I CARDINI DEL SINODO
L'esperienza
di monsignor Paolo Pezzi, Arcivescovo metropolita della Madre di Dio a Mosca
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| Mons.Paolo Pezzi col Patriarca Ortodossa Kirill |
La mia
esperienza al Sinodo ha messo in evidenza che la comunione stessa è espressione
compiuta del cammino sinodale, essa è innanzitutto un’esigenza emersa, e anche
qualcosa di profondamente desiderato. Abbiamo anche sperimentato che i nostri
tentativi di “costruire” una sinodalità possono produrre effetti contrari: occorre riconoscere ad
ogni passo del cammino che l’iniziativa appartiene a Dio, al Suo Spirito; a
noi la corresponsabilità di domandare assiduamente la grazia della comunione,
dell’unità e della pace, di essere più disponibili alla conversione.
Questo è
avvenuto nei giorni del Sinodo e comincia a dare visibili frutti. Un ulteriore
tratto distintivo lo traiamo dall’inizio della Prima Lettera di Giovanni (che,
a proposito, è interessante sia considerata da diversi esegeti come una lettera
comunitaria, comunionale; e del resto anche alcune delle Lettere di Paolo sono
un evento comunionale):” vi annunciamo la comunione che viviamo, la comunione
che ci educa, e di cui abbiamo fatto esperienza; una comunione che ci fa
conoscere ed amare il destino [cfr. 1Gv 1,1-4.) La missione è il dilatarsi
della comunione che attrae (in diversi momenti del Sinodo ho ricordato
l’espressione di Benedetto XVI ad Aparecida, che la Chiesa cresce per attrazione).
Negli ultimi
anni del mio ministero episcopale, ho scoperto che la comunione, proprio perché
luogo e modalità di educazione, cioè di conoscenza affettiva che si rinnova sempre per
coloro che vi si inabissano, è anche una formidabile espressione di governo e
digestione. Gesù introduce nella storia una nuova modalità di governo: la
comunione, l’amicizia. La comunione è dunque una nuova sintesi, che sempre
si rinnova, rilancia e non chiude mai. Assieme alla comunione ho fatto
esperienza della necessità di un cammino che svolga nella vita la grazia
ricevuta nel battesimo e confermata nella vocazione. Questo cammino è l’educazione, o come si
preferisce dire oggi, la “formazione permanente”. Non c’è mai un momento
in cui dire: “ecco, siamo arrivati, non devo più imparare niente”, sarebbe
la“zombizzazione” della vita. Mi ha sempre colpito che Gesù, discorrendo con i
Giudei a Cafarnao, a un certo punto dica che dobbiamo essere un po’ come
scolaretti ai piedi del Padre, che come un buon maestro ci insegna, ci comunica
tutto [cfr. Gv 6,45]; del resto lo stesso Gesù dice ai Suoi prima di andare a
morire, che lo Spirito ci insegnerà ogni cosa [cfr. Gv 16,12-15].
Come aiuto a questa educazione abbiamo riscoperto il
documento Evangelii Gaudium. Perciò in Diocesi a Mosca ho pensato a
incontri in cui discernere come è stato vissuto e applicato questo documento in
questi dieci anni. Spesso l’educazione, la catechesi avviene come comunicazione
analitica di nozioni, ma manca una sintesi fondata sulla comunicazione
dell’esperienza di unità e comunione che si vivono. Occorre “entrare nel
merito” delle domande reali della comunità cristiana, del contesto in cui
si vive, e di una reale prospettiva missionaria.
Un altro formidabile aiuto all’educazione può provenire dal
vivere l’avventura della conoscenza per fede come evento, come esperienza
comunionale. A questo riguardo abbiamo notato il valore positivo delle “crisi”,
un significato nuovo, comunque non conforme alla mentalità dominante che vede
nella crisi al massimo una dimensione negativa,distruttiva, critica appunto di
ciò che è.
La crisi può essere invece vissuta come
momentocostruttivo, una “revisione di vita” del proprio essere cristiani e
della comunità.
E, infine, la
missione. Il nuovo popolo di Dio, costituito dai battezzati quale comunione
di tutti i fedeli in cammino nella storia, partecipa della missione di Cristo.
Questa posizione genera una
cultura dell’incontro fondata su un’apertura all’altro, capace di
valorizzare ogni aspetto di verità che si incontra. Perché questa posizione sia
viva occorre avere un cuore“ecumenico”
come quello di san Paolo: “l’amore mostratoci da Cristo ci strugge” [cfr.
2Cor5,14-5)], ci commuove, divenendo il fattore mobilitante la nostra vita. Questo
struggimento ecumenico ci permette di avere uno sguardo veramente positivo su tutto:
“vagliate ogni cosa, trattenete il valore” [cfr. 1Tes 5,21]. La vita diventa
triste, monotona,quando manca di questa tensione ecumenica: che tutti coloro
che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato
per loro.Una vera posizione ecumenica nasce quindi da un attaccamento a Cristo,
che è “tutto in tutti”[cfr. 1Cor 12,6], è “ciò in cui tutto consiste” [cfr. Col
1,16-17].
Un ecumenismo rinnovato non si accontenta di “sopportare”
l’altro, perché resterebbe comunque estraneo, ma offre spazio in sé all’altro.
Per questo il perdono, ridare spazio in me all’altro, è la forma suprema di
ecumenismo. Nell’Imitazione di Cristo [cfr. I,3,8] si dice: «Ex uno Verbo
omnia et unum loquuntur omnia, et hoc est Principium quod et loquitur nobis»,
«da una sola Parola tutto, una sola Parola parla in tutto, e tutto grida questa
sola Parola, e questo è il principio che deve parlare anche in noi».

Gesù ha innanzitutto chiamato a Sé, e poi ha mandato i suoi
in missione: la dinamica del rimanere e del partire, del rimanere per partire
deve essere sempre tenuta presente; la missione non è una mia iniziativa, ma un
essere mandati dalla comunione vissuta in Gesù nella comunità cristiana; il
metodo cristiano attraverso cui annunciare Cristo resterà per sempre il “vieni
e vedi”, ma a volte non si sa a cosa chiamare la gente, dove
indirizzarla,perché manca una comunità accogliente. A volte perfino la
parrocchia è un po’ “lontana”.
Per questo può essere di aiuto la creazione di piccole comunità all’interno degli ambienti (luoghi di
lavoro, università, scuole, quartieri), in cui sia facilitata la familiarità e
l’accoglienza. In piccole comunità è anche più facile educare alla
corresponsabilità. Un esempio formidabile, positivo e costruttivo, viene dai
movimenti ecclesiali. La comunione, che è la Chiesa in cammino nella storia ha
smarrito la missione come dimensione della sua natura. Nella migliore delle ipotesi la missione è una attività, ma non una dimensione.
È emerso che per tornare ad essere una dimensione normale della vita cristiana,
occorre che qualcuno torni a condividere una passione missionaria.
La passione missionaria è fatta di testimonianza e di
annuncio. Non siamo testimoni perché non conosciamo Cristo, e non conosciamo
Cristo perché siamo distratti da tante altre cose. Solov’ev, immaginando
la fine del mondo nel suo Racconti dell’Anticristo, fa dire al Papa in risposta
al padrone del mondo che gli chiedeva: «Cosa posso fare per voi, cristiani?»;«Grande
Imperatore, quello che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo
stesso,Lui e tutto ciò che proviene da Lui». Tutto ciò che viene da Cristo
si può sintetizzare nella comunione con Lui e tra noi. Noi non siamo testimoni
perché non viviamo la comunione. La comunione vissuta porta a riconoscere i
segni dei tempi, cioè rende la nostra testimonianza riconoscibile e credibile.
Spesso
noi non abbiamo nulla da annunciare, perché in noi prevale una posizione
individualistica e mondana, non abbiamo recepito il messaggio di Paolo: «Non conformatevi
alla mentalità di questo mondo» [cfr. Rom 12,1-2]; «La Chiesa non
deve farsi dettare l’agenda da questo mondo», ci diceva Papa Francesco alla
Santa Messa di apertura del Sinodo. «Ma trasformatevi», letteralmente, «trasfiguratevi»,
cioè la vostra stessa vita diventi annuncio. Per le piccole prime comunità che
si stringevano attorno agli apostoli avveniva una quotidiana condivisione della
missione che ogni membro viveva. Cristo stesso e la comunione che ne deriva
erano il significato e il contenuto della loro vita, e perciò della loro
missione. Non erano cose da fare, non erano iniziative da inventare o da dover prendere,
tutto ciò nasceva e si svolgeva secondo il suggerimento finalmente ascoltato
dello Spirito. Loro si preoccupavano solo di vivere la comunione e di
correggersi in questo,letteralmente di portarsi assieme nel cammino, di
convertirsi sempre a Cristo, di camminare umilmente con Dio: «Uomo, ti è
stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare
la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuoDio» [cfr.
Michea 6,8].
Arcivescovo
metropolita dell’Arcidiocesi della Madre di Dio a Mosca