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venerdì 9 febbraio 2024

RIDESTATI EUROPA

 L’associazione LabOra e l'anima del Vecchio Continente.

Galli della Loggia sul Corriere della sera di lunedì 5 febbraio ha evidenziato un enorme problema: l’Unione Europea investe una parte insignificante del suo budget nella cultura umanistica. Da dove veniamo? Quale storia ci ha generato? Per quali ideali sono morti i nostri padri? Che cosa rende possibile una comunità? Queste sono tutte domande su cui la Commissione Europea non ha intenzione di investire e, di conseguenza, questioni su cui i “cittadini dell’Unione” non sono invitati a riflettere.

Quando oggi pensiamo all’Europa, che nell’immaginario politico significa Unione Europea, le prime parole che ci vengono in mente sono quelle che connotano una recente campagna pubblicitaria affissa nella metro di Milano: sostenibilità, green deal, digital transition, science-based policy, stato di diritto. L’Europa è concepita oggi come un insieme di iniziative, di azioni volte a raggiungere un determinato obiettivo come la riduzione delle emissioni, assicurare i “diritti” e regolare la transizione digitale.

Cosa significa “Europa”?

Su queste stesse basi si cerca di immaginare il futuro dell’Europa. Almeno un editoriale al giorno è, infatti, dedicato alla necessità di un’Europa unita e maggiormente integrata. Proprio a questo fine si è svolta tra il 2022 e il 2023 la “Conferenza sul futuro dell’Europa” che ha fissato le priorità per i prossimi anni in settori quali l’economia, la giustizia sociale, le relazioni esterne, l’energia, i cambiamenti climatici e la salute. Lo sguardo di chi anima il dibattito pubblico e di chi lavora a Bruxelles è quindi rivolto alle funzioni svolte dall’Unione Europea e ai criteri che gli stati membri dovranno soddisfare nei prossimi anni.

Nessuno sembra più chiedersi, tuttavia, che cosa significhi “Europa” e che cosa abbia generato e reso possibile questo esperimento unico nel suo genere in grado di tenere insieme nazioni e popoli di lingua e cultura diversa.

Che le risposte sopra elencate siano riduttive e insufficienti emerge dalla reazione degli elettori nei confronti di ciò che viene discusso e deciso a Bruxelles. La classe media dell’UE, infatti, si sta impoverendo e non comprende più i vantaggi dello stare insieme. Allo stesso modo, i sacrifici richiesti alla maggior parte della popolazione per gestire le numerose crisi non sembrano ricompensati da una prospettiva di miglioramento della qualità della vita. La risposta a tutto questo si manifesta in rabbia e indifferenza.

Le parole di De Gasperi

È urgente, quindi, tornare a discutere dei fondamentali. L’Europa non è un accidente della storia ma, come ricordava Benedetto XVI, è il frutto di una storia precisa e di coordinate precise: Gerusalemme Atene e Roma. Questo era chiaro per i padri fondatori che hanno sognato la Comunità Europea. Così, infatti, si esprimeva Alcide De Gasperi:

«Come italiano e cristiano non esiterei a dire che, nella sua parte migliore, l’Europa è già unita, è tutt’uno. Esiste una storia europea come esiste una civiltà europea. […] Per quanto riguarda le istituzioni bisogna ricercare l’unione soltanto nella misura in cui ciò è necessario, e, per meglio dire, in cui è indispensabile. Preservando l’autonomia di tutto ciò che è alla base della vita spirituale, culturale, politica di ogni nazione, si salvaguardano le fonti naturali della vita in comune». (Discorso alla Tavola rotonda del Consiglio d’Europa, Archivi Storici dell’Unione Europea, ASUE – Fondo Alcide De Gasperi, Esteri, III, b. 26, Consiglio d’Europa, Roma, 13 ottobre 1953)

Le parole di De Gasperi ci invitano ad alzare lo sguardo e a recuperare quello che abbiamo ereditato per riscoprire la vera origine dell’Europa unita, che non è mai stato un progetto omologante, ma un ideale volto a promuovere le particolarità spirituali, culturali e politiche di ogni nazione.

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LABORA CHI E’

L’associazione LabOra nasce nel febbraio 2022 per sostenere la maturazione in Italia di una seria cultura politica conservatrice ispirata e moderata dalla Dottrina Sociale della Chiesa e dall’umanesimo cristiano.

L’iniziativa è intrapresa da un gruppo di amici che si sentono in vario modo “chiamati” a dare un contributo per il Bene Comune secondo le proprie esperienze e i propri talenti.

La sfida raccoglie in breve tempo l’interesse, il consenso e l’adesione di uomini e donne da ogni parte d’Italia, accomunati dal sentimento di non essere rappresentati in modo pieno dalle visioni politiche offerte oggi in Italia.


Il CROCEVIA sostiene LabOra: LA POLITICA COME UN CAMMINO

Abbiamo sempre inteso la politica come un cammino, un’ascesa verso la cima di una montagna. Serve un’attrezzatura minima ma necessaria: compagni di cammino sui quali poter contare; l’energia degli ideali e dei valori che motivano l’impresa; buone gambe e spalle forti per sopportare la fatica; una meta chiara, una vetta, a cui aspirare.

IL CICLO DI INCONTRI

Per aiutarci ad alzare lo sguardo, l’Associazione LabOra ha organizzato un ciclo di incontri intitolato “Ridestati Europa” che attraverserà le città di Monza, Lecco, Brescia e Milano. L’iniziativa si propone di porre a tema l’identità dell’Europa alla luce della sua storia, del suo ruolo del mondo, della libertà di intrapresa e della cultura occidentale.

Prossimi incontri

Lecco, Centro Civico Sandro Pertini, 23 Febbraio, ore 21 Il ruolo dell’Europa nel mondo

Intervengono:Alberto Mingardi (Professore associato di storia del pensiero politico presso l’Università IULM di Milano, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni)Luigi Crema (Professore associato di diritto internazionale presso l’Università degli Studi di Milano)Alberto Piatti (già presidente della Fondazione AVSI e già direttore sviluppo sostenibile Eni)Francesco Dalmazio Casini (Giornalista, direttore di Aliseo Editoriale) Modera: Martino Cervo (Vicedirettore La Verità)

Brescia, Museo Mille Miglia, 15 Marzo, ore 20:45 Europa e libertà d’intrapresa Intervengono: Antonio Gozzi (Presidente Federacciai) Emanuele Bracco (Professore associato di economia politica presso l’Università di Verona) Mauro Parolini (Ingegnere, già Assessore allo Sviluppo economico di regione Lombardia) Modera: Carlo Muzzi (Giornalista, Giornale di Brescia)

 Milano, data e luogo da definirsi Europa e occidente: da dove ripartire? Interviene: Mattia Ferraresi (Caporedattore DomaniRémi Brague (da confermare)Modera: Rodolfo Casadei (Giornalista, rivista Tempi)

Per iscrizioni e ulteriori informazioni si rimanda al seguente link: https://forms.gle/jR1Fi3pWfrP94Cui7

LEGGI L'INTERVISTA A REMI BRAGUE SUL CROCEVIA

https://crocevia-adhoc.blogspot.com/2024/01/remi-brague-loccidente-sta-impazzendo-e.html



mercoledì 19 aprile 2023

UN ANNIVERSARIO MANCATO : 18 APRILE 1948

LEONARDO LUGARESI 

Ieri cadeva il settantacinquesimo anniversario delle elezioni del 1948, le uniche che la Democrazia Cristiana vinse davvero. Posso sbagliarmi, ma mi pare che la ricorrenza sia passata nel silenzio generale, o quasi. Il che, se ci si pensa, è molto strano in un tempo come il nostro, in cui la fregola delle celebrazioni impazza e non c'è giorno che non si commemori questo o quell'altro avvenimento del passato. Oltretutto, “75” è una cifra abbastanza tonda da ingolosire i celebratori in servizio permanente effettivo, ma c'è una ragione di più per insospettirsi. Nelle attuali circostanze, quale occasione più ghiotta di questa ci sarebbe stata per sfruttare – strumentalmente, si capisce, ma oggigiorno tutto è strumentale – la “scelta atlantica” fatta allora dal popolo italiano a supporto di quella che si vuole che faccia oggi? “Settantacinque anni dopo, oggi come allora, dalla parte dell'Occidente contro la Russia!”: non sarebbe forse questo uno slogan spendibile, sul mercato della propaganda di guerra? Allora perché tacere, “un po' come si tace di un'onta”, di ciò che avvenne quel giorno?

Ci ho pensato, e il mio “debol parere” sarebbe questo. Qual è il senso principale di ciò che fece il popolo italiano il 18 aprile del 1948, nelle elezioni più democratiche che mai ci furono nella sua storia? Per chi votò e contro chi votò? Ma soprattutto, perché votò così? Per rispondere a queste domande ci vorrebbero naturalmente analisi storiche complesse e raffinate, che qui certo non c'è la presunzione di poter fare. Andiamo però al sodo, facendo un discorso rozzo sì ma io credo fondato: chi c'era sulla lista e nei manifesti del Fronte Popolare? C'era Garibaldi. Che fosse solo una maschera di Stalin lo disse, con indubbia efficacia, la propaganda avversa, ma c'era Garibaldi, non qualcun altro. E i simboli in politica contano; allora poi contavano moltissimo, in un'Italia ancora relativamente poco alfabetizzata.

Il 18 aprile del '48, il popolo italiano votò contro Garibaldi. In che senso? Nel senso che quel popolo, il quale era appena uscito dall'immane catastrofe della guerra cioè dalla quasi distruzione del paese, intuiva di chi fossero le responsabilità storiche di tutto quel male. Del fascismo, in primo luogo. Su questo non ci possono essere equivoci e sottili distinguo: la libertà di manifestazione del pensiero è sacra e quindi io, come ho detto tante volte in questo blog, sono assolutamente contrario a qualsiasi forma di repressione penale anche dell'apologia del fascismo, ma con pari forza credo che vada contrastata duramente, sul piano culturale ed intellettuale, qualsiasi forma di rivalutazione di un fenomeno storico che ha portato l'Italia sull'orlo dell'annientamento. Del fascismo in quanto tale non c'è nulla da salvare e Mussolini è stato uno dei più grandi criminali (e coglioni) della storia d'Italia. Nulla importa, rispetto a questo, che “abbia anche fatto cose buone”.

Ma il fascismo si presentò, non senza ragione, come il compimento definitivo, in chiave di rivoluzione nazionale, del processo risorgimentale. Cioè di quel processo di cui il conte di Cavour pagò il biglietto di ingresso, “con alcune migliaia di morti per sedere al tavolo della pace”, mandando i soldati piemontesi a morire di colera in Crimea (in Crimea!); facendo cioè, sia pure con opposti risultati, lo stesso ragionamento che fece Mussolini nel giugno del 1940 (sedendosi però dalla parte sbagliata del tavolo). Quel processo in base al quale, fatta l'Italia, “bisognava fare gli Italiani”; frase totalitaria quant'altre mai, e no, non la disse Mussolini. Quel processo che si sviluppò nelle stolte e fallimentari aspirazioni imperialistiche e coloniali dell'Italia crispina (poi puntualmente riprese, in modo ancor più stolto e criminale dal fascismo). Quel processo che culminò nei seicentomila morti della guerra del '15-'18: guerra di aggressione contro l'integrità territoriale di uno stato sovrano (toh, proprio come quella di Putin!), per giunta dichiarata contro una potenza con cui eravamo alleati (questo nemmeno Putin l'ha fatto), decisa dal re e da una minoranza di manigoldi contro la volontà della maggioranza del paese e del parlamento, e legittimata appunto come quarta guerra d'indipendenza. E no, non fu Mussolini a dichiararla, anche se, per parte sua, l'appoggiò entusiasticamente, costruendoci sopra l'inizio delle sue fortune politiche. Si potrebbe continuare, ma non ce n'è bisogno: basti solo notare la contraddizione vigente ancor oggi, per cui noi dovremmo ufficialmente esaltare tutta quella robaccia e al tempo stesso esecrare il fascismo che si inserì a pieno titolo in quella stessa corrente. È in gran parte per quel legame che esso non fu, come ormai tutti gli storici convengono, né un incidente di percorso, né una parentesi nella storia d'Italia unita, ma una parte ingrante di essa.

A tutto ciò il popolo italiano, ferito e bruciato dalle conseguenze della catastrofe a cui tutto quel percorso nazionalistico aveva portato, nell'unica volta in cui gli fu possibile esprimersi effettivamente, disse di no. Con la scelta di Garibaldi, il Fronte Popolare intese invece riallacciarsi a quella storia anticattolica, sia pur pretendendo di cambiarne radicalmente il segno in senso rivoluzionario socialista e pacifista. Il popolo italiano non abboccò. Per questo dico che votò sì contro i comunisti, per sana intuizione del pericolo pur senza aver provato fino in fondo sulla sua pelle che cosa fosse il comunismo; ma votò anche contro Garibaldi.

E da chi andò, invece, nella sua condizione di rovina post-bellica? Dalle mie parti si sarebbe detto, brutalmente e ingiustamente: dai preti. Più correttamente diremo che il popolo italiano il 18 aprile 1948 riconobbe d'istinto che, pur con tutti i suoi difetti e i suoi peccati, chi lo aveva veramente sostenuto e aiutato era sempre stata la Chiesa Cattolica, e dunque votò non per il partito cattolico (che è una contraddizione in termini) ma per il partito dei cattolici, che era la forma allora storicamente possibile dell'unità politica dei cattolici. Un partito che non aveva il papa nel suo stemma, ma la croce, e si chiamava Democrazia cristiana: formula felicissima, nel suo implicito richiamarsi al profetico ammonimento di Leone XIII: «la democrazia o sarà cristiana o non sarà», perché in essa l'aggettivo faceva da imprescindibile sostegno al sostantivo altrimenti periclitante (come poi si è visto). “Democrazia cristiana” e non “Cristianesimo democratico”, che è la merce avariata che certuni propagandano oggi nella chiesa.

Ricordare il 18 aprile, se mai lo si facesse seriamente, richiederebbe però di non fermarsi alla celebrazione di quella giornata e di riflettere invece sul quinquennio che ne seguì, in assoluto il migliore della storia italiana, il breve periodo in cui è racchiuso il “miracolo italiano” (certi frutti del quale si videro dopo, ma in un certo senso la semina fu quasi tutta e quasi solo in quegli anni). Ma soprattutto bisognerebbe fare i conti con la tragedia che venne dopo e di cui oggi misuriamo amaramente le conseguenze. La chiamo tragedia perché tale è, ma il nome che propriamente la definisce è subalternità culturale dei cattolici ad un pensiero non cristiano, anzi anticristiano. Di nuovo, qui ci vorrebbero analisi storiche che vanno ben oltre la nostra portata, ma il nocciolo della questione è chiaro. Quel partito di cattolici, che allora era ancora guidato da uomini politici che in gran parte andavano a messa credendoci veramente, fu però, nei quarant'anni e più di durata del suo primato politico-elettorale, fortemente subalterno ad una cultura anticristiana, quella sì veramente egemone, a cui si devono i disastri di oggi.

Quella cultura prese il controllo delle parole, e non lo mollò più. Il primo segnale si ebbe alle elezioni successive, il 7 giugno del 1953, quando per un soffio la coalizione di maggioranza formata dalla DC e dai partiti minori di centro mancò la maggioranza assoluta dei voti. Furono elezioni dominate dal falso dibattito, che la sinistra riuscì ad imporre, su una legge elettorale che da allora tutti chiamano “legge truffa”, usando l'etichetta truffaldina che la sinistra le appiccicò. Era una legge che attribuiva un premio di maggioranza a chi la maggioranza assoluta dei voti l'avesse conquistata nelle urne. Cioè era una legge che quanto a rappresentatività democratica era infinitamente più corretta dei sistemi maggioritari con cui, senza battere ciglio, si lascia che ormai in quasi tutti i paesi europei governino delle minoranze. Eppure, chi aveva preso il controllo della lingua decise che era “la legge-truffa”, e tale è rimasta.

Da quel momento in poi, fu solo un lunghissimo piano inclinato, di progressivo cedimento, ripeto, a una cultura che di cristiano non aveva nulla. Si dirà che non fu tutta colpa del partito, perché la carenza di cultura era nella chiesa stessa e di pensiero cristiano politicamente adeguato alle necessità dei tempi ce n'era poco in giro, ed è vero ma solo fino ad un certo punto. Basti considerare, per esempio, l'indifferenza, per non dire il disprezzo, con cui fu trattato nella DC il contributo di idee del più importante pensatore cattolico di quel tempo, Augusto Del Noce: un tardivo e sostanzialmente inutile seggio da senatore offertogli da vecchio non compensa l'errore capitale di non aver prestato alcuna attenzione a ciò che aveva detto per decenni.

Fra le tante conseguenze nefaste di quella subalternità culturale, ce n'è una che spicca per la gravità delle sue conseguenze: la mancata centralità di una politica della famiglia. Nonostante la matrice da cui proveniva e ad onta delle solenni promesse della Costituzione repubblicana che aveva contribuito a scrivere, il partito dei cattolici, nei quaranta e più anni in cui ha contato qualcosa in Italia, ha fatto davvero troppo poco per la famiglia: niente quoziente familiare nel sistema fiscale, niente sostegno alla libertà di scelta educativa dei genitori, provvedimenti in favore della donna, della maternità e della tutela della vita nascente preferibilmente concepiti in un'ottica individualista / femminista più che familiare, e via discorrendo. In buona sostanza, e di nuovo con una consapevole semplificazione, per tutto quel tempo si è potuto fare solo quello che passava il vaglio di una cultura dominante, che non era quella dei cattolici, per quanto il loro partito continuasse ad avere la maggioranza relativa.

Oggi che la presenza politica dei cattolici è inesistente, quell'epoca potrebbe sembrarci un paradiso; ma era un paradiso di latta, in cui si ponevano tutte le premesse della situazione attuale. Oggi, per fare un solo esempio di stretta attualità, tutti hanno dovuto sbattere il naso contro il disastro demografico. Che non c'è da oggi, ma da almeno trent'anni, però è sempre stato proibito parlarne, perché chi lo faceva era immediatamente tacciato di essere “fascista”.

Proprio ieri, nel giorno della mancata memoria del 18 aprile, un ministro dell'attuale governo ha detto una cosa elementare, talmente scontata che la si potrebbe persino definire banale: una nazione in cui non si fanno più figli, che pensa di risolvere il problema importante degli immigrati si condanna al suicidio. Nell'esprimere questo concetto lapalissiano, quel ministro ha usato l'espressione sostituzione etnica, la cui applicabilità al caso specifico può essere discutibile nel merito (come tutto) ma che non ha in sé nulla di scorretto e tanto meno di scandaloso. Gli epigoni di quella ideologia del nulla – che tanto male ci ha fatto, e che ormai è un cadavere putrefatto a cui nessuno dà più alcun credito ma continua con i suoi cascami ad ammorbarci – ha subito cominciato a strepitare e a stracciarsi le vesti perché quel ministro “ha bestemmiato”. Poiché hanno ancora in mano le redazioni dei giornali e delle televisioni, l'editoria, i centri di potere dell'accademia e della scuola e di tutte le altre istituzioni culturali, il rumore per quanto superficiale si sente.

Incapaci di pensare le cose, si gingillano con le parole: le sequestrano, le criminalizzano e le sterminano. Già non si poteva usare razza, perché se lo si faceva si era automaticamente razzisti (e chissenefrega se la Costituzione repubblicana la usa tranquillamente: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali»). Ora è proibito anche dire etnia. Se potessero, proibirebbero anche di dire popolo (perché il popolo lo odiano), ma hanno qualche problema in più perché la parola è troppo infiltrata anche nei loro sacri testi. Però con l'invenzione del derivato omnibus populismo sono riusciti a proiettare un'ombra di sospetto anche sul sostantivo di base. Incapaci di comprendere la realtà, sono però bravissimi ad assassinare il linguaggio. Solo che agli uomini, se gli togli le parole li rovini.

martedì 22 giugno 2021

CHI È ROBERT SCHUMAN, PADRE DELL'EUROPA UNITA: ECCO PERCHÉ È VENERABILE

 Nel caso vi fosse sfuggito, uno dei padri dell'Europa, Robert Schuman, è stato dichiarato dal papa "venerabile": è un passo importante verso la santificazione. Come ci siam sempre ricordati, tra alcuni amici, la ricostruzione dell'Europa - dopo l'immane apocalissi della Guerra mondiale - fu fatta principalmente da tre cristiani: Schuman, Adenauer e De Gasperi.

Schumann fra Adenauer e De Gasperi

Robert Schuman, con Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer, viene considerato uno dei padri della Comunità Europa, che oggi si chiama Unione Europea e raggruppa 27 nazioni del Continente. Sabato, con l’autorizzazione alla pubblicazione del decreto che ne riconosce le virtù eroiche, il politico francese diventa venerabile della Chiesa cattolica. Il suo nome resta legato alla costituzione della Comunità europea, che Schuman immaginò proprio a partire dalla drammatica esperienza della Seconda guerra mondiale che aveva causato morti e distruzione nel Vecchio Continente.

«La scelta di impegnarsi in ambito politico, fu da lui considerata come obbedienza alla volontà di Dio – si legge nella breve biografia preparata dalla Congregazione delle cause dei santi –. La fede nutrì e sostenne il suo impegno a lavorare per un’Europa unita e riconciliata». Dunque una unità che doveva passare necessariamente dalla riconciliazione tra i popoli che fino a poco prima si erano aspramente combattuti. Ecco che lui francese, assieme all’italiano De Gasperi e al tedesco Adenauer, fece diventare realtà un sogno profetico: vivere in un continente pacifico. «Uomo di governo al servizio di uno Stato laico – dice ancora la biografia nel sito del dicastero vaticano –, Schuman rispettava pienamente la laicità dello Stato, ma non acconsentì mai ad agire contro coscienza, formata all’obbedienza dei comandamenti di Dio e delle leggi della Chiesa». (Red Cath)

Quando la Chiesa propone un cristiano, laico o consacrato, all’esempio di tutta la Chiesa non lo addita come un "super-uomo", ma lo indica come persona "che ha vissuto nella porta accanto" praticando nella quotidianità l’integralità del Vangelo. La Chiesa non reclama per sé dei santi, ma annuncia la sola santità, quella di Dio, che si manifesta attraverso persone che ci offre perché possiamo seguire il loro esempio di vita.

Robert Schuman (1866-1963) è un politico francese nato a Lussemburgo, ma che è vissuto a Metz, capoluogo della Mosella (Francia). Fin dalla sua infanzia e adolescenza risentì dell’influenza della profonda pietà religiosa della madre. Crebbe immerso in due culture: quella francese e quella tedesca. Frequentò gli studi universitari di giurisprudenza a Bonn, Monaco, Berlino e Strasburgo, dove intrecciò una profonda intesa con gli universitari cattolici dell’Unitas.

La sua vita spirituale è stata espressione di una profonda fede animata da uno spirito evangelico, nutrito della Parola di Dio, dall’Eucaristia a cui partecipava quotidianamente, da un virile fervore verso la Vergine. Un giorno confiderà a un monaco: «Sono un bambino nella preghiera».

Nei suoi scritti, troviamo spesso queste espressioni: «Mi abbandono a Te, Signore». Affidandosi a Dio, ma non sottomettendosi, Schuman vede nella politica un cammino preparatogli da Dio presente nella storia e a lui non resta che ascoltarlo. La politica è un servizio verso gli altri ed egli ne farà un cammino di santità. Anche nel nostro tempo inerte e indifferente la santità è ormai la sola politica valida che, per essere praticata, deve conservare la purezza del lampo.

«Tutto per il Signore»: il politico Schuman non nutre ambizioni personali, s’impegna nel servizio politico su insistenza degli altri ed ha una sola idea: aver cura degli altri.

A Metz, dove aprirà il suo studio di avvocato, si fa notare per la sua sapienza a vagliare la concretezza quotidiana; non mente, non dissimula, è un uomo mite, dedito all’assistenza di minorenni in stato di disagio. Non sfugge alle attenzioni pastorali del suo vescovo che lo nomina presidente della Gioventù Cattolica. (…)

Come ministro degli Esteri il 9 maggio 1950 lancerà l’idea di una Comunità Europea, che non è solo un progetto politico, una strategia, ma un bene prezioso, un contributo per corroborare le diversità, per valorizzarle nell’unità intesa come appartenenza ad un’identità più grande: l’universalità. È un valore che permette oggi di vivere il rapporto con gli altri nella solidarietà, un umanesimo che condanna gli egoismi localistici, la depredazione delle altrui culture, i genocidi compiuti in nome di ideologie aberranti, le innominabili condizioni di lavoro.

Sa bene Schuman che la pace è frutto della riconciliazione. Non esita, lui, cittadino di un paese vincitore, a tendere la mano al nemico vinto e a chiedergli perdono.

Sono tre le idee basilari dell’idea «Europa» espressa da Schuman.

«L’Europa deve darsi un’anima». Le istituzioni europee sarebbero «un corpo senza anima» se non fossero animate dallo spirito europeo, uno spirito di fraternità fondato sulla concezione della democrazia, di natura essenzialmente cristiana, e su «la verità costruita secondo giustizia, vivificata e integrata nella carità, posta in alto dalla libertà». ("Pacem in terris")

«L’integrazione politica deve essere il completamento necessario all’integrazione economica». L’integrazione economica rappresentava nel 1950 solo il primo passo a cui ne sono seguiti altri. Il processo verso l’unità politica continua, soprattutto in questi giorni in cui la pandemia ha messo ancor più in evidenza che dipendiamo gli uni dagli altri.

«L’Europa unita prefigura la solidarietà universale dell’avvenire». Negli ultimi giorni della sua vita terrena, Schuman scrisse: «Ci avviamo verso una concezione del mondo dove si delineeranno sempre di più la visione e la ricerca di ciò che unisce le nazioni, di ciò che esse hanno in comune e dove si potrà conciliare ciò che le distingue o le oppone». Lo scrisse nel 1963.

Robert Schuman non ha predetto l’oggi che viviamo, ma l’ha preparato. È stato il profeta dell’Europa che ha ricevuto da Dio la capacità di scrutare la storia e di interpretare gli avvenimenti. Ai cristiani e agli uomini che Dio ama spetta il compito di rimanere saldi, fermi nell’attesa, certi che l’Europa sognata dal venerabile Robert Schuman si realizzerà.

Edoardo Zin domenica 20 giugno 2021 AVVENIRE

 

giovedì 18 aprile 2013

FESTEGGIAMO IL 18 APRILE


Ricorrono SESSANTACINQUE anni  dal 18 aprile 1948, data storica per la democrazia italiana. La rievochiamo riproponendo questo articolo di Antonio Socci di alcuni anni fa.


«Il mondo è fermo, l'Italia sceglie», titolava un grande giornale inglese. Quel 18 aprile 1948 non c'erano vie di mezzo:
aut, aut. Una scommessa secca. Da una parte la civiltà, la libertà. Dall'altra la barbarie, il terrore, la miseria.

Scriveva il Corriere della Sera: «Preferisci la libertà o la paura di tutti i giorni? Preferisci la certezza del pane o la fame umiliante? Preferisci la serenità o il terrore?».

Il mondo libero è col fiato sospeso, la Penisola è sul crinale. L'Italia non ha solo le truppe di Stalin a Trieste. Si è trovata in casa il più grosso e agguerrito Partito comunista dell'Occidente: 2 milioni di iscritti, 50mila cellule, 50-100mila armati (le Volanti rosse ed i Gap avevano imperversato eliminando impunemente un centinaio di preti e altri avversari politici).

Alle prime elezioni, quelle della Costituente, il 2 giugno del '46 il blocco socialcomunista prende il 40% dei voti, la Dc il 35,18%.

Da allora è un'escalation. Stalin, intanto, in barba ai trattati internazionali, stende la sua cappa di piombo e di terrore fino al cuore dell'Europa. Berlino, Varsavia, Budapest, Sofia (perfino in Grecia le armi crepitano). Dovunque si ripete la tragedia: un colpo di mano dei comunisti e poi gli arresti, la censura, l'epurazione, il regime. All'inizio del '48 sembra venuta la volta della Finlandia. Il 25 febbraio, colpo di Stato comunista a Praga (due settimane dopo il ministro Masaryk viene «suicidato» e con lui la democrazia cecoslovacca).

In Italia si scopre la foiba di Basovizza e tutte le altre dove i comunisti jugoslavi, con l'appoggio di quelli italiani, hanno macellato migliaia di italiani innocenti (la Jugoslavia ancora stalinista si appropria di Zara, la Dalmazia, Fiume, l'Istria, fino a Trieste e Gorizia).

Il 27 settembre del '47, a Bialystok, Stalin aveva riunito tutti i Partiti comunisti dell'Est, il Pci (Partito Comunista Italiano, ndr) ed il Pcf (Partito Comunista Francese, ndr) dando vita al Cominform (un'edizione aggiornata del famigerato Comintern): tutti i «partiti fratelli» sono agli ordini del tiranno del Cremlino.

In Italia i comunisti (che non sono solo il partito più organizzato, ma anche l'unico ad avere una consistenza «militare») sono padroni della piazza. Due mesi prima del 18 aprile, alle elezioni comunali di Pescara, il Fronte (l’alleanza tra comunisti di Togliatti e socialisti di Nenni, che si presentava unitariamente col nome di Fronte Democratico Popolare, ndr) raddoppia i voti delle precedenti consultazioni prendendo il 48,4%, mentre la Dc non arriva al 28%. Il segnale è chiaro: c'è da sudar freddo.

Ma intanto l'Italia ha il pane razionato ed è un cumulo di macerie. Può continuare solo con gli aiuti americani (le navi del Piano Marshall). Così De Gasperi, nella primavera del '47, aveva addirittura dovuto estromettere i socialcomunisti dal governo. Fu drammaticamente solo (a parte il fidatissimo Andreotti) e, nel partito, il gruppo dossettiano arrivò ad attaccarlo pesantemente, per questa scelta. Si avvicinava così il confronto decisivo. Il 18 aprile era il redde rationem. Togliatti, che chiamava sprezzantemente De Gasperi cancelliere von Gasper, gli aveva promesso che - all'indomani della vittoria - lo avrebbe cacciato dal Viminale a pedate. Soprattutto nelle regioni rosse «i capetti (del Fronte)» racconta Andreotti «avevano minacciato sfacciatamente vendetta e forche». In questo clima di paura, di violenza e di intimidazione gli Italiani dovevano scegliere il futuro del loro Paese. «Un avvenimento di importanza storica» disse Churchill. «Tutta la campagna elettorale» ha scritto De Felice «sembrò volta ad una scelta drammatica di regime».

Il risultato sarà stupefacente, sorprendente, unico nella storia d'Italia (dove per la prima volta votano tutti, donne comprese): la Dc di De Gasperi conquista la maggioranza assoluta (dei seggi; la percentuale dei votanti fu del 48,51%, ndr), ed il Fronte popolare di Togliatti (con Nenni come succube reggicoda) appena il 30%. E' un trionfo. L'incubo è finito, comincia la libertà.

Il commento più umoristico è quello dell'Unità: «Potente affermazione del Fronte» (titolo a nove colonne). Il più stupido quello del giornale satirico laicista Don Basilio, che titola: «L'Italia ha quel che si merita. Hanno vinto le vecchie e i deficienti». E' Benedetto Croce, maître-à-penser del pensiero laico, a ribattere: «Beneditele quelle beghine, perché senza il loro voto oggi noi non saremmo liberi».

Luigi Gedda, il fondatore dei Comitati civici, commenta: «Il 18 aprile è stata una bella pagina scritta dall'Italia cattolica, un'Italia che per quasi un secolo era rimasta in stato di clandestinità. La vittoria fu della Dc, ma questa fu la veste di circostanza della protagonista, l'Italia cattolica, che si era andata preparando da almeno tre generazioni a questo momento».

In effetti i Comitati civici (insieme agli aiuti americani del Piano Marshall) furono la marcia in più della Dc. «La grande ora della coscienza cristiana è suonata», così in Piazza San Pietro, Pio XII aveva chiamato a raccolta i cattolici.

18mila Comitati civici coprono il Paese, con 300mila attivisti, legati alle 22mila parrocchie. Emanazione diretta dell'Azione cattolica (ma avversati dalla componente «maritainiana» del presidente Veronese, di Lazzati e di Dossetti) corrispondono ad una formidabile intuizione di Pio XII: che fosse il popolo il vero depositario della libertà, a tener fronte allo Stato-tiranno, esprimendosi anche in forme autonome dai partiti.

Alcide De Gasperi riconosceva questa particolare natura strumentale alla Dc. All'assemblea organizzativa del gennaio '49, opponendosi al «partito giacobino» proposto dai dossettiani (cioè un partito programmatico, laico, autonomo, totalizzante) disse: «La Dc non sarebbe stata quella che è attualmente se davanti ad essa non vi fosse un secolo di esperienze del movimento sociale cristiano. Prima che come partito è nata come movimento... Dobbiamo affermare che riconosciamo questa paternità e questa origine».

Protagonista doveva essere dunque la Chiesa - il popolo cattolico - non il partito (che era «una veste di circostanza»); questa la convinzione di Pio XII: «Per lui il "partito unito dei cattolici" esisteva già prima della Dc, ed era la Chiesa». Per questo i più stretti collaboratori del Papa, Domenico Tardini della Segreteria di Stato, il cardinale Ottaviani del Sant'Uffizio e Luigi Gedda, avevano in mente non la sola Dc ma una pluralità di partiti che i cattolici potessero «controllare».

La Civiltà Cattolica (la rivista dei Gesuiti, le cui bozze vengono riviste dalla Segreteria di stato della Santa Sede, ndr), già nel '44 prevedeva che potessero «sorgere più partiti politici lecitamente discordanti sul terreno politico, ai quali essi (i cattolici) possono aderire».

Da parte sua De Gasperi proponeva invece l'immagine di un partito aperto: «La civiltà cristiana non si pone in essere solo con affermazioni generiche di principio, ma con lo sforzo concreto di trovare soluzione ai problemi che interessano la popolazione».
 
Erano parole pronunciate qualche mese prima del 18 aprile. Gianni Baget Bozzo le commentò così: «Era il suo modo di lottare contro un modello di partito autarchico, chiuso in se stesso».

Naturalmente il 18 aprile, di fronte alla minaccia della sovietizzazione, era necessario salvare il Paese: e si fece quadrato attorno alla Dc.

Ma l'orizzonte della Chiesa viva era la sua stessa missione, non un partito (che era solo una delle espressioni storiche). (...)