene in mente la Lettera ai cristiani d’Occidente che, nel 1970, scrisse padre Jozef Zvěřina, sacerdote ceco che fu prima incarcerato dai nazisti durante la guerra e poi passò 15 anni in un campo d’internamento comunista.

JOSEPH ZVERINA (1913-1990)

In questa lettera, portata clandestinamente oltre la Cortina di ferro, padre Zvěřina richiama i cristiani dell’Occidente: “Fratelli, voi avete la presunzione di portare utilità al Regno di Dio assumendo quanto più possibile il saeculum, la sua vita, le sue parole, i suoi slogan, il suo modo di pensare. Ma riflettete, vi prego, cosa significa accettare questa parola. Forse significa che vi siete lentamente perduti in essa? Purtroppo sembra che facciate proprio così”. E cita San Paolo nella Lettera ai Romani: “Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente”.

Anche don Luigi Giussani citava spesso la frase “Pour se poser, il s’oppose” per sottolineare che bisogna avere coscienza di sé ed essere se stessi per diventare attori, fattori incidenti sul mondo. Il che non vuol dire costruire bastioni, ma porsi per quello che si è e avere la libertà di farlo. Proprio per essere aperti al mondo, per non costruire bastioni, occorre avere una chiara immagine di sé e di cosa la costituisce.

De Haro cita l’evangelico “dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare” per uscire dalle “viscosità della teologia politica”. Bene, ma cosa vuol dire, che il cristiano deve separare ciò in cui crede dalla sua azione pubblica, anche politica? Non credo che De Haro volesse dire questo, perché le due dimensioni dell’essere umano sono distinte ma non separate, come vorrebbe gran parte della cultura dominante. In questo senso, non è senza significato che la Santa Sede sia dovuta ricorrere a un trattato internazionale, il Concordato, perché potesse venire ascoltato il suo parere sul disegno di legge Zan.

A questo proposito, l’amico Fernando dice che “la fede è capace di accogliere tutto il desiderio positivo, tutta la ferita che c’è nelle questioni di genere e di identità che segnano il nostro tempo”. Non vi sono dubbi su questo, ma il punto è che le posizioni che stanno sempre più imponendosi in questo campo, come sull’aborto, sono del tutto contrarie alla visione che dalla fede deriva, e che deriva anche da una corretta e sana concezione dell’umano. La Chiesa è pronta, e ha dimostrato di esserlo, ad accogliere il positivo e le ferite, ma non può accettare medicamenti che rendono le ferite non più guaribili.

In una conferenza del 2005, pochi giorni prima di diventare Papa, il cardinale Ratzinger diceva: “Il concetto di discriminazione viene sempre più allargato, e così il divieto di discriminazione può trasformarsi sempre di più in una limitazione della libertà di opinione e della libertà religiosa. Ben presto non si potrà più affermare che l’omosessualità, come insegna la Chiesa cattolica, costituisce un obiettivo disordine nello strutturarsi dell’esistenza umana. Ed il fatto che la Chiesa è convinta di non avere il diritto di dare l’ordinazione sacerdotale alle donne viene considerato, da alcuni, fin d’ora inconciliabile con lo spirito della Costituzione europea”.

Dopo sedici anni, queste parole sono diventate ancor più attuali e indicano chi realmente eleva baluardi. Basti pensare alla recente delibera del Parlamento europeo in cui si definisce l’aborto un “diritto umano”.

De Haro mette anche in risalto il rapporto tra verità e libertà, un rapporto che il cristiano non può che vedere alla luce di quanto Gesù Cristo ha detto: “La verità vi farà liberi”. Ma non è facile evitare la domanda scettica di Pilato: “Cos’è la verità?”. La risposta di Gesù, “Io sono la verità, la via e la vita”, rimane ancor oggi, e forse più che mai, difficile da capire e da accettare per il mondo. E, nonostante tutto, questo può capitare ancora purtroppo a ciascuno di noi.

ILSUSSIDIARIONET 02.07.2021 – 

 

venerdì 2 luglio 2021

DE HARO I BASTIONI E L’INGENUO CRISTIANESIMO

Fernando de Haro ha scritto qualche giorno fa sul Sussidiario:

https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2021/6/29/la-verita-non-ha-bisogno-di-fortezze/2189414/ (che consiglio di leggere)

Ha risposto Sabino Paciolla: https://www.sabinopaciolla.com/de-haro-i-bastioni-e-lingenuo-cristianesimo/ nel suo blog con l’intervento che segue.

 nota bene:

Rodolfo Casadei sulla sua pagina fb ha condiviso con queste parole:« (…) questa sua reazione all'articolo di Fernando De Haro intitolato "La verità non ha bisogno di fortezze" ci voleva proprio. Sarebbe bello che su questi argomenti ci si potesse confrontare seriamente e fraternamente, consapevoli che nessuno oggi ha l'esclusiva del carisma, e non su Facebook ma in assemblee cristiane vere e partecipate. Prego che quel momento arrivi. Per intanto, grazie Sabino».

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LA COLLINA DELLE CROCI
LITUANIA

A volte, dopo la lettura di certi articoli si corre il rischio di rimanere depressi o arrabbiati. E’ quello che mi è capitato leggendo un articolo a firma di Fernando De Haro, pubblicato su Il Sussidiario. Tenuto conto però dell’autore e, soprattutto, dell’ambiente cui appartiene, è il caso che esprima qualche osservazione.

Il contenuto dell’articolo può essere sintetizzato così: “Quello che scriveva von Balthasar quasi 70 anni fa è ancora oggi molto attuale: il cristianesimo non ha bisogno di fortezze e bastioni”. 

De Haro tenta di sostenere il suo (fragile) argomentare con un nome altisonante, il teologo Hans Urs von Balthasar, prendendo spunto da un suo libro intitolato: Abbattere i bastioni. E’ chiaro che quel libro riflette il periodo e le circostanze in cui è stato scritto (1952), De Haro però non tiene conto della parabola temporale dell’autore e, soprattutto, delle opere scritte nel periodo successivo, in particolare di quelle pubblicate a partire dalla chiusura del Concilio Vaticano II. (…)

 

 Se dunque si cita Balthasar, occorre citarlo tutto. Egli nell’ultima parte della sua vita si è battuto perché il desiderio eccessivo di trovare accordi (o costruire ponti) con tutti e su tutto (religione universale dell’umanità, ecumenismo a buon mercato, ecc.) non conducesse i cattolici a perdere l’elemento distintivo della loro fede.

Non a caso, don Giussani incontrerà von Balthasar proprio qualche anno dopo la conclusione del Concilio Vaticano II. Nel gennaio 1971 Giussani partecipa agli Esercizi spirituali dei gruppi di CL delle università di Friburgo, Berna e Zurigo, che si svolgono a Einsiedeln, sede di una storica abbazia benedettina. Le lezioni saranno tenute da lui stesso e da Hans Urs von Balthasar.

De Haro prosegue:

“Balthasar invitava a non aver paura del mondo. (…) Balthasar per fortuna non era solo. In quegli anni, altri indicarono che un’esperienza di fede sana è caratterizzata dal non trasformare il cristianesimo in una serie di posizioni da difendere, dal non porsi di fronte al nuovo come antitesi, dalla sua capacità di assumerlo, valorizzarlo e salvarlo.

È perciò sorprendente che vi sia chi si impegna ora nel costruire nuovi bastioni, opzioni per ritirarsi dal mondo per vivere senza menzogne. È sorprendente che vi sia chi denuncia un destino di persecuzione dell’ideologia dominante verso il cristianesimo in Europa e in America.

(…) in Occidente i cristiani sono lontani dal subire una persecuzione. La facilità con cui si parla degli attacchi al cristianesimo in Occidente da parte di un presunto sistema totalitario, paragonandolo al sistema sovietico, riflette una mancanza di rigore e visione. Parlare di totalitarismo morbido è un’irresponsabilità che alimenta il vittimismo.

 

Dopo aver letto questi passaggi mi è venuto spontaneo domandarmi se De Haro non viva nel “paese delle meraviglie”. Mi sono chiesto pure se De Haro abbia mai sentito parlare della perniciosa, in termini di libertà religiosa, proposta di legge Equality Act in discussione negli Stati Uniti o degli episodi giudiziari azionati da esponenti del mondo LGBT a carico di artigiani (qui e qui) in odio alla loro fede, o della battaglia legale delle Piccole sorelle dei poveri. Mi sono domandato se De Haro abbia mai sentito parlare di 6 anni di carcere per l’indefinito reato di omofobia previsto nel DDL Zan, reato che potrebbe ricomprendere l’affermazione pubblica dell’unica famiglia stabilita da Dio, quella formata da un uomo e una donna, come Lui li creò. 

Mi sono chiesto se De Haro abbia mai sentito parlare di una “Nota Verbale” inviata alcuni giorni fa dal Vaticano all’ambasciata italiana presso la Santa Sede con la quale viene evidenziata viva preoccupazione per l’eventuale approvazione del testo del DDL Zan, una proposta i cui articoli “avrebbero l’effetto di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa cattolica e ai suoi fedeli”, una proposta che metterebbe a rischio “la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione” sancite con il Concordato. 

Se si è mosso persino il Vaticano invocando il rispetto del Concordato, prima volta nella storia, vorrà dire che una qualche forma di persecuzione giudiziaria il Vaticano la intravvede all’orizzonte persino in Italia. 

 

Ma De Haro forse dimentica che fu proprio don Giussani, in uno dei tantissimi colloqui, a mettere in guardia i cristiani richiamando le parole di Gesù ai discepoli:

«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia.

Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato».

e alla osservazione di uno degli astanti che diceva: “Una persecuzione sottile, una emarginazione culturale….”

don Giussani con decisione rispondeva: 

“Ma quale sottigliezza. Intendo proprio una persecuzione.”

e alla domanda: Una persecuzione vera?

Don GIUSSANI rispondeva: 

“E così. L’ira del mondo oggi non si alza dinanzi alla parola Chiesa, sta quieta anche dinanzi all’idea che uno si definisca cattolico, o dinanzi alla figura del Papa dipinto come un’autorità morale. Anzi c’è un ossequio formale, addirittura sincero. L’odio si scatena – a malapena contenuto, ma presto tracimerà – dinanzi ai cattolici che si pongono per tali, cattolici che si muovono nella semplicità della Tradizione.”

 

E allora chiedo a De Haro: Anche don Giussani era un “irresponsabile” che alimentava il “vittimismo”? Anche don Giussani era affetto da “mancanza di rigore e visione”? Non sarà piuttosto che ci siamo dimenticati di quello che ci ha detto don Giussani, ovvero che lo abbiamo messo tra parentesi?

E allora, piuttosto che pensare che De Haro sia una persona sprovveduta, devo dedurre che sia affetto da quel clericale politicamente corretto oggi così in voga, frutto della riduzione della fede ad un nocivo sentimentalismo, affogato nell’intimismo.

Due aspetti della riduzione della fede che la rendono evanescente fino a scomparire, priva di giudizio, ininfluente nella società. Una fede che non diventa cultura, una fede che non afferma la verità nella carità, una fede che evita di dire che c’è un bene e un male, una fede che fa a meno di dire che c’è una verità che ci libera dal peccato, una fede che non diventa giudizio per paura di diventare offensiva e divisiva è una fede scipita, una fede che priva l’uomo della sua statura veramente umana, una fede che taglia un effettivo rapporto con la realtà.

Ricordiamo a tal proposito l’avvertimento di San Giovanni Paolo II: «La sintesi tra cultura e fede non è solo un’esigenza della cultura, ma anche della fede… Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta».

Quella di De Haro, dunque, sembra essere l’espressione di un cristianesimo ingenuamente allegro, tutto teso ad abbattere fantomatici muri e bastioni perché dimentico che Cristo è “la pietra di scandalo”, quella che i costruttori hanno scartato.

Un cristianesimo in cui è assente la drammaticità del reale e la testimonianza che ad ognuno è esigita, Dio non voglia, fino al martirio. Non basta indicare che ai cristiani dei primi tempi era richiesto di incensare la statua dell’imperatore come fosse un dio, occorre aggiungere che ANCHE OGGI ci viene richiesto di genufletterci e incensare la statua dell’”imperatore” di turno, che si presenta sotto mentite spoglie, consone ai tempi che corrono.

De Haro dimentica, o fa finta di dimenticare, che ogni tempo ha il suo “imperatore”, perché in ogni epoca il “principe di questo mondo” impersona l’”imperatore” che pretende di essere lodato e incensato. A tal proposito, sarebbe bene che De Haro riascoltasse la canzone di Claudio Chieffo intitolata “Martino e l’imperatore”.

Un ultima osservazione, emblematica della distanza dal reale di De Haro. Egli, riferendosi ai cristiani dei primi tempi, a sottolineare il buio dell’epoca, dice: ”Erano tempi in cui i bambini indesiderati si gettavano nel Tevere”. De Haro sveglia!!! Oggi i bambini vengono orribilmente macellati a decine di milioni ogni anno nel grembo materno. E questo genocidio viene chiamato “diritto umano” (Rapporto Matić), espressione della liberazione della donna, nobile manifestazione di civiltà.

Caro Fernando De Haro, non ti pare che oggi i tempi siano bui come allora?


SABINO PACIOLLA