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giovedì 5 dicembre 2019

GRETA SVELA LA VERA FACCIA DELL’ECOLOGISMO ESTREMISTA, L’ODIO DI SÉ E DELL’OCCIDENTE



 “Ci battiamo contro colonialismo, razzismo e patriarcato”, scrive la giovane attivista svedese in un editoriale su Project Syndicate per spiegare perché è importante protestare per il clima


In un saggio dal titolo “Mass Death Dies Hard”, il compianto critico culturale australiano Clive James, da poco scomparso a Cambridge, definiva la campagna sul global warming come un “animus rivoluzionario contro la democrazia liberale”, un “abracadabra” il cui vero scopo
potrebbe essere quello di “creare un governo mondiale che assicurerà quella che Robert Mugabe chiama ‘la giustizia del clima’, in cui il capitalismo è sostituito da qualcosa di altruistico”. Questo prima che Greta Thunberg saltasse la scuola in Svezia per salvare il pianeta, prima che diventasse una icona mondiale, prima che si imbarcasse su un catamarano per l’America, prima che questa settimana arrivasse a Madrid per il summit sul clima delle Nazioni Unite.

“Why we strike again” è il titolo dell’editoriale scritto da Greta su Project Syndicate per spiegare perché è importante protestare. “Tale azione deve essere potente e di ampio respiro”, scrive l’ambientalista svedese. “Dopotutto, la crisi climatica non riguarda solo l’ambiente. I sistemi di oppressione coloniale, razzista e patriarcale l’hanno creata e alimentata. Dobbiamo smantellarli tutti”.
Rileggiamola bene: la crisi climatica è frutto del razzismo, del colonialismo e del patriarcato occidentali, che vanno smantellati. Siamo nel cuore della vera faccia dell’estremismo ecologista, che non è tanto la premura per l’ambiente, ma quella di un occidente sommerso dall’odio di sé. Siamo nella nuova fase dell’ambientalismo.

Il Guardian ha pubblicato una serie di interviste sulla “giustizia climatica”, a cominciare da quella al suo ideatore, Robert Bullard. Si rilegge anche la storia attraverso questa lente. Ricercatori della University College di Londra hanno di recente spiegato che la colonizzazione delle Americhe da parte di Cristoforo Colombo (le cui statue sono state abbattute perché in odore di “razzismo”) ha riscaldato il clima, impattando sulla salute del pianeta.

 E’ la convergenza perfetta dei capri espiatori: il marxismo, che ha individuato nel
capitalismo il responsabile delle miserie umane; il terzomondismo, che ha elevato l’occidente a criminale della storia, e l’ambientalismo, dove il colpevole è l’uomo stesso. Parlando con il settimanale francese Point, Michael Shellenberger, “eroe dell’ambiente” secondo la rivista Time, ha detto che questo moralismo ecologista vorrebbe farci “vivere come nei paesi poveri. Greta Thunberg non vivrà come una congolese, è ridicolo. La sua esistenza è quella di una ricca bambina svedese”.

E’ l’idea di appartenere alla feccia dell’umanità, così che l’interesse di tutti i diseredati sociali e gli emarginati culturali viene a coincidere, tanto che nessun discorso, nessun documento, nessuna analisi ambientalista possa concludersi senza che riecheggi il grande luogo comune: l’uomo bianco è malvagio.

Come ha scritto Pascal Bruckner nel suo “Fanatismo dell’Apocalisse”, la preoccupazione ambientale è universale, la fine del mondo è esclusivamente occidentale. L’indiano Barun Mitra conferì un “premio” speciale alle ong occidentali per la loro opera “di sostegno della povertà”. Una lapide appoggiata allo sterco animale, a simboleggiare la qualità degli argomenti degli ecologisti radicali e la “biomassa” cui erano stati condannati i poveri.

di Giulio Meotti 4 Dicembre 2019 Il Foglio


mercoledì 21 agosto 2019

IL PAPA IN CAMPO


In una intervista alla stampa una sintesi delle tesi politiche del Papa
L’intervista concessa alla “Stampa” il 9 agosto è il più esplicito e organico pronunciamento politico in tutto il pontificato di papa Francesco.Questo intervento ha ovviamente sollevato  le opinioni più controverse.  Luca Ricolfi,sociologo, rispondendo ad una domanda sui pronunciamenti del Papa in tema di Europa e Sovranismi ha risposto: “La sua testa politica funziona come quella di un terzomondista degli anni sessanta, che una macchina del tempo ha trasportato ai giorni nostri”. E Marcello Veneziani ha affermato che c’è un “propagandista di sinistra finito in Vaticano con un incarico ancora non ben definito, oltre quello di commissario liquidatore della cristianità.” Sulla stampa laicista e progressista di sinistra l’intervista è stata accolta con soddisfazione come un atto atteso e dovuto in un momento in cui i sovranisti vogliono la guerra e il ritorno del nazismo (“il Papa non si critica”).
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RIPORTIAMO QUI UNA LETTURA POLITICA DI  EUGENIO CAPOZZI APPARSA SUL SITO ON LINE DE L’OCCIDENTALE
IN FONDO AL POST L’INTERVISTA ALLA STAMPA
 
L’intervista concessa alla “Stampa” il 9 agosto è il più esplicito e organico pronunciamento politico in tutto il pontificato di papa Francesco. Nella conversazione il papa riprende molti temi su cui già in precedenza molte volte si era soffermato. Ma mai fino ad ora egli aveva raccolto le sue tesi sui principali temi della politica europea e mondiale in una sintesi unitaria così completa: dallo stato dell’integrazione europea all’immigrazione, dalla dialettica globalismo/sovranismi alla salvaguardia dell’ambiente.
Non solo: negli ultimi decenni, almeno a partire dal pontificato di Pio XII, nessun papa era entrato così sistematicamente nel merito di tutte le principali questioni politiche dibattute in Occidente e in Europa, inclusi gli affari interni italiani. Nel suo programma di “Chiesa in uscita” e di nuova evangelizzazione in un Occidente sempre più secolarizzato ed anzi anticristiano, Jorge Bergoglio sta attuando uno sforzo senza precedenti per qualificare la Chiesa cattolica come attore protagonista dei grandi mutamenti globali, portatore diretto di risposte, speranza, fiducia per popoli angosciati in un’epoca di incertezza.
Si tratta di una scelta decisa che forza fino al limite il confine labile tra la predicazione del Regno di Dio e l’impegno per specifici obiettivi da misurarsi nella sfera secolare. Un confine molto spesso ambiguo, che ha dato luogo in passato ad equivoci pericolosi. Come nella fase tormentata del post-Concilio, in cui, in anni di grandi movimenti e sommovimenti,  la tentazione di abbracciare ideali di liberazione, progresso, uguaglianza, sviluppo tutti inscritti nel segno delle ideologie condusse la Chiesa e il mondo cattolico a gravi sbandamenti e lacerazioni, ai quali soltanto la sapienza e l’equilibrio di papa Paolo VI e la nascita di movimenti nel segno di un ritorno allo spirito originario della comunione ecclesiale posero un argine.
I rischi di una ripresa, sia pur in un contesto diverso, di una linea di impegno politico tutto “terreno” per la Chiesa sono dunque da non sottovalutare. Per evitarli, sarebbe necessaria all’interno di essa una riflessione meditata e approfondita sui temi in questione, al fine di elaborare risposte politicamente e socialmente incisive, ma anche coerenti con la sua storia, il suo magistero e la sua funzione.
Ebbene, l’impressione principale che si ricava dall’intervista di Francesco alla “Stampa” – in ciò confermando ed amplificando quella generata da innumerevoli precedenti pronunciamenti – è che proprio da questo punto di vista la “piattaforma ideologica” del suo pontificato sia decisamente inadeguata. Il papa, infatti, si esprime su argomenti politici molto complessi e divisivi con enunciati assiomatici, stringati, di una genericità sconcertante, talvolta anche infarciti di inesattezze dovute palesemente ad una insufficiente conoscenza della discussione in materia. Suscita, francamente, grande sorpresa che egli non abbia intorno a sé, o non se ne serva, studiosi in grado di fornirgli tutta l’indispensabile documentazione sui vari dossier, e di orientare la sua riflessione in merito.
Sul tema della contrapposizione tra globalismo ed europeismo da una parte, sovranismi e nazionalismi dall’altra, il pontefice partiva da una base interessante e potenzialmente feconda: quella della distinzione tra una globalizzazione come “sfera” (omologante e mortificante per le varie culture) e come “poliedro” (in grado di tenere conto delle loro specificità). Nell’intervista Bergoglio riprende questa teoria, opportunamente sottolineando come nel dialogo tra paesi e culture diversi occorra partire dalle rispettive identità per integrarle tra loro con il dialogo. Ma immediatamente poi egli riduce tale principio alla rivendicazione di un generico europeismo, inteso come il “sogno dei padri fondatori”, e alla altrettanto generica condanna del sovranismo.
Sull’Unione europea il pontefice si limita a dichiarare che essa “si è indebolita con gli anni, anche a causa di alcuni problemi di amministrazione, di dissidi interni. Ma bisogna salvarla”, aggiungendo una approvazione incondizionata per la presidenza della Commissione ad Ursula von der Leyen, motivata dalla considerazione che “una donna può essere adatta a ravvivare la forza dei Padri Fondatori”, perché “le donne hanno la capacità di accomunare,di unire”.
Possibile che il capo della Chiesa cattolica non abbia nulla di più specifico da dire sulla tormentata storia del passaggio dalla Comunità all’Unione europea, sul complesso rapporto in quest’ultima tra accentramento burocratico e democrazia, sulla diseguaglianza in essa tra Stati economicamente più forti e più debol? Che sia sufficiente alla von der Leyen essere una donna per riscuotere il suo consenso, ma che egli niente abbia da dire sulla deriva accentuatamente secolarizzata del popolarismo tedesco, di cui la attuale presidente della Commissione è stata preminente espressione, con tanto di adeguamento supino alle posizioni laiciste sui “principi non negoziabili”?
Fare confronti con il precedente pontificato può sembrare gettare sale sulle ferite, ma c’è davvero un abisso tra la radicata ed articolata riflessione di Benedetto XVI sulla crisi dell’Europa e queste schematiche considerazioni.
Sul tema del sovranismo, e su quello del populismo ad esso connesso, il pontefice raggiunge nell’intervista ulteriori punte di approssimazione. Il fenomeno sovranista – incomprensibile senza il riferimento alla ribellione contro i disagi della globalizzazione e la deriva elitista dell’Ue – viene sbrigativamente liquidato non solo come mera espressione di egoismo nazionalistico (“prima noi. Noi … noi … “), ma addirittura come la possibile reincarnazione del fascismo e del nazismo (“si sentono discorsi che assomigliano a quelli di Hitler nel 1934”). Un’enormità dal punto di vista storico e politologico, oltre che una dichiarazione fortemente divisiva verso parti considerevoli di tutte le società civili europee, in cui i partiti sovranisti riscuotono considerevoli consensi elettorali, e anche per i tanti cattolici che li votano. E – aspetto non certo irrilevante – una presa di posizione esplicita rispetto al contesto politico italiano, decisamente ostile nei confronti di Salvini e della destra. Con il risultato di presentare la Chiesa – con toni drastici che non si ricordavano, appunto, dall’epoca in cui i comunisti venivano scomunicati – come un attore politico nettamente schierato da una parte.
Una visione ancora meno a fuoco del fenomeno, fondata su una conoscenza decisamente sommaria e poco meditata di esso, emerge quando il papa dice che “il sovranismo è un’esagerazione che finisce male sempre; porta alle guerre”. Come è noto, infatti, movimenti e partiti sovranisti sono comparsi nella storia europea solo negli ultimi decenni, e nazionalismo e sovranismo sono fenomeni diversi, non sovrapponibili. Per non parlare di quando egli si avventura in una spericolata distinzione tra popolarismo e populismo, per sostenere il primo contro il secondo, concludendo che “i populismi ci portano a sovranismi: quel suffisso, ‘ismi’, non fa mai bene”. Laddove è evidente che anche il popolarismo è un “ismo”, dunque non si capisce in base a cosa dovrebbe essere preferito. Sono anche scherzi della lingua italiana parlata da uno straniero, certo. Ma questo è un ulteriore problema che in un contesto di comunicazione così cruciale non dovrebbe essere trascurato.
Sui fenomeni migratori il pontefice riprende e radicalizza ulteriormente posizioni già ripetutamente esposte in materia. La sua nota formula secondo cui la politica degli Stati sul tema si riassume nelle quattro parole “ricevere, accompagnare, promuovere, integrare”, interpretate alla luce della “prudenza” da parte dei governi sulle concrete possibilità di accoglienza, qui viene spiegata semplicemente sostenendo che gli Stati dell’Unione europea dovrebbero accordarsi per distribuire gli immigrati tra loro a seconda della densità di popolazione. E, addirittura, auspicando che gli immigrati vengano utilizzati per ripopolare città e zone demograficamente depresse: dichiarazione che alimenta l’impressione di  un’adesione all’impopolarissima idea della “sostituzione etnica”.
Possibile – ci si chiede – che il papa nemmeno si ponga il problema dell’impatto di una immigrazione extraeuropea sempre più massiccia sulla tenuta delle società del Vecchio Continente? Che non gli venga nemmeno un dubbio sul fatto che numeri sempre più alti di immigrati sempre meno regolarizzati provenienti da paesi molto lontani dagli standard europei di convivenza possano creare – o stiano già creando – problemi molto gravi di ordine pubblico, di compatibilità culturale, di convivenza e tolleranza religiosa?
Infine, il tema dell’ambiente. Anche su questo punto le posizioni di Bergoglio – ancor più che nell’enciclica Laudato sì ad esso completamente dedicata – appaiono lapidarie, acritiche, del tutto prive di sfumature. Il pontefice sposa infatti con totale convinzione le tesi catastrofiste sull’esaurimento delle risorse del pianeta e soprattutto sul riscaldamento globale antropico, e fornisce un convinto endorsement al movimento fondato dalla giovane Greta Thunberg, della quale cita con compiacimento uno slogan piuttosto anonimo come “Il futuro siamo noi”. Ed anche in questo caso viene da chiedersi perché un’autorità spirituale mondiale di tale livello metta in gioco senza riserve la credibilità dell’istituzione da lui guidata per sostenere opinioni fortemente discusse, su cui vi è tutt’altro che consenso unanime, sia tra gli studiosi che a livello di dibattito politico internazionale.
In conclusione, mai come oggi, con questa intervista di Francesco, la Chiesa cattolica si è proposta non come “cattolica”, cioè appunto universale, ma al contrario come un vero e proprio “partito”. Dettato dalla nobile intenzione di evangelizzare i popoli proponendosi come istituzione vicina ai problemi più angoscianti e urgenti del nostro tempo, questo atteggiamento produce però spesso un effetto opposto: taglia fuori, o fa percepire se stessi come tagliati fuori, tutti quei fedeli che non concordano con la “linea” ideologica dettata dal Vaticano, oltre ad un’amplissima parte delle società occidentali che potrebbe invece essere coinvolta da un’opera di ravvivamento della dimensione comunitaria, dalla ricerca di un senso più alto della vita oltre la dimensione dei beni materiali, del potere, del consumismo.
Paradossalmente, insomma, proprio il papa che all’inizio del suo pontificato ha messo in guardia la Chiesa dal ridursi ad una “o.n.g.”,  nell’intento di portare la sua predicazione sempre più dentro il “fuoco della controversia” del mondo contemporaneo rischia concretamente di favorire un esito ancora peggiore di quello che paventava. Ponendo l’istituzione al servizio di un “programma” tutto mondano, che lascia sullo sfondo – togliendo ad esso efficacia e forza di convinzione – la sua ragion d’essere primaria: il kérygma, che nessun dibattito politico potrà mai esaurire e nemmeno avvicinare nella sua relazione totale con ogni aspetto dell’esperienza umana.
Pubblicato 13 Agosto 2019 

martedì 13 agosto 2019

METEO, CALDO RECORD. FRANCO PRODI: "MINI RIALZI, NULLA DI EPOCALE"


Roma, 7 agosto 2019 - Di mattina si sfiorano i 40 gradi, al pomeriggio si scatenano bombe d’acqua e grandine. La percezione diffusa è quella di vivere un’estate anomala, a dir poco.


Da climatologo di fama internazionale, professor Franco Prodi, lei che cosa ne pensa?
«Queste sensazioni – dice Prodi – sono ancorate alla memoria personale di ciascuno di noi sulla quale non possiamo fare affidamento. A livello scientifico, studiando i dati e confrontando le medie su base trentennale, viene confermato un aumento della temperatura dell’aria più accentuato a partire dal 1970. Il riscaldamento comporta una maggiore concentrazione di vapore d’acqua, con di conseguenza un’intensità più marcata dei fenomeni temporaleschi».

Possiamo dire che sia in atto un cambiamento climatico epocale?
«È un’affermazione troppo assertiva, non suffragata da evidenze scientifiche».

Il riscaldamento globale del pianeta, però, è un dato oggettivo.
«Si parla di un incremento pari a sette decimi di grado ogni secolo a partire dai primi dell’800. In quale misura questo aumento sia di natura antropica oppure dovuto a cause naturali, resta una questione ancora aperta».

Vuol dire che non è tutta colpa dell’uomo?
«Quello che passa nell’opinione pubblica, o che almeno si cerca di veicolare, è che il riscaldamento del pianeta sia solo di natura antropica e in particolare che sia da imputare all’incremento della concentrazione di C02 nell’atmosfera. Io non sono né catastrofista, né negazionista, dico solo che queste due posizioni non sono supportate da evidenze scientifiche. Dobbiamo sempre ricordare che la conoscenza del clima è ancora incompleta».

I cambiamenti climatici sono ineludibili?
«Ce ne sono stati nei millenni precedenti e altri ve ne saranno, viva o meno l’uomo sulla Terra. In altri termini, dobbiamo considerare come questi mutamenti siano connessi a quella che è la conformazione del sistema complesso stella-pianeta. Pensiamo solo al fatto che la distanza fra la Terra e la sua sorgente luminosa, il Sole, è suscettibile di variazioni, così come l’astrofisica ci spiega che la stessa intensità dei raggi solari può mutare. E non dimentichiamo anche l’altra variabile dell’involucro che avvolge il nostro pianeta, l’atmosfera».

Ricca di particelle e gas emessi in gran quantità dall’uomo.
«Certo, vedesi gli scarichi delle auto o i fumi delle caldaie. È chiaro che noi giochiamo la nostra parte nella partita del surriscaldamento globale, ma torniamo al punto di partenza: non è possibile quantificare il grado di responsabilità dell’uomo rispetto a quello della natura stessa. Non siamo nelle condizioni di comprendere da che parte penda maggiormente la bilancia».

Farebbe due chiacchiere con la 16enne svedese Greta Thunberg che ha avuto il merito di mobilitare migliaia di giovani in tutto il mondo sul tema dei cambiamenti climatici?
«Lei si muove fuori da un discorso scientifico. L’aspetto positivo è senz’altro quello di generare un’urgenza nel prendersi cura dell’ambiente, dall’altro lato, però, c’è l’equivoco di dare per scontato che tutto si possa risolvere limitando le emissioni di C02. Direi che è bene partire da una riduzione dell’inquinamento planetario che è misurabile. Su questa base è possibile cercare un accordo internazionale fra gli Stati».


di GIOVANNI PANETTIERE da Il Resto del Carlino


domenica 21 aprile 2019

IL PD AMBIENTALISTA PER CASO


È arcinoto che il governo è in pessime condizioni di salute, il Pd invece di deambulare nel campo del Banalistan dovrebbe cambiare il suo profilo, dare una cifra visibile al suo programma (e naturalmente averne uno degno di tal nome), mettere insieme un paio di idee decenti per essere percepito come qualcosa di alternativo e credibile. A meno che non si pensi di smuovere l'elettorato con pagine pubblicitarie sui giornali come questa: 

Il populismo ambientalista dei dem e’ evidentemente contagiato da Greta, altra spiegazione non può esserci, ma se una bimba può dire delle banalità e prendere gli applausi per averle dette, un partito politico che aspira a guidare una potenza industriale (occhio alla parola, industriale) forse dovrebbe spiegare ai suoi potenziali elettori come intende coniugare la presenza dell'uomo sulla Terra con le sue necessarie attività quotidiane, vedi alla voce manifattura, agricoltura, trasporti e via così. Poche idee e ben confuse, a quanto pare.


Sarebbe stato utile sapere, tanto per fare un esempio, qual è il piano del Pd per un paese che ha un tasso di dipendenza energetica che supera il 75 per cento; 

·         se condivide l'impostazione da mesozoico del Movimento Cinque Stelle sullo stop all'esplorazione nel settore vitale per l'Italia del petrolio e del gas;
·         se ha due o tre elementi concreti di azione politica su deforestazione, sviluppo dell'allevamento di bestiame, fertilizzanti azotati, gas fluorati; 
·         se ha un progetto per il decongestionamento delle metropoli; 
·         se ha una pallida conoscenza delle reali dimensioni (lillipuziane) dello sviluppo dell'auto elettrica; 
·         se ha mai compulsato le pagine del World Energy Outlook e i numeri reali sulla decabornizzazione nel mondo;
·         se è a conoscenza del non irrilevante fatto che gli Stati Uniti sono diventati esportatori netti di petrolio; 
·         se conosce il contributo fondamentale - nel bene e nel male - di paesi come Cina e India allo scenario ambientale; 
·         se sanno là al Nazareno che oltre 1 miliardo di persone sulla Terra vive senza l'accesso all'energia elettrica (e dunque hanno bisogno di investimenti in infrastrutture che "inquinano");
·         se hanno idea del fatto che dal 2000 a oggi la sola India ha dato l'energia elettrica a mezzo miliardo di persone; 
·         se hanno idea dell'inesorabile fatto che la domanda di petrolio da qui al 2040 non diminuirà ma aumenterà per effetto dell'incremento dell'uso nelle costruzioni, nel trasporto merci su strada, nell'aviazione e nello shipping, nel settore petrolchimico, tutto questo per effetto di quella cosa che si chiama industrializzazione e globalizzazione, parola abusata ma ben poco compresa.
·         Cosa farannno i Dem, imporranno anche loro una decrescita (in)felice al nostro paese, diranno ai cinesi, agli indiani, agli asiatici, agli africani, ai popoli dei paesi emergenti o già ben più che emersi che per salvare il pianeta (e il nostro livello di benessere, senza rinunciare a niente) bisogna fermare lo sviluppo? Siamo al populismo ambientalista. E non è finita. 

I competenti del cobalto

E meno male che questi sarebbero i competenti. Lo sono talmente tanto che riescono a sbagliare perfino i manifesti dove parlano dottamente di ambiente: Anidride carbonica? Torniamo alle scuole medie, tavola periodica degli elementi: 

Domanda della maestra: che cosa è l'anidride carbonica? Risposta dell'alunno al primo banco, uno che non ha alcuna intenzione di fare il segretario del Pd: è una molecola formata da un atomo di carbonio e due atomi di ossigeno, la formula chimica di questa combinazione è CO2. Ottimo! dice la maestra soddisfatta.
Quello che il partito dei competenti ha pubblicato sui suoi manifesti invece è un'altra cosa, è il... cobalto, il cui simbolo nella tavola degli elementi infatti è Co. La differenza tra maiuscolo e minuscolo... Alle scuole elementari se sbagliavi questo punto la maestra ti mandava dietro la lavagna e i tuoi compagni di classe ridevano perché la prima cosa che ti avevano detto era di non confonderti con il cobalto.

Cose che non contano nulla? Non è un dettaglio insignificante, perché l'errore svela il modus operandi della macchina del partito: l'incidente accade perché chi ha dato il via libera alla campagna social ignorava completamente che la formula era sbagliata, significa che l'improvvisazione tra i competenti (per caso) regna sovrana, che il cobalto e l'anidride carbonica pari sono e non si capisce allora, in tutta franchezza vuol dire che un materiale di comunicazione del partito sulla scienza (sulla quale si basa la presunta superiorità antropologica del "competente") è passato al visto si stampi senza il controllo di un competente (sul serio);, che differenza vi sia tra il Dibba che non sa niente di storia e geografia e il partito di quelli che la sanno lunga che manda a sorridere il segretario su un errore da zero spaccato. 

Post scriptum. Nel manifesto del sorridente Zingaretti sul cobalto che dovrebbe essere anidride carbonica si richiama l'obiettivo europeo di "zero emissioni" (e in realtà si tratta di "zero emissioni nette", altra cosa e in ogni caso allo stato attuale obiettivo del tutto irrealistico) e si indica una data, il 2050. Citofonare Zingaretti, nel pianeta dell'ambientalista politicamente corretto questo è uno sforzo del tutto inutile, il mondo secondo Greta Thunberg finirà nel 2030. Preparate i razzi per espatriare su Marte. 


Tratto da LIST

mercoledì 3 aprile 2019

“ABBIAMO 10 ANNI PER SALVARE LA TERRA”



(DICEVAMO NEL 1989)
E ora Greta Thunberg ha detto che fra 11 anni finirà la nostra civiltà. È l’ultimo degli “avvisi catastrofisti”. Qualche dato oltre gli slogan

Adesso che Greta Thunberg – l’attivista svedese di 16 che «salverà il mondo» – ha fatto il suo debutto nel mondo delle star al premio Goldene Kamera, con Vanessa Redgrave, Conchita Wurst e tanti altri vip, per informarci che «siamo a circa 11 anni di distanza dallo scatenare una reazione irreversibile che porterà probabilmente alla fine della nostra civiltà» , forse è il caso di spendere qualche parola sulle prove scientifiche che “incolpano” gli uomini di causare i cambiamenti climatici.
Foto ANSA

L’ambientalismo dogmatico
Lo abbiamo già scritto e lo ripetiamo: non abbiamo nulla contro l’impegno di una giovane nel portare avanti la causa in cui crede. Resta il fatto che, oltre a sembrarci balzano “scioperare” da scuola per il clima (casomai serve più studio, non meno), è necessario anche capire di cosa si tratta, di cosa si parla, quali sono i dati di partenza alla base del ragionamento. Da premesse sbagliate discendono conclusioni errate, è inevitabile. È quel che spesso accade nell’ambientalismo dogmatico, ormai una vera e propria “religione globale” coi suoi adepti e corifei, anche inconsapevoli.

«Non sappiamo cosa succederà»
Franco Prodi, fratello di Romano, climatologo di fama internazionale ed ex direttore dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr, ha già spiegato in maniera pacata all’Huffington Post cosa non torni nelle numerose prese di posizione apodittiche degli ultrà ambientalisti: «Attribuire sicuramente il riscaldamento globale alle emissioni della sola Co2 è scientificamente quantomeno avventato».
Prodi, che si autodefinisce «né catastrofista né negazionista», invita alla cautela:
«Andrebbe chiarito nell’ambiente scolastico che le parole ambiente, clima e meteorologia vanno ben individuate nel loro ambito. La mia convinzione è che la conoscenza scientifica del sistema clima è ancora molto incompleta, e non è in condizione di consentirci di fare quelle previsioni che oggi ci vengono proposte come tali ma che in realtà sono solo degli scenari. Quando diciamo che alla fine del secolo la temperatura globale del pianeta a due metri dal suolo sarà aumentata tra 1,5 e 7 o 8 gradi vuol dire che non sappiamo cosa succederà. Ci sono diversi modelli, sempre più affinati ma sempre incompleti, e che ci danno risposte diverse».
La sfida della comprensione
Bisogna tenere conto di diversi fattori, dice il maggior esperto italiano che, en passant, fa anche notare che non bastano i dati forniti dall’Ipcc (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, l’organismo Onu che nel 2007 con Al Gore fu insignito del Nobel per la Pace):
«Serve un invito a capire veramente qual è la natura del problema. E siccome parliamo di studenti, dalla scuola e poi dall’università e dalla ricerca deve iniziare la comprensione della sfida autentica di questo secolo: una conoscenza del clima che ci consenta una previsione e soprattutto una quantificazione dell’effetto antropico, che c’è senz’altro ma deve anche essere inquadrato nell’evoluzione naturale del clima».
Due anni per salvare il mondo
Capire, ecco, questo è il punto. Un articolo che, da questo punto di vista, può essere utile è stato pubblicato sulla Verità, a firma di Umberto Tirelli (“Nel 2007 c’erano solo 2 anni per salvare il mondo”), che esordisce con un dato di fatto: «Dal 1850 ad oggi la temperatura media del nostro pianeta è aumentata di circa 0,8-1° gradi». Il problema è: quale causa ha provocato tale innalzamento? Normale origine naturale o antropica? Gli esperti si dividono, ma, come nota Tirelli, «negli ultimi decenni i mass media si sono molto occupati dei problemi relativi ai cambiamenti climatici dando risalto prevalentemente alle opinioni dei catastrofisti:
«Nel 1989 La Repubblica titolò: “Dieci anni per salvare la Terra”. Nel 2007 sempre La Repubblica: “Ambiente, due anni per salvare il mondo”».
0,0038 per cento
È in base anche a questi allarmi che nel 1997 è stato sottoscritto il protocollo di Kyoto, un documento che impegna i paesi che lo firmano a rispettare delle quote di immissione di Co2 nell’aria in modo da farle calare del 5 per cento rispetto ai livelli del 1990.
Scrive Tirelli:
«In quell’anno (il 1990, ndr) la Co2 presente in atmosfera era di circa 2.900 Gt (miliardi di tonnellate), altrettanti ve ne erano sullo strato superficiale dell’oceano. La Co2 emessa dall’uomo era di 22,3 Gt, quindi l’incidenza delle emissioni antropiche era dello 0,76 per cento. Pertanto la riduzione proposta sulla quantità globale di Co2 (per salvare il mondo) è dello 0,038 per cento».
La non estinzione degli orsi polari
Che la campagna ambientalista si fondi più su reazioni emotive che altro? Più su immagini shock che dati reali? Il dubbio è lecito. Citando un articolo del docente al Mit Richard Lindzen, Tirelli fa notare che
«agli ambientalisti piace toccare corde più sentimentali, mostrando immagini di orsi polari in affanno su ghiacci che, ci viene detto, sono sempre più ridotti. Quello che non ci viene detto è che oggi si stima che vi siano 22.000 orsi bianchi rispetto ai 5.000 del 1940».

TEMPI 2 aprile 2019


martedì 19 marzo 2019

CLIMA: LA “COSCIENZA” ECOLOGICA DEI GIOVANI E LA PROFEZIA DI PASOLINI


I giovani rapiti dalla battaglia per il clima non hanno una cultura ecologica globale: conoscono solo qualche slogan fatto in casa. O dai media
 CARLO BELLIENI

Ecologista da tempi non sospetti, resto allibito da questo scoppio di “amor naturae” negli adolescenti. A proposito di clima e ambiente, non sono il solo ad aver visto il nulla nella coscienza ecologica giovanile negli ultimi vent’anni, notando invece una generazione tutta dedita ad inquinare, sprecare, ammalarsi di sostanze tossiche; certo non per colpa loro, ma per insipienza della generazione precedente che li ha svuotati di ogni contenuto. Oggi d’improvviso l’esplosione di coscienza. Mah.

Già da quando scrivevo con altri ecologisti il libro Una gravidanza ecologica mettevo in guardia dal disimpegno generale rispetto ai temi dell’ecologia, salvo gli sporadici (e conditi di politica) richiami al surriscaldamento globale. 
Anche qualche anno dopo, quando scrivevo il libro La cultura dello scarto, lamentavo che nelle generazioni che affollano le scuole si moltiplicassero i cellulari (inquinanti), le plastiche (inquinanti), le emissioni di tabacco e di smog (inquinanti); addirittura che reclamassero come diritto l’avere il cellulare acceso a scuola, come se loro e i politici che gli andavano dietro non avessero mai sentito parlare di elettrosmog. 
Quest’esplosione di “coscienza” mi ricorda l’esplosione di “tifo” per le regate di barca a vela che costringevano vent’anni fa un’intera generazione a improvvisarsi esperti di skipper e rande perché lo diceva la tv mentre mai ne avevano sentito parlare fino al giorno prima. Oggi non è la tv a dettare il programma, ma sono i più efficienti social media (veicolati da strumenti altamente inquinanti, ma tant’è…!). Quello che dunque lascia attoniti non è la potenza dei giovani, ma la potenza dei mass media che in 24 ore riescono a far fare alla popolazione quello che vogliono a tavolino, con strategie chiare e rodate.

Quello che sappiamo è che i ragazzi non hanno una reale coscienza ecologica (basta far loro qualche domanda che non richieda solo uno slogan come risposta), anche perché se l’avessero butterebbero via i cellulari, smetterebbero di andare in giro griffati, non butterebbero nella spazzatura metà del loro pranzo che snobbano per principio. Non farebbero viaggi aerei e in auto per solo svago, sapendo quanto inquina un auto o un aereo, e farebbero catene umane per ripulire spiagge e boschi. 
Soprattutto, avrebbero una coscienza ecologica globale, cioè la chiara consapevolezza che inquinamento non significa solo gas serra, e non significa solo plastiche, cadmio, mercurio… significa giustizia sociale, lotta contro le diseguaglianze globali, perché l’inquinamento peggiore è quello dei popoli ricchi che riversano le loro scorie nei paesi poveri, dei paesi occidentali che ripuliscono la loro coscienza limitando le fabbriche inquinanti, semplicemente trasferendole nei paesi poveri.

Io non credo a questi miracolose conversioni; e nemmeno mi piacciono perché dovrebbero essere ben altri i temi di preoccupazione accanto al giusto allarme contro lo smog: una generazione di ragazzi che parla contro l’inquinamento dell’aria di Roma, ma non si preoccupa dello sfruttamento delle donne a Nairobi o della guerra ad Addis Abeba, della predazione delle risorse africane da parte dei popoli europei… o che non si preoccupa della disoccupazione in Italia, Spagna e Grecia non è credibile. 

Come scriveva Pasolini, “generazione sfortunata / Arriverai alla mezza età e alla vecchiaia / ti accorgerai di aver servito il mondo /contro cui con zelo / “portasti avanti” la lotta !!”. 

19.03.2019