sabato 30 ottobre 2021

DDL ZAN, LA FAVOLA DEL «PAESE REALE PIÙ AVANTI DELLE ISTITUZIONI» NON REGGE

 Il Pd accusa la destra di oscurantismo per nascondere i propri errori strategici in Senato. I progressisti si ostinano a dividere il mondo in buoni e cattivi, ma la politica non è fatta di emotività e piazze "giuste"

Lorenzo Castellani TEMPI  30 Ottobre 2021

Il ddl Zan è finito come molti pronosticavano già da mesi. Alla volontà di non mediare, e di farne una bandiera di battaglia ideologica, è corrisposto nessun risultato. Il problema è tutto interno al centrosinistra, alla vecchia maggioranza del Conte 2 per capirci.

1.     Il Pd reciti un mea culpa.


Addossare alla destra qualche responsabilità fa parte della cortina fumogena per mascherare errori strategici gravi del senatore Alessandro Zan e del segretario del Pd Enrico Letta. La destra fa la destra, difende i suoi valori e la sua visione del mondo. Nessun centrodestra del mondo occidentale avrebbe votato una legge così scritta e concepita, che per altro non allargava i diritti di nessuno ma erigeva soltanto meccanismi punitivi e mirava a introdurre un controllo del linguaggio. Chi grida al clerico-fascismo, al bigottismo, alla reazione in realtà non vuole far altro che continuare il gioco della polarizzazione in cui si è voluta infilare la sinistra.

La destra aveva persino offerta la sua disponibilità alla trattativa a fronte di una modifica del testo, cosa ci si sarebbe dovuto aspettare di diverso da Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia? Il problema è tutto interno al recinto di Letta, di una coalizione sempre più debole e sgangherata. E che vede in Matteo Renzi un killer implacabile dell’alleanza progressista a favore della costruzione di un centro autonomo capace di far da ago della bilancia nel prossimo futuro. Ma tutto questo si sapeva oramai da anni. La caccia ai colpevoli e ai traditori è insensata, e nel Pd andrebbe piuttosto recitato un mea culpa.

2.   La piazza “piena” non significa molto

Se lo stratagemma di addossare alla destra o a Renzi la responsabilità del fallimento è ridicola, lo è forse ancor di più il tentativo di sostenere che il paese reale sia su questo più avanti delle istituzioni, con il Parlamento nel ruolo di presunto ostaggio di maggioranze oscurantiste. Nessuno conosce gli orientamenti dell’intero corpo elettorale sul ddl Zan, sappiamo soltanto che esistono minoranze fortemente a favore e minoranze fortemente contrarie. Per il resto: nessun sondaggio, nessun referendum e nessun partito che nelle elezioni degli ultimi anni abbia messo in cima alle priorità un provvedimento volto a perseguire presunti reati di omo e transfobia.

Esistono delle manifestazione di piazza certo, ma su quale tema non ci sono adunate pubbliche? Questo del paese “più avanzato” delle istituzioni è lo stesso argomento che si usa per la presunta emergenza climatica, ma anche in questo caso nessuno sa realmente cosa pensi l’intera popolazione dei mezzi per migliorare la qualità dell’ambiente. Anche perché sappiamo come funzionano questi processi: chiunque desidera vivere in un ambiente più salubre e sostenibile, ma le divisioni esplodono quando veniamo ai mezzi (tasse, incentivi, divieti, impatto economico ecc). Tra il desiderio e il risultato pratico delle politiche ci sono di mezzo i sacrifici, i patrimoni, i lavori, la vita delle persone.

3.   Il mondo diviso tra buoni e cattivi


L’idea che il paese reale, gli abbonati di Netflix e i telespettatori di X-Factor, siano “più avanti” (leggere: più civili) dei loro rappresentanti è l’ennesima bolla costruita ad hoc da chi fatica a digerire la sconfitta. Semplicemente perché non sappiamo se questo sia vero o meno. E potrebbe pure essere che gran parte della popolazione non sia per nulla interessata a discutere dell’omofobia, che abbia altre priorità o non si sia formata una precisa opinione sull’argomento. Soltanto una visione ideologica e militante pretende di sapere cosa voglia o pensi il popolo, quanto questo sia civile o meno.

Ed è questa visione che ha condannato il centrosinistra sulla legge Zan. Un modo aggressivo di porsi dei progressisti che fa dei loro programmi una perenne battaglia di civiltà fondata sul manicheismo: buoni e cattivi, civili e incivili, fascisti e antifascisti, scienziati e negazionisti. Un sistema che forse può garantire l’egemonia in alcune nicchie della società e istillare una sorta di regime del terrore psicologico in certe categorie professionali, ma che è destinato a sbattersi contro la realtà della democrazia, delle istituzioni e delle relazioni internazionali.

Il progressismo ha oramai trasformato la propria politica in emotività e sentimentalismo. Niente di più sbagliato e dannoso per la vita della democrazia parlamentare. Le istituzioni e le procedure esistono proprio per evitare che le emozioni e i sentimenti prendano il sopravvento nella sfera pubblica. Sono strutture fredde, implacabili, ma necessarie. Si sono formate proprio per frenare le passioni e l’emotività fanciullesca delle fazioni politiche oltre che per delimitare i confini di azione del sovrano. Insomma, puoi anche essere il buon Samaritano, ma senza maggioranza in Parlamento la tua proposta di legge non passa.

4.   Una gigantesca ipocrisia

E poi non si può accusare ogni giorno gli avversari di demagogia e irrazionalità per poi comportarsi allo stesso modo; non si possono difendere le istituzioni solo quando queste svantaggiano i nemici; non si possono sempre condannare le pulsioni popolari per poi rivendicarle quando si deve metabolizzare un suicidio parlamentare; non si possono fare campagne contro l’hate speech («non esiste diritto all’odio») per poi utilizzarlo verso la classe politica che non realizza i desiderata delle associazioni LGBTQ. E’ una gigantesca ipocrisia.

Viene da domandare ai progressisti che cosa siano diventati oggi. Per anni si sono fatti portatori di istanze di razionalità e responsabilità nel dibattito pubblico per poi sconfessare del tutto questa posizione finendo nel cul-de-sac dell’ideologia e della identity politics radicale. La Ragione tanto riverita dall’establishment progressista s’è persa in favore dell’emotività, del tribalismo, dell’isteria, della paranoia. L’intervento del Vaticano nel dibattito sul ddl Zan ha dimostrato, invece, cosa siano la tradizione, le istituzioni, la ragionevolezza. Un semplice comunicato d’impostazione diplomatica per delineare i profili problematici della legge in discussione sul piano dei rapporti fra Stato Italiano e Vaticano. Fine.

5.    C’è un burrone tra le parti politiche

Nessun influencer, nessuna dichiarazione roboante, nessun appello, nessuna drammatizzazione, nessun complotto. Pura politica, agire razionale dell’istituzione nella sfera pubblica per raggiungere un certo obiettivo. Ed è forse su questo che il mondo progressista dovrebbe riflettere: come si è diventati così irrazionali, ideologici, emotivi? E’ questo un atteggiamento che aiuta la causa o piuttosto contribuisce a sabotarla e a chiudersi nei recinti? Di questo perfettismo, la tendenza a perseguire “il meglio” per sé stessi a qualunque costo senza tenere conto delle condizioni e del contesto, il progressismo non riesce a liberarsi.

Oggi la sinistra, come modi e forme, è esattamente lo specchio della destra nazionalista che tanto critica. Con l’aggravante che per l’inclinazione gramsciana che portano nella genetica i suoi intellettuali, essi pretendono di indottrinare, moraleggiare, indirizzare, esercitare una pedagogia petulante e soprattutto di delegittimare con ogni mezzo tutte quelle posizioni valoriali che non corrispondono alle proprie.

Senza il riconoscimento reciproco tra avversari non può esistere democrazia liberale. Senza l’impiego della ragione individuale nell’agire politico non può esserci concretezza. Senza mediazione, compromesso, dialogo e analisi c’è soltanto una maionese impazzita ed inconcludente di emotività e piagnistei. C’è un burrone sempre più profondo tra le parti politiche, tra le istituzioni e la società; lo scivolamento verso sabotaggi, delegittimazioni, partigianerie distruttive, ideologie ossessive. E sulla gravità di questo pericolo andrebbero per primi civilizzati proprio i progressisti e il loro insostenibile radicalismo.

venerdì 29 ottobre 2021

GLI INCONTRI DEL CROCEVIA

L'associazione IL CROCEVIA  e il Centro culturale San Francesco del Carlo Alberto e presentano 

Verso la decrescita infelice

tra rincari di materie prime, luce e gas, inflazione al 3 per cento e perdita di asset industriali importanti.

Intervengono l'economista Daniele Forti, il direttore generale del gruppo Asa Francesco Amati e Luca Chiesa, senior trader Illumia.

Modera il giornalista di Tempi Rodolfo Casadei. 

L'incontro si svolgerà giovedì 4 novembre 2021 in diretta zoom alle 20.45

Scansionare il QR code per avviare la riunione.

 


Entra nella riunione in Zoom
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ID riunione: 876 8722 0611
Passcode: 325463
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PER UN PERCORSO ELEMENTARE DI CULTURA


Il fenomeno del “PENSIERO UNICO” sta dilagando incontrastato come tattica del potere mondano che impadronendosi del linguaggio, sostituisce il vero ed originario significato delle parole fondamentali riguardanti la vita dell’uomo con “eufemismi” che trasmettono solo valori formali, espressione del moderno moralismo e privi di contenuto.

Il Percorso del CROCEVIA, iniziato sei anni fa, continua nel tentativo di ristabilire il significato originario (elementare) degli essenziali termini antropologici (che riguardano la vita dell’uomo). Lo scopo del Percorso è infatti quello di maturare la capacità di giudizio ripartendo dalla ragione sorretta dalla fede. I temi che si svilupperanno nel corso del prossimi mesi hanno al centro proprio il PENSIERO UNICO, iniziano con l’economia, proseguiranno con una lezione del Card. Biffi del 1999 sull’anticristo, e nel 2022 una serie di incontri (in rete e in presenza) su come si instaura il pensiero unico attraverso i sistemi dell’informazione, dei social e dell’intrattenimento televisivo.

"IN CHIESA AMAVO LE SUE CANZONI". CARBONI CANTA CLAUDIO CHIEFFO

 L’omaggio a Claudio Chieffo, morto nel 2007. "Ho un rapporto profondo con la fede, sognavo un album religioso"

di MASSIMO PANDOLFI

Il nome e il cognome, Claudio Chieffo, diranno poco o nulla alla stragrande maggioranza di voi. Ma se alla carta d’identità aggiungiamo altro, la musica – nel senso letterale del termine – cambia.

Le canzoni di Chieffo (1945-2007) hanno fatto il giro d’Italia, del mondo. Lo chiamavano il poeta, il cantautore di Dio, il Giorgio Gaber cristiano. Milioni di italiani, centinaia di milioni di abitanti del pianeta, hanno almeno una volta sentito o canticchiato (in chiesa, al catechismo, a scuola, in piazza, sotto la doccia) uno dei 113 motivi che hanno accompagnato la vita di questo romagnolo verace che per anni saliva sul suo vecchio e sgangherato Ducato Fiat, macinava migliaia di chilometri per cantare (3mila concerti in carriera), perché nella vita bisogna avere «degli amici per cui cantare, una macchina per andare, una casa dove tornare».


 Questo motto è diventato l’incipit del disco tributo che uno dei suoi figli, Benedetto, ha voluto dedicargli. «Con le canzoni di mio padre ho ricevuto un grande tesoro, un tesoro da condividere». Ventidue artisti della musica, e non solo della musica, cantano gratuitamente 22 canzoni di Claudio Chieffo.

Il disco esce la prossima settimana (acquisti dal 5 novembre su: http://chieffo.it/. Il titolo del disco è "Chieffo Charity Tribute") è tutto a fin di bene. Il ricavato andrà per aiutare i bambini del Kenia, attraverso Avsi. Ci sono Luca Carboni, Gioele Dix, Omar Pedrini, Davide Van de Sfroos, Paolo Fresu, Giacomo Lariccia, tanti altri. Paolo Cevoli canta ‘Avrei voluto essere una banda’, «canzone che – spiega il comico – racconta la storia di un ‘pataca’, proprio come me».

Al funerale di Claudio Chieffo, ucciso 14 anni fa da un tumore, c’era davvero la banda, insieme a 5mila persone che lo hanno accompagnato nella sua Forlì per l’ultimo viaggio, intonando questa canzone. Lui chiese ai familiari di organizzare una grande festa-concerto per il suo addio e a moglie e figli, negli ultimi mesi della malattia, raccomandava in continuazione: ‘In questi mesi difficili non arrabbiatevi troppo con Lui’. Per Lui, si riferiva a Dio.


Luca Carboni, ma lei ha conosciuto Claudio Chieffo?

"No, ma da ragazzino cantavo le sue canzoni, in parrocchia, fuori Porta Lame, nella mia Bologna. Cominciai in una chiesa- prefabbricato: il cappellano, don Felice, ci lasciava le chiavi e noi ragazzi potevamo suonare. Lì dentro c’era tutto, a parte la batteria che dovevamo portare noi. Con don Felice c’era un patto: non dovevamo fare troppo casino, per il resto eravamo liberi".

E lei cantava Chieffo...

"Ricordo quella canzone, ‘Io non sono degno’, che ora interpreto in questo disco tributo. Parole forti, importanti. E mi viene in mente tutto il mondo che c’era dietro a quel mio periodo adolescenziale: mia madre catechista, la messa Beat con le chitarre, mio fratello che suonava anche l’organo in chiesa, oltre alla chitarra".

Lei canta ‘Io non sono degno’: come si fa ad essere degni di qualcosa?

"Devo confessarle una cosa: a volte, in tutti questi anni di musica, ho accarezzato l’idea di scrivere un album diciamo così religioso. Meglio ancora: musicare e scrivere una messa a modo mio".

E perché non lo ha mai fatto?

"Perché è rimasto per ora solo un progetto mentale. Forse alla fine non mi sono mai sentito pronto, degno".

Ora però?

"Chissà che dopo questa opportunità che mi ha dato Benedetto, il figlio di Claudio Chieffo, non si rimetta in moto qualcosa dentro di me".

Pensa alla fede?

"Quella c’è. Il mio rapporto con Dio e intenso e profondo. Mia madre mi ha aperto una finestra sul divino che non si chiuderà mai. Anch’io ho attraversato e attraverso diverse fasi e in diversi modi. Ultimamente sono più sensibile a sentire, ascoltare questa mia dimensione. Vado a messa, mi fa star bene, mi aiuta molto".

Non è un cammino sempre automatico questo?

"In ’Io non sono degno’ a un certo punto si canta: ‘Io non ho nulla da donare a te ma se tu lo vuoi prendi me’. Ecco, sentirsi nelle mani di qualcun altro. Ci vuole una grande umiltà, riconoscersi nei proprio limiti. L’io che non diventa Dio. È una canzone bella e struggente".

È vero che prima di salire sul palco e cantare lei si fa il segno della croce?

"Sì, e non è una superstizione. Prego lo Spirtito Santo di aiutarmi a trovare le parole giuste. Me lo ha insegnato mia madre".

Lei più volte ha cantato Dio. In ‘ Dio in cosa credi’ dice: ‘Sarà solo lassù, chissà se guarda giù’.

"Sì, da questa mia canzone esplode anche il dubbio, la curiosità su tutto ciò che non si sa".

Chieffo una volta disse: "Il nostro compito più grande è cantare la bellezza di Dio. E’ lui il capo, Su questo non ho dubbi e incertezze".

"Io nel mio cammino di di incertezze ne ho avute tante. Sicuramente l’arte di Claudio Chieffo, era invece fondata sulla certezza".

Ma non è che a forza di cantare Dio si finisce per diventare un cantante discriminato, magari di serie B?

"Ma no, non credo. Ciò che conta è la validità dell’opera, non il genere".

È vero che un cardinale ha fatto una predica con una sua canzone?

"Sì, a Firenze, tanti anni fa. Fu una sorpresa bellissima. L’allora cardinale Piovanelli aprì il mio cd e citò pubblicamente nell’omelia il brano ‘La mia ragazza’ dove racconto la nascita di mio figlio".

In ’Silvia lo sai’, ricorda nell’adolescenza un "Dio cattivo e noioso, preso andando a dottrina"..

"Sì, e il famoso don Felice, quello che ci apriva di nascosto la chiesa per suonare, ci rimase male. Mi scrisse una lettera, ci chiarimmo. Io volevo solo dire che non mi piaceva veder l’immagine del Dio che giudica. Non ho cambiato idea: molto meglio il Dio che ama".

 DA ILRESTODELCARLINO

 

PONTIFICIA, NON CATTOLICA

LEONARDO LUGARESI

Leggo che il papa ha nominato l'economista americano Jeffrey Sachs membro ordinario della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Non invitato a parlare a un convegno, a partecipare ai lavori di una commissione, a confrontarsi in un dibattito dell'Accademia, al limite fare da consulente: tutte cose che potrebbero anche starci (e che sono del resto già state fatte). Membro ordinario, cioè parte organica dell'istituzione.


Mons. Marcelo Sánchez Sorondo (Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali) 

e l’economista Jeffrey Sachs

La cosa ha suscitato qualche polemica, perché notoriamente Sachs sostiene da sempre posizioni incompatibili con la dottrina cattolica. Tra l'altro, è un fautore dell'aborto come strumento per il controllo demografico.

In altri tempi anch'io sarei stato sconcertato, per non dire scandalizzato, da una scelta del genere.

 Ora non più: ho ormai metabolizzato che l'etichetta “pontificio / pontificia” non significa più niente. Una cosa può essere pontificia ma non cattolica. Basta saperlo, poi uno si regola. È come “olio di oliva”: tutti sanno che una bottiglia etichettata così non contiene olio di oliva, e che bisogna cercarne una con scritto “olio extravergine di oliva”, e poi non basta ancora perché bisogna guardare bene la provenienza, se il prezzo è troppo basso diffidare, possibilmente comprarlo da un produttore di cui sai che ti puoi fidare ... insomma, finché non l'hai assaggiato (e di olio te ne intendi) non sai bene che cosa c'è dentro.

Se fare in modo che il brand non valesse più niente era uno degli obiettivi dell'attuale pontificato, direi che, almeno per quanto mi riguarda, è stato brillantemente raggiunto.

IL DOGMA DEL DIALOGO, E LA MEMORIA ORIGINALE DEL BENE E DEL VERO

Secondo Avvenire l’archiviazione dello Zan «non è un bel giorno per la società italiana» e se la prende con gli «odiatori e menatori seriali»; e monsignor Paglia si rammarica del dialogo mancato. Ci sono situazioni in cui bene e male si contrappongono frontalmente. Purtroppo la Chiesa del dialogo non riesce più a vederle. 

“Abbiamo vinto!”: il sollievo di associazioni e singoli cattolici impegnati a bloccare il disegno di legge Zan sull’omofobia, che avrebbe introdotto ulteriormente – dopo la legge Cirinnà - l’ideologia gender nel sistema giuridico italiano, è comprensibile. Il disegno di legge, però, non è stato affossato perché ritenuto ingiusto secondo le motivazioni di chi ora esulta. Motivazioni, in buona sostanza, di diritto naturale, ma per una serie di convergenze di atteggiamenti politici che hanno fatto girare la ruota in questo senso.

Michela Murgia:"le scuole cattoliche dovranno insegnare il gender"
La vittoria non è stata culturale, mentre alla lunga contano veramente solo le vittorie culturali, quelle ottenute perché alcune idee sono diventate patrimonio comune. Se così fosse stato, potremmo dormire sonni tranquilli per il futuro dopo l’affossamento dello Zan, mentre invece sappiamo che lo scontro è solo rimandato, che c’è stata una battaglia vinta, ma la guerra è tuttora in corso. Da qui a quando essa riprenderà, sarà sempre sulla cultura politica che si dovrà insistere.

Da questo punto di vista, la lunga battaglia contro il disegno di legge Zan è stata condotta da una piccola avanguardia, decisa e agguerrita ma comunque piccola e comunque avanguardia. La cultura prevalente nell’Italia di oggi, quella dominante più o meno in tutti i partiti, ed anche quella presente nell’apparato ecclesiale hanno ben altre idee, molto lontane dalle concezioni di famiglia e di doveri e diritti di chi ha animato e condotto la lotta allo Zan. I cattolici che hanno lottato lo hanno fatto nella solitudine e perfino nel disprezzo dell’apparato ecclesiale ad ogni livello, ma soprattutto ai livelli superiori.

Disprezzo che si nota benissimo, per esempio, nell’editoriale di ieri del direttore di Avvenire Marco Tarquinio. I cattolici che hanno lottato contro l’approvazione del disegno di legge Zan, sono chiamati da Tarquinio “odiatori e menatori seriali”, “seminatori di slogan a buon mercato”, autori di “violenza verbale”. L’archiviazione dello Zan “non è un bel giorno per la società italiana”: così sostiene Tarquinio secondo cui c’è stata come una scatola spaccata a metà, da una parte gli “ideologi dell’indifferenza”, ossia i sostenitori dell’equivalenza delle relazioni sessuate, e dall’altra, appunto, gli “odiatori e menatori seriali”.

Questo quadro, però, è solo nella testa di Tarquinio, il quale, anteponendo dogmaticamente il dialogo ai contenuti, non riesce ormai più a concepire che una legge possa essere irrimediabilmente ingiusta e che su di essa l’unico dialogo possibile con chi invece la sostiene sia la competizione culturale e politica. Lamentare che in questa occasione è mancato il dialogo, come fa appunto Tarquinio, significa negare l’esistenza di leggi talmente ingiuste da interdire moralmente lo stesso dialogo, se non nella versione della disputa, dato che il dialogo non può mai farsi a proposito del male, ma solo nel bene. Il disegno di legge Zan era una di queste leggi, la piccola avanguardia l’aveva capito, i media dell’apparato ecclesiale no.

Anche monsignor Paglia, in un suo commento alla vicenda, dimentica che ci sono situazioni in cui bene e male si contrappongono frontalmente. Purtroppo la Chiesa del dialogo non riesce più a vederle e infatti Paglia dice che quel disegno di legge bastava correggerlo, si augura che venga ripresentato e che, sbolliti gli animi, si possa ancora dialogare su di esso. Paglia sottolinea la gravità dell’omofobia – che in realtà è pressoché inesistente nel nostro Paese – ma non sottolinea per niente la ben più rilevante gravità del riconoscimento politico della relazione omosessuale, che disarticola e corrode i legami matrimoniali, familiari, la figliazione, l’educazione e così via. Paglia parla di sovranità del popolo in democrazia e del bisogno di tener conto dei “diritti di tutti”: ma dove trova simili concezioni? Non certo nella Dottrina sociale della Chiesa. Anche lui si dissocia dalla piccola avanguardia e si lamenta per l’occasione perduta.

Quando si lotta in pochi, il merito aumenta. E quindi onore al merito a quanti, specialmente tra i cattolici, si sono impegnati. Però bisogna essere consapevoli che non si avrà l’appoggio della Chiesa organizzata, delle strutture diocesane e pastorali quando si intraprendono simili battaglie. Bisogna farle sulla propria pelle e questo è stato ampiamente dimostrato dalle vicende che si sono concluse con l’affossamento di un testo di legge intrinsecamente iniquo che l’apparato ecclesiastico voleva limitarsi a modificare qua e là.

Il giorno precedente la votazione in Senato che ha condannato a morte il disegno di legge Zan, la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva inviato una lettera a Pro Vita & Famiglia, precisando una cosa che purtroppo non precisa nulla, ossia che sulla questione gender i cattolici devono rifarsi al Magistero. La cosa era ovvia già prima della precisazione. I problemi stanno altrove. Spesso su queste cose il magistero stesso non si rifà al magistero precedente.

Spesso succede che davanti alle scelte concrete il magistero viene dimenticato e chi lo vuole ricordare e applicare viene chiamato “odiatore e menatore seriale” dai nemici interni, fedeli al magistero. Spesso, adducendo motivi pastorali di apertura, il magistero loda e si relaziona con personaggi e gruppi che fanno l’esatto opposto di quanto esso aveva insegnato. Sulla questione omosessualità tutto questo si è verificato in molte occasioni e possiamo realisticamente ritenere che – a meno di cambi repentini stabiliti dalla provvidenza – avverrà anche nel prossimo futuro.


STEFANO FONTANA LA NUOVA BUSSOLA

29-10-2021

 

giovedì 28 ottobre 2021

IL FRUTTO DELLA PRESUNZIONE


Il cosidetto Ddl Zan in archivio

Un ambizioso ma brutto disegno di legge nato per contrastare in modo specifico omofobia e transfobia (e che ostinatamente non si è voluto ben calibrare se non per renderlo ancora meno centrato sull'obiettivo dichiarato) è stato fermato. Ma non è un bel giorno per la società italiana.


E «il modo ancor m’offende». Non certo per il libero voto dei senatori della Repubblica, bensì per l’insensata prova di forza che ha prodotto quest’esito deludente e per il solito coro zeppo di luoghi comuni che, con qualche felice eccezione, dalle opposte sponde si è subito levato. «Genderofili» (perdenti) contro «omofobi» (vincenti), in una sorta di bipartitismo caricaturale e insopportabile.

Ma l’Italia, grazie a Dio e alla civiltà di tantissimi suoi cittadini e cittadine, non è una terra di odiatori e menatori seriali e neanche di ideologi dell’indifferenza (umana, morale e sessuale). È perciò politicamente e civilmente assurdo e autolesionista forzare per incasellarci tutti in questa scatola di ferro spaccata a metà.

Così si semina vento e si raccoglie tempesta, aggravando fenomeni reali ed esaltando gli esaltati. Che pure ci sono. Sì, ci sono quelli che insultano e vessano le persone omosessuali e transessuali, così come ci sono quelli che pretendono, nel nome dell’«infinita possibilità», di negare la realtà della differenza sessuale, di maternità e paternità e persino la libertà di affermarle. Ecco perché argini espliciti a tutto ciò – alla violenza verbale e fisica sulle persone e a ogni illiberale rimozione e intimidazione antropologica – vanno posti o mantenuti. E bisogna farlo in modo semplice e chiaro. Come anche la Chiesa italiana ha raccomandato, per voce dei suoi vescovi, con buona pace dei, variamente distribuiti, seminatori di slogan a buon mercato e di pessimo contenuto.

Il ddl Zan era e resta sbagliato, e su queste pagine l’abbiamo scritto e documentato a fondo, dando spazio a tante voci, trasversali agli schieramenti eppure silenziate o stravolte dalle pretese caricaturali di cui sopra. Quella proposta 'idolatrata' da persuasori e influencer decisi a darla già per approvata in forza di un plebiscitarismo digitale e mediatico da far accapponare la pelle, era fuori centro in più punti sul piano concettuale, dell’architettura giuridica e delle sue conseguenze.


Non lo si è voluto ammettere e ora si raccolgono i frutti della presunzione. Ma meglio nessuna legge di una cattiva legge, perché di leggi vigenti e cattive o incattivite (come quelle sulle migrazioni e sulla cittadinanza) ne abbiamo già troppe, e perché quando si tratta di reati e di libertà, cioè 'dei delitti e delle pene', non si può essere approssimativi e avventurosamente 'filosofici'. Lo strepito che si sente non è incoraggiante, ma speriamo che di questo fallimento si sappia far tesoro.

Marco Tarquinio Avvenire

giovedì 28 ottobre 2021

 

martedì 26 ottobre 2021

LA CHIESA NON HA BISOGNO DI ESSERE CREDIBILE, HA BISOGNO DI ESSERE CREDENTE

 È di santità, non di management che ha bisogno la Chiesa

Quali le intenzioni del Sinodo mondiale e dei sinodi locali che impegneranno il popolo di Dio nei prossimi tre anni?

Invertire la rotta tornando quantomeno a provare ad elevare la fede delle persone alla statura del Vangelo, oppure continuare sulla linea intrapresa da otto anni a questa parte di abbassare l’asticella del Vangelo alla statura della fede delle persone, i cui esiti sono sotto gli occhi di tutti.

Sta tutto qui, in questa scelta con cui sempre la Chiesa ha dovuto fare i conti, il dilemma del Sinodo mondiale e dei sinodi locali che impegneranno il popolo di Dio nei prossimi tre anni.

“Il” problema

A dire il vero la soluzione del dilemma dovrebbe apparire scontata, posto che il problema numero uno, fuori ma soprattutto dentro la Chiesa, è dato da una spaventosa crisi di fede che, almeno in Europa in Occidente, non sembra allentare la presa; il fatto però è che non sembra affatto esserci questa consapevolezza, la coscienza cioè di quale sia “il” problema della Chiesa di oggi, stando almeno all’agenda ecclesiale degli ultimi anni. Il che naturalmente complica di parecchio le cose, col rischio neanche troppo remoto di proporre soluzioni sbagliate partendo da premesse sbagliate.

Di cosa ha bisogno la Chiesa

Bien penser pour bien agir, diceva Pascal. E fermo restando che al di là delle modalità pastorali (le quali poi, è bene ricordarlo, devono sempre confrontarsi con il “fattore S” – ossia l’intervento dello Spirito Santo che spesso e volentieri spariglia piani e programmi, come è avvenuto ad esempio con la fioritura di movimenti e carismi laicali negli anni del Vaticano II), al di là dicevamo delle modalità e delle scelte pastorali, resta di straordinaria attualità il monito di Giovanni Paolo II: «La Chiesa di oggi non ha bisogno di nuovi riformatori. La Chiesa ha bisogno di nuovi santi».

Monito cui fece eco l’allora card. Ratzinger, che nel libro-intervista Rapporto sulla fede con Vittorio Messori parlando proprio di riforma e rinnovamento della Chiesa ebbe a dire: «È di santità, non di management che ha bisogno la Chiesa per rispondere ai bisogni dell’uomo contemporaneo».

Fede e santità

La santità, dunque. Questa è l’unica e vera riforma che serve. Non a caso tutte le epoche di grandi cambiamenti nella storia della Chiesa e dell’umanità hanno visto e sono state accompagnate da una straordinaria fioritura di santità: dai martiri e dai Padri della Chiesa nei secoli dell’impero romano a S. Benedetto e al monachesimo agli albori del Medioevo; dagli ordini mendicanti di S.Francesco e S. Domenico nel XIII secolo ai santi della Controriforma cosiddetta nel XVI; e ancora dai “santi sociali” dell’Ottocento a S. Pio da Pietrelcina negli anni terribili della Grande Guerra ai grandi papi santi del Concilio e alla fioritura di santità che c’è stata nel post Concilio e fino ai nostri giorni. Una storia che solo uno sprovveduto definirebbe casuale.

Fede e santità, due facce di una stessa medaglia. Per questo la Chiesa, come diceva il card. Biffi, «non ha bisogno di essere credibile, ha bisogno di essere credente». Il resto conta poco e niente.

 

Luca Del Pozzo TEMPI

 23 Ottobre 2021

domenica 24 ottobre 2021

IL SINODO, I RIFORMATORI E I SANTI …. E JOSEPH RATZINGER

“In principio era il Verbo, alla fine le chiacchiere”. Qualche critico feroce ha scritto che l’aforisma di Stanislaw Lec sembra adatto al Sinodo appena iniziato. Perché?


Il 10 ottobre è iniziato A Roma il Sinodo che “si articolerà in tre fasi, tra l’ottobre del 2021 e l’ottobre del 2023, passando per una fase diocesana, una nazionale e una continentale, che daranno vita a due differenti Instrumentum Laboris, fino a quella conclusiva a livello di Chiesa Universale”. Una valanga di documenti!

Questo Sinodo è stato varato da monsignor con molta enfasi da Mons. Piero Coda – segretario generale della Commissione teologica internazionale –secondo cui è “l’avvenimento ecclesiale più importante dopo il Concilio Vaticano II”. Ha aggiunto: “per la prima volta in duemila anni di storia della Chiesa, un Sinodo è chiamato a coinvolgere tutto il Popolo di Dio”.

Monsignor Massimo Camisasca, in un bell’articolo su “Avvenire”, ha spiegato che nella tradizione della Chiesa “sinodo” vuol dire “camminare assieme” e quindi accogliersi reciprocamente, nelle tante diversità, e soprattutto accogliere il Salvatore convertendosi e annunciandolo al mondo. Ma attenzione alla tentazione di fare una chiesa nuova e “diversa”, di fidarsi più della sociologia che della fede.

Su questa tentazione pronunciò parole definitive, anni fa, Joseph Ratzinger: “Siccome la Chiesa non è così come appare nei sogni, si cerca disperatamente di renderla come la si desidererebbe… Come nel campo dell’azione politica si vorrebbe finalmente costruire il mondo migliore, così si pensa, si dovrebbe finalmente metter su anche la Chiesa migliore”

Solo che in politica “tutto ciò che una maggioranza decide può venire abrogato da un’altra maggioranza. Una Chiesa che riposi sulle decisioni di una maggioranza diventa una Chiesa puramente umana. Essa è ridotta al livello di ciò che è plausibile, di quanto è frutto della propria azione e delle proprie intuizioni ed opinioni. L’opinione sostituisce la fede”.

Ratzinger concludeva: “noi non possiamo fare la Chiesa, possiamo solo far conoscere quanto ha fatto lui. La Chiesa non comincia con il ‘fare’ nostro, ma con il ‘fare’ e il ‘parlare’ di Dio. Così gli Apostoli non hanno detto, dopo alcune assemblee: adesso vogliamo creare una Chiesa, e con la forma di una costituente avrebbero elaborato una costituzione. No, hanno pregato e in preghiera hanno aspettato, perché sapevano che solo Dio stesso può creare la sua Chiesa, che Dio è il primo agente: se Dio non agisce, le nostre cose sono solo le nostre e sono insufficienti”.

Può sembrare che Ratzinger consigli la passività, ma è il contrario. E c’è una prova storica. Negli anni del post-concilio e dopo il ’68, la Chiesa visse una crisi analoga a quella di oggi. Lo smarrimento fu enorme, migliaia di preti abbandonarono l’abito, il mondo cattolico era allo sbando dietro alle ideologie più in voga. Sembrava la fine almeno della Chiesa. Poi d’improvviso una sera di ottobre arrivò il ciclone Wojtyla e tutto cambiò, anche con l’esplosione dei movimenti, “la primavera della Chiesa”.

Come diceva Ratzingersono sempre stati i santi a rinnovare la Chiesa, mai i riformatori. Grazie all’azione misteriosa dell’unico che conosce la via per uscire dal sepolcro.

 


sabato 23 ottobre 2021

RIPARTIRE CON CORAGGIO E FEDE

 MONS. GIAMPAOLO CREPALDI


Vorrei iniziare questo mio breve intervento prendendo spunto dalle parole del titolo che ci è stato indicato: “Ripartire con coraggio e fede”. Nella situazione che tutti abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo, la parola “ripartire” è stata utilizzata da molte parti e in vari sensi. Spesso è diventata una parola magica e abusata nello stesso tempo, con la quale nascondere almeno una parte di realtà, in modo che la “ripartenza” avvenga in un senso utile a chi la proclama. Di appelli alla ripartenza ne abbiamo sentiti molti e non sempre in essi ci siamo riconosciuti perché strumentali. In questa mia conversazione non intendo il termine “ripartire” nei significati che oggi vanno per la maggiore e che sono – come torno a dire – tendenziosi e interessati. Come dobbiamo intendere, allora, questo termine?

Mi aiutano le altre due parole del titolo: coraggio e fede. Il coraggio è una virtù. Platone, nella Repubblica, lo definisce così: “Coraggioso credo noi chiamiamo ciascun individuo quando l’animo suo riesce a salvaguardare, nel dolore e nel piacere, i precetti che la ragione gli dà su quello che è o non è temibile” [Resp., IV, 442 b-c]. Qui Platone ci dice che il coraggio, come ogni virtù, è collegato con la ragione, più precisamente con la ragione pratica, la quale è però una “estensione” della ragione teoretica. San Tommaso afferma che  “la virtù è quella disposizione che rende buono l’uomo che la possiede e l’atto che egli compie” [S. Th., II-II, q. 123, a 1; cfr. S. Th., II-II, q. 47, a 4] per precisare poi che “buono e cattivo si dice in ordine alla ragione” [S. Th., I-II, q. 18, a. 5, resp.]. Allora, la prima leva da cui ripartire è l’uso della ragione, alla quale rimanda la virtù del coraggio. È il titolo di questa conversazione a indicarcelo e io sono pienamente d’accordo con questo suggerimento.

La ragione, però, spesso non ce la fa con le sole sue forze. Ha all’interno una forte spinta perché ogni uomo cerca naturalmente di conoscere, come diceva Aristotele nelle primissime righe dalla sua Metafisica, però comporta anche fatica, come insegnava già Eraclito nel V secolo avanti Cristo dato che – egli diceva –  la “verità ama occultarsi”.

Uno dei grandi insegnamenti di Benedetto XVI è stato che la ragione ha bisogno della fede, non per diventare altro da sé, ma per essere fino in fondo ragione. Questo principio è condiviso da tutti coloro che ammettono la possibilità di una “filosofia cristiana”. Questo perché la fede (cristiana), a sua volta, “non si basa sulla poesia e la politica, queste due grandi fonti della religione; si basa sulla conoscenza … Nel cristianesimo la razionalità è diventata religione” [J. Ratzinger, Fede verità tolleranza, Il cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli, Siena 2003, p. 178]. Ecco allora che la ripartenza, oltre che fondarsi sulla ragione deve fondarsi sulla fede. Durante la pandemia abbiamo visto la ragione presentare argomenti di fede e la fede presentare argomenti di ragione, veri o presunti che fossero: così non va. Ognuna deve rimanere quello che è, ma nella collaborazione reciproca, come dice in un suo famoso passo la Caritas in veritate che riprende altri luoghi analoghi di Benedetto XVI. 

Ho utilizzato le parole del titolo perché proprio su questa linea di virtù, ragione e fede, intendo svolgere queste mie riflessioni sulla ripartenza.

Ripartire dalla coscienza

La ripartenza dovrà prima di tutto fondarsi sulla coscienza. Come dice la Veritatis splendor, la coscienza è “un atto dell’intelligenza della persona, cui spetta di applicare la conoscenza universale del bene in una determinata situazione e di esprimere così un giudizio sulla condotta giusta da scegliere qui e ora” (n. 33).

Dobbiamo realisticamente chiederci se nella attuale situazione politico-sanitaria ci si sia veramente preoccupati di alimentare il giudizio della coscienza personale. Non intendo esprimere qui valutazioni di parte, ma mi sembra doveroso riconoscere che, dai tentativi di persuasione surrettizia fino alla deformazione dei dati informativi di base, si sia fatto molto per impedire alle coscienze di esprimere un giudizio responsabile.

Spesso le decisioni sono state dettate dall’imitazione, dall’obbligo indiretto, dalla fretta, sulla parola di uno o dell’altro esperto, affidandosi ad una o all’altra delle narrazioni in campo, dentro un mare di informazioni confuse e contraddittorie in cui spesso la coscienza è naufragata. Devo aggiungere, a questo proposito, che anche la Chiesa cattolica avrebbe forse potuto fare di più per fornire gli strumenti per un ragionamento personale, secondo verità e libertà, capace di esaminare con ordine i diversi livelli della posta in gioco. Le coscienze sono state fin troppo bombardate da molti slogan, e sono state spinte a valutare in fretta per abbreviare i tempi, che invece, proprio per questo, si sono allungati.

Quello che sto sottolineando ha una proiezione a lungo termine, anche dopo la fine della pandemia, ammesso che possa finire… Quando la coscienza si addormenta, quando ci si abitua a risolvere senza troppa fatica questioni che invece sono complesse, quando ci si scontra tra di noi non con argomentazioni ma con scelte assunte “per sentito dire” o per “parte presa”, i danni sono destinati a ripercuotersi a lungo, perché simili atteggiamenti continueranno anche in altri luoghi della vita sociale, indebolendone le motivazioni.

Nel suo famoso libro “Il potere” del 1951, Romano Guardini aveva messo in luce il pericolo che il potere fosse separato dalla responsabilità: “La progressiva statalizzazione dei fatti sociali, economici, tecnici – e noi potremmo aggiungere, sanitari – e insieme le teorie materialistiche che concepiscono la storia come un processo necessario significano il tentativo di abolire il carattere della responsabilità accettata, di scindere il potere dalla persona” [Il Potere, 1951, Morcelliana, Brescia 1993, p. 121]. Guardini, nella stessa opera, mette in guardia da un pericolo che anche oggi stiamo vivendo, ossia quello del potere “anonimo”: “Può anche avvenire che dietro di esso – ossia del potere – non ci sia alcuna volontà a cui ci si possa rivolgere, nessuna persona che risponda, ma solo una organizzazione anonima” [Ivi, p. 122], e sembra che l’azione passi attraverso le persone come semplici anelli di una catena.

Queste note sulla coscienza hanno un enorme impatto su un’altra fondamentale dimensione della ripartenza, che qui non ho il tempo di approfondire: l’educazione e la scuola hanno subito un grande vulnus in questo periodo e non è da escludere che la ripartenza avvenga anche con importanti modifiche sul fare educazione: esse potranno andare sul sentiero di una ulteriore centralizzazione e pianificazione, oppure di una maggiore assunzione di responsabilità educativa delle famiglie e della società civile.

Ripartire dalla ragione