INCONTRO CON LORENZO MALAGOLA PIERGIACOMO SIBIANO,
STEFANO CAVEDAGNA, RODOLFO CASADEI
INTRODUCE ARTURO
ALBERTI
INTERVENTO INTRODUTTIVO DI RODOLFO CASADEI
L’Italia non ha problemi con l’Europa, l’Italia ha dei
problemi con l’Unione Europea, di cui siamo uno dei 6 stati fondatori. Eravamo
tutti europeisti sfegatati quando l’ideale dell’Europa unita coincideva con
quello di Adenauer, De Gasperi, Schumann, i tre capi di governo cattolici e
cristiano-democratici che sono alle origini della Comunità europea del carbone
e dell’acciaio che è stata l’embrione di tutte le successive integrazioni, dal
Trattato di Roma (1957) al Trattato di Lisbona (2007). Ma oggi tanti stati
europei e tanti cittadini di stati europei hanno dei problemi con l’Unione
Europea.
1.C’è
un problema che riguarda gli scambi economici: la Ue moltiplica
direttive e regolamenti che creano difficoltà a chi produce e che danneggiano
la competitività delle imprese europee, mentre allo stesso tempo non è capace
di fare la guardia alle frontiere, e lascia entrare merci che non rispondono ai
severi standard qualitativi, ambientali, sociali fissati per le imprese europee.
Così le nostre imprese muoiono oppure emigrano; nella Ue entrano prodotti di
aziende extracomunitarie oppure di aziende comunitarie che hanno delocalizzato
la produzione fuori dalla UE per non dover sottostare agli irrealistici
standard europei.
2.Poi c’è un problema ancora più
grande, ideologico, di scelta di civiltà: la UE si è trasformata in una forza
al servizio dell’omologazione, dell’omogeneizzazione, dell’uniformità.
Che certamente è un processo mondiale, legato principalmente a due fattori. Da
un lato l’evoluzione del capitalismo nell’era dell’economia globalizzata, che
ha dato vita all’oligarchia capitalista dei Gafam, le multinazionali delle
tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Google, Apple, Facebook,
Amazon e Microsoft. Queste grandi imprese puntano tutto sull’omogeneizzazione
dei consumi, potremmo dire sull’i-phonizzazione dell’economia, cioè creare
prodotti universali come gli i-phone, identici per tutti, che in quanto tali
permettono alle multinazionali di sfruttare fino in fondo le loro economie di
scala. A danno delle aziende piccole e medie. L’altro fattore è l’egemonia
dello scientismo, dell’ideologia scientista che riduce tutto a dati, a flussi
di dati. Non esistono più differenze qualitative, ogni realtà, anche quella realtà
misteriosa che è l’essere umano, è ridotta a un insieme di dati componibili e
scomponibili.
Dunque la Ue ha tradito il suo motto di inizio secolo, “uniti nella diversità”, un motto che interpretava fedelmente la natura più intima e più vera dell’Europa, e lo ha sostituito con la pretesa di imporre a tutti gli stessi standard, a tutti le stesse procedure. Prendendo a prestito dal mondo della biologia l’espressione, possiamo dire che la Ue sta distruggendo la biodiversità culturale, istituzionale, umana delle nazioni europee, sta introducendo una monocoltura politica che, come le monocolture agricole, minaccia la biodiversità. Cioè minaccia la vita, perché la vita fiorisce, si sviluppa e prospera solo se è consentita la diversità. Senza diversità basta un’epidemia, basta un virus per distruggere tutto.
3.Poi c’è un terzo punto problematico negli orientamenti attuali della UE – almeno lo è per me: ed è l’assenza di limiti nel processi di allargamento dell’Unione Europea. Se io ora vi chiedessi: quali devono essere i confini definitivi dell’Unione Europea? Dove dovrebbe arrestarsi l’integrazione di nuovi paesi, dopodiché quello è il confine definitivo della Ue? Nessuno qui dentro mi saprebbe rispondere. Ma nemmeno a Bruxelles qualcuno mi risponderebbe. Perché il punto è proprio questo: per quelli di Bruxelles può essere integrato nell’Unione Europea non chi appartiene alla civiltà europea, ma chi adegua il proprio sistema giuridico e le proprie leggi alle procedure stabilite dall’Unione Europea. Perciò qualunque paese del mondo potrebbe far parte dell’Unione Europea: basta che adotti tutte le procedure comunitarie, l”acquis communautaire”, come si dice. L’identità europea non è più storica, è procedurale. Ma dalla storia non può uscire nessuno! E poiché dalla storia non si esce, questo piccolo dettaglio fa sì che le utopie si trasformino in distopie, questa astoricità e proceduralità dell’Europa unita che non pone limiti al suo allargamento fatalmente è il volto di un nuovo imperialismo. Ci strappiamo le vesti per l’imperialismo della Russia, o per quello degli Stati Uniti, o per le velleità egemoniche della Cina, a seconda delle nostre simpatie e antipatie politiche, ma nel momento in cui non fissiamo confini all’allargamento della UE, noi europei riproponiamo il volto più inquietante della nostra storia, quello dell’imperialismo e del colonialismo. E riproponiamo l’errore di fondo dei progetti moderni e post-moderni: l’assenza di limiti. È questa idea dell’assenza di limiti, dell’abolizione dei limiti che sta distruggendo gli ecosistemi naturali e umani, culturali e storici.
Faccio
qualche esempio dei problemi che ho evidenziato. La questione economica e
finanziaria.

