venerdì 29 ottobre 2021

"IN CHIESA AMAVO LE SUE CANZONI". CARBONI CANTA CLAUDIO CHIEFFO

 L’omaggio a Claudio Chieffo, morto nel 2007. "Ho un rapporto profondo con la fede, sognavo un album religioso"

di MASSIMO PANDOLFI

Il nome e il cognome, Claudio Chieffo, diranno poco o nulla alla stragrande maggioranza di voi. Ma se alla carta d’identità aggiungiamo altro, la musica – nel senso letterale del termine – cambia.

Le canzoni di Chieffo (1945-2007) hanno fatto il giro d’Italia, del mondo. Lo chiamavano il poeta, il cantautore di Dio, il Giorgio Gaber cristiano. Milioni di italiani, centinaia di milioni di abitanti del pianeta, hanno almeno una volta sentito o canticchiato (in chiesa, al catechismo, a scuola, in piazza, sotto la doccia) uno dei 113 motivi che hanno accompagnato la vita di questo romagnolo verace che per anni saliva sul suo vecchio e sgangherato Ducato Fiat, macinava migliaia di chilometri per cantare (3mila concerti in carriera), perché nella vita bisogna avere «degli amici per cui cantare, una macchina per andare, una casa dove tornare».


 Questo motto è diventato l’incipit del disco tributo che uno dei suoi figli, Benedetto, ha voluto dedicargli. «Con le canzoni di mio padre ho ricevuto un grande tesoro, un tesoro da condividere». Ventidue artisti della musica, e non solo della musica, cantano gratuitamente 22 canzoni di Claudio Chieffo.

Il disco esce la prossima settimana (acquisti dal 5 novembre su: http://chieffo.it/. Il titolo del disco è "Chieffo Charity Tribute") è tutto a fin di bene. Il ricavato andrà per aiutare i bambini del Kenia, attraverso Avsi. Ci sono Luca Carboni, Gioele Dix, Omar Pedrini, Davide Van de Sfroos, Paolo Fresu, Giacomo Lariccia, tanti altri. Paolo Cevoli canta ‘Avrei voluto essere una banda’, «canzone che – spiega il comico – racconta la storia di un ‘pataca’, proprio come me».

Al funerale di Claudio Chieffo, ucciso 14 anni fa da un tumore, c’era davvero la banda, insieme a 5mila persone che lo hanno accompagnato nella sua Forlì per l’ultimo viaggio, intonando questa canzone. Lui chiese ai familiari di organizzare una grande festa-concerto per il suo addio e a moglie e figli, negli ultimi mesi della malattia, raccomandava in continuazione: ‘In questi mesi difficili non arrabbiatevi troppo con Lui’. Per Lui, si riferiva a Dio.


Luca Carboni, ma lei ha conosciuto Claudio Chieffo?

"No, ma da ragazzino cantavo le sue canzoni, in parrocchia, fuori Porta Lame, nella mia Bologna. Cominciai in una chiesa- prefabbricato: il cappellano, don Felice, ci lasciava le chiavi e noi ragazzi potevamo suonare. Lì dentro c’era tutto, a parte la batteria che dovevamo portare noi. Con don Felice c’era un patto: non dovevamo fare troppo casino, per il resto eravamo liberi".

E lei cantava Chieffo...

"Ricordo quella canzone, ‘Io non sono degno’, che ora interpreto in questo disco tributo. Parole forti, importanti. E mi viene in mente tutto il mondo che c’era dietro a quel mio periodo adolescenziale: mia madre catechista, la messa Beat con le chitarre, mio fratello che suonava anche l’organo in chiesa, oltre alla chitarra".

Lei canta ‘Io non sono degno’: come si fa ad essere degni di qualcosa?

"Devo confessarle una cosa: a volte, in tutti questi anni di musica, ho accarezzato l’idea di scrivere un album diciamo così religioso. Meglio ancora: musicare e scrivere una messa a modo mio".

E perché non lo ha mai fatto?

"Perché è rimasto per ora solo un progetto mentale. Forse alla fine non mi sono mai sentito pronto, degno".

Ora però?

"Chissà che dopo questa opportunità che mi ha dato Benedetto, il figlio di Claudio Chieffo, non si rimetta in moto qualcosa dentro di me".

Pensa alla fede?

"Quella c’è. Il mio rapporto con Dio e intenso e profondo. Mia madre mi ha aperto una finestra sul divino che non si chiuderà mai. Anch’io ho attraversato e attraverso diverse fasi e in diversi modi. Ultimamente sono più sensibile a sentire, ascoltare questa mia dimensione. Vado a messa, mi fa star bene, mi aiuta molto".

Non è un cammino sempre automatico questo?

"In ’Io non sono degno’ a un certo punto si canta: ‘Io non ho nulla da donare a te ma se tu lo vuoi prendi me’. Ecco, sentirsi nelle mani di qualcun altro. Ci vuole una grande umiltà, riconoscersi nei proprio limiti. L’io che non diventa Dio. È una canzone bella e struggente".

È vero che prima di salire sul palco e cantare lei si fa il segno della croce?

"Sì, e non è una superstizione. Prego lo Spirtito Santo di aiutarmi a trovare le parole giuste. Me lo ha insegnato mia madre".

Lei più volte ha cantato Dio. In ‘ Dio in cosa credi’ dice: ‘Sarà solo lassù, chissà se guarda giù’.

"Sì, da questa mia canzone esplode anche il dubbio, la curiosità su tutto ciò che non si sa".

Chieffo una volta disse: "Il nostro compito più grande è cantare la bellezza di Dio. E’ lui il capo, Su questo non ho dubbi e incertezze".

"Io nel mio cammino di di incertezze ne ho avute tante. Sicuramente l’arte di Claudio Chieffo, era invece fondata sulla certezza".

Ma non è che a forza di cantare Dio si finisce per diventare un cantante discriminato, magari di serie B?

"Ma no, non credo. Ciò che conta è la validità dell’opera, non il genere".

È vero che un cardinale ha fatto una predica con una sua canzone?

"Sì, a Firenze, tanti anni fa. Fu una sorpresa bellissima. L’allora cardinale Piovanelli aprì il mio cd e citò pubblicamente nell’omelia il brano ‘La mia ragazza’ dove racconto la nascita di mio figlio".

In ’Silvia lo sai’, ricorda nell’adolescenza un "Dio cattivo e noioso, preso andando a dottrina"..

"Sì, e il famoso don Felice, quello che ci apriva di nascosto la chiesa per suonare, ci rimase male. Mi scrisse una lettera, ci chiarimmo. Io volevo solo dire che non mi piaceva veder l’immagine del Dio che giudica. Non ho cambiato idea: molto meglio il Dio che ama".

 DA ILRESTODELCARLINO

 

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